1. Orenove/1. Dietro le quinte
a cura di Laura Cesaretti
Roma - La festa del programma dell’Unione, che si celebra oggi al Teatro Eliseo di Roma, vedrà qualche defezione e sarà un po’ meno festosa del previsto. E’ pur vero che è un appuntamento arrangiato un po’ alla bell’e meglio e all’ultimo minuto: inizialmente, mesi fa, era stato annunciato tutt’altro iter per l’elaborazione della piattaforma che dovrebbe tenere unito il centrosinistra. La Fabbrica, il cantiere del programma, il tavolo per estenderne la bozza e poi una serie di assemblee regionali degli elettori dell’Unione che dovevano culminare in una grande kermesse nazionale i cui partecipanti (si pensava a delegati rappresentanti di tutte le forze politiche e sociali dell’Unione, compresa la famosa “società civile”) avrebbero solennemente votato il testo. Solo che tali e tanti sono stati gli intoppi e le difficoltà di composizione delle varie istanze, che l’elaborazione ha richiesto assai più tempo del previsto: basti pensare che giovedì sera ci sono volute sette ore di discussioni e litigi tra i leader per dare il via libera alla bozza. Registrando comunque diversi dissensi, a cominciare da quello della Rosa nel pugno radical-socialista, che oggi diserterà l’appuntamento romano con Prodi e terrà una sua conferenza stampa per spiegare le ragioni della propria insoddisfazione. Che riguardano - come si sa - il mancato “no” del centrosinistra ai finanziamenti pubblici alla scuola cattolica, e i Pacs. Ieri anche le organizzazioni omosessuali vicine alla sinistra - dall’Arcigay alla rivista Gay Pride -, sono insorte contro il “fallimento” su questo punto, perché il veto di Margherita e Udeur ha impedito che nel programma venisse inserito il riconoscimento delle coppie di fatto, e di fronte a quel veto Ds, Rifondazione, Verdi e Pdci hanno chinato la testa.
Nel frattempo, ferve il lavoro di preparazione delle liste elettorali. La composizione del listone ulivista Ds-Margherita alla Camera crea diversi problemi, anche per la necessità di bilanciare i rapporti di forza partendo dal presupposto che alla fine i deputati eletti rischiano di essere inferiori alla somma di quelli della scorsa legislatura. Rutelli ha annunciato una serie di nomi “di prestigio”, e ora deve trovar loro un posto da candidato, ma incontra diverse resistenze. Il nome di Domenico Fisichella, attuale vicepresidente del Senato (che ha abbandonato An ma non la speranza di un seggio e dunque si è imbarcato nella Margherita), suscita poco entusiasmo nel partito: “Ci toglie un posto al Senato e non porta neppure il voto di sua moglie”, si lamenta un dirigente. Rutelli aveva cercato di candidarlo in Toscana, ma i Dl locali hanno fatto le barricate: “Fisichella? Neanche dipinto”. Ora sta cercando di piazzarlo nel Lazio. Quanto alla ruiniana Paola Bitetti (già dirigente del comitato Scienza e Vita che la Curia usò come strumento di propaganda nel referendum), sponsorizzata dall’ex Dc Beppe Fioroni, la strada è ancora più in salita. Più o meno per le stesse ragioni che riguardano Fisichella: toglie un seggio e di voti nessuno crede ne possa portar molti. Si era parlato addirittura di candidarla alla Camera, nel Listone unitario, ma ai Ds, che già soffrono il connubio forzato con la cattolica Margherita, sono venuti i capelli dritti. Nella Quercia, invece, si assiste all’inaspettata resurrezione della candidatura Serafini, meglio nota come moglie di Piero Fassino. Aveva annunciato un “passo indietro”, dopo che la sua sistemazione nelle liste aveva incontrato molte difficoltà. Ora, con grande abilità, la macchina propagandistica del Botteghino si è messa in moto e ha utilizzato alcuni articoli maliziosi sul ruolo di Anna Serafini nel partito, e sulle gelosie diessine che suscita, per costruire attorno alla consorte del segretario l’aureola di perseguitata politica. A difenderla sono scesi in campo dirigenti Ds, manifesti di intellettuali allestiti in due giorni, e persino il presidente della Camera Casini. E ora, con gran scorno dei suoi numerosi critici interni, Anna Serafini in Fassino riuscirà probabilmente ad essere senatrice nella prossima legislatura. (lac)
2. Orenove/2. Le prime pagine
Roma - CORRIERE DELLA SERA - "L'energia dimenticata", editoriale di Giovanni Sartori. In apertura: “Politica e tv, scontro sull'Authority'”. A centro pagina: "Olimpiade, grande show senza incidenti". A fondo pagina: "Un foglietto tra Casini e Veltroni: votiamo, poi si vedra" e "Pescante, la scalata fallita. All’ultimo scalino".
LA REPUBBLICA - "L'Italia che può farcela", editoriale di Edmondo Berselli. In apertura di quotidiano: "Torino capitale del mondo". A centro pagina: "Berlusconi indagato per le coop. 'Io, secondo solo a Napoleone'".A fianco: "Fiorani pagava i politici in contanti". A fondo pagina: "Il carnevale più triste di New Orleans devastata".
LA STAMPA - "Bel Mondo", un editoriale di Massimo Gramellini. In apertura: "Luce sui Giochi". A fondo pagina: "Berlusconi indagato per le accuse alle Coop" e "Ruini: il prete ucciso è un martire, sarà santo".
IL MESSAGGERO - "Se la politica usa il mito di Olimpia" è l'editoriale di Gaetano Quagliariello. In apertura: "Show Italia, si alza il sipario sui Giochi". A centro pagina: "Civitavecchia, la centrale si fara". Articolo di spalla dal titolo: "Addio a don Andrea. In migliaia a Roma. Ruini: sarà santo, è morto da martire”. A centro pagina: “Berlusconi: se perdo guiderò l’opposizione. Le coop lo denunciano per diffamazione, indagato".
LIBERO - "Rapire Silvio, si fa così", editoriale di Vittorio Feltri. A fondo pagina: "Morto Citaristi, il tangentista perbene". A centro pagina: "Prodi &C fanno gli scongiuri: nessuno tocchi le Olimpiadi" e "Finalmente parole chiare 'Don Santoro presto santo'".
IL TEMPO - "Più energia e meno pregiudizi", in un editoriale di Giuseppe De Filippi. In apertura: "Sfida ad alta tensione". A centro pagina: "Berlusconi: 'Solo Veltroni meglio di me in tv'". A fondo pagina: "Ciampi apre i Giochi. Da oggi è caccia all'oro".
IL GIORNALE - "Promesse mantenute", editoriale di Paolo Del Debbio. In apertura: "Le Olimpiadi invernali gelano i no global". A centro pagina: "'Case espropriate per tre anni'". A fondo pagina: "'Se perdo guiderò l'opposizione'". Di spalla: "Prodi e D’Alema, la procura non vuole indagare".
AVVENIRE - "Il dolore personale sul volto di un popolo": editoriale di Andrea Riccardi. In apertura: "Olimpiadi della neve. Torino, pronti...via". Di spalla: "Ruini: 'Don Andrea, coraggio da martire'". A centro pagina: "Antonveneta, indagato Gnutti. Sequestrate a Ricucci azioni Rcs".
IL FOGLIO – In apertura: "Santoro Akbar, prete martire". A fianco: "Isolato il virus dell'aviaria in Sicilia". Di seguito: "Il flagello della par condicio".
