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POL - Sul quel "non ci sto" Scalfaro non ha detto tutto
 
Sul quel "non ci sto" Scalfaro non ha detto tutto
Roma, 23 lug (Velino) - L’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ritorna sul "non ci sto" in una intervista al Corriere per rilanciare la tesi dell'intreccio fra mafia e politica, anche se, sulla trattativa e sul "papello" mette in guardia tutti ed assicura che uomini integerrimi come l'ex capo della polizia Vincenzo Parisi "non avrebbero avallato mai trattative inconfessabili per alleggerire la posizione giudiziarie dei boss mafiosi". Aggiunge l'ex presidente della Repubblica: "Bisogna stare attenti a non superare i confini tra vero-verosimile-falso". Fin qui niente di nuovo, Scalfaro continua a sostenere di non conoscere nulla della presunta trattativa, ma sul "non ci sto" le "giustificazioni" appaiono in stridente contrasto con quanto in realtà accadde ed anche con la verità processuale. Fu, qualche anno dopo, Francesco Misiani in un libro intervista con Carlo Bonini, un giornalista del oggi scrive per il quotidiano di Carlo De Benedetti, a svelare i retroscena che portarono l'ex capo dello Stato a lanciare in diretta televisiva quel messaggio che ancora oggi suscita polemiche e scontri. Sono trascorsi 16 anni circa da quando il 3 novembre del ’93 a reti unificate bloccò le indagini sul suo conto. Scalfaro fu durissimo: “Prima si è tentato con le bombe, ora con il più vergognoso e ignobile degli scandali. Occorre rimanere saldi e sereni. Penso che sia giunto il momento di fare un esame chiaro dell’attuale realtà italiana per trarne conclusioni forti ed efficaci. Il grande problema che dobbiamo tutti insieme affrontare e risolvere è quello di fare giustizia (…) e al tempo stesso di non recare danno alla vita dello Stato e alla sua immagine nel mondo. O siamo capaci di reagire considerando reato il reato ma difendendo a oltranza e gli innocenti e le nostre istituzioni repubblicane o condanniamo tutto il popolo e noi stessi ad assistere a questo attentato metodico (…). A questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere di non starci, e di dare l’allarme. Non ci sto, non per difendere la mia persona, che può uscire di scena in ogni momento ma per tutelare con tutti gli organi dello Stato l’istituto costituzionale della presidenza della Repubblica…”.

Quanto pesante e decisivo sia stato quell’intervento per ridurre a più miti consigli i magistrati di Roma e Milano basta leggere “La toga rossa”. Scriveva Francesco Misiani: “La parole del capo dello Stato e il punto in cui era approdata l’inchiesta spaccarono la procura (…) Mele fece un passo indietro, lasciando che Coiro intervenisse con energia, spinto da quel concetto di ‘difesa delle istituzioni’ che era nei suoi cromosomi (…). Il timore condiviso da Mele e Coiro era che (…) la procura fosse costretta a inseguire la strategia di rivelazioni a orologeria degli indagati. E fu allora che arrivò in soccorso la trovata di Saviotti”. Pietro Saviotti era un pm di Roma, come Misiani. La sua trovata, scrivono Misiani e Carlo Bovini, allora giornalista al Manifesto oggi a Repubblica, sarà quella di indagare i funzionari del Sisde con l’articolo 289 del codice penale, “attentato agli organi costituzionali”, minimo della pena: dieci anni. Misiani: “Contestare il 289 agli indagati significava porli in una condizione senza via d’uscita. Ogni ulteriore chiamata in correità nei confronti di uomini politici in carica o, comunque, con responsabilità istituzionali li avrebbe precipitati nella condizione di indagati per un reato gravissimo, da cui sarebbero usciti con condanne pesantissime”. Il 6 novembre, tre giorni dopo il messaggio a reti unificate di Scalfaro, il procuratore capo, Vittorio Mele, indagherà ufficialmente i funzionari del Sisde per attentato agli organi costituzionali. Da “La toga rossa”: “Il 289 produce l’effetto previsto. Nessuno degli indagati è disposto più a parlare”. E così, nel giro di pochi giorni, novembre, colpevole o calunniato, Scalfaro uscì dall’inchiesta.

