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il VELINO ORENOVE edizione completa
 
 
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1. Orenove/1. Dietro le quinte
a cura di Laura Cesaretti
 
 
 
Roma - Sta passando quasi inosservata, in queste giornate dominate da vicende di ben più vasta portata (la tragedia di New Orleans, la tragicommedia che si gioca attorno a Bankitalia, lo scontro di Berlusconi con l’Udc e l’accalorato dibattito su un improbabile riforma elettorale in senso proporzionale) una vicenda per ora piuttosto locale. Ossia quella dell’ipotesi di candidatura a sindaco di Milano di Umberto Veronesi. Oncologo di fama internazionale ed ex ministro della Sanità di grande popolarità, Veronesi sarebbe un candidato potenzialmente vincente per l’Unione di Romano Prodi, e potrebbe segnare il clamoroso spostamento a sinistra della “capitale morale” dopo lustri di dominio berlusconiano. Per questo Fassino, bypassando anche i dirigenti locali del suo partito, ha condotto un serrato corteggiamento segreto nei confronti del professore, e ne ha alla fine spuntato il sì. Ma a condizioni ben precise: Veronesi non vuol farsi irregimentare dai partiti del centrosinistra, vuole essere un candidato indipendente e mostrarsi aperto a ciò che di buono vede nel centrodestra (ha già detto di apprezzare la riforma sanitaria del governatore Formigoni), e vuole avere voce in capitolo sulla scelta degli assessori e sulla composizione della “sua” lista, che guarderebbe anche verso il centrodestra. Nell’Unione è già scoppiata la bagarre: Rifondazione e Pdci hanno fatto sapere che l’indipendente Veronesi non gli piace, e i cattolici della Margherita storcono la bocca verso l’antiproibizionista e fermissimamente laico professore, già schierato per il sì nel referendum sulla procreazione assistita. Ma anche nei Ds milanesi sta emergendo un sordo ostruzionismo: c’è l’irritazione per una scelta “romana” passata sopra le loro teste e anche preoccupazione per un candidato troppo autonomo e poco disposto a farsi controllare dai partiti. “Molti nell’Unione evidentemente preferiscono tornare a perdere piuttosto che mollare quote di potere”, dicono dalle parti dello Sdi, alfiere della candidatura Veronesi. “E le resistenze arrivano soprattutto dai Ds, che temono una figura troppo riformista e in odore di socialismo”. Eppure, sostengono in molti, Veronesi è l’unico che potrebbe spuntarla a Milano contro un’eventuale scesa in campo di Letizia Moratti per il centrodestra. La partita è tutta aperto, spiega il Riformista, che da giorni racconta la vicenda facendo il tifo per l’oncologo. E oggi dovrebbe tenersi un primo summit dell’Unione milanese. (lac)
 
2. Orenove/2. Le prime pagine
 
 
 
Roma - CORRIERE DELLA SERA – Editoriale di Piero Ostellino: “Due Craxi un partito”. In apertura: “Bossi frena, Fazio resiste”, e nei box: “E persino Letta fallì la mediazione” e “Marchionne: per Fiat un alleato entro l’anno”. A centro pagina: Espulso dall’Italia l’imam di Torino”, “Fanatico e minaccioso, così spingeva alla Guerra santa” e “Ripartire dalla tregua (dimenticata)”. In basso: “‘Crimini in Iraq, prime confessioni di Saddam’”, “‘Gli architetti stranieri ci invadono e basta’” e nei box: “L’11 settembre tornò la filosofia della storia” e “Atr caduto per una spia sbagliata”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Fazio resiste: non mi dimetto”, “Il prezzo che paga il Paese”, “Il colpevole espiatorio” e “L’Ocse si corregge: l’Italia cresce dello 0,2%”. A destra: “L’America chiama, l’Europa non risponde”. Al centro: “Blitz a Torino, espulso l’imam”, “L’Egitto al voto, tra regime e democrazia”, e a sinistra: “La teoria della parentesi divide la gauche”. A fondo pagina: “In viaggio sui treni delle zecche”.

LA STAMPA – Editoriale di Lucia Annunziata: “Gli americani ci amano più di quanto li amiamo”. In apertura: “Il caso Fazio in Europa”, “L’Ocse rialza le stime sull’Italia, Pil 2005 in crescita dello 0,2%” e “Marchionne: entro l’anno un’alleanza per l’auto”. A centro pagina: “Espulso l’imam di Torino”, “Sulla porta di casa” e a destra: “A Venezia fischi all’italiana”. In basso: “La tribù dei bimbi persi nell’uragano” e “Elettori allo sbaraglio”.

IL GIORNALE – Editoriale di Paolo Del Debbio: “Il credito perduto” e in apertura: “Fazio resiste, resiste, resiste”. A destra: “L’Ocse: Italia in ripresa”. Al centro il fotocolor su Romano Prodi: “Neppure il suo autista vota Prodi”, “Terrorismo, espulso l’imam di Torino”, “McCarthy, un eroe americano, ma lo spettacolo lo condanna” e “Parole come bombe”. A fondo pagina: “Il nostro cinema affonda in laguna”, “L’Atr 42 caduto per mancanza di carburante. I periti: ‘Gli indicatori erano guasti’” e “Gli stilisti del diritto”.

LIBERO – In apertura fotocolor su Enrico Mentana ed editoriale di Vittorio Feltri: “La caduta del piccolo dio”. A destra: “Finalmente espulso l’imam di Torino. Aspettavamo dal 2001” e “Chi paga la benzina a Prodi che Tanzi è senza i fondi neri?”. A centro pagina: “Fazio (per ora) resta. Siniscalco forse” e in basso: “Vizio i miei figli e me ne vanto”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Fazio resiste, si complica il caso Bankitalia”, e nei riquadri: “Auto, la strategia impone alleanze”, “Scontro sulla tassa uguale per tutti” e “Schroeder e Chirac, due grandi in bilico”. A sinistra l’intervista: “Elezioni, il ministro degli Esteri: ‘Al voto per cambiare l’Egitto in 6 anni’”. Al centro: “L’Atr precipitò perchè era senza carburante” e nei box: “Roma e Lazio, all’appello mancano migliaia di abbonati” e “Venti di crisi sull’Opera, Gelmetti studia il rilancio”. A destra: “Per gli over 60 produttività da quarantenni”. A fondo pagina: “Terrorismo, espulsi due leader islamici” e “Il papà dei purosangue”.

IL TEMPO – Fotocolor di apertura su Enrico Mentana: “I nuovi giudici”, e l’editoriale di Franco Bechis: “Nemmeno Santoro”. A destra: “Il governatore resiste. E Siniscalco rischia”, “Antonveneta prende la strada per l’Olanda” e “Bnl, ok dell’antitrust per l’opa di Unipol”. In basso: “Espulsi l’imam di Torino e il tunisino di Como”, “Ha violato l’esclusiva. Maxi-multa per Bonolis” e “L’Atr precipitato in Sicilia forse senza carburante”.

L’AVVENIRE – Editoriale di Marco Tarquinio: “Credibilità da molti prosciugata”. In apertura: “L’Ocse: sì, l’Italia torna a crescere” e “Per la scuola un avvio senza traumi”. Al centro: “Torno, espulso l’imam delle polemiche” e “Ancora pressing su Fazio. Irritazione di palazzo Chigi”. A fondo pagina: “Dal Madagascar una ricetta per combattere la denutrizione” e “Gli 80 anni di don Benzi, sempre dalla parte degli ultimi”.

L’UNITÀ – In apertura: “Bankitalia, la farsa continua. L’ira di Ciampi: adesso basta”. A destra: “Gli schiavi del Call center” e “Il topolino di Follini”. Al centro: “Disastro New Orleans: ora Bush indaga su se stesso” e “Tutti gli errori del presidente”. In basso: “Weinstein, la vita come regalo” e “Missione impossibile”.

IL RIFORMISTA – Editoriale di Oscar Giannino: “Se chiudessimo le scuole che falliscono?”. In apertura: “La Fiat per ora non si vende, sperando che si venda la Punto” e “Ecco chi salvò Fazio sei mesi fa (scovate voi i tanti voltagabbana). A centro pagina: “La Ferrari è un sogno, il collocamento pure”, e in basso: “Mentana sdogana il cazzeggio nel talk show politico”.

IL FOGLIO – In apertura: “Oggi si vota, ma al Cairo nessuno ricorda i nomi degli sfidanti di Mubarak” e in seconda colonna: “Espulso l’imam di Torino che esaltava bin Laden”. Al centro: “Bossi frena sulle dimissioni di Fazio, Letta media a palazzo Koch”, “Il presidente Bush guiderà l’inchiesta sul disastro” e “Venezia”. A destra: “Luna di miele” e “Pacta diurna”.

