Roma, 30 mar (Velino) - Non è mai facile, quando si è immersi in un evento a suo modo storico, coglierne la portata, comprenderne la dimensione non limitata alla cronaca. È quello che sembra essere successo a buona parte degli osservatori rispetto al congresso di fondazione del Popolo della Libertà. Piaccia o no, la tre giorni della Fiera di Roma ha dato vita non ad una sigla qualsiasi, ma alla stella attorno alla quale ruoteranno, forse per almeno un paio di decenni, i diversi pianeti della politica italiana. E lo stesso obiettivo del “50 per cento+1” dei voti, che pochi osavano evocare qualche mese fa, sembra oggi un obiettivo tutt’altro che precluso alla neonata formazione.
Il nuovo partito - com’è ovvio - non sarà privo di difetti o di qualche vecchio retaggio del passato, e non manca chi (se n’è avuta chiarissima l’eco nel Congresso, ad esempio nella richiesta di ritorno alle preferenze venuta da un paio di amministratori di peso), tra una dissimulazione e l’altra, sogna una deriva sostanzialmente correntizia. Eppure, nonostante qualche inevitabile spinta all’indietro, lo statuto del Pdl ha compiuto almeno due scelte davvero coraggiose e lungimiranti.
La prima (articoli 2 e 4) è quella di prevedere, accanto agli iscritti veri e propri (gli associati), anche gli aderenti, cioè una sorta di “registrati” all’americana, i quali saranno titolari di poteri assai rilevanti, a partire dal diritto di elettorato attivo. La seconda (articolo 10) è quella di immaginare il Pdl come un partito in rete, che consenta iniziative di democrazia diretta, forme di consultazione degli aderenti e degli associati, pienamente coinvolti nelle decisioni più rilevanti e strategiche del partito.
Sono novità che meriterebbero attenzione e riflessione anche da parte degli osservatori più critici.