
Roma, 23 ott (Velino) - Non sarà facile che dal processo a Radovan Karadzic possa scaturire la verità sulla strage di Srebrenica, dove nel luglio 1995 le truppe serbo-bosniache uccisero circa ottomila civili musulmani. A parte il boicottaggio del Tribunale da parte dell’imputato, che non si è presentato alle prime due udienze, ci sono altri problemi ad impedire l’accertamento delle reali responsabilità dell’eccidio. Se è assodato infatti che a commettere materialmente la strage siano state le truppe che facevano capo al generale Ratko Mladic e al presidente della Repubblica serba di Bosnia (Srpska), appunto Karadzic, non mancano le illazioni su presunte responsabilità dell’Occidente. Sotto accusa, in particolare, sono finiti i caschi blu olandesi, responsabili delle tre enclavi musulmane minacciate dalle truppe serbo-bosniache, Srebrenica, Goradze e Zepa. Ma anche degli americani nella persona di Richard Holbrooke, assistente del segretario di Stato per gli affari europei e ora inviato in Afghanistan e Pakistan per l’amministrazione Obama. Secondo quanto rivelato da Karadzic alla prima udienza di questo processo e abbondantemente circolato come gossip all’epoca dei fatti, gli Stati Uniti, tramite Holbrooke, avrebbero offerto ai principali leader serbo-bosniaci l’immunità in cambio dell’abdicazione. A firmare gli accordi di Dayton che chiusero la guerra, per la Repubblica Srpska fu infatti il presidente serbo Slobodan Milosevic, in assenza di Karadzic ormai in fuga.
“So da fonti di intelligence – ha raccontato l’allora ministro della Difesa olandese Joris Voorhoeve – che i serbi avevano già deciso di prendere le tre enclavi orientali, tra le quali Srebrenica. Queste decisioni furono prese probabilmente a maggio o a giugno, un paio di mesi prima quindi”. Voorhoeve sostiene che la comunità internazionale sapeva cosa stava per accadere: “Due membri del Consiglio di Sicurezza sapevano che stava per giungere l’attacco. Non dico che sapevano che l’attacco sarebbe stato seguito dallo sterminio di massa ma in ogni caso, malgrado sapessero, non fecero niente”. Una teoria che sembrò confermata dallo stesso Holbrooke in un’intervista del 2005, quando disse che nelle istruzioni iniziali ricevute da Washington era previsto il “sacrificio” di Srebrenica, Zepa e Goradze. L’ex inviato nei Balcani, poi protagonista della stipula degli accordi di Dayton, ha in seguito ritrattato quell’intervista, sostenendo che a una domanda a sorpresa rispose senza fare adeguatamente mente locale. Anzi, sostiene Holbrooke, “quando le forze serbo-bosniache attaccarono Srebrenica nel luglio 1995 e cominciarono a massacrare migliaia di civili innocenti, io chiesi una risposta forte da parte degli Stati Uniti e della Comunità internazionale, compreso l’uso di bombardamenti aerei per proteggere le aree protette dalle Nazioni Unite. Purtroppo queste azioni non vennero intraprese”. Alla fine furono fatte due diverse indagini, una da parte delle Nazioni Unite e una dal governo olandese, ansioso di verificare il comportamento dei propri caschi blu. Entrambe, secondo i promotori, furono ostacolate dal comportamento dei governi coinvolti, assai riluttanti a fornire la necessaria documentazione. Questo materiale è stato richiesto da alcuni avvocati durante il processo a Slobodan Milosevic, incompiuto a causa della morte dell’ex presidente jugoslavo. In quell’occasione fu lo stesso Tribunale dell’Aja a stabilire che su determinati documenti vigeva il segreto di Stato.
Durante il suo processo, Milosevic a un certo punto chiamò a testimoniare una serie di personalità del periodo tra le quali Bill Clinton, Madeleine Albright, Helmuth Kohl e Kofi Annan. Secondo l’ex leader serbo, i fatti di Bosnia del 1995 furono in parte provocati dall’Occidente. Anzi, una teoria poi suffragata da numerosi autori (ad esempio Diana Johnstone nel suo
Fool’s Crusade) sostiene che gli eccidi nel territorio bosniaco furono spesso commessi dai musulmani oppure esagerati per giustificare l’intervento militare americano. E che le atrocità commesse da croati e musulmani di Bosnia non furono inferiori a quelle perpetrate dai serbi. Non ci fu comunque l’occasione di provarlo perché Milosevic morì improvvisamente d’infarto nella sua cella dell’Aja nel 2006. Sta di fatto che Karadzic (che tra l’altro all’epoca di Srebrenica era in rotta di collisione con Milosevic) sostiene le stesse argomentazioni e facendo inorridire i parenti delle vittime della strage ha chiesto di esaminare il dna dei corpi riesumati a Srebrenica per provare che il numero delle esecuzioni è stato deliberatamente esagerato dall’Occidente. Secondo l’imputato, che non nega un certo numero di esecuzioni sommarie, la maggior parte di quei corpi appartiene a musulmani caduti in combattimento e morti in un periodo molto più lungo. La sua richiesta è stata respinta perché difficilmente anche con il dna si potrebbe capire realmente data e causa delle morti.
Così come Milosevic, Karadzic ha deciso di difendersi da solo piuttosto che utilizzare un avvocato. Una circostanza che tra l’altro gli consente di tenere in cella un telefono e un computer. La recente decisione di boicottare il procedimento, tuttavia, potrebbe allontanare ulteriormente la verità. Il Tribunale penale internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia, a meno di una proroga da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, chiuderà i battenti alla fine del 2010. E considerata la media della durata dei processi appare molto difficile che possa terminare il caso Karadzic in tempo. Anche perché sono ben undici i capi di imputazione affibbiati all’ex presidente serbo-bosniaco: dai crimini di guerra a quelli contro l’umanità; dal massacro di Srebrenica all’assedio di Sarajevo; dalla deportazione forzata di civili all’utilizzo dei funzionari dell’Onu come scudi umani. Durante l’udienza del 29 agosto Karadzic, non volendo riconoscere la legittimità della Corte, non si è dichiarato né colpevole né innocente. Così, seguendo il proprio regolamento, il presidente del Tribunale ha considerato il silenzio come una dichiarazione di non colpevolezza. Alle parole “not guilty” l’imputato non ha potuto esimersi dall’esclamare: “Preferirei sentirlo alla fine del processo piuttosto che all’inizio!”. Il timore è che alla fine del processo non ci si arrivi proprio. E che ai parenti dei defunti di Srebrenica non venga data né la condanna di Karadzic né una prova delle eventuali responsabilità dell’Occidente.