L’AVANTI – In apertura: “Bankitalia, il governo alla stretta finale su Fazio”. A centro pagina: “‘Socialisti e radicali uniti dai contenuti’” e a sinistra: “Proporzionale, Craxi indicò la ‘via’ tedesca”. In basso: “Per la Fiat si apre la stagione della riscossa”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Shock petrolifero in Europa”. A sinistra: “Finti progressi e reali fragilità”. A destra: “Oil for food, ecco i pagamenti al figlio di Annan”. Al centro: “L’Opa Endesa scatena il risiko dell’energia”, “Fazio: non mi dimetto”, “Banchieri e soldati”, “Da Isvap e Antitrust sì all’offerta Unipol-Bnl” e “Espulso l’imam di Torino ‘pericoloso pe lo Stato’”. A fondo pagina: “E la piccola Intra cadde dal castello di carte Finpart”. (red)
 
3. Orenove/3. Bankitalia in un vicolo cieco, Fazio si arrocca
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - Il Governatore della Banca d’Italia non è intenzionato ad accontentare i suoi detrattori, che ne vorrebbero le dimissioni. Scrive IL CORRIERE DELLA SERA: “Sul destino del Governatore della Banca d’Italia Bossi e Berlusconi la pensano allo stesso modo: il governo non può fare di più di quello che ha già fatto, negli ultimi due giorni non è arrivato quell’atto di coscienza (le dimissioni) che in tanti auspicavano, dunque ‘l’orologio rimane fermo a venerdì scorso e il ruolo del governo è esaurito’, come ha riassunto ieri notte il ministro Roberto Calderoli. È questa la posizione emersa ieri, al termine della cena che il premier ha tenuto a casa sua, ad Arcore, presenti il leader della Lega, il vicepremier Tremonti, i ministri Maroni e Calderoli, il sottosegretario Brancher. Se qualcuno si attendeva un ulteriore novità, o un’accelerazione nel processo di moral suasion su Fazio (affinché lasci l’incarico), è andato deluso: per Berlusconi il governo ha già dato ‘un segnale chiaro di sfiducia’ e di più non si può fare. Per Bossi, che sottoscrive, c’è da aggiungere che a questo punto ‘Siniscalco dovrebbe stare zitto, occuparsi di altro e non di Fazio’. In sostanza, ha detto ieri il Senatur al Cavaliere, trovandolo del tutto d’accordo, la Lega ‘non difende il Governatore, ma nemmeno ha intenzione di dimissionarlo’. E poiché ‘la vicenda è ormai diventata una scommessa mediatica, una trama ordita da alcuni poteri forti con la complicità dei grandi quotidiani, per la Lega non si deve fare più nulla, con i processi di piazza non si manda a casa nessuno’. Sembrava che i leghisti fossero pronti a mollare definitivamente la difesa della guida di Bankitalia, prossimi ad accettare la linea-Siniscalco e a convincersi che un ulteriore passo dell’esecutivo è inevitabile. Non è così: ieri Bossi ha letto i giornali e si è infuriato. I titoli di più quotidiani (‘anche la Lega abbandona Fazio’) come conferma alla sua tesi del complotto contro il Governatore: complotto che per il Senatur lambisce il Quirinale, ha triangolazioni che legano la prima carica dello Stato ai desiderata dell’Unione, della Confindustria, alla disponibilità dei direttori di grandi quotidiani di prestarsi all’operazione. È un pensiero che collima in più punti con quello del capo del governo, che di ‘operazione mediatica’ ha parlato nei giorni scorsi, a porte chiuse. Rafforzando la convinzione che un gesto dettato dalla coscienza (le dimissioni) sarebbe benvenuto, ma continuando a restare scettico sul dovere del governo di intervenire ulteriormente (dopo aver già varato una riforma di Bankitalia). Ha riassunto il clima il vicepremier Tremonti: ‘Tutti sono ormai convinti che Fazio sia finito, ma la Lega non ha intenzione di ucciderlo’. E nemmeno Berlusconi”.

Sempre sul quotidiano di via Solferino, annota Massimo Franco: “Il vicolo cieco non è un rischio, ma una prospettiva tangibile. Il ‘fattore Bossi’, e non solo, hanno risospinto il braccio di ferro su Bankitalia in un limbo senza via d’uscita. A conferma che quella dell’altra sera era una mezza sfiducia nei confronti di Antonio Fazio, ieri Silvio Berlusconi gli avrebbe ribadito una mezza fiducia: altrettanto priva di ufficialità. Dopo una visita del sottosegretario a Palazzo Chigi, Gianni Letta, al Governatore, lo stallo ha preso corpo con una ricostruzione anonima. Diceva che i giornali hanno esagerato la solidarietà di Berlusconi al ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, fautore delle dimissioni di Fazio; e che il premier sarebbe ‘equidistante’ fra i due. Palazzo Chigi ha bollato i ‘pettegolezzi indecorosi’ sul colloquio: una presa di distanze dalla versione tutta pro-Fazio. Ma non è bastato a sbloccare il conflitto Tesoro- Bankitalia. Anzi, ha sottolineato l’incapacità della presidenza del Consiglio ad assumere una posizione chiara. Anche perché ieri sera, i vertici della Lega si sono messi a tavola con Berlusconi, avvertendo che non vogliono far mancare a Fazio l’ultimo appiglio politico: il loro. ‘La posizione della Lega non cambia e lo diremo a Berlusconi’, ha annunciato Roberto Maroni. Secondo il ministro del Welfare, ‘il governo ha varato la riforma. Per noi la questione finisce qua’. E ancora: il problema ‘non è Fazio ma i colossali interessi in ballo’. Su questo sfondo, si spiega un po’ meglio la resistenza tetragona che il Governatore continua a opporre: un rifiuto di dimettersi che ieri mattina ha ripetuto anche all’amico Gianni Letta. La sua strategia era stata anticipata in un’intervista apparsa sul Tempo, il quotidiano romano schierato da sempre con Fazio: BanKoch, pseudonimo di un personaggio autore da giorni di commenti assolutori, rispondeva alle domande ricordando che la carica del Governatore ‘non è revocabile’. Significa che Fazio non è intenzionato a cedere né all’onda d’urto contraddittoria del governo; né agli attacchi concentrici dell’opposizione e del mondo imprenditoriale. Ma il risultato immediato è una lacerazione senza più compromessi possibili, sotto gli occhi dell’opinione pubblica e della comunità finanziaria europea”.

Scrive LA REPUBBLICA: “‘Ma cosa possiamo fare per risolvere questa situazione?’. La domanda Silvio Berlusconi l´ha ripetuta per tutto il giorno di ieri. Da Arcore ha sentito un po´ tutti e soprattutto Gianni Letta che poi ha spedito a Via Nazionale per sondare le intenzioni di Antonio Fazio. Incassando l´ennesimo ‘non mollo’. E il punto è tutto qua. Che il governo, compreso il presidente del consiglio, di fronte alla ‘resistenza’ di Palazzo Koch non ha ancora trovato un solo strumento efficace per dimissionare il governatore. Anche l’ipotesi dell’autosospensione è stata respinta, in primo luogo dal diretto interessato. Tant’è che la guerra dei nervi in corso tra la ‘politica’ e la Banca d’Italia si sta giocando anche a colpi di consulti legali. Commissionati da Bankitalia e anche da Palazzo Chigi per capire quali siano le armi a disposizione dei due contendenti. Analisi diverse, medesimo risultato: l’esecutivo non ha alcun mezzo per costringere l’uomo di Alvito a lasciare il posto. Spingendo così il Cavaliere in un vicolo cieco. La ‘moral suasion’ è di nuovo l’unica opzione. Di cui si è fatto appunto interprete Letta che ha cercato ristabilire un rapporto con Fazio. Il Cavaliere ne ha parlato anche nella cena avuta ieri sera con Bossi, con lo stato maggiore del Carroccio e con Giulio Tremonti. E nella sala di Villa San Martino su è preso atto che ‘il governo di più non può fare. Oltre la riforma, non possiamo andare’. Quindi nessun consiglio dei ministri ad hoc per sfiduciare il Governatore. Il premier ha comunque confermato la sua preoccupazione. Soprattutto ha fatto osservare che un governatore ‘congelato’dalle polemiche, potrebbe essere inutile alla causa della Banca del nord tanto cara alla Lega. Non a caso la olandese Abn amro sta facendo passi da gigante verso Antoveneta. ‘Fa tu, Silvio - è stato il discorso del segretario leghista - noi ci rimettiamo alle tue decisioni. Ma sappi che dopo Fazio, i poteri forti chiederanno la tua testa. Quel che sta succedendo all’Udc e alla Rcs ne sono segni tangibili’. Fantasmi che hanno agitato il Cavaliere ma decisamente meno della prospettiva di ritrovarsi in primavera con il centrosinistra pronto a fare «poker’: ossia la vittoria elettorale, il governo, il nuovo presidente della Repubblica e magari anche un nuovo governatore. E il Cavaliere, in caso di sconfitta nel 2006, potrebbe aver bisogno di un interlocutore a Via Nazionale. Ma solo adesso può sceglierlo lui. Sta di fatto che l’impasse sta paralizzando la maggioranza. Sulle spine è in primo luogo il ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, che a fine settimana si troverà gomito a gomito con il governatore all’Ecofin di Manchester. ‘Non ci sono vie di mezzo - ha avvertito - o si conferma la fiducia al governatore o si da la sfiducia’. Siniscalco insomma vuole un passo formale del consiglio dei ministri, esattamente come Alleanza nazionale: ‘Domani (oggi per il giornale) vedrò Berlusconi e glielo dirò’. E sul piatto della bilancia sta mettendo anche le sue dimissioni. ‘Se il governo conferma la fiducia a Fazio, io sono pronto a lasciare’’.

