1. Orenove/1. Dietro le quinte
a cura di Laura Cesaretti
Roma - La Cdl è decisa a provarci, si assicura dalle parti della maggioranza. Perfino la Lega, al di là delle dichiarazioni ufficiali, si sarebbe convinta che l’unica possibilità di evitare una clamorosa sconfitta per il centrodestra è quella. Ci sta Fini, che nel partito unico vede la zattera di salvezza per An, e ovviamente ci sta Berlusconi. Quindi si tenterà il tutto per tutto, nell’ultima battaglia campale della legislatura: quella per il ritorno alla proporzionale. Lo scambio legge elettorale-partito unitario, con sullo sfondo il passaggio di testimone della leadership, è ormai sancito, e ieri un inusuale incontro tra Berlusconi e Casini, principale artefice della svolta salito per l’occasione a Palazzo Grazioli, lo ha confermato. “Il tempo c’è, basta avere la volontà politica”, dice il premier. Nel centrosinistra si risponde con scetticismo: “Non ce la faranno mai, sono pronto ad accettare scommesse. E non troveranno sponde dalle nostre parti, qui non c’è più alcuna voglia di proporzionale”, assicura Dario Franceschini della Margherita. E Prodi preconizza che la riforma elettorale “resterà un desiderio”. Ma la prospettiva mette in allarme i dirigenti dell’Unione: “Col proporzionale avremmo ottime chance di perdere le elezioni, dopo aver avuto in mano le chiavi della vittoria”, paventa un importante dirigente diessino. Dunque i leader del centrosinistra si preparano ad alzare le barricate, anche per arginare tentazioni all’interno della propria coalizione. Già, perchè il presidente della Camera, si sussurra, avrebbe iniziato a tastare il terreno nell’opposizione, attraverso una serie di colloqui informali per capire se possono trovarsi convergenze e punti deboli, nella speranza di spaccare il centrosinistra alla vigilia del voto. Operazione non facile. D’Alema spara subito a zero: “E’ impensabile l’idea di stravolgere il sistema elettorale a poche settimane dalle elezioni politiche”, avverte. Ma anche nel centrodestra l’operazione non è semplicissima da far digerire, soprattutto ai parlamentari eletti nel maggioritario, che non hanno alcuna intenzione di veder svanire il loro seggio senza combattere. Tanto che persino dentro Forza Italia i mal di pancia sarebbero diffusi, e Claudio Scajola (artefice delle candidature del 2001) si starebbe dando da fare per organizzare la resistenza interna. Che è forte anche in An, mentre l’Udc è ovviamente compatta. La nuova partita è appena iniziata, resta da vedere se sopravvivrà all’afa di agosto. (lac)
2. Orenove/2. Le prime pagine
Roma - CORRIERE DELLA SERA – Editoriale di Sergio Romano: “La normalità in pericolo”. “Quattro bombe, Londra ha paura. Attentati falliti: ‘Ma volevano uccidere’. Blair: reagire con calma”. A centropagina: “‘Piccole’ reclute imitano il 7 luglio”. “Il Corano e il primato della legge”. “Tolleranza paradosso dell’Europa”. In basso: “La Cina divorzia dal dollaro e rivaluta la sua moneta”. “Pirati all'assalto di una nave italiana”.
LA REPUBBLICA – Editoriale di Renzo Guolo: “La strategia del panico”. “Londra, volevano uccidere. Quattro bombe su metrò e bus come il 7 luglio: ma i terroristi falliscono”. A centropagina: “Nel piano Pisanu anche il test Dna”. In un riquadro: “Tra sicurezza e libertà le nuove regole dell’Occidente sotto attacco”. “Torino dice sì al voto per gli immigrati. La Lega: lo impediremo”. In basso: “Quell'Italia maschia che il vescovo rimpiange”. “Rivoluzione sui mercati la Cina rivaluta lo yuan”. In un riquadro: “Motorino sequestrato a chi va in due senza casco”. “Giovani e big sul podio, ecco la Scala dopo Muti”.
LA STAMPA – Editoriale di Gian Enrico Rusconi: “Intelligenti o inermi”. “Bombe a Londra, torna il terrore. Scotland Yard: volevano uccidere. Blair: li prenderemo”. A centropagina: “Test Dna sulla saliva per i sospetti in Italia”. “Torino dice sì al voto agli immigrati. E’ la prima città a concederlo. Calderoli: lo impediremo”. In un riquadro: “La missione in Iraq prorogata di 6 mesi”. “Toro: Nuova tegola, ‘bilanci falsi’”. In basso: “Religiosi senza carità”.
IL GIORNALE – Editoriale di Paolo Guzzanti: “La guerra continua”. “Londra, i terroristi ci riprovano. Quattro esplosioni nella metropolitana e su un bus. Solo un ferito, ma volevano un’altra strage”. Fotocolor: “Caccia nella City: due arrestati”. A centropagina: “Casini: ‘Il centrodestra può vincere’. ‘Basta piagnistei e liti. In autunno il partito dei moderati. Cittadinanza agli stranieri integrati’”. In un riquadro: “Indagine della Corte dei Conti. Inchiesta sugli sprechi di Marrazzo. Nel mirino le consulenze d’oro e la moltiplicazione delle poltrone”. In basso: “Senza casco motorino sequestrato”. “Quando la censura è un dovere”.
IL TEMPO – Editoriale di Franco Bechis: “Fuggire la paura”. “Ci hanno riprovato”. “Londra, bombe su bus e metro. Come il 7 luglio, ma fallisce per un miracolo l’innesco”. A centropagina: “Prelievo della saliva per avere il dna dei terroristi. L’Italia finalmente approva il suo ‘pacchetto sicurezza’. Passa anche la proposta di Castelli”. In un riquadro: “Il dibattito dentro An. Buontempo: ‘Non c’è democrazia’. Fiori annuncia: ricostruiamo un grande centro”. In basso in un riquadro: “Della Valle ora delira e fa infuriare”.
L'UNITA' – Editoriale di Siegmund Ginzberg: “Il pericolo sotto casa”. “Strategia del terrore. Paura per un attacco chimico. Piccole esplosioni, un solo ferito. La polizia: ma volevano uccidere. Allarme in Europa. Il governo italiano perde tempo con la Lega”. A centropagina: “Ora la destra tenta il colpo di mano sulla legge elettorale. Casini vede Berlusconi e annuncia: in calendario la riforma. L’Unione: le regole non si cambiano a maggioranza”.
