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POL - *Farefuturo e divieto di burqa, Ventura e Rossi separati in casa
--IL VELINO OREDICIANNOVE--
 
Roma, 26 gen (Velino) - “Parliamone ma non è la soluzione” è stata la prima bozza di titolo, diventata poi “è giusto ma non è la soluzione”. Alla fondazione Farefuturo del presidente della Camera Gianfranco Fini si sono interrogati a lungo sul giro di vite deciso in Francia, dove la commissione di studio del Parlamento ha raccomandato il divieto di portare il burqa nei luoghi pubblici. La linea è stata infine esposta in un corsivo pubblicato su Ffwebmagazine che ha “aperto” alla possibilità di regolamentare l’uso del particolare indumento islamico anche in Italia, sempre però con un “ma”. A sottolineare che non sarebbe questa la soluzione ai problemi legati all’immigrazione e all’integrazione. Tanto che nei gruppi di discussione su facebook qualcuno si è interrogato: “Quando diranno: ‘è giusto, punto?”. Effettivamente, anche all’interno del pensatoio c’è chi condivide la necessità di uno scatto in avanti e di una posizione netta. La politologa Sofia Ventura, interpellata dal VELINO, si è detta “pienamente d’accordo” con le iniziative in tema di immigrazione e laicità portate avanti dalla Francia. “Da professoressa non sopporterei mai una ragazza con il burqa nella mia classe, mi rifiuterei di fare lezione, io le facce le voglio vedere” ha aggiunto. E tornando al Paese di Sarkozy non si è detta “né sorpresa”, “né scandalizzata” per le scelte fatte e per il dibattito culturale in corso. “Non è detto che quello che arriva da fuori è sempre bello e buono - spiega -. Anzi, credo che tollerare delle enclave che non abbiano rispetto dei principi che noi riteniamo fondamentali, come quello della dignità della donna, metta in serio pericolo la convivenza”. Coinvolta nella fondazione finiana, con un approccio al problema dell’immigrazione, almeno per quanto riguarda il burqa, da “leghista”? “Bisogna distinguere le ‘sparate’ e le scelte animate da sentimenti xenofobi da una riflessione seria sul concetto di immigrazione e integrazione - replica Ventura, docente di Scienza politica all’Università di Bologna -. Possiamo sopportare che ai giorni nostri, dopo le conquiste fatte, anche con il femminismo, nella nostra società ci siano delle donne immigrate che subiscono un trattamento e una condizione cui erano sottoposte le nostre bisnonne? Possiamo accettare questo doppio registro?” incalza esortando a considerare con un “atteggiamento laico”, una questione che attiene “ai diritti civili e umani. Il problema c’è e anche in Italia inizia a manifestarsi” aggiunge, dicendosi comunque scettica su una possibile regolamentazione della materia. “In Italia c’è una difficoltà a dibattere e a prendere decisioni su questioni così controverse”, anche se la soluzione potrebbe essere semplice: “Io il burqa lo vieterei tout court”.

Una posizione ben diversa da quella del “collega” Filippo Rossi, anima di Ffwebmagazine, secondo cui le leggi che riguardano simboli religiosi o tradizionali “hanno un effetto contrario, trasformano il burqa in un manifesto identitario. Bisogna stare attenti a giocare con i divieti” dice. Comprende le ragioni “storiche” e “culturali” che hanno portato il Paese d’Oltralpe (“dove il senso di laicità è molto forte”) a interrogarsi e legiferare in materia, ma trova “sbagliato” riproporre la questione “da noi”, dove “non è un problema all’ordine del giorno”. “Occorre depotenziare i simboli religiosi più che dare loro una valenza in più” aggiunge criticando quanti “come la Lega e alcuni settori del Pdl cavalcano la paura dell’altro, del diverso. Non occorrono leggi-manifesto o slogan che non sono calati in una realtà concreta. Io viaggio molto per l’Italia e non ho ancora visto una donna con il burqa”. Il punto, semmai, “è fare rispettare una legge che già c’è, la stessa che vieta di girare indossando un casco integrale e usare un po’ di buon senso”. Insomma, se è ferma la condanna “per il burqa come simbolo di sudditanza della donna”, quello di una legge che ne regolamenti l’uso è un “problema fittizio” usato “per soffiare sulle paure della gente”.

Da qui il distinguo che si legge anche nel corsivo pubblicato sul sito di Farefuturo: “In linea di principio proibire l’utilizzo del burqa è un’idea che può essere giusta”, “allo stesso tempo, quello del burqa è anche un falso problema. Perché non solo riguarda una fetta più che minoritaria della popolazione, immigrata e non, di religione musulmana. Ma soprattutto non è con un semplice imposizione (o peggio con la repressione) che si risolve un problema che è prima di tutto di natura culturale”. Insomma, rimangono “i se e i ma”.
 
(riv) 26 gen 2010 19:05
 
 
 
 
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