Sulla STAMPA, Augusto Minzolini scrive: ‘Per interpretare l’agire di Silvio Berlusconi in queste giornate tormentate bisogna farsi quattro chiacchiere alla buvette di Montecitorio con il sottosegretario all’Interno ed esponente di primo piano della corrente degli avvocati di Forza Italia, Michele Saponara. Lui il Cavaliere lo conosce da trent’anni, e sa bene come si muove in certi frangenti. ‘Il presidente - osserva - è un personaggio che pianifica le sue mosse e sa benissimo che da qui alle politiche si gioca la sua ultima battaglia. Per lui conta solo vincerla, ed è disposto a tutto. Anche a dare agli ex dc il proporzionale. Siamo al ‘do ut des’. La stessa logica vale per il ‘caso Fazio’: lui non lo difenderà a tutti i costi, ma se non avrà un motivo per farlo fuori, non premerà il grilletto. O, almeno, non lo farà gratis. Il punto è proprio questo: cosa possono dare gli avversari di Fazio ad uno che pensa solo a vincere le elezioni? Non mi tirino fuori la storia delle garanzie per le sue tv. Ormai il Cavaliere pensa ad altro, all’energia, al petrolio, al gas russo. L’altro giorno dovevamo fare una riunione a Milano con Giampiero Cantoni. Doveva esserci anche Dell’Utri, ma non è venuto. Cantoni ci ha spiegato: ‘Marcello pensa alla Russia’. Appunto, è una fase in cui Berlusconi non è propenso a distribuire regali a chicchessia. Misura ogni passo, si muove a zig-zag sposando la posizione che più gli conviene al momento. È la storia delle ultime 48 ore del caso Fazio. Due giorni fa ad uno degli esponenti più autorevoli del cartello anti-Fazio il Cavaliere aveva spiegato: ‘Troveremo un modo per risolvere la questione. Ma ho bisogno di qualche giorno. Siniscalco se ne deve stare un po’ più tranquillo. Altrimenti complica tutto. Domani parlerò con Bossi e gli farò capire che non si può andare avanti così’. Una ‘tattica’ che ieri è finita sui giornali, con il risultato di mandare su tutte le furie Berlusconi. Ai suoi consiglieri più fidati il capo del governo ieri mattina ha precisato: ‘I giornali hanno operato una forzatura. Io non la penso affatto in questo modo, né sono tipo da mettere alla porta Fazio sull’onda di una campagna di stampa’. E senza pensarci due volte ha spedito il suo plenipotenziario di fiducia, Gianni Letta, a rassicurare il Governatore e, soprattutto, a sondarne umori e intenzioni.

Inutile aggiungere che Letta si è trovato di fronte un interlocutore tetragono. Che di dimissioni non vuole neppure sentir parlare. ‘Che ci provino a farmi dimettere - è stato il discorso che il sottosegretario si è sentito fare da Antonio Fazio -. Perché dovrei? Io sono nel giusto e qui è in gioco non solo la mia persona - con l’età che ho potrei anche andarmene - ma l’autonomia della Banca d’Italia. Ma può il Governatore essere messo alla porta solo perché due giornali, che rappresentano degli interessi particolari, gli montano contro una campagna? Ne va del prestigio dell’istituzione che presiedo. Berlusconi dovrebbe saperlo. Eppoi di che debbo rimproverarmi? Io, dati i rapporti, potevo dire a Fiorani: ‘Lascia perdere l’Antonveneta’. Ma perché avrei dovuto farlo? Era una questione di principio: Fiorani per gli errori che ha commesso ha ricevuto delle sanzioni amministrative, ma la la Banca Popolare Italiana era ed è in grado di fare l’operazione. E allora, perché avrei dovuto impedirglielo?’. Ma la storia non è finita qui. Anzi, ieri è andata in scena anche una schermaglia a distanza tra il governatore e il ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, suo grande antagonista. Fazio, infatti, al termine del colloquio ha chiesto a Letta di precisare la posizione del premier. Il braccio destro di Berlusconi non ha detto né sì, né no, solo che tornato a Palazzo Chigi si è trovato di fronte un ultimatum di Siniscalco: se la richiesta di Fazio fosse stata accolta, il premier si sarebbe ritrovato sulla sua scrivania le dimissioni del ministro dell’Economia. Per cui l’ipotesi del comunicato è svanita, ma il governatore per tenere il punto ha divulgato i contenuti del colloquio attraverso i suoi fidi scudieri, i senatori Grillo e Tarolli. Apriti cielo: a quel punto Letta, irritato e grande amico dell’acerrimo avversario del governatore, il presidente di Capitalia Cesare Geronzi, li ha subito crocifissi con un comunicato dell’ufficio stampa di Palazzo Chigi sul tema ‘basta con i pettegolezzi’. Si è tornati così ad una posizione di stallo. Ieri pomeriggio quelli che erano già pronti a mettere la parola fine sulla vicenda e si aspettavano il trasloco del governatore, si sono dovuti ricredere. I tempi, come minimo, saranno più lunghi. Allo slogan caro a Fini, ‘Fazio è indifendibile’, si è sostituito quello che il cavaliere ha sposato fin dall’inizio: ‘Gradualismo’. Complice anche un messaggio di Umberto Bossi al Cavaliere: ‘Fazio va tutelato’”. (red)
 
4. Orenove/4. Intercettazioni: niente carcere per i giornalisti
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Su intercettazioni e carcere per i giornalisti il governo fa marcia indietro. La pena da uno a tre anni per aver pubblicato una conversazione ancora segreta ipotizzata venerdì scorso durante il consiglio dei ministri si trasforma adesso in una grave sanzione. Come recita la nuova versione messa a punto ieri sera toccherà ‘al titolare dell’azione disciplinare’, l’Ordine dei giornalisti, informato dal capo della procura, disporre ‘la sospensione cautelare dall’esercizio della professione fino a tre mesi’. ‘In linea con la legge sui reati a mezzo stampa in discussione al Senato’ chiosa il sottosegretario azzurro alla Giustizia Vitali. Non è la sola modifica di quello che si annuncia non più come un disegno di legge, ma come un decreto che, promettono il premier Berlusconi e il Guardasigilli Castelli, sarà approvato già venerdì: vengono introdotte deroghe sul termine perentorio di tre mesi nella durata degli ascolti in particolare per i reati gravi (mafia, terrorismo, pedofilia) e cade il divieto di utilizzare le intercettazioni qualora riguardino un non indagato. I tecnici di palazzo Chigi e del ministero della Giustizia, dopo una breve discussione durante l’incontro preparatorio del prossimo Esecutivo, ieri hanno lavorato tutto il giorno per giungere a un testo che il Quirinale possa accettare e firmare nella veste del decreto legge. Per tutto il fine settimana, anche a Cernobbio, Berlusconi ha continuato a insistere sulla necessità che la modifica delle regole sulle intercettazioni sia attuata immediatamente. Dopo il primo ‘no’ del Colle della scorsa settimana, gli otto articoli (ora diventati sei), la cui stesura originaria si deve al deputato forzista Ghedini (uno degli avvocati del Cavaliere), sono stati rivisti e rimaneggiati punto per punto. Nonostante Berlusconi avesse continuato a ipotizzare ‘intercettazioni possibili solo per i reati di mafia e terrorismo’, è definitivamente caduta l’ipotesi, argomentata e messa su carta dal responsabile Giustizia di Forza Italia Gargani, di elevare da cinque a sette anni il tetto per i reati intercettabili, che avrebbe di conseguenza escluso la corruzione. Un’ipotesi bocciata sin dall’inizio dall’Udc e che non sarebbe mai passata al vaglio del Quirinale né nella versione del disegno né in quella del decreto legge. Ma cosa resta, a questo punto, delle nuove norme che i magistrati dovranno seguire per chiedere un’intercettazione telefonica o ambientale e a cui i giornalisti dovranno adeguarsi per poterne pubblicare il contenuto? La legge si occupa prima di tutto, dopo l’estate rovente di Antonveneta, Rcs, Unipol, di bloccare la diffusione dei testi. E stabilisce che fino alla conclusione delle indagini preliminari ogni pubblicità è negata. Rispetto alla prima versione il nuovo testo specifica che è vietato anche rendere noti i testi destinati alla distruzione. La stampa è punita con la sanzione disciplinare, ma con il carcere cade anche la pena pecuniaria (da 500 a 5mila euro). I pm dovranno motivare subito e ‘analiticamente’ i motivi dell’intercettazione che, se è ambientale, dovrà riguardare il luogo dove presumibilmente ‘si svolge l’attività criminosa’. Sono ammesse eccezioni solo per i reati gravi. Resta la durata massima di tre mesi, ma per mafia, terrorismo, pedofilia, traffico di stupefacenti il termine concesso è di quaranta giorni prorogabili poi di altri venti ‘finché permane’ il sospetto del reato. Cancellato del tutto l’articolo che interveniva sul concetto di ‘privata dimora’ come teatro possibile dell’intercettazione e inseriva la più vaga definizione di ‘privato’. Rimangono inalterate invece le restrizioni sull’uso delle intercettazioni. Potranno servire solo nel procedimento per cui sono state chieste (fatta sempre eccezione in caso di reati gravi) e dovranno essere messe da parte qualora il giudice decida di derubricare l’accusa in una meno grave”. (red)
 