L'UNITA' - "La garanzia Bertinotti", editoriale di Antonio Padellaro. In apertura: "Calderoli e fascisti, vergogne di governo". A centro pagina: "Legacoop denuncia il premier: indagato per diffamazione" e "Che i Giochi comincino".
IL RIFORMISTA - "Scuole private senza soldi dello Stato", editoriale di Biagio De Giovanni. In apertura: "Torino e lo spettro di Genova. Ecco i veri rischi per i Giochi". Di seguito: "Un programma per tredici partiti. Prodi misura la sua maggioranza". A centro pagina: "C'è feeling tra Confindustria e il Prof".
IL SOLE-24 ORE - "Bilancio di stabilità e occasioni mancate": editoriale di Stefano Folli. In apertura: "Condono, alt alle Regioni". A centro pagina: "3 rinvia la Borsa". Di spalla: "Il Lazio ferma i lavori dell'Enel a Civitavecchia". (red)
3. Orenove/3. Olimpiadi invernali al via, la resa dei no global
Assolutamente da non perdere
Roma - LA REPUBBLICA racconta l’emozione della cerimonia che inaugurato le Olimpiadi invernali in Piemonte: “È della cerimonia inaugurale di ogni Olimpiade il fin la meraviglia. Ma ieri sera quella dei Giochi di Torino 2006 è stata addirittura esuberante, stupefacente, mirabolante. C’è stata tantissima Italia e pochissima Torino, se non al folgorante inizio di Juri Chechi, col fuoco che scaturiva ad ogni suo poderoso colpo di martello, e lui che batteva con ritmo incalzante, chapliniano: un inno alla produzione, al lavoro. Ed era l’unico vero, commosso riferimento al passato industriale della città, ai tempi moderni che la geniale regia di Giuseppe Arena ha riportato con ispirata follia ed emozione, in un crescendo vorticoso di fuoco e di scene di massa. mentre attorno ruotavano i pattinatori che sputavano ‘scintille di passione’ come piccoli jet sulle spalle, stile ed energia, forza e fiducia nell’uomo, nella sua capacità di ‘fare’. C’è stato dunque tutto e di tutto un po’: perché è così l’Italia e l’immagine dell’Italia nel mondo. Da Fellini al Futurismo e al Futuro; dal canto dantesco di Ulisse che ha recitato Giorgio Albertazzi a Sofia Loren che sorregge il vessillo olimpico assieme ad Isabella Allende, a Susan Sarandon, al premio Nobel per la pace Wangari Maathai, dalla Ferrari che sgomma ed erutta come un vulcano tutta la sua potenza in un tripudio di fuochi artificiali sino al Rinascimento e al Barocco lezioso, malinconico impressionante - come nel Casanova di Fellini – e non è stato l’unico riferimento al grande regista di 8 e ½: un quadro ha evocato la nostalgica Amarcord, ma in un contesto ricco di rituali olimpici. Ecco la regale e torinese Carla Bruni emblema della Bellezza, con raffinato abito firmato Armani, avanzare lentamente sorreggendo come un vassoio la bandiera italiana per poi consegnarla ad un carabiniere in alta uniforme e mentre il nostro drappo saliva lungo il pennone una bimba di nove anni, la bolognese Eleonora Benetti intonava con voce cristallina e struggente l’Inno di Mameli, in modo lento, largo, inedito, e l’intenzione di chi l’aveva istruita era palese: rappresentare il passato e il futuro miscelando creatività ed eleganza, fantasia e Carnevale. Cioè le peculiarità italiane”.
Sempre sulla REPUBBLICA si dà conto della resa dei no global: “La loro disfatta l’hanno messa in mostra, esibita in un acquario dove le teste mozzate di due maialini annegavano nella Coca Cola. Di più non avrebbero potuto fare contro Torino e contro le sue Olimpiadi, nel giorno della grande cerimonia di apertura quella degli antagonisti è stata una resa incondizionata. Anche perché una soffiata ha fermato l’estremo tentativo di spegnere la fiaccola o di sbarrare la strada a un tedoforo, soffiata che ha segnato la sconfitta ufficiale del popolo dei no a Torino 2006. Erano pronti con le catene e i lucchetti per chiudere una via e avevano pure un sacco di chiodi per sgonfiare le ruote delle auto che stavano dietro la torcia, il sabotaggio è fallito, la polizia ha sequestrato le ‘armi’ e soffocato la rivolta. Nell’arsenale dei guastatori sono rimaste solo quelle due teste di porco. Mai un movimento era stato così isolato come è avvenuto per i Disobbedienti e per tutti gli altri gruppi in questi due giorni qui a Torino, se qualcuno di loro nelle ultime ore fosse riuscito a boicottare qualcosa o qualcuno probabilmente sarebbe stato assalito dai torinesi, inferociti contro gli antagonisti, irritati dai loro metodi e dai loro slogan, stufi delle loro scorribande. Torino li ha allontanati, li ha emarginati. E loro si sono asserragliati nelle stradine tra la Mole Antoneliana e le facoltà umanistiche, in ritirata per assorbire il colpo della capitolazione. Sono state le quarantotto ore che hanno delapidato quel certo consenso - soprattutto quello degli autonomi di Askatasuna - che avevano guadagnato in Val di Susa con il movimento No Tav, una strategia anti-olimpica che ha messo squatter e disobbedienti del Gabrio e anarco-insurrezionalisti contro tutti in una città che i Giochi li voleva comunque. ‘Abbiamo sbagliato, non è stato bello per noi restare soli’, risponde Lele Rizzo, uno dei capi di Askatasuna mentre si volta e guarda il corteo dei suoi amici che arranca. Conta con gli occhi quanti sono. E sospira: ‘Non più di trecento, forse trecentocinquanta’. Poi dice: ‘Adesso dobbiamo pensare al dopo, a quando Torino pagherà il prezzo del dopo Olimpiadi e ripiomberà nella sua depressione’. Fanno autocritica i gruppi del tumulto che non c’è stato, in ripiegamento si chiudono nella zona dell’Università e per un pomeriggio intero non hanno nemmeno ‘l’onore’ di uno schieramento poliziesco, neanche una divisa blù di poliziotto e neanche una divisa nera di carabiniere. Erano riparati a qualche decina di metri con gli scudi e con i caschi, nascosti dietro i palazzi, discretamente all’erta un po’ più lontano. È stato allora che le teste mozzate dei maialini hanno cominciato a galleggiare nella Coca Cola ‘che corrode e che corrompe’, metà pomeriggio di sole e perfino di qualche polemica tra quei pochi contestatori. Oggetto della contesa proprio quelle due teste di maialino. ‘Perché non le avete prese finte?’, chiede l’animalista, un ragazzo vestito di rosa dai piedi ai capelli. Cacciato con un ‘vaff... ‘ da uno dei duri degli autonomi, un barbuto che teneva per mano il figlioletto riccioluto. Il bimbo a un certo punto ha chiesto: ‘Papà, ma dov’è la fiaccola?’. E lui: ‘Eccola, è davanti a noi’. Perplesso, il bimbo gli ha risposto: ‘Non quella, quella vera... ‘. Quella era una torcia a forma di spinello che stringeva fra le mani un tedoforo ‘alternativo’, uno dei quattro o cinque che hanno fatto l’altro giro della città passando dalle case sgomberate per far posto alle opere delle Olimpiadi, la fiaccola della protesta, la fiaccola del no che verso le cinque del pomeriggio è arrivata con gli anarco insurrezionalisti davanti all’Università dove bruciavano due bandiere americane. Un ragazzo con il volto coperto da una kefia aveva i fiammiferi e la benzina, la troupe della Cnn era lì a riprendere la scena, sventolavano drappi della Palestina e dell’Iraq, dagli altoparlanti lanciavano appelli ‘ai combattenti delle montagne afgane e ai resistenti di Falluya’. Intorno alzavano cartelli soft: ‘Più pini e meno trampolini’, ‘Ridateci l’erba: marmotte valsusine’, ‘Più mucche e meno Toroc’. Poi la rivolta è diventata un ordinato corteo che la Digos ha fatto transitare in un desertissimo corso Regina Margherita, corteo mesto e silenzioso che non era stato precedentemente autorizzato, il risultato di una ‘trattativa’ volante tra i funzionari di polizia e i leader dei gruppi. Si è sciolto su un ponte. La fiaccola olimpica era già arrivata già sul Po, sulla barca che poi l’ha portata via. ‘Non l’abbiamo più rincorsa perché ci siamo accorti la gente di Torino era in festa, la torcia non ci interessava più, vedremo cosa fare nei prossimi giorni’, racconta Giorgio, il più ascoltato tra i capi di Askatasuna. Nei prossimi giorni gli antagonisti progetteranno qualche nuovo piano, studieranno come attaccare. Ma probabilmente ci saranno, se ci saranno, quelli che gli analisti dell’intelligence definiscono ‘gesti isolati’ o ‘colpi di spillo’. A Torino 2006 i Disobbedienti hanno perso”. (red)
