
Roma, 16 ott (Velino) - Sull’Afghanistan dal Times sono state espresse “accuse irresponsabili, oggetto di smentite dal governo precedente di Prodi, dall'attuale e dai due ministri della Difesa”. Ad affermarlo il presidente del Copasir, Francesco Rutelli, in un’intervista al Tg3. “In questi casi o si hanno le prove o si devono evitare polemiche e attacchi – ha proseguito Rutelli -. Dobbiamo ricordarci che lì ci sono i nostri soldati che rischiano la vita, che combattono. Se io ripenso ad alcuni anni fa quando gli italiani erano criticati perché davano gli aiuti alla popolazione. A questo servono anche le attività di intelligence. Se no, che ci stanno a fare? Sono aiuti alla popolazione, interventi che creano anche un rapporto migliore o vogliamo che tutti si schierino con i talebani? E dall'altra parte c'erano forze nostre alleate (ora il clima e' cambiato con Obama) che praticavano forme di tortura nei confronti delle persone sospettate. Io penso – ha concluso Rutelli -, che sia stata molto più saggia la posizione italiana”.
Anche Kash Gabriele Torsello, il fotoreporter italiano rapito dai talebani e liberato grazie allo sforzo dell’Italia, si è espresso sulla vicenda esprimendo le proprie perplessità sulla ricostruzione del quotidiano britannico. Il Times inglese insiste nell’accusare l’Italia per aver pagato i Taliban in cambio di una tregua, dando spazio alle modalità ma non alle ragioni di tali dichiarazioni – ha affermato Torsello in un comunicato stampa -. Il presunto pagamento ai Pasthun, gli afghani residenti nelle zone in cui operano gli italiani e che il Times chiama in maniera generica e impropriamente Taliban, rientra nel programma di assestamento dell’Afghanistan attraverso una missione per la pace e non per la guerra. Le forze occidentali impegnate alla ricostruzione del Paese, sono state più volte coinvolte in operazioni di approccio con i locali. Questo comporta, materialmente, un incontro con tutti gli afghani e in particolare modo con coloro che vivono nelle zone più remote e ostili. Il team militare ha il compito di relazionarsi con i leader delle comunità e prendere nota di tutte le richieste avanzate che saranno poi inoltrate al commando a cui i militari fanno capo, e questi ultimi decideranno quali richieste dei capi villaggio approvare o meno. L’erogazione avverrà attraverso la diretta costruzione di ciò che è stato richiesto (un pozzo per l’acqua, una strada, un ponte, un impianto elettrico ecc. ecc.), o attraverso l’assegnazione del capitale necessario alla realizzazione del progetto richiesto.
Quest’ultima forma, ovvero il pagamento diretto è preferito dagli afgani perché considerato un capitale di investimento diretto agli afgani stessi, e non un capitale diretto ad aziende estere come spesso accaduto e più volte contestato. La natura delle richieste – prosegue Torsello -, non è uniforme in tutto il territorio afgano, come non lo è la condizione sociale da Kabul a Kandahar, c’è chi ha bisogno di una scuola ma ce anche chi ha bisogno di sicurezza, stabilità e fiducia prima di ogni cosa, altrimenti l’eventuale scuola o ospedale o strada che si intende realizzare, verrà distrutta già in fase di costruzione. Il programma di ricostruzione del paese, la missione per la pace in Afghanistan richiede tempo ed interventi graduali. Ciò che è abbastanza uniforme, invece, laddove intercorrono gli approcci di dialogo, di collaborazione, di scambio e di scontro tra i militari occidentali (e non solo italiani) e gli afghani, è l’etnia della popolazione.
Sono Pashtun - aggiunge il fotoreporter -, la stessa etnia di coloro che spesso sono attori degli scontri armati, quali i Taliban. È il fattore etnico che necessita approfondimento e analisi. Innanzitutto essere Pashtun non significa essere automaticamente un Talibano, e i Pashtun sono ancora oggi visti come nemici da altre etnie minori, in particolare dai Tajiki. Dal 2001, con l’intervento occidentale, si è lanciato una politica di riconciliazione tra tutte le etnie afghane, ma purtroppo non è una riconciliazione voluta da tutti. Si parla infatti di dividere geograficamente l’Afghanistan in diversi stati in base al gruppo etnico di appartenenza. L’ipotesi che va per la maggiore è spaccare il paese in due, da una parte i Pashtun con Pashtunistan e dall’altra tutte le rimanenti etnie, in una terra che di Afghanistan conserverà soltanto il nome.
La scissione non farà altro che ricreare una situazione simile a ciò che accadeva durante il regime Taliban tra il 1995 e il 2001, quando gli uomini del Mullah Omar e quelli del Leone del Panshir Massod dialogavano a colpi di kalashnikov, con la differenza che la guerra non sarà solo etnica ma internazionale. Chi è a favore della scissione dell’Afghanistan, quindi, è contrario ad ogni forma di dialogo tra culture e tra etnie afghane, e nel caso specifico è contrario a tutte quelle scelte militari che adottano strategie diverse dall’uso immediato delle armi. Le fonti ufficiali che hanno rivelato al giornalista del Times le accuse contro l’Italia, sono gli stessi che nel dicembre del 2007 hanno fatto espellere dall’Afghanistan diplomatici delle Nazioni Unite e dell’Unione europea perché accusati di essere a favore del dialogo con i Taliban dell’Helmand, e non all’azione di forza immediata e violenta. In realtà - conclude Torsello -, il Times, probabilmente in buona fede, altro non fa che alimentare e ‘sponsorizzare’ la divisione dell’Afghanistan e sostenere i presupposti per una vera guerra.