5. Orenove/5. Terrorismo: blitz a Torino, espulso l’Imam
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - Con un blitz nella notte è stato prelevato l’Iman di Torino, reo di aver espresso solidarietà a Osama Bin Laden. Nelle prossime ore si annunciano altre operazioni. Scrive LA STAMPA: “Sono andati a prelevarlo a casa, nel cuore della notte. Erano da poco passate le quattro. Nell’appartamento all’ultimo piano del palazzo Anni’60, alla periferia ovest della città, un tempo zona di fabbriche oggi demolite per far posto a nuove costruzioni, la famiglia Bouchta dormiva. Al citofono, però, ha risposto lui, Bouriqui Bouchta, 40 anni, l’uomo che si era proclamato imam e che, per qualche tempo, ha sognato di essere la guida religiosa di tutti i musulmani torinesi, e adesso con decreto del Ministro Pisanu è stato espulso dal Paese: ‘Per grave turbamento dell'ordine pubblico e pericolo per la sicurezza dello Stato’. Il provvedimento è una grossa mazzata per l’uomo che, nel 2001, poche settimane dopo l’attentato alle Torri Gemelle, e appena iniziato l’attacco in Afghanistan, durante una manifestazione in piazza a Torino, a Porta Palazzo cuore cittadino dell’immigrazione disse: ‘Bin Laden non è un terrorista’ e ancora: ‘E’ innocente, non c’entra nulla con quello che è capitato a New York...’. Frasi, smentite, che gli fruttarono un’esposizione mediatica da star della tv. Comparsate ai talk show di prima serata e tante, tantissime polemiche. Ma anche la partecipazione alla manifestazione di Roma in cui si chiedeva la liberazione di tre ostaggi italiani rapiti in Iraq: Stefio, Cupertino e Agliana. E lui, figlio di contadini, nato nel paesino di Essauira, cresciuto a Kouribga, città poverissima del Marocco occidentale, sbarcato nel 1986 a Torino a cercare fortuna, diventato macellaio e autoprocalamatosi imam, cavalcò senza problemi e senza alcuna timidezza l’onda della notorietà. Quattro anni dopo Bouriqui Bouchta è un’altra persona. Ha mantenuto, è vero, la stessa barba nera, e quella magrezza allampanata che lo caratterizzava. Ma i toni che adopera se parla in pubblico, oppure se commenta vicende relative al Medio Oriente, non sono più quelli. E allora, quando alle 4 di una notte piovosa apre l’uscio di casa ai poliziotti della Digos che ben conosce, e a quelli dell’Ufficio immigrazione, resta stupito. In casa non è da solo. C’è sua moglie, Halima, ci sono tre dei suoi quattro figli. Uno è in Marocco, dal fratello, a Kouribga dove tutta la sua famiglia è appena stata per un periodo di vacanze. Gli mostrano l’ordine di espulsione: lui legge e in un attimo capisce che per chissà quanto tempo non potrà più tornare a casa. Gli ordinano di prendere il passaporto e poche altre cose. Bouchta ubbidisce, ma non dice nulla di ciò che gli sta per accadere, né alla moglie, né ai figli: ‘Torno presto, devo andare con loro per risolvere un problema...’.

Sette ore dopo è già a Casablanca, zona arrivi internazionali dell’aeroporto. E’ lì da uomo libero, come un cittadino qualunque. Contro di lui il Governo del Marocco non ha ragione di muovere accuse. Da tempo non ha più cariche religiose, con la ‘sua’ moschea di via Collegno non c’entra più nulla: ha lasciato ogni incarico pubblico. Diceva: ‘Voglio soltanto lavorare’. Nella sua casa di via Orvieto, invece, la moglie Halima è disperata. Al telefono dice di non sapere nulla, che suo marito è stato portato via, che forse è ancora negli uffici della Questura, in via Grattoni. E’ sconvolta quando gli raccontano che non tornerà a casa nè nel pomeriggio nè domani. Né mai. Forse. Il cellulare di suo marito è rimasto lì, su una mensola della cucina: suona in continuazione. Lei risponde a monosillabi. Parole spezzettate di chi ha appena ricevuto una notizia che non si aspettava: «Espulso». Via da Torino, dall’Italia, dalle sue attività, dalla comunità marocchina. Lei può rimanere, se vuole, e così pure i figli. Ma per lui non c’è più futuro. A Porta Palazzo, alla macelleria ‘Al Imam’, la prima attività della chiacchieratissima ex guida religiosa, la vita va avanti come sempre: la gente entra ed esce, dal negozio, scambia qualche parola con l’inserviente al bancone, pochi si stupiscono di non vedere lui al lavoro. Soltanto alle 16 è tutto chiaro. E subito si sprecano i commenti, a favore dell’espulsione quelli della Lega e di An. La portavoce della Islamic Anti-Defamation League, Halima Barre, dice: ‘Prelevare qualcuno nel cuore della notte, sulla base del nulla, deportare un cittadino contribuente: lo si faceva durante i rastrellamenti notturni di ebrei nella Roma del ventennio fascista’. E annuncia: ‘La Iadl ha assunto la difesa del diritto di Bouriqi Bouchta alla libera espressione’. E qualcuno tenta parelleli con Abdel Qadir Fall Mamour, il senegalese imam dell'inesistente moschea di Carmagnola, espulso quasi due anni fa. Bouchta e Fall Mamour non andarono mai d’accordo. Ma il giorno in cui venne accompagnato in aeroporto Bouchta si presentò a casa del ‘rivale’, e si offrì di dare assistenza alla moglie e ai figli. Era il 18 ottobre del 2003. Una vita fa”.

Scrive LA REPUBBLICA: “Un pacchetto di quattro espulsioni di cittadini islamici giudicati ‘attivi’ e militanti in formazioni radicali e per questo ‘pericolosi per la sicurezza nazionale del paese’. Il Viminale ha avviato, subito dopo Ferragosto, l’annunciata campagna delle espulsioni per motivi di terrorismo, per la maggioranza il ‘pezzo forte’ del pacchetto antiterrorismo approvato tra polemiche e rincorse alla fine di luglio dopo gli attentati di Londra e Sharm. Dieci giorni fa è toccato al tunisino Litayem Amor ben Chedli, vice presidente e tesoriere dell’associazione culturale islamica di Como. La notte scorsa è stato prelevato nella sua abitazione di Torino Bouctha Bouriqi, proprietario di due macellerie ma anche predicatore e imam. Altri due provvedimenti scatteranno nelle prossime ore mentre sono tre i cittadini islamici espulsi negli ultimi giorni sulla base, però, della legge sull’immigrazione. ‘Attivi’ e ‘pericolosi’, ripete il Viminale tracciando l’identikit degli espulsi. In realtà, ammettono i tecnici del ministero, ‘allontanare queste persone è stato più complesso del previsto’. I provvedimenti hanno tutta l’aria di essere l’ennesimo contentino alla Lega per tenere a bada le divisioni nella Casa delle Libertà e, come già hanno annunciato ieri sera gli avvocati della Islamic antidefamation league, ‘molto presto gli espulsi saranno riammessi con tante scuse in Italia’. Litayem ben Chedli era già stato indagato nel 2003 quando la Digos si occupò di Merai, capofila di una formazione che dietro il paravento della moschea reclutava mujaheddin da inviare prima nei campi di addestramento e poi nelle zone di guerra. La sua posizione è stata poi archiviata ma mai persa di vista. Perquisito dopo le bombe di Londra, uno tra oltre duecento indirizzi visitati da polizia e carabinieri, intorno al venti di agosto è stato imbarcato in un volo senza ritorno per Tunisi. ‘Attivo’ e ‘pericoloso’ è, sempre per il Viminale, il commerciante-imam Bouchta. ‘Sono tutte attività mirate - spiegano al ministero dell’Interno - ora più che mai. Soprattutto dopo l’approvazione della nuova normativa valutiamo con attenzione ogni singola posizione e ogni ambiente, le moschee ma soprattutto le macellerie e i phone center, gli internet point e i money transfer’.