4. Orenove/4. Sondaggi, dubbi, ansie: il carteggio Casini-Veltroni
Assolutamente da non perdere
Roma - Il CORRIERE DELLA SERA riferisce lo scambio di bigliettini tra Casini e Veltroni. “Un bigliettino passato fugacemente di mano in mano: dalla mano del sindaco di Roma, Walter Veltroni, a quella del presidente della Camera dei Deputati, Pier Ferdinando Casini. Scrive Veltroni: ‘Come sono i sondaggi per te?’. Risponde Casini: ‘Mi sembrano decenti. Ma non mi faccio illusioni...’. Scena: Campidoglio, ieri mattina, interno dell’aula Giulio Cesare, sede del Consiglio comunale della città. ‘Il simbolo più alto delle istituzioni cittadine, la casa di tutti i romani’ spiega Veltroni al pubblico presente. E Casini, lì, ieri era in veste di ospite d’onore: per la celebrazione ufficiale della ‘Giornata del ricordo’ in memoria delle vittime delle foibe. Il sindaco in aula, presente una folla di esuli, anticipa di qualche minuto l’ingresso della terza carica dello Stato. Entrambi arrivano dal funerale di don Andrea Santoro, il sacerdote ucciso in Turchia. Quando Casini entra in Campidoglio, tra i due sono saluti calorosi e un paio di pacche sulle spalle. Si vede che Walter e Pier Ferdinando sono amici. Tanto amici che a un certo punto - e la cosa non sfugge agli osservatori più attenti - durante le celebrazioni tra sindaco e presidente inizia un fitto scambio di messaggini. Non telefonici, avrebbe dato troppo nell’occhio. Ma vergati a penna su un foglietto di carta intestata del Campidoglio. Veltroni è seduto sullo scranno più alto dell’Aula. Casini è alla sua destra. Per chi assiste alla scena di fronte, i due, in versione mezzobusto, sono coperti dai banchi di legno. Ma dall’esterno si nota comunque, alternativamente, quel braccio che scribacchia qualcosa; quello sguardo, di entrambi, che si abbassa ogni tanto a leggere. Deve trattarsi di poche righe, vista la rapidità dei movimenti. È chiaro, si stanno scrivendo. Ma cosa? Parte della cerimonia, dopo un’oretta, è ormai scivolata via, con i discorsi ufficiali, le consegne, le foto, e prima dell’Inno nazionale, che poco dopo sarà suonato sulla piazza, sotto la statua di Marco Aurelio, dalla banda dei vigili urbani. In quel frangente, mentre a parlare è il professor Parlato - una dotta e commossa rievocazione sulla tragica storia delle foibe - c’è forse un po’ di spazio per la politica. Veltroni comincia, e per primo scrive qualcosa a Pier. Come un ragazzo al liceo, il sindaco rifila a Casini la missiva sotto il banco. Il presidente della Camera legge. Poi abbassa lo sguardo. Gli risponde. Dal banco spunta per un istante, poi scompare, il brillante logo della pregiata penna. La scena continua, alternata da qualche sguardo in direzione di Parlato che, ignaro, continua la sua relazione storica. Ora tocca di nuovo a Walter. Poi di nuovo a Casini. Il tutto appena percettibile grazie ai movimenti di braccia e agli sguardi che salgono e scendono. Ma cosa si saranno scritti? La risposta, a fine cerimonia, è ancora lì: dimenticata sotto al banco dello scranno del sindaco. Veltroni: ‘Come sono i sondaggi per te?’. Casini: ‘Mi sembrano decenti. Ma non mi faccio illusioni. Prendere il 5-6% senza preferenze e con la polarizzazione che c’è è già un mezzo miracolo. Qual è invece il vero sondaggio destra-sinistra?’. Veltroni: ‘Mi dice Fassino ? 5 per il CS (centrosinistra, ndr ). Comunque sono tutti matti. E il Paese, comunque, non uscirà dai guai. Né con Caruso (il candidato no global, leader dei disobbedienti del Sud, candidato da Bertinotti, ndr ) né con Borghezio (esponente della Lega Nord, ndr )’. Ancora Veltroni: ‘E’ il momento di scelte alte, coraggiose. Ma non mi sembra questo lo ‘spirito del tempo’’. A Casini l’ultima replica: ‘Fino al 9 aprile non può succedere nulla di diverso. Poi vedremo. Perché se il CD (centrodestra, ndr ) migliorerà un poco ancora (-3 per es.) il Senato sarà imballato’. Poi, i saluti tra i due. E l’Inno di Mameli”. (red)
5. Orenove/5. Il premier: “Se perdo farò opposizione costruttiva”
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Roma - Il CORRIERE DELLA SERA riporta alcune considerazioni fatte ieri dal premier Silvio Berlusconi nel corso dei suoi appuntamenti: “Un diluvio di parole. E di battute. Silvio Berlusconi sostiene, senza tanta ironia: ‘Solo Napoleone ha fatto più di me’. Precisando ad Enrico Mentana, che scherza su un possibile confronto: ‘Sono sicuramente più alto’. Se la prende con la Rai e, in modo particolare, con Ballarò. Ma, soprattutto, per la prima volta annuncia che, in caso sconfitta, resterà in Parlamento per fare ‘un’opposizione costruttiva’. A metà giornata arriva la notizia: il presidente del Consiglio è indagato dalla Procura della Repubblica di Roma per diffamazione, dopo che aveva parlato a Omnibus de La 7 di accostamenti tra le coop e la camorra. Si tratta di un atto dovuto, perché il suo nome è citato nella querela presentata dal presidente delle cooperative, Giuliano Poletti. Ma certamente l’annuncio non piace a Berlusconi che contrattacca: ‘Ha presentato querela perché non sa come salvare la faccia’. In serata, quando va da Enrico Mentana per registrare Matrix , apre con Ballarò e chiude con Ballarò e la Rai. All’inizio sostiene che nella trasmissione di Giovanni Floris viene scelto ‘un pubblico tutto di sinistra’. Alla fine, dopo aver ribadito che è costruita ‘come una macchina da guerra contro l’altra parte politica’ e che l’Authority ‘dopo Mediaset farebbe bene a prendersela con RaiTre’, arriva a contestare in blocco la Rai, definita ‘roccaforte precostituita e inespugnabile’, formata da giornalisti ‘all’85% di sinistra’. E Adriano Celentano? ‘Ha fatto quattro puntate per infangarmi’. Berlusconi annuncia che da un presondaggio, commissionato ad una società americana, la Casa delle Libertà sarebbe in sostanziale pareggio con l’Unione. Anche se continua a chiamarla ‘legge-bavaglio’, si dichiara contento che arrivi finalmente la par condicio: ‘Così almeno mi riposo’. Ad un certo punto Mentana lo incalza perché vuole sapere che cosa farà in caso di sconfitta. Lui insiste col dire ‘che è un’ipotesi da non prendere in considerazione’, ma alla fine cede: ‘Sarò ancora in Parlamento a fare un’opposizione costruttiva’. Ripetendo però che, a suo giudizio, ‘se vincesse il centrosinistra il vero capo sarebbe D’Alema’. E ironizza sul fisico di Piero Fassino: ‘Non so se è meglio avere un rapporto più stretto con lui o andare in pellegrinaggio in un ossario’. Berlusconi ribadisce che ‘l’ultimo soldato italiano rientrerà dall’Iraq entro l’anno’ e promette che insisterà con gli Usa per fare piena luce sulla morte di Calipari’. Ma concede anche una battuta sulle ‘canne’ di gioventù, confessate da Fini e Casini: ‘Hanno avuto il tempo di farlo. Io invece ero a lavorare. E poi loro sono più giovani. Hanno fatto il ’69’. Un attimo di smarrimento negli interlocutori e si corregge: ‘Anzi, il ’68’”. (red)