AVVENIRE – Editoriale di Elio Maraone: “La calma dei forti”. “Strategia della tensione. Londra, altre 4 bombe. Scotland Yard: volevano uccidere”. Fotocolor: “Il Papa d'alta quota”. A centropagina in un riquadro: “La Cina abbatte il muro dello yuan”. “Vendite al dettaglio, boom a maggio. Consumi in ripresa”. In basso: “Compromessi a ribasso, male in politica estera”. “La televisione digitale? Più intelligenza”.
IL RIFORMISTA - “Finita l'illusione del ‘lasso di tempo’”. “A Londra il primo fallimento dei kamikaze”. A centropagina: “Bossi s'adegua, superprocura rinviata”. In basso: “Qui nella City non viviamo più ‘business as usual’”.
IL FOGLIO - “Terrorismo as usual”. “Estate” “Giravolte, ripensamenti e riposizionamenti intorno al governatore”. In un riquadro: “Gli impassibili di Allah”.
IL SOLE 24 ORE – Editoriale di Fabrizio Galimberti: “Tra vecchi e nuovi protezionisti”. “Bombe a Londra torna la paura”. “Divorzio yan-dollaro. Pechino decide una rivalutazione del 2,1%”. “Per il Garante la Gasparri è già superata”. “Sciolto il Parlamento. La Germania alle urne”. In un riquadro: “Piano Pisanu, oggi il varo”. A centropagina: Abn e Bbva verso il ritiro. Dalla Banca d’Italia ok a UniCredit-Hvb”. “Processo civile, la riforma slitta al 2006”. In un riquadro: “R&S: in salute i grandi gruppi”. (red)
3. Orenove/3. Londra sotto attacco, ma i terroristi falliscono
Assolutamente da non perdere
Roma - LA REPUBBLICA affida all’inviato Leonardo Coen la cronaca minuto per minuto dell’incubo terroristico ripetutosi ieri a Londra. “QUANDO l´sms arriva sul mio cellulare, sono le 13.01: ‘Qui Embankment. Tube chiuso per multiple security alert. Sai qualcosa?’. Temo di sì, vorrei rispondere, nuovi attentati. Nonostante la supersorveglianza. Nonostante le nuove e più severe misure di sicurezza. Che sono attentati falliti ancora non lo so. E nemmeno che gli ordigni artigianali hanno fatto cilecca, perché sono esplosi i loro detonatori, ma il materiale con cui sono stati confezionati è simile a quello usato il 7/7. Alle 22 viene annunciato un fermo: potrebbe essere uno degli attentatori. Tutto questo verrà detto nei telegiornali della sera. Ma ora è buio pesto. E i messaggi delle autorità paiono volutamente dosati, per tentare di ridurre l´impatto emotivo, per evitare una nuova ondata di panico. O che Londra piombi nel terrore Il canovaccio della giornata ricalca disperatamente quello del 7 luglio. Da dieci minuti i canali news lanciano drammatici flash, il primo è stato alle 12 e 52, le voci degli speaker sono concitate, mica come negli altri falsi allarmi - ce ne sono stati tutti i giorni, dal 7 luglio. Stanno evacuando in gran fretta tre stazioni: la Oval, a sud del centro; Sheperd´s Bush, a ovest, oltre Notting Hill; e Warren Street, cioè Euston, non lontano da Bloomsbury, ossia a nord: tre punti che segnano una traccia, come un cerchio attorno a Buckingham Palace, a Whitehall, a Hyde Park; soprattutto a pochi isolati da Tavistock Square, dove Habib Hussein fece saltare per aria l´autobus numero 30 e dove un paio d´ore prima si è svolta una commovente cerimonia in memoria delle vittime. La voce della soprano Lesley Garrett, il suono struggente di un violino, il groppo in gola di tutti, di medici, infermieri, poliziotti che il 7/7 avevano salvato decine e decine di persone. Tre linee della metropolitana sono sospese: Circle, Hammersmith, Victoria. Mezzo milione di persone rischia di non tornare a casa. La polizia usa un eufemismo: ‘Ci sarebbero stati degli incidenti, stiamo verificando’. ‘Incidenti’. La stessa parola usata all´inizio del 7/7. Stavolta tutto sarebbe cominciato alla Oval Tube, poco dopo le 12 e 30 (ora locale, ndr.). Un pendolare che si trovava a bordo del convoglio che doveva esplodere là sotto ha chiamato Sky News, ha raccontato di aver visto un filo di fumo uscire fuori da una borsa, poi ha visto un tizio correre a perdifiato e gettare l´involucro sui binari. Sono le 13 quando si sente dire per la prima volta che ci sarebbero state tre esplosioni. Altro che ‘incidenti’. Tre bombe nella sotterranea: come il 7/7”.