Nell’appunto lungo un paio di pagine che riguarda Bouchta si parla della sua leadership nell’Unione degli studenti musulmani italiani (1993), della vicinanza alla formazione radicale dei Fratelli musulmani, poi al Gruppo combattente marocchino e, dopo l’11 di settembre, alla egiziana Jamaa al Islamiya. Ma soprattutto, tra gli elementi di ‘gravità’ e ‘pericolo’, è indicata ‘la dura presa di posizione di Bouchta nei confronti del film Submission del regista Theo Van Gogh’ ucciso in Olanda da un integralista islamico. Era maggio, la Lega organizzò l’anteprima di Submission in Italia. Bouchta promise ‘bombe a chi avesse visto il film’. I leghisti Mario Borghezio e Edouard Ballaman chiesero l’espulsione dell’imam. ‘Grazie alla pressione della Lega in Italia si sta cominciando a fare sul serio nella lotta al terrorismo’ ha esultato ieri Borghezio. Pressioni del Carroccio a parte, anche An ieri era molto soddisfatta, la via delle espulsioni per motivi di terrorismo è, ammettono i tecnici del Viminale, ‘assai più complessa del previsto’. Ne è la prova il fatto che il Viminale ha firmato le quattro espulsioni prima di Ferragosto ma solo in questi giorni è stato possibile applicarle. I tecnici dell’Immigrazione e dell’Antiterrorismo hanno dovuto dribblare norme e regole ma i provvedimenti ‘non sono affatto blindati’. Per il tunisino Litayem ben Chedli è stata usata solo la nuova norma, cioè provvedimento del ministro basato sul sospetto di terrorismo. Litayem potrà fare ricorso al Tar. Per Bouchta, invece, è stata usata sia la nuova che la vecchia norma che già prevedeva l’espulsione per motivi di sicurezza e ordine pubblico. Il macellaio-imam infatti è titolare di carta di soggiorno ed è proprietario di due macellerie, una condizione che lo mette al riparo da un provvedimento di espulsione basato solo sul sospetto di terrorismo. Un mix di vecchie e nuove norme che dovrebbe blindare l’espulsione rispetto ai ricorsi al Tar. Ma non è detto”. (red)
 
6. Orenove/6. Unione: il proporzionale “tenta” solo l’Udeur
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Roma - Sul CORRIERE Maria Teresa Meli scrive: “Gli uomini di Romano Prodi hanno fatto i loro conti. Se l’Udc tentasse l’avventura solitaria alle elezioni, loro potrebbero stappare più di una bottiglia di champagne...anzi, no, di spumante nostrano, tanto per risollevare il ‘made in Italy’. Infatti, secondo i calcoli che sono stati fatti nell’Unione, se il tandem Casini-Follini dicesse addio al Cavaliere, Margherita, Ds e Sdi otterrebbero in Parlamento una maggioranza autonoma da Rifondazione, Verdi e Pdci. Ma proprio per questo i prodiani sono convinti che i centristi della Cdl non farebbero mai un regalo del genere a Prodi. Anche perchè sarebbe un regalo totalmente disinteressato dal momento che i sondaggi fatti nel centrosinistra collimano con lo studio pubblicato ieri da Il Sole 24 Ore: l’Udc non otterrebbe neanche un parlamentare sul maggioritario, mentre sul proporzionale guadagnerebbe 12 seggi alla Camera e dai 5 agli 8 al Senato. Il che significa che Follini e Casini non potrebbero giocare nessuna partita nell’èra del governo dell’Unione, perchè i loro parlamentari non potrebbero sostituire neanche quelli di Rifondazione. Per questa ragione un autorevole esponente della Margherita ieri malignava così: ‘Marco e Pier Ferdinando? Sono due dc: alzeranno il prezzo fino a febbraio per poi capitolare alle migliori condizioni possibili’. Del resto, secondo Franco Marini, l’Udc ha solo un obiettivo tattico: quello di guadagnare i voti degli elettori berlusconiani delusi. ‘Sennò — è il ragionamento dell’ex segetario del Ppi — non avrebbero avanzato la questione della leadership per poi accontentarsi della legge elettorale’.

Ma il terreno di caccia di Follini e Casini è lo stesso della Margherita. Francesco Rutelli è netto: ‘Noi abbiamo scelto di correre da soli — è il suo punto di vista — proprio perchè sappiamo che la Margherita può lavorare per raccogliere l’elettorato in libera uscita del centrodestra. Il blocco berlusconiano si sta sciogliendo, come avevamo previsto’. E il fatto che Casini e Follini contribuiscano a questo progressivo ‘scioglimento’, naturalmente, non può non far piacere al presidente della Margherita. Il quale è convinto che alle prossime elezioni una parte dell’elettorato dell’Udc voterà per il suo partito e ritiene che, una volta vinte le elezioni, le classi dirigenti periferiche (con i loro pacchetti di voti) trasmigreranno nel centrosinistra. Non a caso anche il partito di Clemente Mastella, che pure è l’unico nell’Unione a mostrare interesse per la proposta di riforma elettorale dei centristi della Cdl, con il suo coordinatoe Mauro Fabris invia un messaggio non proprio amichevole al duo Follini-Casini: ‘Il problema dell’Udc — osserva l’esponente dell’Udeur — è che ha gridato ‘al lupo al lupo’ per l’intera legislatura’. Già, anche Mastella è interessato ai voti dei centristi della Cdl. Non dissimile l’analisi del responsabile degli Enti Locali della Margherita Beppe Fioroni, il quale dice: ‘Non credo proprio che l’Udc abbandonerà la Cdl’. Se la Margherita non offre sponda all’Udc, figuriamoci i Ds. Ma in questo frangente i due partiti marciano compatti. Come si deduce dal trattamento che l’Unità e Europa hanno riservato al conclave dei centristi. ‘Udc, per un pugno di seggi’ titolava ieri il giornale fondato da Gramsci. ‘Udc, cinque ore per dire: vogliamo il proporzionale. E dov’è la novità?’ era invece il titolo del quotidiano del partito di Rutelli.

Scrive LA REPUBBLICA: ‘Peccato che l’idea di tornare alla proporzionale Follini e Casini l’abbiano lanciata a pochi mesi dal voto. Peccato perché a noi dell’Uduer qualsiasi ipotesi di modificare la legge elettorale in quel senso piace. L’offensiva dell’Udc, alla fine crea una piccola crepa nell’Unione e il partito di Mastella fa balenare un possibile appoggio nel momento in cui si saranno i conti in Parlamento. ‘Siamo troppo a ridosso della fine della legislatura, non c’è la serenità necessaria - dice infatti il coordinatore dell’Udeur Mauro Fabris - per fare una valutazione oggettiva. Ognuno farà i suoi calcoli, per questo sono scettico che una proposta del genere possa andare avanti. Certo se dovesse essere presentato un provvedimento che vada in questo senso, noi lo sosterremo’. Un’apertura di credito che trova un sostegno anche da parte di Gerardo Bianco. Il deputato della Margherita, già segretario del Ppi, ha infatti scritto una lettera a Francesco Rutelli invitandolo a non dire ‘un secco niet’ alla proposta di Follini. Secondo Bianco, non è convincente ‘rifiutare ogni dialogo con l’osservazione che non si cambiano le regole del gioco quando la partita è ormai imminente. Il puro diniego non giova, e di solito è perdente’. Ma il resto dell’Unione però è attestato sulla linea che è troppo tardi per cambiare. Lo dicono i proporzionalisti convinti come i Verdi, Rifondazioni e i socialisti dello Sdi. Il massimo dell’apertura è che se ne potrà parlare nella prossima legislatura’.