6. Orenove/6. Contratto del 2001, Ricolfi rende giustizia al Cav.
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Roma - “‘I dati dimostrano che ha fatto molto più di quanto ammetta la sinistra e persino di più di quanto la gente creda’. Il soggetto, ovvero colui ‘che ha fatto’, è il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il giudizio riportato tra virgolette, invece, non è farina dell’ufficio stampa di Forza Italia, ma è tratto – sottolinea IL GIORNALE - da un libro appena uscito: Tempo scaduto. Il Contratto con gli italiani alla prova dei fatti, edizioni Il Mulino. Quanto all’autore, non è certo un supporter della Casa delle libertà. È Luca Ricolfi, torinese, docente di Sociologia, ma soprattutto un intelligente intellettuale di sinistra (l’aggettivazione non è pleonastica, dato che non tutti gli intellettuali sono soltanto per questo anche intelligenti). Organico, si diceva una volta. Nel suo caso sarebbe ingeneroso, dal momento che Ricolfi, pur senza aver mai rinnegato la sua collocazione, si è sempre riservato diritto e libertà di dire le cose come stanno. O almeno come le vede lui. Lo conferma del resto anche un altro suo volume di successo, uscito lo scorso anno (Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori, Longanesi editore), responsabile di ben più di un attacco di orticaria, soprattutto nel partito dei Democratici di sinistra. Che non devono essersi piaciuti affatto, guardandosi nello ‘specchio’ sorretto da Ricolfi. L’ultima sua fatica letteraria, dedicata al lavoro svolto in questi ultimi cinque anni dal governo Berlusconi, è un approfondito lavoro di analisi basato sui dati, senza cioè paraocchi ideologici o antipatie precostituite. Ma, ovviamente, senza nemmeno concedere sconti. Un’analisi che è anche originale in quanto parte da quella che pur tra i frizzi e lazzi del ‘Partito Anti Silvio’, è stata nei fatti e nei modi un’originale provocazione. Ovvero quel Contratto con gli Italiani siglato ufficialmente dal premier l’8 maggio 2001 con il Paese (e davanti al Paese) nel salotto catodico di Bruno Vespa. Per i soliti geni della satira a senso unico fu una sceneggiata. Per i fedelissimi del centrodestra un colpo di genio. Mentre, forse, la definizione più corretta e oggettiva è che quel Contratto, messo così nero su bianco, rappresentò anzitutto e soprattutto un’inedita rottura dei soliti ingessatissimi riti della politica italiana. Circostanza riconosciuta del resto dallo stesso autore, là dove scrive che ‘se non siamo accecati dall’odio, a Berlusconi e al suo ‘contratto’ possiamo tranquillamente riconoscere di non aver promesso l’impossibile e comunque di aver reso più concrete, più chiare e quindi più verificabili le promesse dei politici’. Quanto ai risultati del lavoro di Ricolfi, il suo voto finale sull’operato di Berlusconi e sulle promesse che è riuscito a mantenere rispetto ai cinque punti contenuti nel Contratto (Tasse, Reati, Pensioni minime, Posti di lavoro, Grandi opere), si traduce in un abbondante 60%. E la sinistra ‘sbaglia’ - sottolinea Ricolfi - quando si rifiuta di riconoscere questi dati. La percentuale finale è ricavabile facendo la media tra le diverse voci. Si va dal 100% di impegno mantenuto innalzando ad almeno un milione di vecchie lire (516, 46 euro) il trattamento mensile minimo di quiescenza, al 68,4% portato a casa sul fronte dei cantieri aperti per la realizzazione delle grandi opere di viabilità; dal 55,6% raggiunto sull’obiettivo della riduzione del carico fiscale, all’81,7% ottenuto sul fronte dell’occupazione con la creazione di nuovi posti di lavoro. Che - sottolinea Ricolfi - sono in stragrande maggioranza veri, a tempo indeterminato e non precari come predica la sinistra. Manca una voce, quella relativa alla criminalità. Ed è proprio lo zero tondo qui assegnato da Ricolfi ai risultati di Berlusconi, ad aver abbassato di molto la media. Una bocciatura in una materia che, del resto, è difficilmente ‘quantificabile’. Tuttavia, se non ci fossero stati quelli che l’Autore stesso chiama ‘imprevisti genuini’, ovvero l’entità del buco di bilancio ereditato dal governo di centrosinistra e la stagnazione globale dell’economia, con un Pil che si troverebbe di conseguenza a livello 106 anziché all’attuale 103 (fatto 100 il dato di partenza del 2001), ‘anche la promessa occupazionale e la promessa fiscale risulterebbero onorate più o meno al 100% - commenta il sociologo torinese -. Dunque, Berlusconi potrebbe plausibilmente affermare di aver mantenuto 4 promesse su 5, ossia tutte eccetto quella sulla riduzione dei reati’”. (red)
7. Orenove/7. Unione, le molte spine della Giornata del programma
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Roma - “Un patto comune, strette di mano a sigillarlo. Giurando che le spine che pur restano sono ‘dettagli’ che, come dice Massimo D’Alema, non ‘svalutano’ un ‘accordo di grande serietà’. L’Unione celebra oggi – informa LA REPUBBLICA - la sua Giornata del Programma. Convention al Teatro Eliseo. Romano Prodi al centro - anche politico - del palco a leggere per una cinquantina di minuti gli impegni del centrosinistra che spera di governare. Scenografia in giallo, il colore di Fabbrica, tir, siti web prodiani. Attorno e poi a scambiarsi non solo simboliche strette di mano ci saranno i leader del partiti. Con qualche nuovo arrivo come Bobo Craxi, ma anche qualche defezione di alleati storici. Salvo ripensamenti e mediazioni, farà rimarcare il suo forfait Enrico Boselli, ulivista della prima ora con lo Sdi, ora con Bonino-Pannella in quella Rosa nel Pugno che i sondaggi danno attorno al 3%. Niente Eliseo anche per la repubblicana Luciana Sbarbati, eurodeputata marchigiana eletta con 113 mila voti nella lista dell’Ulivo, madre del Mre. Rosa ed edera non si sentono riconosciuti in un centrosinistra a cui ripetono comunque fedeltà. La Rosa nel Pugno per i Pacs (‘chiamiamolo in altro modo’, si arrabbia Prodi), e per i finanziamenti alle scuole private. Luciana Sbarbati per una pari dignità con Ds e Margherita che, accusa, non le viene riconosciuta pur essendo pure lei fra i fondatori - come Boselli - della lista unica alle Europee. Boselli giura di ‘non fare capricci’, ripete le posizioni del neo - partito, ma ha parlato con Prodi al telefono e i due si risentiranno domani. Dopo la convention all’Eliseo e prima che la Rosa nel Pugno tenga una conferenza stampa per precisare la sua linea. ‘Il nostro programma è Prodi siamo pronti a firmare il simbolo. Ma l’Unione rifletta’, ripete Emma Bonino, che giovedì ha lasciato per protesta il vertice dell’Unione. Senza però smuovere più di tanto i nuovi alleati, anche se Barbara Pollastrini, responsabile femminile Ds, chiede all’Unione di ‘recuperare il senso dei Pacs’. ‘Siamo sempre stati contrari all’ingresso dei Radicali. - va giù pesantissimo il comunista Oliviero Diliberto - Li conosciamo. Non c’entrano niente con il centrosinistra’. Poi, a