Sempre sulla REPUBBLICA, Carlo Bonini intervista Omar Bakri Mohammed, “l´ayatollah di Tottenham”, che lancia una minaccia al nostro paese: “‘Non finirà. Non finirà qui. È inevitabile che non finisca. E questo vale per l´Inghilterra, ma anche per l´Italia’, dice. ‘Almeno fino a quando non si metterà mano alle radici della violenza’. E Bakri ne sa qualcosa della violenza. Quantomeno verbale. A 45 anni, quanti ne ha oggi, questo imam siriano libanese, espulso dall´Arabia Saudita vent´anni fa e da allora esule in Inghilterra, per i ruoli del welfare inglese è un povero handicappato cui è assicurato il sussidio di disoccupazione e una Ford Galaxy da 31 mila sterline che lo renda libero di muoversi tra la sua casa di Edmonton, a nord di Londra, e le moschee del resto del Regno Unito. Per il ministero dell´Interno e Scotland Yard, è uno dei nomi in cima alla lista dei possibili futuri deportati. Perché è l´imam che definì i martiri dell´11 settembre ‘i magnifici diciannove’. Perché è il predicatore che ha acceso di odio i giovani musulmani di Tottenham e di Finsbury Park dal pulpito di ‘Al Muhajiroun’, l´associazione che, fino al 2004, ha coltivato e sostenuto la jihad di chi lasciava Londra per andare a morire in Israele, in Afghanistan, in Iraq. Perché parla dell´Italia? ‘Perché quello che sta accadendo in Inghilterra e che è già accaduto a Madrid, è una lezione su cui il vostro Paese è ancora in tempo per riflettere’. E quale lezione dovrebbe trarre l´Italia? ‘Che se vuole far cessare lo scontro, la strada da percorrere non è l´arresto indiscriminato di musulmani, come sta facendo il vostro governo. Perché tutto questo seminerà altro odio, altra rabbia’. Dunque? ‘L´Italia deve ritirare i suoi soldati dall´Iraq e dall´Afghanistan. Deve sottrarsi dalla complicità con l´Inghilterra e gli Stati Uniti nelle atrocità che continuano ad essere commesse in quei due Paesi. Il giorno che lo farà, la vita di ogni italiano, in patria o all´estero, sarà al sicuro’. È un ricatto. ‘No. E´ un invito alla saggezza. Che, per altro, l´Italia ha dimostrato di avere in passato, quando i suoi soldati arrivarono in Libano. Erano soldati di pace, non di guerra’. Lo sono anche in Iraq e Afghanistan. ‘Non la pensa così la gente di quelle terre. Non la pensa così Osama Bin Laden. Se è vero che è lui dietro le bombe di Londra, fareste bene a ricordare il messaggio che inviò tempo fa a Spagna, Inghilterra e, appunto, Italia. Ritiratevi e non vi sarà fatto del male’”.
Sul CORRIERE DELLA SERA, Sergio Romano segnala in un editoriale la “porta stretta attraverso la quale dovrà continuare a passare nei prossimi mesi il Primo ministro di un Paese che ha puntato sul multiculturalismo e cerca di isolare i terroristi appellandosi alla solidarietà nazionale delle comunità islamiche. Se Blair cedesse alla tentazione dello ‘stato d’assedio’, le misure colpirebbero inevitabilmente, anzitutto, i musulmani del Regno Unito. Nulla farebbe tanto piacere ai fondamentalisti islamici quanto l’abbandono della strategia che il governo britannico ha perseguito in questi anni. La loro capacità di reclutamento ne sarebbe straordinariamente favorita e altri ‘ragazzi di Leeds’ si sentirebbero incoraggiati a scegliere la strada del terrore. Il problema non è soltanto britannico. La situazione cambia da Paese a Paese, ma il nodo della questione, per tutti, è in ultima analisi quello dell’equilibrio fra normalità e sicurezza, tra vigilanza e democrazia, tra le esigenze della polizia e quelle della convivenza civile. Quando il Consiglio dei ministri italiano si riunirà oggi per esaminare il ‘pacchetto Pisanu’, sarà questo il primo punto all’ordine del giorno”. (red)
4. Orenove/4. Pacchetto sicurezza, oggi il via da Palazzo Chigi
Assolutamente da non perdere
Roma - “Arriva in Consiglio dei ministri - riferisce LA STAMPA - il pacchetto antiterrorismo del ministro Pisanu, sull’onda dei nuovi attentati londinesi. La maggioranza ha trovato l’accordo. La Lega ha ottenuto il prelievo forzato della saliva per il riconoscimento del Dna del ‘sospetto’. Ed è soddisfatta. Ma resta aperto ancora il nodo della Superprocura antiterrorismo. Ne discuteranno oggi i ministri. Una volta che il pacchetto di misure, approvato con un decreto legge, sarà operativo da subito, nelle prossime ore il ministro Pisanu potrebbe procedere a una decina di espulsioni di ‘sospetti’. Il responsabile del Viminale, naturalmente, è consapevole che la partita che si è aperta con il terrorismo di matrice islamica è molto complicata e si gioca su tavoli diversi. Ma anche le misure individuate potranno contribuire ad aiutare lo sforzo di chi, in queste ore, forze di polizia e intelligence, è impegnato a prevenire il peggio. E allora, assieme al via libera alle espulsioni (anche) dei ‘sospetti’, nel decreto che palazzo Chigi si appresta a varare stamattina viene recepita la proposta leghista del prelievo forzato della saliva con una serie di paletti ‘garantisti’ - che dovrebbero mettere la norma a riparo di incostituzionalità. Si procede al prelievo coatto solo se i sistemi non invasivi non hanno funzionato e con un provvedimento motivato del pubblico ministero. Misure urgenti, definite in varie riunioni tecniche e politiche che si sono svolte per tutta la giornata. Pisanu è preoccupato per il precipitare della situazione, per i nuovi attentati londinesi. E ha bisogno del consenso parlamentare per mettere in campo tutte le azioni necessarie a evitare il peggio. Tra le nuove norme previste dal decreto - tutte indispensabili, evidentemente - c’è ne è una però a cui il ministro tiene più delle altre: l’espulsione amministrativa anche dei sospetti, dei fiancheggiatori dell’attività terroristica. Oggi, in Consiglio dei ministri si consumerà anche un braccio di ferro tra ministri su un nodo non sciolto: la Lega vuole che per decreto legge sia prevista anche l’istituzione della Superprocura antiterrorismo. Una ipotesi che caldeggiava anche An: ieri però il vicepremier Gianfranco Fini ha detto di condividere l’opinione di Pisanu, che è quella di discutere separatamente la proposta leghista. L’Udc (Michele Vietti) e Forza Italia (Peppino Gargani) hanno esplicitamente suggerito di non proporla per decreto legge. Vietti: ‘Si tratta di misure ordinamentali che richiedono una valutazione più ponderata per le quali è meno agevole il ricorso alla decretazione d’urgenza’. Gargani: ‘Non ci sono i motivi d’urgenza richiesti dal decreto legge: l’istituzione di una procura antiterrorismo va affrontata in maniera approfondita’. Di questo, dunque, si discuterà oggi a Palazzo Chigi, non avendo la maggioranza raggiunto una posizione unitaria, ed è ipotizzabile che si arrivi a un disegno di legge, un modo per accantonarla. Ma accanto alla Superprocura, la Lega riproporrà con forza la questione della sospensione del trattato di Schengen, della chiusura temporanea delle frontiere”. (red)