Il quotidiano di Largo Fochetti ospita anche un’intervista al senatore a vita Giulio Andreotti. ‘Dire Grande centro è come dire ‘acqua liquida’. Per lui il Centro è naturalmente vasto, garantisce stabilità, è il succo della vita politica e toglierebbe di mezzo ‘questo bipolarismo sterile che ha annullato il dialogo, introdotto una stagione di muro contro muro, di apartheid tra gli schieramenti’. Giulio Andreotti tifa ovviamente per Follini e Casini e per la riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Dice anche che per Berlusconi ‘sarebbe una salvezza’ invece di continuare a ripetere che quella della Prima repubblica era ‘un’Italietta, che non abbiamo mai avuto il ruolo internazionale che abbiamo ora. Tutte balle! Mi danno molto fastidio’. Questa storia del centro e della proporzionale non è un paravento dietro al quale si nasconde la voglia di liberarsi di Berlusconi? ‘Di centro ha parlato anche una persona di grande valore come Mario Monti e tenderei ad escludere che la sua uscita fosse strumentale. Io penso un’altra cosa: Berlusconi ha una proposta di Forza Italia firmata a suo tempo da Tremonti e Urbani. Proposta che ricalca il sistema tedesco con la soglia di sbarramento al 5 per cento. Se la tira fuori, il primo a guadagnarci qualcosa è lui’. Berlusconi sogna lo sbarramento al 10 per cento... ‘L’ho letto ma devono essere state delle forzature giornalistiche... Non penso che il grande alleato di Berlusconi, la Lega, apprezzerebbe. Comunque, il passo iniziale è il proporzionale. Si può parlare di ricostruzione del centro solo a partire da lì. Con la proporzionale c’è più stabilità’. Abbiamo avuto una cinquantina di governi, con la proporzionale. ‘Ma in fondo eravamo sempre gli stessi... E io parlo di stabilità del sistema. La proporzionale la garantiva, così come la garantisce l’attuale Costituzione che va cambiata con molta prudenza’. È per la stabilità che oggi la Chiesa sembra tifare per il terzo polo? ‘Io penso che su questo aspetto la Chiesa sia indifferente. E poi che intendiamo per Chiesa? Vede, il Vaticano va dal Papa ai sanpietrini delle strade. Non credo che nel clero ci sia una sola opinione. Anche alle scorse elezioni qualcuno ha votato per Rutelli, altri per Berlusconi. Oggi la Chiesa è più universale, segue meno le vicende italiane’. Cos’è il centro? ‘De Gasperi era soprannominato il genio dei compromessi. E non era un’offesa. I compromessi sui principi non vanno fatti ma gli altri ci sono, nella vita e anche nella politica. È il senso di adattamento, il dialogo, la politica partecipata’. Possono essere di centro solo gli ex democristiani? ‘Assolutamente no. Il centro è una concezione diversa che mette da parte anche il senso geometrico della politica. Ed è una formula a confini aperti. Lo è stata anche nel quarantennio della Prima repubblica. Mi ricordo che esisteva l’appoggio esterno, il centro era una formula con una sua duttilità. Ecco perché mi dà fastidio sentir parlare di Italietta. Chi sta al governo non deve considerarsi perfetto e rinnegare il passato. Dovrebbe ricordarsi quello che si scriveva sulle lapidi un po’ di tempo fa: ‘Quello che noi siamo voi sarete, quello che noi fummo voi siete’. Ci vuole rispetto per la continuità. Eppoi, qui nessuno è in grado di fare miracoli. Nemmeno la proporzionale’. Casini e Follini sono dei buoni rappresentanti per un centro del futuro? ‘Beh, la casa madre di entrambi è quella lì, la Democrazia cristiana. Io ci sono affezionato...’. Ce lo vede Rutelli in questo centro? ‘A me Rutelli è piaciuto come sindaco. Adesso non mi piace quello che dice su Fazio. Che c’entra lui? Parla come un tribuno della plebe. Questa campagna contro il governatore è tutta sbagliata. E quando vedo un ministro dell’Economia che va a quella specie di club aristrocratico per imprenditori, a Cernobbio, e si mette a dare ultimatum a Fazio, penso che non c’è più religione’’. (red)
 
7. Orenove/7. Primarie: il Tir giallo di Prodi accende i motori
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Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Fiorigi Crotti, l’autista ‘vero reggiano’, e Villalta, la storia del basket. Fagioli, il signore dei camion, e Beghelli dei salvavite. La moglie e il figlio grande. Pure Pecci, l’inventore del pullman, sbucato dalla prima epopea ‘Prodi on the road’. Dietro, immenso e solenne, il Tir. Il vero festeggiato. Tutto giallo. ‘Nasce da una costola del pullman’ faceva biblico Pecci. Parte la campagna elettorale di Romano Prodi e parte con una festa di famiglia. Come dieci anni fa, tecnologie problemi aggiornati, clima e simbologia identici. Così una scampagnata politica ha salutato il primo giorno del tir, la sua presentazione, la sua messa in strada. Sono arrivati amici di tutti i tipi, senza gerarchie di nomi. C’era il prosecco di Conegliano - unico non padano della partita - da spruzzare bello caldo sul varo e nessuno si è sognato di usarlo per i brindisi. Lui, il padrone di casa, si è presentato con un microfono senza fili agganciato fra bocca ed orecchio che sembrava Bush o Fiorello. E qualcuno tentava persino di infilargli in testa un elmetto giallo, mentre faceva ‘V’ di vittoria con le dita. La tensione iniziale si è dileguata in fretta, come al varo della macchina nuova di un padre di famiglia che via via prendeva confidenza con la novità. Il tir per raccontare, fotografare, mettere su strada l’approccio di Prodi non solo alla politica. Lui, nel giorno in cui si fa camionista, ci marcia. Salta i dubbi su quanta gente andrà a votare alle elezioni primarie per il candidato del centrosinistra: nelle voci e controvoci si era cominciato da milione, poi si era scesi a 600 mila. Scansa le polemiche su quale percentuale di voti sul suo nome – 51 per cento? 60? 65? - lo farà sentire sicuro dalle convulsioni eterne del centrosinistra. Definisce ‘un grandissimo successo’ se alle urne il 16 ottobre andranno ‘alcune centinaia di migliaia di persone’. Rilancia: ‘Le primarie sono vinte da chi ha un voto in più del secondo’. E detta pure il futuro: ‘Il secondo si adegua e si mette al fianco del primo per la battaglia finale, con un programma comune». Con tanto di esempio ‘straordinario’ su chi ha ben operato: Vendola e Boccia in Puglia, uno di Rifondazione e uno della Margherita, lontani in tutto, ma che insieme ‘hanno vinto una battaglia che non si sarebbe mai vinta se non vi fossero state le primarie’. Prodi parlava fra il Tir e la sua Fabbrica del Programma, il pensatoio di cui il camion è l’ambasciatore a quattro ruote. Periferia industriale di Bologna. Il Tir si sentiva in famiglia, solo più chic di quelli che passavano in strada. Una frase di Enzo Biagi, del suo appello prodiano, a spiccare verde sul giallo: ‘Conosco un uomo che ce la può fare’. Sulle fiancate ‘Romano Prodi presidente per far ripartire l’Italia sul serio’. Fari ed altoparlanti sbucano in alto, il tendone si apre e mostra un palco da cui Prodi e ospiti parleranno nelle piazze d’Italia. Tabelloni luminosi ai lati, stile concerto o stadio o pubblicità. Una pianta d’Ulivo un po’ striminzita come ‘memento’. Due furgoni bianchi ad accompagnare con generatori elettrici ed altre attrezzature per i 40 giorni di tour. ‘Per portare un messaggio di speranza agli italiani’ diceva il Professore, mentre il fido Santagata, l’organizzatore, spiegava che con le spese si starà dentro i 95 mila euro (autista escluso). ‘Il Tir è il mezzo meno costoso, risparmieremo sulle sale’ spiegava l’economia Prodi. Poi partiva per Roma, dove oggi il Tir entrerà, con tanto di dibattito pubblico in piazza Santi Apostoli, nella politica italiana. Con alla guida Fiorigi Crotti”. (red)
 
8. Orenove/8. Ocse: l’Italia è in ripresa
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Roma - Scrive Il GIORNALE: “L’Italia non chiuderà il 2005 nel segno della recessione. Parola dell’Ocse, pessimista fino a qualche mese fa sul tasso di sviluppo del nostro Paese tanto da aver previsto una contrazione del Prodotto interno lordo (Pil) dello 0,6 per cento. Ora, quella stima è stata rivista in un più rassicurante aumento dello 0,2 per cento, un livello perfino superiore a quanto indicato dal governo (crescita zero) nel Documento di programmazione economica e finanziaria. Per Palazzo Chigi si tratta di un’altra buona notizia dopo quella ricevuta dal Fondo monetario internazionale, che lo scorso 20 agosto aveva ritoccato verso l’alto l’espansione del Pil per quest’anno (da meno 0,3 per cento a zero). A maggior ragione se si considera che l’Italia ha già concordato con l’Ue una correzione del Pil 2005 pari allo 0,8 per cento che, da sola, vale 10 miliardi di euro. Gli esperti dell’organizzazione parigina hanno corretto l’outlook precedente grazie all’inatteso risultato ottenuto dalla penisola nel secondo trimestre, chiuso con una crescita dello 0,7 per cento attribuibile in buona parte alla ripresa delle esportazioni in seguito all’indebolimento dell’euro sul dollaro. ‘In effetti gli indicatori dell’economia reale continuano a mostrare segnali di miglioramento e vanno consolidati pur in presenza dell’andamento del prezzo del petrolio’, ha dichiarato il ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco. L’ascesa dei prezzi petroliferi è d’altronde l’incognita che potrebbe più pesare sull’efficacia delle previsioni Ocse, che presenterà fra due mesi il rapporto previsionale definitivo. Il capo-economista Jean Philippe Cotis ha infatti spiegato che i nuovi valori non tengono conto nè degli effetti sui mercati petroliferi nè dei danni provocati dall’uragano Katrina. Ma per la prima volta, l’Ocse non ha esitato a parlare di uno ‘choc petrolifero’ paragonabile a quello degli anni ‘70. In grado di minare la fiducia dei consumatori, con ripercussioni sui consumi privati, e indurre le imprese a limitare gli investimenti.