Boselli, accusato di farsi guidare dai nuovi arrivati: ‘Chi ha voluto questa rogna adesso se la gratta’. E Clemente Mastella, ringraziando Prodi ‘per la mediazione’: ‘Firmo il programma, ma sulle unioni di fatto, pur apprezzando il compromesso che di fatto elimina i Pacs, rivendico il diritto di coscienza dei miei parlamentari’. Dalla Margherita Beppe Fioroni, molto vicino a Rutelli, premette la stima per Emma Bonino, poi le chiede dei ‘passi indietro’ in nome di ‘soluzioni condivise dalla stragrande maggioranza degli italiani’. Prodi minimizza: ‘Continuiamo a discutere, cercheremo di trovare una soluzione’. D’Alema è più tranciante: ‘Capisco la ricerca di visibilità dei partiti, specie dei più piccoli, e specie con questa legge elettorale; ma non vorrei che passassimo tutta la campagna elettorale a parlare di come definire le unioni civili, se patti o contratti, questi sono dettagli’. Difende ‘una posizione rigorosamente laica’ e bacchetta: ‘Non voglio lezioni da Bonino e Pannella’. Clima prelettorale anche all’interno dei partiti. Con la minoranza di sinistra dentro Rifondazione che contesta Fausto Bertinotti per le mancate assemblee interne sul programma del centrosinistra. Il segretario ribatte duramente, ma ammette: ‘In un programma che considero riuscito oltre le più ottimistiche previsioni, paghiamo l’accumulo di un deficit di democrazia che è espressione del deficit democratico dell’Unione’. Prodi ripete di essere il ‘collante’ della coalizione: ‘Questa volta per garanzia di tutti abbiamo firmato il programma. Questa volta c’è un impegno vero, totale, concreto’. E sposta l’attacco sul centrodestra: ‘Noi corriamo con un bell’Ulivo, che è una gran forza politica unitaria. La Cdl con tre liste con i nomi di Berlusconi, Fini e Casini. Allora qual è l’armata Brancaleone?’. E sui faccia a faccia tv: ‘Non ho mica detto per scherzo che se si deve fare il dibattito finale logica vuole che debba essere io con Berlusconi, Fini e Casini di fronte. Perché ognuno di loro corre col suo nome nelle liste’”.
Il CORRIERE DELLA SERA svela in un retroscena firmato da Francesco Verderami le manovre di Rutelli: “Stanco di sentir parlare di Partito democratico, Francesco Rutelli ha deciso di costruirselo da sé. E in attesa che i Ds rompano gli indugi, sta utilizzando la Margherita come ‘un laboratorio per le prove tecniche’. Rutelli non vuole intestarsi il copyright del progetto, siccome è un patrimonio del centrosinistra, ma non lo convince l’idea che oggi a Milano impegnerà l’Associazione per il Partito democratico, con l’obiettivo di formare una lista. Ne coglie un limite, ‘il profilo troppo marcato’, che rende il disegno un po’ datato: ‘Siamo ancora all’ulivismo di sinistra’. Rivendica invece ‘l’originalità’ della sua operazione, che ‘non si prefigge di intercettare solo un po’ di elettorato incerto, ma vuole dimostrare all’opinione pubblica moderata che c’è vita anche dopo la fine del berlusconismo’. Perciò ha cominciato a mescolare nei Dl storie diverse, ‘con l’intento di fonderle in un progetto nuovo’. Ecco come Rutelli si difende dall’accusa di aver svolto alla vigilia delle Politiche una disinvolta campagna acquisti. C’è l’intento di ‘rendere visibile’ il ‘partito che non c’è’ alla base della decisione di presentare nelle liste per il Senato della Margherita un monarchico come Domenico Fisichella, ideologo di An, insieme a un islamista come Khaled Fouad Allam. È questo il principio che - a suo dire - permetterà di affiancare un giornalista di sinistra come Antonio Polito, che si schierò a favore dei referendum sulla procreazione assistita, con la neuropsichiatra Paola Binetti, presidentessa ‘ruiniana’ del comitato Scienza e Vita, che quei referendum ha combattuto e vinto. Questo melting pot di personalità, ‘tutte legate da una comune radice moderata’, sono la prova per Rutelli che ‘è falsa in radice la tesi’ sostenuta dalla Rosa nel Pugno ‘di voler dar vita a una forza cattolica’. Per la Binetti, ad esempio, ha ricevuto ‘il sì convinto’ di Arturo Parisi. L’obiettivo dell’ex sindaco di Roma è piuttosto prepararsi alla sfida con i Ds per palazzo Madama. Una ‘competition avvincente’ - l’ha definita ieri Europa - in cui ‘nessuno perde e tutti ci guadagnano’. In realtà si deciderà proprio al Senato il destino del Partito democratico: solo un riequilibrio di forze tra i due maggiori alleati potrà determinarne la nascita. E non a caso il quotidiano dei Dl ha trasformato Rutelli in un ‘avanguardista’ del progetto. A Fassino, che ha parlato della ‘generosità’ diessina in fatto di candidature nella lista dell’Ulivo, Rutelli chiede ‘generosità’ sul Partito democratico, e un comune impegno per garantire il ‘profilo riformista’ dell’alleanza. Raccontano che l’altra sera, dopo il vertice sul programma, si sia sfogato con i suoi per la durezza della trattativa: ‘Sei ore da solo. Da solo’. Da solo sostiene di essersi trovato ‘a contrastare l’area massimalista’ e le sue proposte, verso le quali ‘noi saremo intransigenti’. Da solo ricorda di essersi trovato anche nei mesi scorsi, quando lanciò l’idea del cuneo fiscale, ‘che mi procurò attacchi pesanti, e che oggi, con soddisfazione è diventata la proposta di Romano Prodi e di tutta l’Unione. È il segno che l’ostinazione riformista paga’. Un segno evidenziato anche dai sondaggi: il suo indice di gradimento è risalito dopo il braccio di ferro della scorsa primavera con il Professore. Che in classifica è stato superato. Sempre da solo Rutelli ha anche incontrato Giuliano Amato qualche giorno fa, dopo le polemiche sulla candidatura dell’ex premier, che ha rifiutato di guidare la lista dell’Ulivo in Veneto. Siccome l’Unione confida nella vittoria, l’approssimarsi del 9 aprile porta con sé i nodi da sciogliere subito dopo il voto. E tra quei nodi c’è la matassa del Quirinale. Ma a chi gli ha chiesto del colloquio, il capo della Margherita si è limitato a dire che ‘è stato un affettuoso gesto di amicizia’ verso chi ‘era stato un po’ maltrattato’. Ci sarà tempo di discutere sugli equilibri futuri. Per arrivarci al meglio, Rutelli ha spiegato la sua strategia al partito: ‘Noi avremo il compito di dare equilibrio alla coalizione, evitando che slitti a sinistra, e al tempo stesso dovremo aprirci a personalità esterne per far capire che vogliamo costruire una forza pluralista’. E dopo aver annunciato la candidatura del presidente delle Acli Luigi Bobba, ha tracciato la linea dei Dl: ‘Disegno riformista e base interclassista’. Ma questa è la Dc, gli hanno risposto. E lui: ‘La Dc in effetti era un partito laico, ma quelli erano altri tempi. Tempi di guerra fredda’. Ora per l’‘avanguardista’ Rutelli ‘si deve guardare avanti’. Al Partito democratico”. (red)
8. Orenove/8. Il bilancio della legislatura secondo La Stampa
