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POL - Dopo la Finanziaria: i moniti paralleli di Napolitano e Marini
 
Dopo la Finanziaria: i moniti paralleli di Napolitano e Marini
Roma, 20 dic (Velino) - Per il premier Romano Prodi il discorso di Giorgio Napolitano “è un richiamo ai valori profondi di un Paese, cioè le regole dello stare insieme bene”, indicate dal capo dello Stato “con grande equilibrio e grande profondità”. Ma nelle parole che il presidente della Repubblica ha pronunciato mercoledì al Quirinale durante la cerimonia dello scambio d’auguri di fine anno si coglie anche dell’altro. A partire dal monito che Napolitano indirizza all’esecutivo in merito alla Finanziaria: il capo dello Stato denuncia il ricorso al voto di fiducia "posto dal governo su un articolo unico comprensivo di un numero abnorme di disposizioni”. In questo modo “si è ormai toccato il limite estremo” di una prassi incomprensibile all’opinione pubblica, avverte la prima carica dello Stato. Che secondo il leghista Roberto Calderoli così emette una “condanna totale dell’azione di governo, messo in discussione sul piano della legittimità”. Non solo per le cinque fiducie sulla manovra di bilancio e per il maxi-emendamento, ma anche perché gli errori in esso contenuti - continua l’esponente del Carroccio - costringono lo stesso capo dello Stato “a dover firmare una legge Finanziaria per tabulas illegittima e incostituzionale”. Anche all’opposizione, oltre che alla maggioranza di governo, si appella poi Napolitano affinché la “logica di contrapposizione totale, che ormai produce effetti di stanchezza e di rifiuto tra i cittadini”, sia superata grazie a “un maggior senso di responsabilità verso l’interesse generale del Paese”. Ai due poli Napolitano ricorda che “siamo in un momento di preoccupante distacco tra la politica, le istituzioni e i cittadini”. E che “non c’è parte politica che possa, in ultima istanza, trarne vantaggio”, mentre “può piuttosto riceverne grave danno la prospettiva di una più sicura tenuta e di una compiuta maturità del nostro sistema democratico”. Ancora una volta, le esternazioni del presidente della Repubblica trovano un’importante sponda in quelle della seconda carica dello Stato.

Il presidente del Senato, Franco Marini, rammenta - durante lo scambio di auguri al Quirinale - che “il bipolarismo maturo è un bipolarismo temperato”. E che “la politica non deve privilegiare più gli elementi di pregiudiziale contrapposizione, deve piuttosto animare il confronto, anche dialetticamente aspro, ma in una cornice di vero rispetto e di considerazione per le ragioni dell’avversario”. Un precetto che non deve restare nel libro delle buone intenzioni. E Marini il proprio esempio l’ha offerto oggi, spiegando - nello scambio di auguri con i giornalisti a Palazzo Madama - che, nonostante le sollecitazioni e le coperture istituzionali offertegli dal Guardasigilli Clemente Mastella e dal senatore a vita Francesco Cossiga - non si avvarrà della facoltà di votare sui provvedimenti. Una scelta che discende da ragioni di fair play. Ma anche da una lettura della situazione politica diversa da quelle che hanno ispirato l’azione dell’esecutivo e della maggioranza in molti frangenti della legislatura. Marini pone l’accento sul fatto che la maggioranza a Palazzo Madama è perennemente sul “filo del rasoio”: se si eccettuano i senatori a vita, la situazione è oggi di assoluta parità. E il voto di fiducia sulla Finanziaria lo ha reso evidente. Eppure, la condizione di necessità ha prodotto a Palazzo Madama qualche esempio virtuoso di dialogo - almeno sulle regole - tra maggioranza e opposizione. E rompere prassi e consuetudine (in base alle quali i presidenti delle Camere non votano) per consegnare un voto in più al centrosinistra non sembra a Marini un’idea decente. “Per tenere il Senato nella condizione positiva per lavorare nei limiti di questa divisione numerica - sottolinea la seconda carica dello Stato - c’è solo una possibilità, quella di uno sforzo di oggettività, e se uno fa qualche altra cosa è uno sciocco”. L’equilibrio di Palazzo Madama è dunque “una ragione in più” per agire da “presidente di tutti”. “Anche perché - rimarca Marini - le regole nel corso di una partita non si cambiano”.

Marini evidenzia inoltre la necessità di affrontare - dopo il via libera definitivo alla Finanziaria - “alcune riforme fondamentali che toccano la nostra capacità di restare al passo con i cambiamenti straordinari che ci impone l’Europa”. Ma proprio sulle riforme che dovrebbero contraddistinguere la “fase due” del governo (espressione coniata dal segretario Ds Piero Fassino ma sgradita al premier e alla sinistra radicale) si intravedono crepe nel centrosinistra. Se da un lato l’ala riformista rappresentata dalla maggioranza Ds e dalla Margherita chiede di spingere sul pedale delle riforme, dall’altro le forze antagoniste della coalizione alzano le barricate. E si ergono a guardiane di un programma di governo che a loro giudizio rischia di essere stravolto sulla spinta di Confindustria e degli altri “poteri forti”. Esemplare è la durezza con cui il capogruppo di Rifondazione alla Camera, Gennaro Migliore, polemizza con Fassino, definendo “singolare” il fatto che “il leader del principale partito della coalizione abbia deciso di aprire un tale scontro con il governo (il riferimento è all’intervista pubblicata oggi dal Corriere della sera, ndr), ma, purtroppo, i motivi sono chiari: la difficoltà a realizzare il Partito democratico e l’incertezza nel rapporto dei Ds con la base popolare dell’Unione. Né l’uno né l’altro sono, però, problemi generali del Paese”. Meno polemica ma non meno rilevante dal punto di vista apolitico è l’allergia anche linguistica che il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, esprime verso gli inviti ad aprire la “fase due”. “Personalmente - avverte il leader di Rifondazione - ho sempre avuto qualche diffidenza per i ‘due tempi’, sia in andata che in ritorno”. Per quanti sostengono la necessità di un “timone riformista” (e competono per la titolarità ad assumerne il comando) il 2007 si annuncia in salita.
 
(Nicholas D. Leone) 20 dic 2006 20:19
 
 
 
 
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