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EST - Il jihad delle madrasse rosse minaccia il Pakistan
Roma, 7 mag (Velino) - In urdu, una lingua ufficiale del Nord islamico dell’India, la parola Pakistan significa: “Paese o terra dei puri”. È a una versione purista e fanatica d’islam che si ispirano le studentesse della Jamia Hafsa, la “madrassa rossa” di Islamabad, che chiedono al leader della Grande moschea di Islamabad di emettere una fatwa contro la “moderazione illuminata” di alcuni esponenti musulmani, che “diffonde solo oscenità nel Paese”. La richiesta è stata presentata per lettera al ministro per gli Affari religiosi Ejazul Haq. Tra le 13.500 scuole coraniche pachistan - e roccaforte del culto jihadista che sostiene i talebani del nord-ovest - la Jamia Hafsa è divenuta famosa dopo che le sue studentesse avevano preso d’assalto una presunta casa di piacere di Islamabad, rapito la tenutaria insieme alla sorella e alla nipotina di pochi anni e imposto la chiusura dell’edificio. Tutto in nome della sharia. Pochi giorni dopo, il direttore della madrassa Maulana Abdul Aziz, chiese al governo di “applicare la sharia in Pakistan, altrimenti essa verrà applicata da tutti quei bravi giovani che non tollerano più la decadenza morale importata dall’occidente”. E così decine di studentesse e professoresse, avvolte in burqa neri e armate di bastoni, uscirono dai dormitori della celebre madrassa per assaltare il bordello di Madame Shamim. La quale è stata rilasciata solo dopo aver confessato, avvolta anch’essa in un burqa nerissimo: “Ammetto di aver propagato oscenità, mi scuso per i miei errori e giuro su Allah che d’ora in poi vivrò devotamente”.
Una serie di esplosioni ha distrutto nei giorni scorsi una decina di negozi di musica nel nordovest del Pakistan. Nel frattempo il mufti Maulana Abdul Aziz ha salutato nella preghiera del venerdì la nascita della prima corte islamica del paese all’interno della Lal Masjid, la Moschea rossa di Islamabad. Un vero e proprio sistema giuridico “parallelo” a quello federale, che segue però i dettami del Corano. È già arrivata la prima fatwa contro Nilofar Bakhtiar, ministro donna del Turismo. L’accusa è di oscenità per una fotografia che la ritrae mentre dà un abbraccio di congratulazioni a un paracadutista. Una scuola femminile di Mardan ha ricevuto una lettera minatoria firmata da un gruppo di fondamentalisti islamici che annuncia “la demolizione dell’edificio” se le maestre e le alunne “continuano a non indossare velo e burqa”. E uno studente musulmano ha chiesto all’Alta Corte pakistana di interrompere la costruzione di una chiesa all’interno dell’università laica di Peshawar. Qualcosa però si muove anche in senso opposto. Il Consiglio per l’ideologia islamica ha deciso all’unanimità lo scorso 31 marzo che le vittime di stupro non devono essere più considerate colpevoli, ma vittime della violenza. Fino ad oggi, le Ordinanze islamiche approvate nel 1979 sotto la giunta militare del generale Haq non facevano differenza fra adulterio e stupro. Il vescovo cattolico John Joseph nel 1996 denunciava, come principale forma di violenza, non quella dei fanatici ma quella di uno stato che strumentalizza i fanatici islamici.
Due anni dopo, il 6 maggio ’98, Joseph si sarebbe ucciso per protesta di fronte ai giudici del tribunale di Sahival, presso Faisalabad, che giudicavano un gruppo di cristiani accusati di aver violato la legge contro la “blasfemia”, che consente di condannare a morte chiunque sia sospettato di aver offeso l’islam. Questa era stata introdotta dal generale Zia ul-Haq per compiacere gli oltranzisti islamici. Nessuno dei suoi successori, eletti o golpisti, civili o militari, moderati o integralisti ha mai osato cancellarla. Nemmeno la “laica” Benazir Bhutto. Quasi tutti l’hanno in qualche modo inasprita. Il primo condannato a morte per blasfemia, nel 1998, Ghulam Akbar, non era un cristiano ma un musulmano sciita. Ispirato da uno dei più grandi e fecondi teologi musulmani fondamentalisti del XX secolo, Abu Ala al Mawdudi, leader di un piccolo raggruppamento radicatissimo nelle élites militari e civili (Jamaa e Islami), dopo aver portato a termine un colpo di Stato e avere impiccato il leader laico Alì Bhutto, Zia-ul-Haq ha modificato leggi e Costituzione abbandonando i codici ispirati alla Common Law. La Repubblica islamica, che in Iran è nata con la rivoluzione dell’ayatollah Khomeini, in Pakistan si è imposta dall’alto, avendo come elemento trainante le elite militari (che poi sceglieranno Osama bin Laden e i talebani per fare dell’Afghanistan un protettorato del Pakistan). Nasce in questo clima la cosiddetta “blasphemy law” del 1984. Modello inquisitoriale che affida al “braccio della giustizia secolare” la repressione dei “peccati contro la fede islamica”.
Secondo questa legge è reato affermare che “Gesù Cristo è figlio di Dio”, perché questo costituisce il peggiore peccato per l’islam fondamentalista: il politeismo imperdonabile da Allah. I cristiani sono le prime vittime del jihad delle madrasse. Il 18 novembre 1998, nove cattolici, un’intera famiglia, viene sgozzata a Noushera. Il primo novembre 2001 quindici fedeli sono uccisi nella chiesa di San Domenico a Bahawalpur. L’immagine fa il giro del mondo: corpi avvolti nei sudari bianchi. Il 9 agosto 2002, tre infermiere sono uccise a colpi di mitraglia nella chiesa dell’ospedale cristiano di Islamabad. Il 25 settembre 2002, sette dipendenti di una organizzazione di carità di Karachi sono rapiti, legati, imbavagliati e uccisi con un colpo di pistola alla nuca. Nella notte di Natale del 2002, durante la messa di mezzanotte, tre ragazze sono maciullate all’interno della Chiesa protestante di Chuyyanwali e il 5 luglio 2003 un sacerdote cattolico è assassinato nella sua parrocchia di Okara. Nei giorni scorsi Shahbaz Bhatti, presidente dell’All Pakistan Minorities Alliance, ha denunciato “la talibanizzazione del Pakistan”. Dal 1988 a oggi oltre 650 cristiani sono stati incarcerati per la legge della blasfemia. Gli integralisti musulmani hanno giustiziato anche una ventina di “apostati”, tra essi Arif Hussain Batti, l’ex giudice della Corte Suprema divenuto avvocato difensore di “apostati”. Svariati gli attentati kamikaze che hanno mietuto centinaia di vittime in Chiese cattoliche e protestanti. Oltre alla vita della martoriata comunità cristiana, con la rivolta delle madrasse rosse è la stabilità del Pakistan ad essere in costante pericolo.