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Roma - LA STAMPA traccia un ampio bilancio di fine legislatura: "Doveva essere una legislatura davvero fortunata quella che si chiude oggi. Il 30 maggio 2001, quando si aprirono le nuove Camere, per la prima volta dopo oltre mezzo secolo l’Italia sembrava divenuta finalmente un Paese 'normale', una locuzione allora molto alla moda: un presidente del Consiglio, nei fatti, eletto dal popolo con una fortissima maggioranza, la sua incontestabile e assoluta predominanza rispetto ai capi degli altri partiti che formavano la coalizione vincente, il pronostico di un solo governo per cinque anni. La previsione, dal punto di vista tecnico-parlamentare, si è rivelata sostanzialmente esatta, poiché il passaggio, nell’aprile del 2005, dal secondo al terzo governo Berlusconi si può considerare alla stregua di un ampio rimpasto, reso tra l’altro necessario dal precedente stillicidio di dimissioni da parte di ministri e sottosegretari. Ma ai cittadini, la XIV legislatura ha portato altrettanta fortuna? E’ questa la domanda alla quale il prossimo 9 aprile risponderanno gli italiani. Il verdetto è incerto, ma sicuramente la fortuna e la sfortuna non si sono esercitate equamente sul destino dei nostri concittadini, per cui i bilanci sono sempre personali e molto opinabili. Cerchiamo però di riassumere le tappe politiche fondamentali di questi cinque anni, con la speranza di una sintesi che possa essere, comunque, utile a tutti e la certezza di dispiacere, comunque, a tutti. Con una sola promessa: quella di scoprire alcuni paradossi e qualche sorpresa, sia per la maggioranza sia per l’opposizione. Il metodo: I numeri sembravano garantire, ai parlamentari della Casa delle libertà, una tale superiorità, da consentire una eccezionale produzione legislativa, stabilendo una agenda, alle Camere, di stretta dipendenza governativa. Prima sorpresa: non è stato così. Dal punto di vista quantitativo, le leggi varate non hanno toccato livelli record. Non solo. Nonostante la fortissima maggioranza numerica in Parlamento, Berlusconi è stato costretto a ricorrere per ben 46 volte al voto di fiducia, mentre nella legislatura precedente, i tre presidenti del Consiglio che si sono succeduti a Palazzo Chigi, Prodi, D’Alema e Amato, ne hanno fatto ricorso 29 volte. Anche i decreti-legge deliberati in Consiglio dei ministri sono stati numerosi: al 9 febbraio del 2006, se ne contavano ben 212. Il merito: provvedimenti approvati nella 14ª legislatura si possono dividere in quattro grandi comparti: quello economico-sociale; la sezione riguardante la giustizia e la lotta alla criminalità, le riforme definibili ‘di servizio’ ai cittadini e, infine, le quelle politico-istituzionali. Economia e welfare. E’ questo forse il bilancio più sorprendente per il governo di Berlusconi: è vero che i promessi tagli fiscali non sono stati realizzati come erano stati promessi, ma la riforma Biagi sul mercato del lavoro non pare abbia aumentato la precarietà, come accusava l’opposizione, e le pensioni minime sono state effettivamente alzate. In una fase di stagnazione congiunturale, insomma, il governo ha finito per puntare più alla difesa della famiglia che allo stimolo per le imprese e per le attività economiche in genere. Giustizia e sicurezza. I provvedimenti sul diritto fallimentare, su quello societario, sull’intero ordinamento giudiziario costituiscono una delle parti più contestate dell’attività governativa. Quella che ha sollevato i maggiori scontri con gli addetti ai lavori, scontentando sia i magistrati sia gli avvocati e suscitando l’accusa di ‘leggi ad personam’ da parte dell’opposizione. Tra l’altro, non pare abbiano accelerato l’iter dei processi, il male che i cittadini reputano più grave nella giustizia italiana. La tutela della sicurezza, poi, costituiva una delle promesse fondamentali del premier durante la scorsa campagna elettorale. La presenza prudente e accorta di Pisanu al ministero dell’Interno ha garantito una sostanziale buona gestione sia dell’ordine pubblico sia della lotta alla criminalità, ma il numero dei delitti e dei reati non sembra calato e la visibilità ed efficacia del poliziotto del quartiere, almeno finora, pare piuttosto ridotta. Più psicologico che pratico, sul piano dell’andamento processuale, viene giudicato dagli addetti ai lavori l’effetto della legge sulla legittima difesa. Società e servizi. Sotto questa generica etichetta possiamo catalogare provvedimenti legislativi che riguardano le riforme di scuola e università, la legge sull’immigrazione, sul codice della strada, sul fumo e sulle droghe. I provvedimenti del ministro Moratti andranno giudicati sul medio-lungo periodo, ma già si può prevedere che siano destinati a uniformarsi alla sorte di quelli del centrosinistra, cioè insufficienti per risolvere i problemi della formazione culturale delle giovani generazioni. Al di là del ‘colore’ dei governi, le resistenze corporative del settore e l’insufficiente presa di coscienza dell’importanza degli investimenti in questo campo rischiano di indebolire la competitività dei nostri giovani sul mercato mondiale del sapere. Con l’effetto di una più marcata divisione classista e di una sempre minore mobilità sociale. Nonostante i giudizi severi dell’opposizione, la legge cosiddetta Fini-Bossi non ha suscitato effetti di chiusura all’immigrazione, con espulsioni generalizzate, come era stato prospettato. In realtà, anch’essa si può iscrivere nel solco di quelle sanatorie che, periodicamente, il centrosinistra varava, per prendere atto di una situazione difficilmente affrontabile senza accordi più cogenti con l’Unione europea e con i Paesi del Mediterraneo. Straordinario successo, almeno di fronte agli stereotipi correnti sul carattere degli italiani, hanno avuto due leggi a tutela della salute: quella contro il fumo e quella che introduce la patente a punti. I consensi generalizzati per questi provvedimenti 'proibizionisti', da parte di un governo che si proclama 'liberista', possono essere assunti come simbolo delle contraddizioni tra le tradizionali categorie politiche e tra promesse e risultati di un’intera stagione legislativa, dove spesso etichette simili hanno coperto, a fatica, contenuti molto diversi. Più contrastata, infine, è stata l’accoglienza di un altro provvedimento in extremis di legislatura, e quindi in forte odore di elettoralismo, quello che tende a equiparare droghe leggere e droghe pesanti. Istituzioni e informazione. Accanto alla giustizia, è forse il settore più criticato. La riforma costituzionale pare aggravare, invece che riparare, i guasti di quella varata dal centrosinistra nella precedente legislatura. Il giudizio degli italiani, comunque, dovrebbe manifestarsi chiaramente con l’esito del referendum proposto dal centrosinistra contro la legge. Più generalizzato, invece, il parere negativo sul modo con il quale si è passati dal sistema elettorale maggioritario a quello proporzionale. Con gravi rischi di una forte astensione degli elettori davanti al risultato di una espropriazione notevole della loro volontà a favore del potere assoluto dei capipartito. Anche la mancata soluzione effettiva del conflitto d’interessi e la riforma del sistema radiotelevisivo, due leggi evidentemente collegate nella peculiare situazione italiana, hanno suscitato forti polemiche, fino a sfiorare il conflitto istituzionale con il presidente Ciampi, molto attento al problema del pluralismo informativo e di un reale equilibrio nella capacità d’influenza degli schieramenti politici nella società italiana". (red)
