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EST - Iran, Ottolenghi: il dialogo non basta, ritirare ambasciatori
 
Iran, Ottolenghi: il dialogo non basta, ritirare ambasciatori
Roma, 2 lug (Velino) - “La valutazione del ministro Frattini è corretta: gli Stati Uniti non sembrano avere alcun ‘appetito’ per nuove sanzioni contro l’Iran”. Emanuele Ottolenghi, direttore del Transatlantic Institute di Bruxelles e autore del saggio “La bomba iraniana”, condivide l’analisi della situazione in Iran illustrata dal capo della Farnesina mercoledì in Parlamento. Centrale e comune, poi, nelle parole del ministro e in quella dello studioso di relazioni internazionali, la necessità di coinvolgere la Russia negli sforzi della comunità internazionale sul dossier nucleare iraniano. Diversa, invece, la valutazione su cosa fare in futuro. Ancora dialogo per Frattini, tradotto oltreoceano con la parola “engagement”, laddove per Ottolenghi serve una chiara presa di distanza dagli ayatollah da parte dell’Occidente. “Gli americani sono convinti che ci sia ancora spazio per continuare sulla strada del dialogo con l’Iran”, ha spiegato al VELINO. Una posizione quella della Casa Bianca che Ottolenghi definisce “pragmatica” e che persiste nonostante la consapevolezza, in America come in Italia, che alla luce di quanto è successo dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad “un negoziato con gli ayatollah sul nucleare è oggi più difficile di ieri”.

La situazione nella Repubblica islamica sarà certamente uno degli argomenti del summit del G8 dell’Aquila. Non tanto per la situazione interna, che pure viene seguita con attenzione dalle cancellerie mondiali che professano il principio della non ingerenza, quanto per il capitolo bomba atomica, con l’Italia impegnata a sensibilizzare gli Otto grandi e l’intera comunità degli Stati sul tema della proliferazione, considerata la vera minaccia alla pace e alla sicurezza globali. E qui entra in gioco Mosca che secondo Ottolenghi, “a differenza dei Paesi occidentali crede che l’Iran sia lontano dalla realizzazione di armi nucleare. La Russia – spiega – gioca un ruolo ambiguo, fornendo a Teheran la tecnologia della quale ha bisogno” ma facendolo in sostanza “al rallentatore”.

Per il direttore del Transatlantic Institute, il Cremlino è sì preoccupato per la prospettiva che l’Iran si doti della bomba atomica, ma vede il rischio “in prospettiva”. Ne consegue, aggiunge pessimista, “che dal summit dell’Aquila uscirà solo una dichiarazione sul modello di quella già adottata dai ministri degli Esteri a Trieste. Con Francia, Gran Bretagna, Germania, Canada e Giappone duri con Teheran, Mosca sul fronte opposto e in mezzo Italia e Stati Uniti, più concilianti, a mediare. Ma non si adotteranno, credo, meccanismi punitivi o operativi contro l’Iran”. Meccanismi che Ottolenghi, secondo cui “la politica dell’engagement oggi non ha più ragione d’essere”, invece auspica. A cominciare, per esempio, “dal richiamo degli ambasciatori occidentali a Teheran o da un giro di vite sulla concessione di visti per i dignitari iraniani che devono recarsi all’estero”. Sono quattro le ragioni elencate dallo studioso per dichiarare “superato” l’approccio del dialogo. La prima: “In Iran è in corso uno scontro di potere: inutile quindi aspettarsi un aggiustamento diplomatico sul nucleare finché lo scontro non sarà concluso”. La seconda: “Se vince il fronte di Ahmadinejad – come è probabile succeda sempre che il governo non perda l’appoggio delle Forze armate e delle milizie ‘rivoluzionarie’ – sarà molto difficile che l’esecutivo scelga poi una linea compromissoria. Al contrario un governo debole che si regge sulla repressione violenta del proprio popolo vedrà complotti stranieri ovunque”. La terza: “Se vincesse il fronte moderato, l’inazione occidentale sarebbe vissuta come un tradimento”.

Quanto alle possibili sanzioni citate dal ministro Frattini, Ottolenghi spiega che la chiave è in mano alla Russia: “La Cina non ha interesse a sanzionare un Paese che rappresenta un grande mercato per i suoi prodotti, un’importante fonte di energia e una possibile base per le navi della Marina che Pechino sta potenziando in questi anni. D’altro canto se i russi dicessero sì a nuove misure sanzionatorie, la Cina – osserva – non si opporrebbe, come è sua tradizione, neppure a livello di Consiglio di Sicurezza”. Se le sanzioni non vengono adottate dall’Onu resta però in piedi la possibilità “di un gesto unilaterale da parte dell’Unione europea. I cui paesi – conclude Ottolenghi – negli ultimi mesi hanno mostrato cenni di apertura”.
 
(Daniel Mosseri) 2 lug 2009 17:21
 
 
 
 
 
 
 
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