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CLT - *Cinema / 1. Il suo futuro in Italia: meno sovvenzioni
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*Cinema / 1. Il suo futuro in Italia: meno sovvenzioni
Roma, 10 mar (Velino) - Cinema italiano e finanziamento pubblico, un rapporto che fa discutere da tempo. E che rischia di incrinarsi sempre più, considerando l’alto debito pubblico e i conti non certo ottimi del nostro paese. E non a caso il Fus (Fondo unico per lo spettacolo) negli ultimi anni ha via via perso risorse. Ma la via d’uscita c’è e l’ultima Finanziaria ha dimostrato che ci si può muovere su un’altra strada, varando il credito d’imposta per chi investe nel settore e il tax shelter (defiscalizzazione degli utili reinvestiti) per le aziende cinematografiche italiane. Un’innovazione per cui si è molto spesa Gabriella Carlucci, relatrice dell’emendamento alla manovra di bilancio – approvato a novembre con vasto consenso - ma soprattutto ideatrice di una proposta di legge in materia presentata già un anno fa e poi approvata. E che aveva proprio nell’introduzione del tax shelter il suo punto di forza. “Ero contraria all’idea delle tasse di scopo che voleva introdurre il centrosinistra, - spiega la Carlucci al VELINO - perché ho sempre pensato che si dovesse rendere libera la possibilità di finanziamento per il cinema. Si tratta di una politica liberale per far arrivare finanziamenti sostanziosi, considerando pure che del Fus solo una piccola parte - pari al 18 per cento - è destinata al cinema”. In realtà, prosegue la deputata azzurra, “non ho fatto altro che studiare le procedure note in tutto il mondo: così funziona per il cinema americano in cui lo Stato non ci ha mai messo un soldo. Senza contare le grandi opportunità che si aprono per altri comparti, come quello telefonico, degli internet provider e della televisione”. E per il futuro si aprono altre sfide interessanti. “Vorrei portare a termine l’attuazione del tax shelter – afferma la Carlucci - e infatti sono impegnata nella stesura dei decreti attuativi che poi dovranno andare al vaglio dell’Unione europea. E spero che la pratica si risolva velocemente. Poi c’è un serio problema nella distribuzione: si potrebbe per esempio varare una politica di incentivi a chi recupera le monosale dei centri cittadini. Senza dimenticare la promozione della piccola e media produzione italiana”. Ma un punto che sta particolarmente a cuore a Gabriella Carlucci riguarda la formazione professionale e il rapporto tra quest’ultima e la produzione. “Dobbiamo fare in modo – conclude l’esponente del Pdl – che i giovani entrino in relazione con le produzioni altrimenti come si fa a sostenere le opere prime?”.

“Il cinema bisogna farlo con i soldi di chi lo guarda” dice Benedetto Della Vedova, presidente dei Riformatori liberali e deputato di Forza Italia, in merito al rapporto cinema-finanziamento pubblico. “La regola deve essere questa – spiega al VELINO - anche per avere un cinema di qualità, sebbene a questo punto si pone la domanda di cosa si intenda per cinema di qualità: se è quello che non guarda nessuno…”. Il fatto è che “in Italia è diventato ridicolo parlare di finanziamento pubblico al cinema viste le liste di pellicole che hanno preso denaro dallo Stato e sono di cassetta o non sono addirittura finite nelle sale”. E comunque non c’è dubbio che bisogna smetterla con il “cinema di Stato”, che peraltro non aiuta il suo stato di salute: “In realtà con un’ottica liberale si può fare molto, partendo dal dato di fatto che il produttore è un imprenditore come gli altri”. Dunque, secondo Della Vedova, “largo anche a capitali internazionali, o a strumenti tipo quello del tax shelter. E poi si può liberalizzare l’apertura delle sale, non gravare di tasse chi investe nei film, ma basta con i contributi a fondo perduto per le produzioni”. L’unica concessione che l’economista dei Riformatori liberali fa è quella di “dare qualche vantaggio fiscale a un produttore che finanzia un’opera prima e che dunque è in una fase di maggior rischio”. Per il resto, la settima arte deve essere tenuta lontana da ogni influenza statale: “Io non credo, e anzi sono proprio allergico, al sistema francese, - sottolinea l’azzurro -, con le quote, gli obblighi di produzione e vantaggi che creano una sorta di protezionismo cinematografico contro il cinema straniero”.

Che si possa uscire dalla logica dell’aiuto statale al cinema è convinto pure Fabio Verna, docente di Finanza aziendale all’università di Messina e presidente della Banca del Cinema, presentata ufficialmente nei giorni scorsi. “Si può, certamente, perché il cinema non è solo la settima arte ma una industria. Che solo nel Lazio dà lavoro a 130 mila persone”. E per salvare il cinema italiano la strada è quella dei finanziamenti internazionali, quella percorsa proprio dalla nascente Banca per il Cinema. “In realtà – spiega Verna al VELINO - si dovrebbe chiamare fondo d’investimento per il sistema dell’audiovisivo, ma mi rendo conto che Banca per il Cinema ha maggiore appeal. L’idea è quella di creare una compagnia che valuta i progetti, li finanzia e ne acquisisce i diritti per un certo lasso di tempo, finanziata attraverso grossi flussi di denaro provenienti dai mercati internazionali. I finanziatori, dal canto loro, chiedono al sistema Italia di emettere obbligazioni con vincoli giuridici per un frazionamento del rischio”. In sostanza, i soldi vengono erogati ai produttori durante lo stato d’avanzamento dei lavori, mentre le cedole degli investitori vengono rimborsate direttamente dai primi incassi del film. Insomma, niente sportelli e conti correnti, ma una compagnia finanziaria che sostenga chi ha buone idee da spendere nell’industria del cinema. “Questa idea – ricorda Verna - è nata dopo due fatti accaduti di recente: il taglio al Fus del 50 per cento nella Finanziaria 2007 e l’acquisizione di Bnl da parte di Bnp Paribas. Infatti la Banca nazionale del lavoro aveva una sezione che si occupava specificamente di credito cinematografico ma dopo l’arrivo dei francesi, che Oltralpe hanno una divisione che finanzia il cinema di casa loro, la struttura è stata congelata”.

È soddisfatto del lavoro svolto nelle ultime due legislature Nicola Maccanico, direttore marketing di Warner Bros: “Mi pare – spiega al VELINO - che si stia andando nella direzione giusta, certo da incentivare e da strutturare meglio, ma sicuramente giusta”. Secondo Maccanico nei confronti del cinema lo Stato si deve limitare “ad aiutare i giovani, gli indipendenti, le opere prime ma sempre in direzione del mercato”. Ben vengano allora strumenti quali quello del tax shelter, “che non impattano in modo eccessivo sul bilancio pubblico e contribuiscono a pensare il cinema più come a un’industria”. Peraltro, aggiunge il manager della Warner Bros, “questo è un momento importante per dare una svolta all’industria cinematografica perché il pubblico è più ricettivo, segue di più il prodotto e lo stesso cinema italiano è in buona salute. Mi riferisco al successo dei film generazionali e agli incassi fatti registrare in questo weekend dal film di Carlo Verdone (miglior esordio italiano del 2008, ndr)”. In realtà, conclude Maccanico, “per quanto riguarda il ruolo dello stato nell’industria cinematografica si conoscono le soluzioni e mi pare che si stia andando nella giusta direzione, ma ci aspettiamo che si continui a farlo”.
 
(Manola Piras) 10 mar 2008 18:29
 
 
 
 
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