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CLT - Lettere immaginarie / Don Peppino Diana a Roberto Saviano
 
Lettere immaginarie / Don Peppino Diana a Roberto Saviano
Roma, 3 ago (Velino) - Caro figliolo. – Ti sono davvero grato per la passione con cui in questi giorni, a ormai quindici anni dalla mattina in cui fui ucciso a revolverate da due misteriosi killer nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, per rintuzzare alcune affermazioni dell’onorevole Pecorella sui diversi possibili moventi di quel crimine, sei tornato a esprimere l’ammirazione che hai sempre provato per la mia figura di giovane prete impegnato nella lotta contro la camorra.

Apprezzo molto anche la fermezza con cui tu, diversamente dai non pochi osservatori del mio caso che tendono a non escludere che il movente dei miei uccisori potesse essere diverso dal proposito di castigarmi per essermi votato apertamente a quella lotta, continui invece a mostrarti sicuro del fatto che dalle carte del processo relativo alla mia uccisione risulta in modo evidente e inoppugnabile che il solo movente ragionevolmente ascrivibile ai miei assassini fu senza ombra di dubbio proprio quell’intento punitivo.

Ti sono inoltre assai riconoscente della sicurezza con cui hai di nuovo denunciato la natura calunniosa delle ricorrenti allusioni alla possibilità che il vero movente dei miei assassini, o eventualmente dei loro mandanti, sia stato la vendetta passionale. (segue)

Però ti prego: smettila di sostenere che il mio caso, giudiziariamente, può considerarsi definitivamente risolto dalla sentenza con cui la Cassazione avrebbe accertato e decretato che la camorra ordinò la mia morte proprio perché avevo osato combatterla sfrontatamente. Un bravo lettore di carte processuali, come tu hai dimostrato di essere, dovrebbe infatti sapere che quella sentenza, in realtà, non è stata ancora erogata. Per poterti dirti certo delle conclusioni della Cassazione, devi insomma aspettare con pazienza che essa si decida a pronunciarsi.

Infine ti consiglio di suggerire al tuo amico e ammiratore Federico Cafiero de Raho, il procuratore che avviò le indagini sul mio assassinio, di smetterla a sua volta di affermare, come ha fatto l’altro giorno, che a giustificare la mia iscrizione nell’albo dei martiri della lotta alla criminalità organizzata basta il fatto che ancora oggi, ogni tanto, fiumi e maree di giovani sfilano e si radunano in mio onore per le strade e nelle piazze del casertano. Se le sfilate e i raduni di massa bastassero a provare che il soggetto così onorato è sicuramente un martire e un santo, essendo io un devoto lettore del racconto evangelico della Passione, visto che la folla che si raccolse sotto il pretorio durante il processo a Gesù si pronunciò, come certamente sai, a favore di Barabba, dovrei sospettare che appunto lui e non Gesù sia stato, in quella circostanza, il vero santo.

Proprio il mio abito di sacerdote cristiano mi impone dunque il dovere di farti notare che forse nutri una fede eccessiva sia nella giustizia umana, sia nella coscienza delle masse. A te a tutti i miei fan rivolgo comunque il consiglio di aspettare, prima di farmi santo, che anche l’ultimo grado del processo che mi riguarda sia veramente giunto a quella conclusione che tu i tuoi amici, Robertino caro, immaginate, a torto, che sia già avvenuta.
 
(Ruggero Guarini) 3 ago 2009 17:03
 
 
 
 
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