9. Orenove/9. Energia: il pressing dell’Occidente su “zar Putin”
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Roma - Confronto serrato al G8 di Mosca sull’energia russa. Il presidente Vladimir Putin si è detto pronto ad aprire il mercato energetico ai capitali privati, sia interni che internazionali. Ma sul gas è ancora scontro con l’Europa. Ieri in Italia le forniture di metano sono scese del 16,2 per cento. Scrive LA REPUBBLICA: “Vladimir Putin, artefice della nazionalizzazione delle materie prime, fa dunque una parziale marcia indietro anche se resta un´ambiguità di fondo sul gas e sul ruolo di Gazprom sullo scenario mondiale. Per ‘migliorare il sistema e sostenere la crescita economica’ ha annunciato ieri un piano ‘di sviluppo e modernizzazione’. Si partirà con l´energia elettrica, monopolio dalla Rao-Ues. La rete dell´ex Urss è decrepita e nell´inverno del gelo-record si è rischiato più volte il black-out. ‘Ormai - ha detto Putin - è un ostacolo allo sviluppo del Paese’. Dopo l´elettricità, ma di date non si parla, toccherà a petrolio e gas. Il primo giorno del G8 finanziario di Mosca si chiude a favore dei sette grandi dell´Occidente. Pronti allo scontro con la Russia, nella doppia veste di inedito presidente di turno e nuovo leader energetico mondiale, incassano parte delle richieste avanzate nel documento francese. (…) ‘Il tempo di gas e petrolio a buon prezzo - ha confidato il vice ministro russo dell´energia Andrej Reus - è finito. I Paesi industrializzati avranno sempre più bisogno di energia, saranno sempre più dipendenti dalle nazioni produttrici e ci saranno difficoltà a trasformare e trasportare petrolio’. Di qui la crisi del metano, la conflittualità clienti-venditori e la tranquillità di Mosca, che ha ignorato il pressing europeo volto a scardinare il monopolio sul gas di Gazprom”.
I problemi sono però più grandi di quelli delle forniture e dei prezzi. C'è in ballo un nuovo "imperialismo energetico" da parte della Russia. Scrive ancora LA REPUBBLICA: “Oggi sarà raggiunto un compromesso, ma nei colloqui a porte chiuse lo scontro si è scatenato sull´interpretazione di ‘sicurezza energetica’. Per la Russia significa solo ‘forniture certe a prezzi economicamente fondati’. Per l´Occidente vuole dire ‘mercato aperto, contratti lunghi e trasparenza sulle risorse’. Ma in particolare una ‘considerazione dell´energia quale merce ordinaria, non funzionale ad altri fini’. Chiaro il riferimento alle accuse di ‘nuovo imperialismo energetico’, piovute sul Cremlino soprattutto dagli Usa. Distensione ufficiale e piccole concessioni non assorbono così la tensione. La Russia punta a diventare fornitore esclusivo del gas per l´Europa, compreso quello acquistato in Asia centrale. Il G7 preme invece perché Mosca ratifichi Carta energetica e Protocollo di transito, che impedirebbero di affidare il rubinetto ad una sola mano. Sul piatto anche l´ingresso della Russia nella Wto, l´adesione piena al G8 e la convertibilità del rublo entro l´anno. (…) Nessuna sorpresa così alla notizia all´ennesimo taglio di gas all´Italia. Ieri, come giovedì, 16,2% in meno, pari a 12 milioni di metri cubi. Calano anche i consumi e così il ministro Tremonti smentisce frizioni con la Russia e rinvia all´Ecofin di marzo il documento italiano sull´energia, sintesi delle richieste Ue. ‘La posizione francese presentata a Mosca - spiega - è quella del G7 ed è globale, sulle prospettive a lungo termine’. Chiede nuovi gasdotti verso l´Europa, più esportazioni, stabilità delle forniture, apertura del mercato energetico. ‘Ma se l´energia è cara - polemizza - dovete parlare con Prodi, che fa l´agente commerciale della Cina. Ha regalato scarpe cinesi a basso costo in cambio di riscaldamento ad alto costo’. Per il ministro berlusconiano ‘tutto torna alla follia ideologica degli anni Novanta, dei Prodi e dei Fassino, che ha accelerato il processo senza governarlo’. Le polemiche pre-elettorali italiane divertono i leader stranieri, preoccupati dalle crisi reali che spingono in alto i prezzi (…)”. (red)
10. Orenove/10. Civitavecchia: si infiamma il duello Enel-Marrazzo
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Roma - Si infiamma il duello tra l’Enel e il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo. Nel mirino la centrale di Torre Valdaliga Nord che avrebbe dovuto essere trasformata in un impianto a carbone. Con il blocco dei lavori imposto dalla Regione la vera vittoria va ai comitati no coke. Ma è in arrivo il ricorso al Tar. Scrive IL TEMPO: “Il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, chiude i cantieri della centrale di Civitavecchia. E apre uno scontro ‘a fuoco’ con l’Enel che nei lavori di riconversione a carbone pulito dell’impianto di Torre Valdaliga Nord ha già investito 1.125 milioni di euro, il 75% dell’importo complessivo stanziato per il progetto. Dal quartier generale del gruppo elettrico, l’amministratore delegato Fulvio Conti ribadisce che la centrale ‘andrà avanti, abbiamo iniziato e continueremo a costruirla a carbone’. Appare probabile, quindi, che l'Enel impugnerà davanti al Tar l'ordinanza del presidente della Regione. Dalla Pisana non arrivano commenti ufficiali, ma l’imbarazzo del governatore è evidente. In primo luogo perché adesso si pone il problema di come evitare di buttare a mare i soldi spesi in questi anni. E poi perché la scelta presa dalla giunta, dettata più da una logica politica che da una corretta strategia energetica, rischia di mettere ancora di più l’Italia alla mercè dei Paesi fornitori di metano. L’Italia, infatti, è uno dei maggiori importatori di gas, soprattutto dalla Russia e dall’Algeria. Nazioni che certo non brillano per stabilità politica, come ha mostrato la crisi tra Mosca e il governo ucraino delle scorse settimane. La scelta di Marrazzo, quindi, serve a sedare la rivolta dei ‘no coke’, ma è in netto contrasto con gli interventi necessari per scongiurare l'emergenza gas che dura da giorni e che, secondo quanto affermato dalla commissione Attività produttiva della Camera, nei prossimi anni potrebbe diventare drammatica. (…) L’ordinanza firmata da Marrazzo dopo la presa di posizione della giunta regionale, non riguarda però l'opera nel suo complesso. Ma alcune opere a mare, come i pontili e la darsena, necessarie all'avvicinamento e l'approdo delle navi carboniere. Bloccando queste opere, però, si impedisce il proseguimento di tutti i lavori. Marrazzo trova