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EST - Messico, negli Usa il timore che la violenza passi il confine
Roma, 17 mar (Velino/Velino Latam) - La responsabilità della lotta al crimine organizzato non può che essere condivisa tra Messico e gli Stati Uniti. Lo ha riaffermato il presidente messicano Felipe Calderón a pochi giorni dall’uccisione dei tre uomini legati al consolato Usa di Ciudad Juarez. Un episodio che ha scosso l’opinione pubblica statunitense e la cui eco si ripercuote ben oltre il tormentato confine tra i due paesi nordamericani. Lo sa bene Calderón per il quale dopo i fatti di sabato “le cose si complicano ulteriormente, perché” la cronaca acquista “una dimensione internazionale”. Se ne preoccupa l’ambasciatore messicano negli Usa Arturo Sarukhan in un intervento pubblicato sull’
Huffington Post con il quale cerca di contrastare la diffusa teoria “che la violenza collegata alla droga in Messico possa ‘traboccare’ negli Stati Uniti”. Concentrati sulle dinamiche criminali di Ciudad Juarez, i media statunitensi secondo il diplomatico “raramente ricordano che El Paso, San Diego e altre città al confine sono tra le più sicure del paese”.
Intanto, a scanso di equivoci, Washington ha annunciato lo stanziamento di 50 milioni di dollari per aumentare il controllo alla frontiera. E la segretario di Stato Hillary Clinton ha ribadito l’interesse degli Usa a collaborare “strettamente” con il paese vicino per sostenere le istituzioni e sconfiggere il narcotraffico. E le occasione per un altri confronti bilaterali non mancheranno. A metà aprile è attesa la visita a Città del Messico della first Lady, Michelle Obama. Un viaggio ufficializzato prima del week-end di sangue a Ciudad Juarez ma che il vicesegretario di Stato Usa con delega all’America Latina Arturo Valenzuela ha voluto ricordare lunedì sulle pagine di twitter.
Dal canto suo la pagina della presidenza messicana ricorda che il governo ha messo in piedi un programma speciale per la città al centro dell’ultima escalation di violenza. Un programma dal nome
Todos Somos Juárez, Reconstruyamos la Ciudad (“Siamo tutti di Juarez, ricostruiamo la città”) che si regge su tre assi: partecipazione cittadina, perché nessuno conosce meglio degli abitanti di Juarez la situazione cittadina, un approccio globale che non prenda solo in considerazione gli aspetti della sicurezza ma anche le sofferenze economiche e sociali della città e la “corresponsabilità” dei vari livelli di governo che insistono su Ciudad Juarez.
(red/fae) 17 mar 2010 15:05