Anche se nessuna valutazione è ancora possibile, Cotis ha ricordato la regola contenuta in tutti i manuali di macroeconomia: ‘Quindici dollari in più sul barile ‘distruggono’ 3-4 decimi di punto di Pil’. Sotto il profilo della politica monetaria, l’emergenza va affrontata con modalità diverse negli Stati Uniti e in Europa. Mentre alla Federal reserve viene suggerito di rallentare il ritmo di rialzo dei tassi (un argomento oggetto di forte dibattito in questi giorni negli Usa), alla Bce è consigliato di mantenere l’attuale strategia accomodante. Suggerimento che l’istituto guidato da Jean-Claude Trichet accoglierà, anche in ragione di una crescita poco brillante accompagnata da un’inflazione oltre il 2 per cento. Un approccio prudente motivato dal fatto che le tensioni innescate dalle quotazioni del greggio espongono più Eurolandia al rischio di una crisi. E ciò, afferma l’Ocse, in ragione del maggior dinamismo economico degli Usa (più 3,6 per cento il Pil stimato) rispetto all’euro zona, che dovrebbe crescere quest’anno solo dell’1,3 per cento (1,2 per cento la previsione precedente). ‘È come nel rugby - ha spiegato Cotis -: se ricevi una spallata mentre corri barcolli ma prosegui; se ricevi un colpo mentre vai piano caschi per terra’. Quanto all’Italia, secondo il capo economista dell’Ocse ‘occorre intervenire nel settore dei servizi non manifatturieri dove non c’è abbastanza concorrenza e i prezzi sono troppo elevati. Questo permetterà di indicizzare i salari su un costo della vita più debole e di ridurre il differenziale di inflazione italiano verso i Paesi partner’”. (red)
 
9. Orenove/9. Fiat, Marchionne: “Entro l’anno nuova partnership”
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Roma - Alleanza industriale entro l’anno per la Fiat. Lo annuncia Sergio Marchionne, amministratore delegato della casa automobilistica Torinese. Marchionne, scrive IL CORRIERE DELLA SERA “che ha annunciato la nuova partnership durante la presentazione a Torino della Grande Punto, non ha fatto il nome del possibile alleato. Ma ha specificato che ‘non sarà asiatico’ e ha ricordato che il gruppo non vuole più accordi globali ma intese specifiche. Una partnership industriale ‘mirata’, che servirà, precisa il top manager, a ‘rafforzare la nostra capacità di sviluppo e di prodotto oltre a garantire un migliore utilizzo dei nostri impianti’. L’alleanza ‘sarà europea... In un certo senso, sarà europea’, ma non sarà annunciata al prossimo salone di Francoforte. Marchionne ricorda la promessa fatta subito dopo lo scioglimento del tormentato matrimonio con General Motors: mai più unioni a tutto campo, ma accordi specifici. Come quello, per esempio, ‘firmato con Psa e Tofas per sviluppare e produrre in Turchia un nuovo veicolo commerciale leggero’. In attesa di capire chi sarà il nuovo alleato di Fiat Auto, a Torino si respira comunque un clima più disteso rispetto a un anno fa. E non è soltanto l’entusiasmo per un evento, la presentazione di un prodotto importante, a creare ottimismo. Ad accendere le speranze sono anche i numeri. ‘Il gruppo che ha progettato e produce la Grande Punto — afferma in proposito Marchionne — sta tornando a essere forte, dinamico, creativo e con i conti in ordine. Il miglioramento delle performance operative e la positiva conclusione di alcune operazioni finanziarie ci consentono ora di concentrare gli sforzi sulle attività industriali’.

La situazione, insomma, migliora. E il messaggio del numero uno operativo del Lingotto (ringraziato pubblicamente lunedì sera dal presidente Luca di Montezemolo) è accompagnato da precisi elementi. Il primo: la drastica riduzione dell’indebitamento, che a fine settembre, per la prima volta da molti anni, ‘sarà inferiore al 50% del patrimonio netto’. Il secondo: le perdite dell’auto diminuite di un terzo nel secondo trimestre dell’anno, cui si aggiungono i buoni risultati di Cnh e Iveco. Uno scenario che permette di guardare al futuro con più tranquillità. Il piano di sviluppo dell’auto prevede ‘per il periodo 2005-2008 investimenti pari a 10 miliardi di euro, quattro dei quali dedicati alle attività di ricerca e sviluppo’. Aggiunge Marchionne: ‘Con i nuovi modelli, previsti nel quadriennio, completeremo e rafforzeremo la nostra gamma di prodotto. Saranno 20 le automobili totalmente nuove e 23 gli aggiornamenti di vetture già in commercio’. Non solo. Ricordata l’iniziativa più recente, la costituzione di Fiat Powertrain Technologies (‘una delle più importanti realtà industriali del mondo automotoristico’), l’amministratore delegato annuncia: ‘Nei prossimi anni nasceranno due motori, uno a benzina e uno diesel, completamente nuovi, un inedito cambio a sei marce e altri importanti progetti di propulsori a basso impatto ambientale’. Marchionne ha parlato davanti alla platea del Palavela dopo la presentazione della Grande Punto fatta da Luca De Meo, responsabile del marchio, e da Harald Wester, responsabile della progettazione. Il nuovo modello sarà venduto per il 50% in Italia e per il 50% all’estero. E da gennaio parteciperà a tutte le principali competizioni rallistiche. Quanto agli aspetti finanziari che riguardano la holding, Marchionne risponde con un ‘no comment’ alla richiesta se sia allo studio la conversione delle azioni di risparmio. Poi affronta un altro argomento ‘caldo’, l’imminente scadenza del prestito ‘convertendo’, che porterà otto tra le principali banche italiane e straniere a entrare nel capitale della Fiat. Sono previsti cambiamenti, come conseguenza di questa novità, nella governance della società? ‘Le modifiche sono già avvenute’, risponde Marchionne. ‘Non prevedo ulteriori cambi al vertice’”. (red)
 
10. Orenove/10. Matrix: è partito l’Anti-Vespa
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Roma - Sul CORRIERE Aldo Grasso scrive: “Allora, è davvero iniziata l’epoca nuova dell’approfondimento televisivo? Se lo augurano in molti. Se lo augura soprattutto lui, Enrico Mentana, che ha appena iniziato la sua lunga marcia nell’infotainment, quella giusta mistura di informazione e spettacolo che manca molto alla tv italiana e fa giganteggiare i conduttori stranieri. D’un tratto la seconda serata è ringiovanita di una ventina d’anni: questione anagrafica ma non solo. Che sollievo affrontare un problema serio senza il plastico del delitto di Cogne o l’incubo delle Parietti o delle Marini opinioniste o del travestito di turno o del reduce del Grande Fratello. Anche se all’inizio molti fantasmi del passato hanno accompagnato l’ingresso in scena di Mentana: ancora la cacciata dal Tg5 (adesso bisogna farsene una ragione, o cambiare azienda), ancora la finta modestia del ‘nessuno è indispensabile’, ancora la storia del ‘non sono l’‘anti Vespa’ (ma sì che lo è, lo guardiamo per questo). Poi, però, siccome il ragazzo è sveglio, ecco una splendida esibizione in antifrasi: grandi lodi alla concorrenza, a tutti i giornalisti apparsi in tv, giusto per significare l’opposto di quello che si dice. I temi della serata sono la possibile dismissione di Antonio Fazio, ‘la guerra per banche’, la scalata degli immobiliaristi. A confrontarsi su questi temi che hanno infiammato l’estate Giulio Tremonti e Pier Luigi Bersani: l’uno acerrimo nemico del Governatore (per eccesso di potere, ha tenuto a precisare), l’altro anche. I pregi della trasmissione stanno nell’aria nuova che si respira (o almeno, che si immagina di respirare dopo la puntata d’esordio, inevitabilmente contratta), nel dinamismo della scena, con primi piani molto accentuati e una regia disinvolta, nel ritmo (anche se a volte diventa un espediente fine a se stesso), nel prendere in giro i sondaggista (ma il sondaggista è necessario?), nel far ricorso alle Iene di Davide Parenti o alla nobile cattiveria di Giovanni Benincasa o a Flavia Cercato. I difetti si annidano nelle stesse cose: le ‘Iene’ non sono più in fase crescente, sono ormai maniera; due maestri del varietà per una trasmissione d’approfondimento forse sono troppi; la modernità non deve andare a discapito della sostanza (se Tremonti dice: ‘Quando uno svolge una funzione non solo deve essere imparziale, deve anche sembrarlo’, fermati, raccogli la perla, fai altri esempi che ti trovi in mano la trasmissione bell’e fatta!). A proposito di Iene, ha fatto molta impressione la candid camera del vu’ cumprà senegalese che a Capalbio cerca di vendere i suoi vestiti ai vip e trova solo dinieghi. A parte una Barbara Palombelli in grande spolvero fisico, la candid è un espediente residuale che lascia sempre l’impressione che qualcosa sia stato ‘pettinato’. Se Iene sono, Iene siano, ma per mirare più in alto. E infine, che senso fa far leggere alla dj Flavia Cercato all’una di notte un’agenzia delle 19 (Berlusconi lascia solo Fazio)? Se solo Mentana riuscisse a frenare il suo ego e a far emergere di più la sua visione del mondo, ‘Matrix’ sarebbe un appuntamento da non perdere”.

