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ECO - Truffe al tartufo chimico, dilagano con l'avallo della legge
Roma, 6 dic (Velino) - Una sola legge regionale e qualche centro di analisi biochimica sparso qua e là per l’Italia. È tutto qui il baluardo eretto dallo Stato in difesa dei consumatori contro le milionarie (in euro) truffe alimentari che rischiano di distruggere la reputazione del tartufo italiano. Eppure risale ad almeno dieci anni fa il primo sequestro di trifoli clandestini eseguito dai Nuclei anti sofisticazione (Nas) dei Carabinieri. Era un ingente carico di simil tartufi provenienti dal nord Africa e dalla Cina destinati a essere iniettati da commercianti senza scrupoli di una sostanza chimica allora semisconosciuta derivata del petrolio, il cui profumo rimanda a quello dei tartufi originali e che lascia uno sgradevole sapore di aglio in bocca, il bismetiltiometano. Questi tuberi, illegali anche perchè privi di certificazione sanitaria, sono valutati al mercato nero al massimo 30 euro al chilo e dopo il trattamento chimico vengono venduti a consumatori inesperti anche a cento volte tanto. Raramente si scopre la truffa, tanto che sempre più gente è convinta che il delicato sapore del vero tartufo bianco sia indice di scarso pregio. Di fronte al dilagare di questa prassi criminale, causa non solo di sonore batoste ma anche di fastidiosi mal di pancia, la regione Piemonte ha emanato sei anni fa una legge, l'unica del suo genere in Italia. Secondo quanto stabilisce l’art. 14 della n.10 del 12 marzo 2000, infatti, “le confezioni di prodotti contenenti, anche parzialmente, il tartufo devono riportarne la percentuale impiegata. I prodotti contenenti aromi non possono evocare in alcun modo in etichetta, fatti salvi gli ingredienti, il nome tartufo né attraverso diciture ne' attraverso immagini”. In questo modo, oltre a limitare i danni per chi intende acquistare tartufi al naturale, si tutelano i consumatori di creme e oli ‘tartufati’, essendo anche questi solitamente aggiunti solo di bismetiltiometano e privi di qualsiasi aroma di trifolo originale.
In Piemonte, dunque, si può essere relativamente sicuri di gustare il vero tartufo d’Alba e non una volgare ma costosa imitazione. Nelle altre regioni la situazione è decisamente più incerta, soprattutto perchè manca una qualsiasi disposizione legislativa in difesa dei consumatori. L’unica proposta di legge fu presentata in Parlamento nel 2002 e non è mai arrivata in discussione in aula. Anzi, come rivela il direttore del Centro sperimentale di tartuficoltura di Sant'Angelo in Vado (PU), Gianluigi Gregori, al VELINO: “È proprio una legge dello stato che consente l’utilizzo del bismetiltiometano su scala nazionale”. Questa sostanza chimica è quella di impatto fra i 42 componenti dell'aromatogramma del tartufo bianco e, precisa Gregari, “può essere utilizzata impunemente nelle creme e negli oli per via di una vecchia legge, emessa quando gli aromi si facevano comunque a partire dal prodotto naturale, che consente l'impiego dell'aroma di sintesi quando si è riusciti a riprodurre in toto o in parte l'aroma simile a quello naturale”.
Creato sulla base di quanto stabilito dall’ultimo comma dell’art. 2 della legge 752/85, insieme al Centro per lo studio della micologia del terreno del Cnr di Torino e ad alcuni laboratori specializzati delle facoltà di scienze agrarie quello diretto da Gregori è uno dei pochissimi istituti in cui è possibile accertare attraverso l’analisi delle caratteristiche organolettiche la qualità dei tartufi appena acquistati o sequestrati dai Nas. Da qualche tempo l’azione delle organizzazioni criminali è più sofisticata e l’attività di questi istituti, oltre all’azione dei carabinieri e degli Ispettorati repressioni frodi di Perugia e Salerno, si è intensificata. “Alcuni personaggi senza scrupoli sono riusciti ad ottenere questa sintesi chimica deleteria che – osserva Gregori - con poca spesa sta rovinando il commercio del prodotto fresco anche per l'insipienza del consumatore e su cui artatamente speculano i commercianti”. Il mercato delle creme tartufate è quello più soggetto alle frodi commerciali anche perché il metodo utilizzato è molto semplice, spiega al VELINO il direttore del Centro sperimentale di tartuficoltura: “Una volta giunti in Italia i tartufi stranieri di scarso valore, sapore e profumo sono ridotti in poltiglia e amalgamati con altri ingredienti non tutti naturali, compreso il bismetiltiometano, che costituiscono la base per creme, paste e altro che riguarda i prodotti tartufati”. Par di capire, allora, che al momento ci sia poco da fare per difendere i consumatori dalle truffe al tartufo, visto che un deciso intervento legislativo a livello nazionale non è nemmeno in embrione. E anzi, attenzione anche alla certificazione talvolta prodotta dai commercianti per rassicurare i clienti. Spesso è proprio sintomo di frode in agguato visto che, conclude Gregori “non è ancora possibile certificare correntemente alcuna provenienza dei tartufi per singole località o pur anche regioni”.