
Roma, 22 gen (Velino) - La “settimana di passione” si apre nel modo peggiore per l’esecutivo: l’Udeur spiazza gli (ex) alleati e spacca ufficialmente le coalizione, aprendo le porte alla crisi di governo. “Ho comunicato poco fa a Prodi la mia decisione”, annunciava ieri Clemente Mastella al termine dell’ufficio politico dell’Udeur. Facendo capire che la sua era una decisione senza subordinate. Clemente Mastella dunque ha detto “una volta per tutte basta” lasciando la maggioranza, avvisando che “non c’è più il governo”. Lo ha messo nero su bianco in una lettera inviata al premier Romano Prodi (giuntagli però dopo che le agenzie di stampa avevano già battuto la notizia, si sono rammaricati a Palazzo Chigi). Prodi ha reagito come una furia. Ha minacciato di chiedere un voto di fiducia. E nonostante le riserve dei più ha ottenuto dalla conferenza dei capigruppo che la Camera la voti domani pomeriggio (alle 15 le dichiarazioni di voto e dalle 17 il voto di fiducia). Smentendo così quanto aveva annunciato questa mattina Vannino Chiti che aveva parlato di una votazione su semplici ordini del giorno. Prodi, che parlerà questa mattina alla Camera alle 11,30, punterebbe a restare a palazzo Chigi nel caso, molto probabile, che si vada a elezioni anticipate. Una sfida a Walter Veltroni, considerato nell’entourage del premier il principale responsabile della deriva che ha travolto il governo, per i suoi ripetuti annunci di voler ricercare un’intesa sullla legge elettorale che ridimensioni il peso dei nanetti. E per aver deciso di correre da solo alle elezioni anche se se saranno anticipate.
Dunque “è finita”, come ha detto Mastella L’annuncio del leader dell’Udeur è caduto in una giornata segnata da un nuovo caso per il governo Prodi: lo scontro tra Cei e Palazzo Chigi sulle ragioni che hanno portato all’annullamento della visita del Papa alla Sapienza. Un ulteriore fronte per un esecutivo che nei prossimi giorni avrebbe dovuto affrontare al Senato temi spinosi come la mozione di fiducia al ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, la bozza Bianco sulla legge elettorale (un testo rigettato da Forza Italia, cui il Partito democratico ha inviato segnali, manifestando disponibilità a redigere una nuova versione - la terza - del progetto, suscitando subito le ire dei Comunisti italiani contro “l’inciucio insopportabile”), e il caso giustizia. Rispetto al quale l’Udeur ha giocato d’anticipo, bocciando inesorabilmente la mediazione cui il premier e ministro ad interim del dicastero abbandonato da Mastella stava lavorando. Per il leader dell’Udeur, visto che la maggioranza è finita, la soluzione migliore è rappresentata dalle elezioni anticipate. E - aggiunge Mastella - “se ci sarà da votare sulla fiducia voteremo contro”. L’ex Guardasigilli ringrazia comunque Prodi “per lo splendido e prestigioso incarico di ministro, anche se è stato drammatico”, dando atto al premier che “il rapporto umano con lui rimane e rimarrà sempre”.
Un sentimento di gratitudine non si sa quanto ricambiato da Prodi. Che deve incassare le immediate richieste di dimissioni avanzate dall’opposizione sulla scorta dell’annuncio di Mastella. Ma anche un “dissidente” della maggioranza come Willer Bordon - benché “amico di Prodi” - suggerisce al premier di mollare per ragioni di “etica pubblica”.
Dalle file della maggioranza si sono levati cori di censura nei confronti di Mastella. Il quale annunciando l’addio distilla a sua volta più di una goccia di veleno. L’ex Guardasigilli ne ha per molti: per Antonio di Pietro, com’era prevedibile, ma anche per Goffredo Bettini e Walter Veltroni, che finalmente l’opportunità di correre “decoubertianamente” da solo alle elezioni “ce l’ha, la colga al volo...”..
Alla luce dello scenario di guerra definitosi ieri, il presidente della Repubblica - notoriamente contrario ad andare al voto con le attuali regole elettorali e favorevole a una revisione della Costituzione che ne cancelli le rughe - dovrà soppesare più che mai, quando domani parlerà della Costituzioone di fronte a depèutati e senatori, mosse e parole. Quanto alle prospettive del dopo-crisi, i giochi sono aperti. Il partito delle elezioni anticipate e quello del prosieguo della legislatura - con formule diversamente coniugate - contano sostenitori e avversatori in entrambi i poli. Di certo c’è che le divisioni nell’Unione sulla legge elettorale rendono difficile ricompattare la maggioranza a ridosso del referendum. Non restano che le opzioni del voto immediato e del governo di transizione. Si esprimono con decisione a favore della seconda ipotesi i senatori liberaldemocratici capeggiati da Lamberto Dini, esortando a costituire una squadra di governo in grado di affrontare “alcune emergenze del Paese”. Mentre Silvio Berlusconi, il quale ha sempre rimarcato la propria diffidenza verso tale soluzione e la netta preferenza per il voto immediato (ormai ritenuto inevitabile persino da un esponente dell’Udc come Maurizio Ronconi), rileva a caldo che “ora è indispensabile e urgente ridare la parola ai cittadini”. Si tratta però di capire se il no del Cavaliere a un esecutivo di transizione sia proprio insuperabile o se possa attenuarsi e trasformarsi in un via libera condizionato. Non è che uno dei rebus cui sono attesi i maggiori esperti di enigmistica a sfondo politico.