5. Orenove/5. No quasi compatto dell’Unione sull’Iraq, i commenti
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Roma - “Tre soli astenuti: Widmann, Zeller (delle minoranze linguistiche) e Gerardo Bianco. Per lui, ex segretario del Ppi, ora nella Margherita, il compromesso raggiunto nel centrosinistra sul rifinanziamento delle truppe italiane in Iraq - informa LA REPUBBLICA - è ancora troppo sbilanciato dalla parte degli ‘zapateristi’. Va a stringere la mano a Clemente Mastella dell´Udeur, che ha votato con la maggioranza “sì” alla proroga e ha avvertito: ‘La linea Zapatero in Italia non paga né in politica estera né in politica interna’. Ma sull´Iraq si è giocata ieri nell´aula di Montecitorio una partita politica senza colpi di scena. La Camera approva il rifinanziamento per altri sei mesi dei 3.150 militari di “Antica Babilonia” di stanza a Nassiriya: 283 i “sì” della Casa delle libertà (più l´Udeur); 207 i “no” dell´opposizione. Ora il decreto deve avere il via libera definitivo dal Senato, mercoledì prossimo. Tra i Poli è scontro. Nell´Unione è stato raggiunto un difficile compromesso per evitare che la divisione da un lato tra Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei favorevoli a una exit strategy e la sinistra radicale per il ritiro immediato dall´altro, si trasformasse in un voto separato in Parlamento. Quindi, “no” di tutti, ma i riformisti marcano la distanza con un documento politico che ricalca la bozza inviata alcuni giorni fa da Prodi ai nove segretari del centrosinistra, e che individua le tappe del rientro. Hanno fatto retromarcia sulla mozione parlamentare, ma sottolineano che il documento per la exit strategy, insieme alle considerazioni sull´uso della forza nelle missioni internazionali, costituirà la bussola programmatica di Prodi in politica estera alle prossime primarie per il candidato premier dell´Unione. Il governo non risparmia stoccate: al contrario del centrosinistra -dice il ministro della Difesa, Antonio Martino - ‘noi non crediamo in un´Italia che scappa, che lascia le cose a metà, che si ritira, che ha paura e si lascia terrorizzare, ma in un´Italia che porta a termine la sua missione di successo’. Né il segretario dell´Udc, Marco Follini è più tenero: definisce il comportamento dell´Ulivo ‘il massimo dello spirito bizantino: e non vuole essere un complimento’.Andrea Ronchi, il neo portavoce di An, dice che era ‘scontato’ il no dell´Unione ‘incapace di essere forza di governo’”.
Sul CORRIERE DELLA SERA, Massimo Franco osserva che “il ‘no’ parlamentare al rifinanziamento non solo della missione in Iraq ma anche di quella in Afghanistan fa slittare la coalizione di Prodi su posizioni ambiguamente estreme. E un risultato indotto è il fossato che questa affannosa mediazione interna scava fra il centrosinistra e Carlo Azeglio Ciampi. Proprio ieri, il capo dello Stato ha ricevuto al Quirinale il presidente afghano, Hamid Karzai, mentre l’Italia si prepara a guidare gli 8.300 soldati delle forze della Nato in quel Paese. Ciampi ha ribadito che ‘Italia e Afghanistan sono uniti’ per combattere l’eversione. Ma un pezzo di centrosinistra si è già defilato”.
Sugli interrogativi sollevati da Franco, interviene anche AVVENIRE con un editoriale di Andrea Lavazza: “Non è una bizzarria del caso che, in molti Paesi, le posizioni sulla politica estera di governo e opposizione spesso non differiscano in modo significativo. L’interesse nazionale è la motivazione operante nella maggior parte dei casi; a volte, tuttavia, si tratta di razionalità strategica e di buon senso istituzionale. Quando non sia invece assenza di alternative a fronte di specifiche emergenze. Ciò non significa automaticamente che l’esecutivo abbia ragione sulla permanenza del nostro contingente in Iraq e che il centrosinistra sbagli a votare contro il rifinanziamento della missione. Ciò che lascia perplessi è la pervicace volontà di Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi di marcare la propria differenza rispetto al centro-destra, a costo di spaccare il proprio fronte con l’insistere su un neutralismo pacifista poco consono alla congiuntura internazionale che stiamo vivendo”. (red)
6. Orenove/6. Proporzionale, resistenze tra i parlamentari di FI
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Roma - “Nel Transatlantico di Montecitorio si confrontano a voce alta le due anime del centro-destra, quella che vuole osare e punta sul partito unitario e sul proporzionale per tentare la rimonta. E quella che vuole mantenere lo ‘status quo’ fedele al proverbio ‘chi lascia la via vecchia per la nuova...’. La divisione - spiega sulla STAMPA Augusto Minzolini - non riguarda le casacche di partito, ma più semplicemente i ‘garantiti’ e i deputati ‘a rischio’, in particolar modo, in Forza Italia, il Nord e il Sud (a parte la Sicilia). Parla Guido Crosetto, un omone che coordina gli azzurri in Piemonte: ‘Il problema è per chi è eletto nelle aree dove il centro-destra è egemone: Veneto, Lombardia, Piemonte due. Lì ancora oggi noi abbiamo la sicurezza di fare il pieno dei collegi. Con il proporzionale, invece, rischiamo di prenderne solo una parte. In più, se la Lega corre in solitudine ci porta via un bel po’ di voti. Io capisco che l’operazione può essere efficace sul piano politico, ma pensiamoci bene. Anche perchè la legge elettorale debbono votarla molti di quelli che potrebbero rischiare il posto. E nel segreto dell’urna...’