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POL - “P3”, Caliendo: Mozione di sfiducia? Discutiamola, chiariremo i fatti
 
“P3”, Caliendo: Mozione di sfiducia? Discutiamola, chiariremo i fatti
Roma, 28 lug (Il Velino) - Discutere alla Camera nella prima settimana di agosto la mozione di sfiducia (più precisamente, per il ritiro delle deleghe, visto che si parla di un sottosegretario) avente come bersaglio Giacomo Caliendo? La richiesta, avanzata dal presidente dei deputati Pd Dario Franceschini (che l’ha collegata all’eventuale conferma della scelta di chiudere a Montecitorio sulle intercettazioni prima della pausa estiva, come da tempo chiedono maggioranza e governo), non scuote il sottosegretario alla Giustizia. “Non ho nessuna contrarietà a che si discuta, così almeno parleremo dei fatti”, dice Caliendo. A margine della votazione del Parlamento in seduta comune per l’elezione dei membri laici del Csm, l’esponente del governo ribadisce che non ha “commesso nulla. Quando mi contesteranno un fatto che ho commesso, anche solo scorretto, allora risponderò. Ma di fatti non ce ne sono”. Ieri Caliendo, dopo avere appreso di essere stato iscritto nel registro degli indagati per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete e associazione a delinquere, nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma sulla cosiddetta “P3”, ha incassato il sostegno del governo e della maggioranza, in primis quello di Silvio Berlusconi. Il capo del governo ha incontrato il sottosegretario alla Giustizia a Palazzo Grazioli erigendo un muro in sua difesa. A Caliendo, il capo del governo ha espresso “la più ampia solidarietà”e rinnovandogli “piena fiducia” lo ha invitato “a continuare a lavorare con l’impegno fin qui profuso”. Se il centrosinistra, dopo che l’iscrizione di Caliendo nel registro degli indagati è stata resa nota, rilancia l’invito alle dimissioni, il Guardasigilli Angelino Alfano - che già mercoledì alla Camera, rispondendo a un’interrogazione Idv, aveva difeso a spada tratta Caliendo - ribadisce senza esitazione, così come il premier, il suo sostegno al sottosegretario, rinnovandogli “fiducia e solidarietà”. Per Niccolò Ghedini, deputato Pdl e presidente della Consulta Giustizia Pdl, “la decisione di indagare il senatore Caliendo è a dir poco sorprendente. Dal contenuto degli atti appare evidente che nessuna responsabilità può essergli ascritta. Desta preoccupazione che la magistratura voglia ancora una volta adottare iniziative che vanno a sindacare una più che legittima attività politica”. Ghedini aggiunge che ritiene “auspicabile quindi che si pervenga a una immediata archiviazione”.

Sull’esponente del governo grava in particolare l’accusa di avere esercitato pressioni sulla Corte costituzionale allo scopo di ottenere il via libera al lodo Alfano (che in realtà la Consulta ha infine bocciato) nell’ambito di una strategia che sarebbe stata definita durante una cena a casa del coordinatore del Pdl Denis Verdini (ascoltato lunedì per quasi nove ore in Procura, da dove è filtrata l’indiscrezione secondo cui le dichiarazioni del coordinatore del Pdl non avrebbero convinto gli inquirenti). Ieri e oggi, Caliendo ha ribadito con forza quanto ha più volte sostenuto: “Non ho mai contattato né fatto elenchi di giudici della Corte costituzionale favorevoli o contrari al lodo Alfano”. A casa di Verdini, nella circostanza indicata dagli inquirenti, il sottosegretario alla Giustizia si trattenne per non più di mezz’ora, senza toccare affatto la questione del lodo Alfano: “Solo successivamente - racconta Caliendo - ho appreso che nel corso di quel pranzo si era parlato anche di questo. Tant’e’ che a tale proposito c’e’ la telefonata che Lombardi mi fece allegata all’ordinanza di custodia cautelare. Ma io non ho mai parlato con giudici costituzionali del lodo ne’ fatto elenchi di chi era favorevole o contrario”. Caliendo, che sarà interrogato dai pm nei prossimi giorni, spiega: “Ho dato mandato io all’avvocato (Paola Severino, ndr) stamani di andare in Procura per chiedere di essere ascoltato”. L’esponente del governo riferisce che ha appreso solo alle 16,17 dal suo legale di essere stato iscritto nel registro degli indagati, “senza però che le fosse detto l’ipotesi di reato”. Notizia poco dopo comparsa sulle agenzie.

Ieri a Piazzale Clodio - sempre nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta “P3” - è stato ascoltato dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo. il senatore Pdl Marcello Dell’Utri, ma l’interrogatorio è durato una manciata di minuti: l’esponente del centrodestra si è infatti avvalso infatti della facoltà di non rispondere. “A Palermo 15 anni fa - ha spiegato Dell’Utri al termine dell’interrogatorio - ho parlato 17 ore e sono stato rinviato a giudizio sulla base della mie dichiarazioni. Ho imparato da allora”. Secondo indiscrezioni che filtrano da Piazzale Clodio, per i pm di Roma il ruolo di Dell’Utri in seno alla cosiddetta “P3” sarebbe stato superiore, sotto il profilo politico, a quello di Verdini. La scelta difensiva del senatore del Pdl ha innescato un vivace dibattito politico: se da Verdi e Italia dei valori - rispettivamente per bocca di Angelo Bonelli e Massimo Donadi - Dell’Utri viene accusato di atteggiamento “omertoso”, il deputato Pdl Amedeo Laboccetta, componente della commissione Antimafia, elogia il membro dell’assemblea di Palazzo Madama, il quale “ha non solo esercitato un proprio diritto ma anche evitato che con la solita approssimazione certa stampa misurasse a ore e minuti la presunta gravità dell’accusa e così trasformasse il proprio diritto di difesa nell’anticamera della colpevolezza”. Laboccetta teorizza che “quando si ha di fronte una magistratura animata da pregiudizio e che è su posizioni preconcette è preferibile e giusto esercitare il proprio diritto al silenzio che ben si addice ad un moderno sistema accusatorio”.
 
(ndl) 28 lug 2010 14:47
 
 
 
 
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