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CLT - Libri, i soldi per la fama: quelle dediche cortigiane ai potenti
Roma, 5 nov (Velino) - Annunciando alla “comunità scientifica” del Seicento la scoperta dei satelliti di Giove e aprendo la strada alla rivoluzione copernicana, Galileo Galilei dedicò il trattato “Sidereus nuncius” a Cosimo II de’ Medici. Ma lo scienziato pisano fece di più, perché diede ai corpi il nome di Stelle medicee. Una cortigianeria che valse all’astronomo la possibilità di tornare in Toscana, con la carica di matematico e filosofo del Granduca e uno stipendio da mille scudi l’anno. Ancora più esplicito fu una decina di anni dopo Giambattista Marino, che donando a Luigi XII di Francia il suo “Adone”, chiarì il rapporto esistente fra autore e destinatario della dedica: il poeta chiede oro, ma dà alloro. Perché la dedica era una strategia editoriale ben precisa: codificata e dotata di regole, consuetudini e comportamenti standard che garantivano tanto l’autore quanto il potente omaggiato, fosse un re, un cardinale o il papa. E ovviamente, un ottimo strumento di autofinanziamento, in tempi in cui non esisteva una legge sui diritti d’autore. Una storia lunga tre secoli a mezzo, dal Cinquecento - quando la diffusione della stampa amplifica la possibilità di riproduzione dei volumi - fino alla metà dell’Ottocento, quando la nascita dell’industria editoriale abbatte i costi di produzione. Una storia in molti casi di servilismo, in cui l’adulazione si mostrava una componente quasi essenziale per la produzione culturale, come ricostruisce il libro “La dedica” scritto dal direttore della Biblioteca di Stato di Lucca, Marco Paoli.
“Inserendo una dedica al mecenate - spiega al VELINO l’autore - si ricavava un ritorno economico che serviva a ripagare le spese che si erano dovute anticipare per stampare il libro. Il tipografo al massimo ne dava una trentina gratis, che si potevano rivendere o scambiare con altri libri, ma è che chiaro che la remunerazione in denaro era l’aspetto che premeva maggiormente. Però bisognava rispettare regole ben precise: la dedica andava concordata col destinatario, bisognava fargli recapitare la prima copia e il tema doveva essere legato in qualche modo ai suoi interessi, perché era sconveniente dedicare un romanzo pastorale a sfondo erotico a un cardinale. In caso di ristampa, poi - aggiunge Paoli - doveva essere ripetuta la stessa dedica, che dava diritto a un’ulteriore remunerazione. Solo se il destinatario si era mostrato irriconoscente era lecito apportare cambiamenti”. Dettami ferrei, che Giambattista Vico imparò a sue spese. Il filosofo dedicò la “Scienza nuova” al cardinale Lorenzo Corsini, futuro Clemente XII, ma chiese un anticipo per stampare il libro. Irritato per l’irritualità della richiesta, il porporato gli rifiutò qualunque ricompensa.
Una dipendenza quasi servile, che non a caso suscitò il disprezzo di “orgogliosi” letterati come Foscolo o Alfieri. Quest’ultimo in verità aveva provato a dedicare il “Saul” a Pio VI. Indispettito dalla mancata autorizzazione del pontefice, da allora il poeta si rifiutò di scendere a compromessi (grazie anche alle possibilità economiche che gli derivavano dalla sua provenienza nobiliare), limitandosi a dediche “non venali”: la madre, gli amici, personaggi del passato o al massimo rappresentativi di un’idea, come George Washington (destinatario del “Bruto primo”) o l’eroe còrso Pasquale de Paoli (“Timoleone”). Proprio come fece Foscolo con l’ode a Bonaparte, dettate dal credo politico anziché da fini monetari. Eccezioni che non impedirono tuttavia all’Italia di diventare, agli occhi di molti letterati e osservatori esterni, il paese dei cortigiani. “Nessuna predisposizione - minimizza Paoli - ma soltanto un’endemica debolezza del mercato librario. In Inghilterra leggevano anche le classi inferiori, in Francia gli intellettuali erano stipendiati dallo Stato e godevano di pensioni. Perfino la Germania, politicamente frammentata come l’Italia, aveva grosse piazze editoriali come Lipsia che rendevano il commercio librario molto articolato. Qui da noi non leggeva nessuno”.
Ed è così che ancora oggi, per rimproverare qualcuno di eccessiva “morbidità” nei confronti del potere, immancabilmente viene ritirata fuori la storica piaggerie dei letterati di corte. Valore in cui eccelle proprio Giambattista Marino, che riuscì a dedicare il libro di poesie d’amore “La Lira al cardinale Giovani Doria, cosa quanto mai disdicevole per l’epoca. “Sono dediche amorose e l’amore nasce da Venere - spiega il poeta nella dedica - e Venere nasce dal mare, di cui la famiglia Doria è indiscutibilmente il padrone e quindi anche il mio, visto che di cognome faccio Marino”. Acrobazie retoriche, che a quattro secoli di distanza farebbero impallidire anche il più servile dei commentatori politici.