. Discorsi che fanno infuriare Paolo Ricciotti, ex-dc finito in Forza Italia, eletto in un collegio a rischio come quello romano della borgata di Tor Bella Monica. Ricciotti da settimane è sui carboni ardenti: ‘Tu non capisci - replica duro dimenticando la mole di Crosetto - il problema non è chi viene eletto, ma se si vince oppure no. E per vin-ce-re non possiamo fare i cacasotto, ci serve il proporzionale. Dobbiamo rischiare. Dobbiamo cambiare mentalità. Un esempio? A Roma Gianni Letta è più potente di Berlusconi. Sarebbe un ottimo sindaco di Roma ma a candidarsi non ci pensa proprio...’. Già, le due facce del centro-destra. ‘I parlamentari eletti al Nord - racconta Maurizio Lupi, braccio destro di Formigoni - sono in rivolta. Il maggioritario li garantisce di più. E’ Berlusconi che deve convincerli. Ripetere l’elenco delle cose che ha fatto il governo non basta più. Deve dare a questa rivoluzione il sapore della sfida’. Un discorso che si fa largo anche tra chi al Nord non è un ‘catapultato’ in qualche collegio sicuro, magari perché è di Publitalia o è un avvocato del Cavaliere, ma ha un radicamento nel territorio: ‘Sono loro che hanno problemi - osserva Osvaldo Napoli, per anni sindaco dc di Giaveno e ora deputato forzista -: per me maggioritario e proporzionale pari sono visto che sono radicato nel territorio’. E, invece, ci sono altri, tanti, che nelle ultime elezioni, ai tempi delle vacche grasse, hanno avuto in dote un collegio sicuro al Nord dall’allora coordinatore nazionale del partito, Claudio Scajola. Sono quelli che si sono riuniti l’altra sera a cena alla casina Valadier, organizzatore il deputato Paolo Russo, famoso perché da segretario dei giovani del Psdi chiese la riapertura dei casini. In quaranta davanti al panorama di Roma hanno chiesto protezione all’attuale ministro delle Attività produttive: vogliono che Scajola li garantisca al tavolo dove verranno scelte le candidature. Il ministro ha accettato l’incarico e ha promesso che al prossimo consiglio nazionale si farà interprete dei loro dubbi sia sul partito unitario sia sulla legge proporzionale. Appunto la voglia del ‘seggio’ sicuro fa vacillare anche una monarchia assoluta come è quella di Forza Italia. E il Cavaliere deve fare i conti anche con chi preferisce non cambiare niente a costo di perdere, pur di garantirsi il ritorno a Montecitorio. E che la strategia del partito unitario coniugata con il proporzionale abbia potenzialmente una sua efficacia, lo dimostra il nervosismo che serpeggia nel centro-sinistra: Massimo D’Alema ha già minacciato di fucilare i diessini che dimostrassero di avere una minima nostalgia per il proporzionale; mentre l’altro ieri Piero Fassino nell’aula di Montecitorio si è avvicinato platealmente ai banchi del governo per chiedere a Gianfranco Fini se anche la destra è pronta prendere in considerazione il ritorno al proporzionale. Segnali che anche il Cavaliere coglie, come coglie il nervosismo che serpeggia tra qualcuno dei suoi. ‘Il progetto - confida Donato Bruno, il deputato forzista a cui è stata affidata la patata bollente del proporzionale - è molto difficile da attuare. Bisogna convincere i nostri deputati che hanno il collegio sicuro con il maggioritario a votare per il proporzionale nel segreto dell’urna, quando la riforma arriverà in nelle aule parlamentari. Dipende dai leader, dalla loro forza di persuasione. Per scrivere la nuova legge non ci vuole niente, due ore, visto che è uguale a quella del Senato ‘ante-’93’”. (red)
7. Orenove/7. Partito nuovo, Udc, riforme: Casini a tutto campo
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Roma - IL GIORNALE intervista il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini. Sul nuovo soggetto - dice Casini - una cosa deve essere chiara: “Il partito dei moderati o si fa entro l’autunno oppure ciascuno si attrezzerà come meglio ritiene in vista delle elezioni. In questo caso sarebbe però un’occasione persa. E questo sì potrebbe determinare effetti molto negativi anche nel sistema politico nazionale. Questa deve essere un’estate di lavoro, non di piagnistei né di litigi; un’estate di operosità. È il momento delle api operaie, non delle cicale”. Sulla leadership del centrodestra, Casini afferma: “Io sono convinto che, finita la mia esperienza di Presidente della Camera, sarò fra quelli che in questo partito avranno voce in capitolo”. Dopo il partito unitario - chiede Maurizio Belpietro - serve una riforma elettorale? “‘Non necessariamente. Il partito dei moderati è un’intuizione buona di per sé, a mio parere’. Non ritiene utile la riforma elettorale? ‘Non stabilirei un collegamento così determinante tra riforma elettorale e partito dei moderati. Sono un bipolarista convinto, ma oggi guardo la situazione politica italiana e non vedo esempi particolarmente virtuosi. Vedo un tasso di litigiosità nelle coalizioni molto alto. Diciamoci la verità: questo meccanismo elettorale mantiene tutti i difetti del proporzionale senza i pregi e conserva i difetti del maggioritario senza i pregi. È un vorrei ma non posso’. Dunque sul maggioritario si è ricreduto? ‘Guardi, ne ho discusso molto con Follini che è proporzionalista convinto. Su alcune cose nella nostra esperienza politica credo che lui debba dare ragione a me; su questo temo di dover dare ragione io a lui’. A proposito di Follini: in questi mesi è sembrato essere la vera opposizione al governo. E per qualcuno il suo progetto politico mira a liquidare Berlusconi. ‘A parte che in democrazia nessuno è insostituibile, come Berlusconi ci ha ricordato con grande senso della misura. Ma ognuno ha la sua personalità. Forse Follini a volte è un po’ troppo rude, ma qualche scossone non sempre è inutile. Io ho trovato la sua impalcatura del discorso congressuale molto coerente. Forse qualche battuta un po’ troppo colorita’. Prodi critica la riforma costituzionale del centrodestra dicendo che è una riforma dittatoriale. Lei cosa ne dice? ‘Io non do giudizi su una riforma che è molto contestata e che, sinceramente, suscita qualche perplessità anche in me, non tanto per la parte del federalismo quanto per la forma di Stato e di governo. Mi sembra però singolare questa obiezione di Prodi, quando poi chiede di firmare una sorta di contratto notarile con i partiti della sua coalizione per avere gli stessi poteri che questa riforma riconosce al premier’”. (red)
