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POL - Procura di Palermo: si riapre la stagione dei veleni
 
Roma, 6 mar (Velino) - La stagione dei veleni al tribunale di Palermo non si è mai chiusa, ma da due anni le tensioni e gli scontri sono rimasti sotto traccia. L’articolo apparso oggi sul quotidiano La Repubblica a proposito delle parentele del procuratore capo, Francesco Messineo, ridà materia prima agli alchimisti. Su un’intera pagina, il quotidiano di De Benedetti, ricorda che il marito della sorella della moglie di Messineo, Sergio Maria Sacco, secondo alcuni pentiti è “organico” a Cosa nostra e sarebbe “uomo d’onore” della famiglia di San Lorenzo. Ma non è indagato, si affrettano a chiarire al tribunale di Palermo. Il fratello del magistrato, Mario, poi, è attualmente processato per truffa aggravata e continuata. Una situazione imbarazzante, secondo il quotidiano. Le stesse accuse erano venute a galla proprio due anni fa quando Messineo, con l’appoggio di settori di Magistratura democratica, riuscì, a farsi eleggere a capo della procura palermitana dal Consiglio superiore della magistratura. A difesa del loro procuratore si sono schierati quasi tutti i piemme di Palermo rinnovandogli la loro “incondizionata stima” e sollevando non pochi dubbi sull’articolo: “Suscita perplessità ed inquietanti interrogativi tale improvvisa e concentrica attenzione mediatica - sostengono i magistrati in un documento - su una circostanza molto datata, già nota al Csm e valutata come irrilevante in occasione della nomina di Messineo a procuratore capo di Palermo; circostanza che non ha mai prodotto all’interno dell’ufficio riserve o limiti di alcun genere, anche per il ritrovato entusiasmo nel lavoro di gruppo, nella tradizione dello storico pool antimafia, e per l’effettiva gestione collegiale dell’ufficiò’.

Per i pm palermitani, “in una fase storica nella quale la procura della Repubblica di Palermo è impegnata in uno straordinario sforzo di contrasto al sistema di potere mafioso, che si è concretato in risultati straordinari quali la disarticolazione della compagine interna dell’organizzazione mediante l’arresto di centinaia di uomini d’onore, anche di vertice, nonché nell’aggressione alle sue immense ricchezze mediante il sequestro di patrimoni per un valore di circa due miliardi e cinquecento milioni di euro, alcuni quotidiani puntano l’attenzione della pubblica opinione sul rapporto di parentela del procuratore Messineo con alcuni soggetti in passato indagati”. Anche sui tempi i magistrati sollevano più di un interrogativo: “Tali perplessità si accrescono in considerazione della coincidenza temporale con il progredire di delicatissime indagini sulle relazioni esterne di Cosa nostra. In tale momento i magistrati della procura avvertono la necessità di rinnovare la propria incondizionata stima al procuratore capo Francesco Messineo”. (segue)

La netta presa di posizione dei magistrati palermitani dell’accusa a difesa del loro procuratore non chiude comunque il lungo braccio di ferro fra le cordate dei magistrati che si fronteggiano dentro e fuori il tribunale di Palermo. Non si è mai effettivamente chiuso, infatti, lo scontro che fra febbraio e marzo di due anni fa obbligò il Csm a convocare Messineo e il suo predecessore, Pietro Grasso, passato alla Direzione nazionale antimafia. Uno scontro al calor bianco perché Messineo aveva deciso di reinserire negli organici della Direzione distrettuale antimafia due magistrati, Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, allontanati proprio da Grasso nel periodo in cui guidava la procura di Palermo. Davanti al Csm Grasso non solo accusò il successore di aver rivoluzionato la Dda senza informarlo e consultarlo, ma addirittura di aver spezzettato le competenze sulle inchieste relative ai rapporti fra mafia, politica e affari, provocando nei fatti una parcellizzazione delle indagini. In più avrebbe riconsegnato a Scarpinato ruolo e poteri troppo vasti. Un metodo, secondo Grasso, avversato a suo tempo già da Giovanni Falcone.

“Se il vicepresidente Nicola Mancino non aprirà d’ufficio una pratica sul caso Messineo, sarà la prima commissione già lunedì a farlo”. Lo sostiene Gianfranco Anedda consigliere laico del Consiglio superiore della magistratura a proposito delle parentele del capo della procura della Repubblica di Palermo Francesco Messineo. “Il Csm non può rimanere indifferente e dovremo sentire quanto meno il procuratore generale”, aggiunge Anedda. Il Csm, comunque, nel 2007 si è già occupato delle parentele del procuratore, prima che questi fosse nominato dal plenum a maggioranza, prevalendo su Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone, alla guida della procura di Palermo. Ma gli anonimi giunti alla quinta commissione, quella che istruisce le pratiche per le nomine dei magistrati per gli incarichi direttivi e indica i candidati, proseguì normalmente i propri lavori senza tenerne alcun conto e non tenne conto, neppure, delle riserve espresse sulla sua nomina da parte di alcuni settori di Magistratura democratica. Anche i giornali si occuparono, con minor spazio ed evidenza, delle parentele a “rischio” del magistrato ma il Csm ed il ministro della Giustizia dell’epoca, Clemente Mastella, non sollevarono alcun problema. Se, come pare, la prima commissione aprirà un fascicolo, anche a “tutela”, sul magistrato si prevedono già diversi scenari e tutti non molto positivi per la procura palermitana. Messineo potrebbe anche dimettersi, senza attendere l’esito del Csm, e chiedere di essere assegnato ad altra sede giudiziaria, facendo così riemergere gli scontri feroci fra le varie correnti dell’Associazione nazionale dei magistrati, che per ben 10 mesi bloccarono il Csm quando si trattò di nominare il successore di Grasso. Il Csm dovrebbe aprire un nuovo bando di concorso e selezionare un nuovo capo della procura al posto di Messineo. In pole position parte Roberto Scarpinato (ripescato nella Dda da Messineo in forte contrapposizione con Grasso) che con Antonio Ingroia e Lo Forte fu uno dei principali collaboratori di Giancarlo Caselli e protagonista del pool antimafia per tutti gli anni novanta.
 
(vum) 6 mar 2009 18:59
 
 
 
 
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