Polemica la valutazione del direttore del TEMPO, Franco Bechis: “Un piazzale Loreto televisivo. Non c’è altra similitudine per spiegare la prima puntata di Matrix che Enrico Mentana ha voluto mandare in onda lunedì scorso su canale 5. Un processo al di fuori di ogni regola intentato al Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Da una parte la pubblica accusa, Giulio Tremonti. Di fronte la pubblica accusa, Pierluigi Bersani. In mezzo un testimone, un banchiere notoriamente adirato con Antonio Fazio come Luigi Abete, presidente della Bnl. A margine il rappresentante della giuria popolare, il sondaggista Nicola Piepoli. Uno che con il suo sorrisino e il suo campioncino di 500 italiani altamente rappresentativi ci ha spiegato che la maggioranza di questo paese condanna Fazio. Antonio (Governatore) o Fabio (conduttore tv), non fa differenza: sono un pò confusi, ma condannano. Giudice supremo lo stesso Mentana, che ha già fin dall’inizioo della trasmissione la sentenza sulle labbra. E l’immagine di Diego della Valle dietro le spalle. Gran colpo di teatro del conduttore tv. Occhio fisso alla telecamera ed eloquio da Robespierre: ‘Signor Governatore, per dimettersi non è necessaro essere colpevole. Basta sembrare colpevole…’. Ghigliottina e giù la testa. Lo show è finito”. (red)
 
11. Orenove/11. Scuola:i dati del ministro, la proposta di Giannino
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - Ricomincia la scuola per 8,7 milioni di ragazzi italiani. E in vista dell’appuntamento – che per la maggior parte sarà la settimana prossima – il ministro dell’Istruzione, Letizia Moratti, ha tracciato un bilancio della riforma. Scrive L’AVVENIRE: “Alla tradizionale conferenza stampa d’inizio anno il ministro Moratti snocciola cifre e grafici a raffica, assicurando che anche quest’anno le supplenze sono già state tutte assegnate. E nega che esista un contenzioso con le Regionisulla riforma delle superiori, ‘ma un confronto’. All’opposizione che non le risparmia critiche, Letizia Moratti replica attaccando. E rivendica con orgoglio la sua ‘rivoluzione’. Che si è tradotta anche in un aumento della spesa per l’istruzione: dai 35.787 milioni del 2001 ai 40.690 del 2005. La scuola, dice il ministro, sta assumendo ‘sempre più i contorni di una comunità sociale’. ‘Quest’anno – dichiara il ministro Moratti – punterò su alcuni temi forti, ad esempio quello della scuola come comunità educante’. Particolare rilevanza, sottolinea ancora il ministro, sarà data ai temi della tolleranza e dell’integrazione, anche attraverso i progetti delle singole scuole. (...) Tutto in ordine per l’inizio del nuovo anno, rivendica ilministro, con i docenti in cattedra dal primo giorno. Letizia Moratti afferma di avere dimezzato in quattro anni il precariato nella scuola, con l’assunzione dal 2001 di 116.500 docenti e 13.500 unità di altro personale”. Sull’ora di religione L’AVVENIRE nota ancora: “Non c’è nessun crollo nelle scelte dell’ora di religione. Anzi, i dati ufficiali diffusi ieri dal ministro Letizia Moratti confermano che l’Irc riscuote il gradimento e la fiducia della stragrande maggioranza delle famiglie e degli studenti italiani. Per la precisione, il 95,9 per cento nella scuola per l’infanzia e in quella elementare. Il 94,3 per cento nella scuola media e l’87,4 per cento in quella superiore”. Monsignor Betori, intervistato dall’Avvenire commenta: “‘Stando a questi dati c’è la conferma che l’ora di religione tiene anche nel lungo periodo. Le percentuali sono uno dei segni di vicinanza della mentalità di fondo delle nostre famiglie e degli stesi giovani con il mondo ecclesiale”.

Anche Oscar Giannino, dalle colonne del RIFORMISTA interviene sul tema della scuola, prendendo spunto dalla conferenza del ministro Moratti. “Puntualmente sarà il sindacato a ottenere paginate con le consuete polemiche (...). Perdonate, cari amici insegnanti e carissimi sindacalisti di ogni sigla, ma per noi inguaribili sognatori liberali,della scuola bisognerebbe sposare finalmente l’ottica che essa serve prioritariamente a chi la frequenta, non a chi vi lavora. Che ogni riforma dovrebbe dunque essere finalizzata al miglioramento dell’offerta formativa, capace di renderla meno lontana da quella realtà di professionalità proteiformi e flessibili che è oggi il mercato del lavoro, al quale domani si affacceranno gli studenti di oggi. E infine che le risorse da destinare alla formazione non sono un piè di lista a fronte di retribuzioni fisse e di standard al ribasso e uguali per tutti, bensì un patrimonio da rendere finalmente capace di generare il meglio possibile anche attraverso una sana competizione. Prendete l’esempio britannico. Ieri il ministro dell’Istruzione del Regno Unito, l’ottima Ruth Kelly, parlando all’apertura d’anno scolastico ha fatto un annuncio skock. Tutte le scuole con i conti non in regola hanno dodici mesi di preavviso per varare un adeguato piano di rientro.Dopodiché lo Stato le chiuderà, riaprendole dopo averle affidate ad altri dirigenti e responsabili provenienti da istituti coi migliori risultati. A stilare la graduatoria delle scuole a cattiva gestione - che sono poi quelle a più bassa offerta informativa - non è il governo ma la Ofsted, l’autorità nazionale che vigila sulla qualità degli standard formativi nell’intero sistema della formazione britannica, che da secoli è «pubblica» senza per questo essere di Stato. Anche a Londra sono fioccate le proteste di sindacati e dirigenti scolastici, ma non contro il principio, solo invocando che l’attuazione della misura tenga ben conto delle particolari difficoltà che possono sussistere in aree meno economicamente affluenti del paese. Se immaginate una proposta e un ministro analogo in Italia - per di più di un governo laburista - non solo state sognando, ma dovete anche aver bevuto qualcosa di particolarmente pesante, per indurvi a fantasie tanto distanti dalla nostra amara realtà. Eppure è di riforme come quelle che avrebbe bisogno il nostro sistema della formazione”. (red)
 
12. Orenove/12. La giornata di oggi
 
 
 
Roma - ROMA - Commissione Cultura della Camera: il ministro Buttiglione presenta una proposta di mediazione sulla vicenda del costituendo archivio della Presidenza del Consiglio dei ministri.

ROMA - Partenza del Tir giallo di Prodi per il tour delle primarie.

ROMA - An: riunione dell’esecutivo con Fini.

ROMA - Festa della Rinascita, con Prodi e Cossutta.

ROMA - Istat: diffusione dati commercio estero extra Ue del mese di luglio.

ROMA - Riunione Aran sulla direttiva per il biennio economico del personale della scuola.

ROMA - Presentazione del quinto rapporto annuale dell'osservatorio Spi-Cgil sulle politiche sociali dei Comuni.

ROMA - Presentazione rapporto Cnvsu sullo stato del sistema universitario.

CITTA' DEL VATICANO - Udienza generale del Papa.

ROMA - Rai: conferenza stampa di presentazione di “Piazza Grande”.

MIRABELLO (Ferrara) - Festa Tricolore, con Storace.

PISA - Conferenza stampa del generale Costantino per un bilancio sulla missione a Nassirya.

BRUXELLES - Ue, riunione settimanale della Commissione.

BRUXELLES - Ue, incontro dei rappresentanti dell’aviazione civile per discutere della sicurezza aerea.

PARIGI - Convention del partito di maggioranza Ump con l’intervento del ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozy.

NEW DELHI - Ue, vertice Ue-India con il presidente della Commissione europea Durao Barroso.

IL CAIRO - Elezioni presidenziali.

NEW YORK - Onu, conferenza mondiale dei presidenti dei Parlamenti, con il presidente della Camera Casini. (red)
 
 
 
 
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