8. Orenove/8. An, i movimenti dopo il “repulisti” di Fini
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Roma - IL TEMPO intervista Teodoro Buontempo, che in An è stato “l’unico ad alzare la voce contro il ‘repulisti’ di Fini ‘L’ho fatto per gli stessi motivi per cui non condividevo, e l’ho sempre detto, la dirigenza fiduciaria del partito’. Cosa si aspettava? ‘Non mi aspettavo che si cercasse di risolvere un problema con lo stesso metodo che quel problema l’ha creato. Mi aspettavo, ad esempio, che si dicesse: “Da oggi i coordinatori regionali verranno eletti”. Invece sono state sostituite delle cariche fiduciarie con altre cariche fiduciarie’. Si aspettava finalmente un po’ di democrazia? ‘Come può esserci democrazia nelle istituzioni se non c’è nei partiti? Io auspicavo un cambiamento che non c’è stato’. È l’assenza di democrazia il motivo scatenante della crisi di An? ‘An soffre di un vuoto tra il leader e il partito, manca un guida dell’azione politica quotidiana. Credo che l’elezione di un segretario politico avrebbe potuto colmare questo vuoto’. In molti dicono che Fini abbia preso questa decisione nel tentativo di riprendere in mano il partito? ‘Il partito è sempre stato saldamente nelle mani di Fini attraverso un sistema di gestione che impediva a chiunque di rompere il condizionamento delle correnti’. È amareggiato per questa situazione? ‘Sono amareggiato perché An è ancora un partito eccezionale. Un partito di militanti, radicato sul territorio, è un peccato sciupare tutto questo’. Come ripartire? ‘L’ho sempre detto che, per rimettere in moto An, il modo migliore è la creazione di una minoranza interna’. Una minoranza di che tipo? ‘Un minoranza che rilanci la cultura della Destra. Chi non crede nei principi e nei valori della Destra dovrebbe andare altrove e non distruggere An. Anche il partito unico mi sembra un tentativo di annacquare la nostra identità’. Un messaggio per Fini? ‘Fini è una persona leale che per tutta la vita ha servito un ideale. Quello che mi meraviglia è che, di fronte alla nostra crescita elettorale, la Destra si sia nascosta. Nella vita si può anche cambiare idea, ma occorre sempre rispetto per la casa madre’. Teme che, dopo la defenestrazione, qualche deputato possa perdere il proprio collegio? ‘Non posso credere che una persona incorra in una vendetta per non essere stato servo fino in fondo. Ma non escludo che possa accadere’. Cosa accadrà il 28 luglio? ‘Prima del 28 io punterei l’attenzione su Orvieto e sull’incontro nazionale della disciolta corrente di Destra Sociale. Parteciperanno anche politici, come me, che non appartenevano a nessuna corrente. Da lì potrebbe nascere quella minoranza che io auspico’”. (red)
9. Orenove/9. Voto agli immigrati, Torino fa da battistrada
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Roma - “Alle 11,45 di ieri, mentre in piazza i militanti della Lega Nord assordavano per protesta i passanti con l’inno di Mameli, il Consiglio comunale di Torino – annuncia LA STAMPA - ha approvato, come prima città d’Italia, una delibera che permetterà agli extracomunitari di votare ed essere eletti per le circoscrizioni. Il documento presentato dalla maggioranza del sindaco Chiamparino che dà facoltà di voto nei quartieri ai cittadini stranieri residenti sotto la Mole da almeno sei anni, è stato duramente contestato dal centrodestra (Rinnovamento Leghista, più Forza Italia e An) che ha presentato oltre 1200 emendamenti e ora minaccia ricorsi al Tar, denunce e raccolte di firme. Eppure, il caso (politico) ha voluto che proprio grazie a un voto dell’opposizione, quello di Francesco Gallo dell’Udc - favorevole al voto agli stranieri, nonostante il suo partito si sia ufficialmente dichiarato contrario - il centrosinistra ha portato a casa il risultato: 34 voti a favore (Ulivo più Rifondazione), vale a dire la maggioranza qualificata, i due terzi dell’assemblea, così come vuole il regolamento. In assenza di quel voto, che nel pomeriggio ha regalato alla sede cittadina dell’Udc ‘l’assalto’ dei militanti della Lega Nord e le invettive dei capigruppo di An e Forza Italia, la maggioranza del sindaco Chiamparino avrebbe dovuto convocare altre assemblee. E invece la delibera è passata, alla prima votazione. Anche se questa votazione è stata accompagnata ‘dalla più imponente dimostrazione di ostruzionismo manifestata dal centrodestra’ come ha commentato il primo cittadino”. (red)
10. Orenove/10. Italiani all’estero, la sfida della legge Tremaglia
Assolutamente da non perdere
Roma - “Uffici anagrafici presso i quali sono iscritti gli italiani residenti all’estero che spesso affogano in un mare di carte e - è il caso dell’Aire di Roma - sono in ritardo di un anno. Ambasciate e consolati incaricati dalla legge per il voto degli italiani all’estero di cercare i cittadini originari del nostro Paese negli angoli più sperduti dell’Australia o del Cile, informarli dei loro diritti, registrarli, e che invece spesso riescono a malapena a sbrigare l’ordinaria amministrazione: in molte sedi anche il personale diplomatico è assorbito dall’emissione dei visti d’ingresso in Italia. E una quasi totale mancanza di fondi: si stima che nella sola Buenos Aires vivano 500 mila cittadini che, in base alla legge Tremaglia, avrebbero diritto al voto. Ma cercarli - fa notare il CORRIERE DELLA SERA - è difficile e costoso. Se anche già avesse gli elenchi completi, l’ambasciata italiana in Argentina con la sua dotazione finanziaria non potrebbe nemmeno comprare i francobolli per inviare loro una lettera. Si è molto discusso della singolarità di questa legge: un esperimento, senza precedenti al mondo, basato su collegi costituiti al di fuori del territorio italiano che eleggeranno 12 deputati e 6 senatori. Parlamentari - detto per inciso - fiscalmente irresponsabili perché rappresentano elettori che non pagano le tasse in Italia e quindi non hanno un vero interesse al contenimento della spesa e del carico tributario. Presi singolarmente i rappresentanti di quasi tutte le forze politiche che hanno votato la legge sono consapevoli che l’Italia si è imbarcata in un’avventura molto rischiosa. Problema trascurabile se le prossime elezioni politiche si concluderanno