Anche l’assoluzione successiva da parte del tribunale dei ministri, grazie anche alla riforma dell’abuso d’ufficio realizzata dalla maggioranza di sinistra e che servì pure a Romanol Prodi, creava imbarazzo. La lettura del dispositivo della sentenza emessa a luglio dello scorso anno dal tribunale per i reati ministeriali nei confronti di Oscar Luigi Scalfaro e dell’ex direttore del Sisde Riccardo Malpica. Infatti i tre giudici (Costantino Fucci, Giuseppe Pesce e Fausto Basile) del collegio che ha giudicato l’ex inquilino del Colle, pur avendo assolto gli imputati, lasciano aperti tutti gli interrogativi che erano emersi da tempo e che avevano sollecitato l’ex Guardasigilli Filippo Mancuso a chiedere l’intervento del tribunale. Come si ricorderà l’accusa imputava a Scalfaro di aver ricevuto nel periodo in cui era stato ministro dell’Interno (dall’83 all’87) cento milioni al mese e di aver ottenuto in un’unica tranche 350 milioni di lire due giorni prima che lasciasse il Viminale. Un’altra accusa era relativa all’erogazione di otto miliardi di lire al Sisde di cui si sarebbe appropriato in concorso con l’ex capo della polizia Vincenzo Parisi, quando dirigeva il servizio segreto civile. Per tutti i reati Scalfaro è stato, appunto, assolto, ma il tribunale non ha lesinato bacchettate e critiche al suo comportamento. il VELINO pubblica quasi integralmente qui di seguito la decisione del tribunale dei ministri.

"Osserva il collegio che non sussistono le condizioni per promuovere l’azione penale nei confronti di Scalfaro Oscar Luigi e Malpica Riccardo per i reati descritti in epigrafe. Invero, per quanto riguarda il reato sub a), l’erogazione da parte del Sisde allo Scalfaro, all’epoca ministro dell’Interno, della somma mensile di circa 100 milioni, deve considerarsi accertata alla stregua delle deposizioni rese da tutte le persone informate dei fatti e della stessa ammissione da parte dello stesso Scalfaro. I testi hanno riferito che si trattava di una “prassi” instaurata per sopperire alle carenze del fondo riservato del ministero dell’Interno (a eccezione del periodo in cui il dicastero fu retto dal ministro Fanfani), ribadendo, tuttavia, che le somme erogate dal Sisde servivano per attività di pubblica sicurezza e di difesa dello Stato”, che però, per ragioni di segretezza, non sono state in concreto rivelate.

"Come già affermato - vi si legge - da questo Collegio nel procedimento n. 57/93 a carico dei ministri dell’Interno Gava e Scotti, e come osservato dallo stesso pubblico ministero, tale prassi non può ritenersi corretta, perché trasformandosi in una sostanziale modifica, consentita solo nelle apposite forme di legge, del capitolo di bilancio relativo ai fondi riservati Sisde, si poneva in contrasto con la legge di bilancio. Essa, inoltre, dava luogo a un’illecita commistione tra funzioni di gestione del Sisde e quelle di controllo del ministro dell’Interno, soprattutto in un settore in cui, per motivi di sicurezza e di segretezza, mancava l’obbligo della rendicontazione e delle spese riservate. Nonostante i profili di oggettiva irregolarità amministrativa e contabile, la prassi di stornare fondi riservati dal capitolo 1117 non configura, di per sé, gli estremi del delitto di abuso in atti di ufficio, perché, dalle indagini compiute e dalle reticenze dei testi escussi, non è emerso alcun elemento di prova, che consenta di ritenere che le somme erogate siano state utilizzate per scopi personali, anziché per finalità istituzionali. Al riguardo, anche questo collegio condivide la valutazione a suo tempo espressa, con lettera 21.1.1994, dal presidente del Consiglio dei ministri dell’epoca, Carlo A. Ciampi, secondo il quale l’"erogazione dei fondi riservati anche quando avviene in forma indiretta, cioè attraverso canali istituzionali non appartenenti all’organismo di sicurezza”, può considerarsi illecita solo quando sia ‘volta a perseguire personali profitti o costituisca comunque distrazione di pubblico denaro’".

"Da quanto esposto -prosegue il documento - emerge la mancanza di una valida prova circa l’esistenza, nella condotta incriminata, nell’elemento oggettivo del reato di cui all’art. 323 c.p. e, dell’ingiusto profitto patrimoniale. In relazione al capo b), è stata accertata la circostanza del versamento di lire 350 milioni da parte del Sisde al ministro Scalfaro, due giorni prima della scadenza del suo incarico. Tuttavia, tale comportamento, pur suscitando forti perplessità in ordine alla sua correttezza, non è sufficiente a integrare la penale responsabilità del ministro per il reato di abuso in atti di ufficio, potendosi spiegare con adempimenti leciti per scopi d’istituto. Difatti, anche in questo caso, la genericità delle dichiarazioni rese dai testimoni e dallo stesso Scalfaro non ha consentito di individuare alcuna illecita destinazione delle somme ricevute. S’impone, pertanto, in assenza dell’elemento oggettivo del reato, quanto innanzi detto con riferimento al capo a). Le considerazioni svolte per lo Scalfaro valgono anche per il Malpica, a carico del quale non sono emersi elementi di responsabilità sotto il profilo penale per i reati a lui contestati. I fatti relativi al capo c) non hanno trovato alcun valido riscontro probatorio nelle acquisizioni processuali”.
 
(vum) 23 lug 2009 15:11
 
 
 
 
 
 
 
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