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POL - Corte europea vieta crocifisso nelle aule. Il Governo fa ricorso
 
Corte europea vieta crocifisso nelle aule. Il Governo fa ricorso
Roma, 3 nov (Velino) - Il governo italiano ricorrerà contro la sentenza emessa oggi dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, secondo cui la presenza del crocefisso nelle classi rappresenta una violazione “alla libertà di religione degli alunni”. Lo ha annunciato il giudice Nicola Lettieri, rappresentante del governo italiano presso la Corte Europea. Due le ragioni alla base del ricorso. Primo: il crocefisso è sì un simbolo religioso, “ma con una portata umanistica legata all'etica e alla tradizione nazionale” come sottolinea Lettieri; secondo, lo Stato italiano non “è laico, ma concordatario”, cioè “si toglie alcune prerogative per darle a una religione dominante". Il ricorso, spiega il giudice, sarà presentato a un mini-tribunale di cinque giudici, i quali poi decideranno l'ammissibilità alla Grande Chambre. La Corte di Strasburgo si è pronunciata oggi su un ricorso di una cittadina italiana di Abano Terme (Pd), Soile Lautsi, che nel 2002 aveva chiesto all’istituto statale “Vittorino da Feltre”, frequentato dai suoi due figli, di togliere il crocefisso dalle aule perché la presenza dello stesso costituiva una violazione del principio di laicità dello Stato. A nulla, tuttavia, erano serviti i reclami e i ricorsi davanti ai tribunali italiani. “La presenza del crocefisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche – si legge nella sentenza della Corte -, potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come simbolo religioso, che avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione”, il che “potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose, o che sono atei”.

La Corte “non è in grado di comprendere come l’esposizione nelle classi delle scuole statali di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una ‘società democratica” così come concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana”. Per queste ragioni, la Corte all’unanimità ha stabilito che la presenza del crocefisso nelle classi rappresenta una violazione dell’articolo 2 del protocollo 1 insieme all’articolo 9 della Convenzione e che il governo italiano dovrà pagare alla signora Lautsi un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. La Cei sottolinea “l’amarezza e le non poche perplessità” che suscita questa sentenza, soprattutto per il “sopravvento di una visione parziale e ideologica”. “Risulta ignorato o trascurato – aggiunge ancora la Cei – il molteplice significato del crocefisso, che non è solo simbolo religioso, ma anche segno culturale”. Secondo i vescovi italiani “si rischia di separare artificiosamente l'identità nazionale dalle sue matrici spirituali e culturali, mentre, citando le parole di papa Benedetto XVI, 'non è certo espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo, l'ostilità a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione; alla presenza, in particolare, di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche’”. Altrettanto duro il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, che – in un breve intervento alla Radio Vaticana e al Tg1 – ha parlato di “stupore” e “rammarico” davanti alla sentenza: “Il Crocifisso - ha spiegato - è stato sempre un segno di offerta di amore di Dio e di unione e accoglienza per tutta l'umanità. Dispiace che venga considerato come un segno di divisione, di esclusione o di limitazione della libertà”. E ancora, è “grave - ha aggiunto - voler emarginare dal mondo educativo un segno fondamentale dell'importanza dei valori religiosi nella storia e nella cultura italiana”. Di conseguenza, ha rincarato, è sbagliato e miope volerla escludere dalla realtà educativa”. Infine il portavoce della Santa Sede si è detto stupito che “una Corte europea intervenga pesantemente in una materia molto profondamente legata all'identità storica, culturale, spirituale del popolo italiano. Non è per questa via - ha concluso - che si viene attratti ad amare e condividere di più l'idea europea, che come cattolici italiani abbiamo fortemente sostenuto fin dalle sue origini”.

Un coro di proteste e accuse si è levato da tutto il mondo politico. Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini ha dichiarato: “La presenza del crocifisso in classe non significa adesione al Cattolicesimo ma è un simbolo della nostra tradizione. La storia d’Italia passa anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi. Nel nostro Paese nessuno vuole imporre la religione cattolica - prosegue il ministro - e tantomeno la si vuole imporre attraverso la presenza del crocifisso. È altrettanto vero che nessuno, nemmeno qualche Corte europea ideologizzata, riuscirà a cancellare la nostra identità. Non è eliminando le tradizioni dei singoli paesi che si costruisce un’europa unita, bisogna anzi valorizzare la storia delle nazioni che la compongono". "Per questi motivi – conclude la Gelmini -, secondo me il crocifisso rappresenta l’Italia e difenderne la presenza nelle scuole significa difendere la nostra tradizione”. La decisione della Corte europea “è un duro colpo alla coabitazione europa” per il ministro Maurizio Sacconi: coabitare “non può significare eliminare le radici dalle quali proveniamo. La croce non è un simbolo solo per i credenti, è il simbolo del sacrificio per la promozione umana che viene riconosciuto anche per i non credenti. La parete bianca significa cercare di azzerare la nostra identità e le nostre radici. E l'identità è ancor piu' importante nel momento in cui giustamente ci apriamo ogni giorno di più al confronto e al dialogo con culture diverse”.

Il presidente della Camera Giancarlo Fini si augura che “sin d'ora la sentenza non venga salutata come giusta affermazione della laicità delle istituzioni che è un valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del cristianesimo nella società e nell'identità italiana”. Pierferdinando Casini parla di “pavidità dei governanti europei che si sono rifiutati di menzionare le radici cristiane nella Costituzione europea”, un Europa quindi che si allontana, secondo Sandro Bondi “da quell’idea che De Gasperi, Adenauer e Schuman hanno posto a fondamento del progetto unitario del nostro continente. Di questo passo il fallimento è inevitabile”. Un’Europa che, per Roberto Calderoli “ha calpestato i nostri diritti, la nostra cultura, la nostra storia, le nostre tradizioni e i nostri valori".

“Dietro questo pronunciamento della Corte di Strasburgo – dichiara Rocco Buttiglione - c'è una visione contrattualistica della società che non ha storia, cultura e tradizioni, ma è semplicemente il risultato del convivere sul territorio di individui profondamente estranei l'uno all'altro. Non solo si viola il diritto della maggioranza a esprimere la propria identita' culturale, ma non si creano nemmeno le condizioni per una vera integrazione. Non si integra nel nulla ed in uno spazio vuoto di valori”. D’altronde “un'antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno” ha detto il segretario dei democratici Pierluigi Bersani.

In questo coro, tuttavia, alcune voci stonate si fanno sentire, come quelle di Paolo Ferrero che plaude alla sentenza della Corte “che ci segnala giustamente come uno stato laico debba rispettare le diverse religioni, ma non identificarsi con nessuna”, o quella dell’Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti), il cui segretario nazionale Raffaele Carcano dichiara: “È un grande giorno per la laicità italiana. Siamo dovuti ricorrere all’Europa per avere ragione, ma finalmente la laicità dello Stato italiano, affermata da tutti a parole, trova conferma in un provvedimento epocale. Gli alunni potranno finalmente studiare in una classe priva di simboli religiosi. Perché la scuola è laica, cioè di tutti: credenti e non credenti. Ed è assurdo che bambini anche di pochi anni siano costretti a subire l’inevitabile condizionamento indotto dalla presenza del simbolo di una sola confessione religiosa”.
 
(Giulia Stanisci) 3 nov 2009 17:00
 
 
 
 
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