con un risultato molto netto, guai seri se il confronto tra i due poli si deciderà invece sul ‘filo di lana’. Ma agli italiani residenti all’estero erano state fatte grandi promesse per molti anni: alla fine quasi nessuno se l’è sentita di tirarsi indietro, anche se poi si sta facendo ben poco per diffondere la conoscenza dell’Italia all’estero. Ormai, comunque, è inutile continuare a lamentare le carenze del provvedimento. Non è invece inutile discutere della sua attuazione. La storia dell’Italia repubblicana è punteggiata da centinaia di leggi, spesso eccellenti, abbandonate a se stesse il giorno dopo l’approvazione parlamentare, tra regolamenti d’attuazione che tradiscono lo spirito delle norme e strutture amministrative incaricate di applicarle inadeguate o addirittura inesistenti. Stavolta, però, la piaga che Nino Andreatta chiamava ‘mancanza di una cultura della manutenzione dello Stato’ non porterà alla costruzione di una diga senza acqua o di un depuratore destinato all’abbandono perché il comune non sa farlo funzionare: in ballo c’è un bel pezzo di quella governabilità che da decenni assorbe quasi per intero l’attenzione della classe politica. La quale dovrebbe quindi preoccuparsi molto del successo di una sfida imponente come quella di portare al voto un bacino potenziale di 30 milioni di italiani all’estero. E dovrebbe fare di tutto per evitare che si verifichino brogli, contestazioni, inadempienze amministrative capaci di inficiare la scelta di 18 parlamentari che potrebbero diventare l’ago della bilancia del prossimo Parlamento. Invece tutto è fermo nonostante disfunzioni ed episodi inquietanti che hanno punteggiato i primi esperimenti elettorali, come i blocchi di voti consegnati ‘a mano’ a un console che per respingere queste illegalità può far conto solo sul suo coraggio e l’autorevolezza personale. Di tempo per intervenire prima delle elezioni politiche ne è rimasto davvero poco”. (red)
11. Orenove/11. Per Calabrò la Gasparri è da aggiornare
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Roma - “Il duopolio Rai-Mediaset ‘persiste’, anche se Sky avanza e miglioramenti si attendono dallo sviluppo del digitale terrestre; la legge Gasparri, ‘up-to-date quando è stata emanata, oggi, per alcuni aspetti, è arretrata’ e lo stesso può dirsi del codice delle telecomunicazioni; il Sic, sul cui valore l’Autorità sta indagando secondo criteri europei, ‘presenta recessi ardui da esplorare’, mentre ‘è necessario un riassetto organico della disciplina sull’editoria’ che riequilibri le risorse fra carta stampata e tv, che per la prima volta ha raccolto più del 50% delle risorse; nella telefonia ‘non si esclude che permangano o si riproducano margini di extra profitto’ degli operatori; l’utilità della disciplina che tutela la par condicio ‘risulta confermata’ mentre nella legge sul conflitto di interesse si rilevano ‘sfasature’ e ‘una generale debolezza sanzionatoria’. Infine, la vicenda degli assetti proprietari del Corriere della Sera ‘è di tutta attualità’ e su di essa ‘stiamo indagando’. Se da Corrado Calabrò, nuovo presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni indicato solo due mesi fa dal centrodestra fra molte polemiche, qualcuno si aspettava una relazione annuale morbida e piatta, ieri – scrive LA STAMPA - ha dovuto ricredersi. Nella sala della Lupa di Montecitorio, alla presenza della massime cariche dello Stato a cominciare dal presidente Ciampi, Calabrò ha letto un testo dal tono pragmatico e assai poco felpato, dove numerosi sono i rilievi critici. Non ultimo il richiamo al Parlamento affinché metta in grado l’Autorità di compiere efficacemente l’azione di vigilanza. Del resto, i due provvedimenti appena presi dall’Autorità, la riduzione delle tariffe dei telefonini e il limite massimo di 5 imposto ai minispot tv durante le partite di calcio (materia questa sulla quale Calabrò ammette una vigilanza carente nel passato, tanto da preannunciare la procedura di infrazione aperta dall’Ue) sembrano indicare una volontà nuova”. (red)
12. Orenove/12. La Cina rivaluta lo yuan
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Roma - “Dopo anni di attese, ieri la Cina – riporta LA REPUBBLICA - ha fatto il gesto che le veniva chiesto dall´America e dall´Europa: ha rivalutato la sua moneta, il renminbi o yuan. Da oggi il made in China è un po´ più caro, e i prodotti stranieri (incluso il made in Italy) sono un po´ più convenienti per i consumatori cinesi. Inizialmente la rivalutazione è solo del 2% ma questa è solo una prima tappa, accompagnata da altri cambiamenti gravidi di conseguenze sul sistema monetario. E´ la conferma che il gigante asiatico, reduce da un quinquennio di crescita vertiginosa (+9,5% del Pil ogni anno), ha fiducia nelle sue capacità di competere sui mercati globali, e applica ormai una strategia da superpotenza per tutelare i propri interessi nel lungo termine. Il cambiamento è stato annunciato ieri dalla Banca Popolare della Cina e ha diversi aspetti. Quello che avrà più conseguenze è l´abbandono della parità fissa ‘agganciata’ al dollaro americano, che determinava il valore dello yuan dal 1994. Quella parità, ritoccata una sola volta nel 1998, negli ultimi sette anni era inchiodata a 8,27 yuan per un dollaro. Questo ha fatto sì che il deprezzamento del dollaro ha automaticamente trascinato con sé la moneta cinese. Via via che il dollaro scendeva anche il made in China diventava meno caro. Gli effetti sulla competitività sono stati più pesanti per l´Europa. Con l´euro forte le esportazioni italiane, per esempio, si sono viste doppiamente danneggiate sia sui mercati americani che su quelli asiatici. Da ieri tutto ciò che si paga in yuan costa il 2% in più, visto che la parità col dollaro è stata portata a quota 8,11. Ma la rivalutazione si accompagna soprattutto a un cambio nelle regole. Ora lo yuan è agganciato non più al solo dollaro bensì a un paniere di monete che include l´euro e lo yen giapponese. Quindi se l´euro dovesse apprezzarsi nuovamente, trascinerebbe in parte anche la moneta cinese. Infine lo yuan acquista flessibilità, può oscillare dello 0,3% in su o in giù”. (red)
13. Orenove/13. Contratti, Confindustria spinge per un new deal
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Roma - “Nuove regole per avere più competitività. Guidata da Luca Cordero di Montezemolo, la Confindustria – dice LA STAMPA - invita ancora i sindacati a sviluppare il dialogo. E ad andare oltre ‘il lavoro comune’ dell’ultimo anno, positivo ma ritenuto non sufficiente: ‘alcuni risultati’ sono stati raggiunti ‘ma non quelli decisivi per il rilancio’ del sistema produttivo. La Confindustria si rammarica che finora ‘non si siano affrontate le questioni relative al recupero di produttività ed efficienza’ che sono ‘connesse con il tema della contrattazione collettiva’. Queste indicazioni arrivano dalla giunta e dalla consulta dei presidenti riunite ieri che hanno concentrato l’attenzione anche sul documento di programmazione economico finanziaria e sul trattamento di fine rapporto. Il livello di questi due organismi dà forza al messaggio diretto ai sindacati, ma ovviamente gli aspetti tecnici sono da approfondire. Ieri è stato dato il via libera alle linee guida delle nuove relazioni industriali, dopo l’esame di una ‘nota’ centrata sia sull’’anno trascorso’ che sulla ‘prospettiva’. ‘Entro settembre’, come annunciato dal vicepresidente Alberto Bombassei, sarà pronto un documento da presentare ai sindacati come base del confronto (documento preannunciato da Montezemolo in assemblea il 26 maggio). Alcune indicazioni di carattere generale sono comunque nette. La Confindustria conferma la validità dell’accordo del 1993 per la politica dei redditi ritenendo che serva solo ‘un po’ di manutenzione ordinaria e straordinaria’ come dice Bombassei. Questo in particolare significa preoccuparsi del ‘rispetto’ delle clausole del 1993 vista anche la mancanza di sanzioni per le eventuali violazioni. Nella nota esaminata ieri si legge che la conferma del patto del 1993 ‘darebbe una certezza di riferimento’. E si evidenzia che l’assetto dei contratti ‘articolato su due livelli’ (nazionale e aziendale) ha salvaguardato ‘gli interessi generali dell’economia del paese’. Pertanto Bombassei fa presente che ‘la Confindustria vuole che i livelli restino due’, mentre ‘la proposta avanzata dalla Cisl su un livello territoriale non ci trova assolutamente d’accordo’. Obiettivo della revisione dell’accordo, afferma il vicepresidente, dovrebbe essere ‘la diminuzione del tasso di litigiosità’ e ‘disincentivare l’uso un po’ scriteriato dello sciopero’. Al centro delle osservazioni della Confindustria il rispetto delle ‘condizioni pattuite’, la revisione della disciplina delle rappresentanze nei luoghi di lavoro, idonee procedure di conciliazione e arbitrato, la rinuncia a rivendicazioni per materie già concordate, l’ampliamento delle clausole di tregua sindacale, ‘nuove regole’ per proclamare ed effettuare gli scioperi. Al di là di questi punti, la sostanza dell’iniziativa degli imprenditori consiste nella ricerca di nuove relazioni industriali animate dalla condivisione degli obiettivi e originate dall’intenzione di spostare ‘il confronto sui temi della flessibilità sia organizzativa che salariale che contrattuale’. Per quanto riguarda il Dpef è stata pienamente confermata la linea già espressa dal vicepresidente Andrea Pininfarina dopo l’incontro con il governo il 14 luglio. Linea che viene illustrata questa mattina da Montezemolo nell’audizione alla commissione bilancio del senato. Per la Confindustria è condivisibile l’obiettivo di raddrizzare i conti pubblici, ma manca l’indicazione degli interventi e dei tempi di attuazione. Comincia anche a emergere un forte scetticismo sull’effettivo taglio dell’Irap, sempre rinviato nonostante l’impegno formale a realizzarlo. Per il Tfr, da destinare ai fondi pensione, le imprese ribadiscono che è fondamentale individuare fonti alternative di finanziamento (vista la mancata disponibilità della somme accantonate: fino a 14 miliardi di euro l’anno) e prevedere la compensazione dei costi sopportati con questa operazione. In sintesi: nessun onere aggiuntivo deve essere imposto”. (red)
14. Orenove/14. La giornata di oggi
Roma - ROMA - Consiglio dei Ministri. E’ previsto, tra le altre cose, il varo del pacchetto anti-terrorismo.
ROMA - Quirinale, cerimonia del Ventaglio con il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi.
ROMA – Il presidente del Consiglio incontra a Palazzo Chigi il presidente afgano Hamid Karzai.
ROMA - Commissione Bilancio Senato: Dpef, continuano audizioni tra le quali Confindustria e Banca d' Italia.
ROMA - Cerimonia di avvicendamento nella carica di Capo di Stato Maggiore dell' Esercito. Il generale Giulio Fraticelli, attuale reggente, cederà l’incarico per raggiunti limiti di età al parigrado Filiberto Cecchi.
ROMA - Bond Argentina, il presidente della Task Force Argentina (Tfa) Nicola Stock presenta iniziativa a tutela investitori italiani.
ROMA - Assoimmobiliare presenta relazione annuale con Giorgio La Malfa, Luca Cordero di Montezemolo, Marco Tronchetti Provera.
ROMA - Conferenza stampa dell' Associazione italiana per la ricerca sul cancro.
MILANO – Termina oggi l'Offerta pubblica di acquisti di Abn Amro su Antonveneta.
SAN MARTINO IN CAMPO (Pg) – Si conclude il seminario dell'Unione sul programma per le prossime primarie. Partecipano: Romano Prodi, Piero Fassino, Francesco Rutelli e tutti i leader della coalizione, escluso il segretario dell'Udeur Clemente Mastella. Al termine dei lavori è prevista una conferenza stampa di Romano Prodi.
CASTIGLIONCELLO (Li) – “Giovanni Spadolini giornalista, storico, uomo delle istituzioni”. E’ il tema di una tavola rotonda che si tiene al Castello Pasquini. Promosso dal Comune di Rosignano Marittimo, l'incontro vede la partecipazione del presidente del Consiglio della Regione Toscana Riccardo Nencini, del giornalista e scrittore Umberto Cecchi e del presidente della Fondazione Spadolini, Cosimo Ceccuti.
BOLOGNA - I sindaci di Bologna e Firenze, Sergio Cofferati e Leonardo Domenici, firmano oggi un protocollo d'intesa tra le due città, per favorire lo sviluppo economico e culturale dell’area.
GERUSALEMME – Prosegue la visita del Segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, in Israele.
NEW YORK – Cominciano i controlli a campione su borse e pacchi tra i passeggeri della metropolitana. (red)