l’appiglio legale. Nella delibera approvata ieri dalla giunta regionale viene sottolineato che ‘l'Enel spa non ha attivato la procedura di valutazione di impatto ambientale per la realizzazione di opere marittime necessarie alla conversione a carbone della centrale Torvaldaliga Nord’. Una situazione ‘da considerarsi in contrasto con la normativa comunitaria’. (…) Insomma, nessun riferimento ai danni provocati all’ambiente dalle emissioni della centrale a carbone. Matteoli all’attacco. La decisione di Marrazzo ha scatenato le reazioni di tutto il mondo politico. Appoggio alla Regione Lazio arriva dagli esponenti dell’Unione, mentre il governo si scaglia contro il provvedimento. Il ministro dell'Ambiente Altero Matteoli non ha dubbi: la decisione della Regione Lazio è ‘scriteriata, autolesionistica ed elettoralistica’. Secondo il ministro ‘Marrazzo è stato tirato per i capelli dai Verdi; e il no al progetto è una posizione infantile mirata a prendere il voto di un partito a danno del Paese’. Matteoli rincara la dose: ‘Non è che tutte le volte che si cambia una maggioranza si può stravolgere un investimento. Così si fa arretrare il Paese’”. (red)
11. Orenove/11. La scure dei tagli sulla Volkswagen
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Roma - La scure dei tagli si abbatte sulla Volkswagen. La Porsche, nuovo azionista della casa automobilistica tedesca, ha infatti annunciato un rivoluzione: 20 mila tagli in tre anni. Ed è polemica. Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “È arrivato da pochi giorni nel consiglio di sorveglianza, e già parte una rivoluzione senza precedenti alla Volkswagen. Che ieri ha annunciato una ristrutturazione pesante con 20 mila tagli in tre anni, un quinto della forza lavoro, il doppio di quanto si aspettasse il mercato. Wendelin Wiedeking, numero uno di Porsche, da pochi mesi nuovo grande azionista di Volkswagen con il 18,7%, ha partecipato proprio ieri, per la prima volta, alla riunione dei controllori di Volkswagen, ancora parzialmente in mani pubbliche. E ha già impresso una virata strategica. Anche all'azienda Germania, nella quale i vecchi modelli di salvataggio a scapito della redditività non funzionano più. La Borsa ha premiato l'annuncio del riassetto con un balzo del titolo pari all'8%. Da mesi i mercati si attendevano una pesante ristrutturazione per un colosso che ha un fatturato di 97 miliardi e utili ancora inadeguati alle dimensioni. Ma nessuno si sarebbe immaginato un ‘pugno di ferro’ di questo tipo. Che coinvolgerà tutti i processi di produzione, dalle auto ai grandi componenti, per eliminare drasticamente costi, ridondanze e, forse, perfino intere fabbriche. Una rivoluzione, appunto, nel gruppo che finora ha pagato i suoi dipendenti il 20% in più di quanto guadagna normalmente un metalmeccanico in Germania. E che una dozzina di anni or sono ha salvato migliaia di posti tagliando l'orario di lavoro a 28 ore settimanali. Ma quali sono le cause della rivoluzione di Wolfsburg? In questi ultimi due anni, tutto ha remato contro il ‘sistema Volkswagen’, costruito su un'intesa perfetta fra il grande azionista del land della Bassa Sassonia (con il 18,2%), i top manager e i sindacati. Al vertice sono arrivati i nuovi ‘duri’, Bernd Pischetsrieder e Wolfgang Bernhard, nominati dal capo dei controllori Ferdinand Piech, azionista di Porsche e membro della famiglia che ha inventato lo storico ‘maggiolino’. Anche l'uscita di scena di Gerhard Schröder ha accelerato il via libera della politica alla ristrutturazione. L'ex Cancelliere si era già allontanato da Wolfsburg con l'uscita dal governo della Bassa Sassonia, ossia dal ruolo di controllore del gruppo. L'esito delle elezioni ha poi fatto il resto. Anche a livello locale. La Bassa Sassonia è guidata dal cristiano-democratico Cristian Wulff, più sensibile alle istanze degli industriali. Negli ultimi mesi l'ultimo colpo con lo scandalo dei viaggi premio offerti a sindacalisti e manager. Ora tocca a Wiedeking. Arrivato alla Porsche nel '92 quando era sull' orlo del baratro, l'ha rivoltata in un decennio, trasformandola in un modello per la nuova Germania. Un modello che ora vuole ripetere per Volkswagen”. (red)
12. Orenove/12. Si incrociano le inchieste di Castellano e Consorte
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Roma - Giovanni Consorte entra nell'inchiesta sui giudici Francesco Castellano e Achille Toro. I pm di Perugia incrociano il tiro sull'ex di Unipol. Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Parte del patrimonio informativo accumulato dall'inchiesta milanese sulle disponibilità di Giovanni Consorte entra nell'inchiesta che i pm di Perugia stanno svolgendo sul presidente del Tribunale di Sorveglianza milanese Francesco Castellano e sul procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, attualmente indagati per le ipotesi di millantato credito e rivelazione di segreto d'ufficio a favore dell'ex presidente dell'Unipol. E questo scambio di informazioni tra Milano e Perugia avviene nel giorno in cui il pm perugino Sergio Sottani interroga, come ‘persona informata sui fatti’, il procuratore della Repubblica di Milano, Manlio Claudio Minale: a riscontro di una circostanza (marginale rispetto al cuore dell'inchiesta) emersa dalla deposizione a Perugia di Toro su un risvolto di un'indagine che Toro ebbe a condurre sul magistrato napoletano Paolo Mancuso (poi prosciolto). Riscontro però negativo, perché Minale, ex presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano e dunque predecessore di Castellano, ha dato una prospettazione dei fatti che non si sovrappone affatto con quella rappresentata da Toro sul dettaglio in questione (riguardante un camorrista presente nel fascicolo su Mancuso). Dal novembre scorso indaga Perugia perché è competente sui magistrati romani come Toro, al quale Milano a sua volta per competenza (rispetto all'inchiesta capitolina sulla scalata Unipol a Bnl) aveva inviato nel luglio 2005 le intercettazioni tra Consorte e Castellano. E a complicare sempre più l'intreccio tra Milano e Perugia c'è ora anche l'affiorare di un secondo interessamento del giudice Castellano a una inchiesta a carico di Consorte. Dopo i due colloqui (da lui definiti Castellano si interessò con un pm anche di un'altra inchiesta su Consorte ‘casuali’) con Toro sull'inchiesta romana sulla scalata Bnl, emerge che già in precedenza Castellano (ex presidente a Milano di una delle sezioni del Tribunale penale che si occupavano di reati finanziari) aveva affrontato con il pm milanese Eugenio Fusco (andato poi a rappresentare l'accaduto al suo capo Minale) anche l'argomento di un'inchiesta per ‘insider trading’ nell'acquisto di obbligazioni Unipol, istruita da Fusco e sfociata nel rinvio a giudizio di Consorte e Sacchetti (il processo è in corso) ben prima dell'esplodere delle inchieste Antonveneta e Bnl. ‘Un interesse di natura tecnica’, ridimensiona il difensore del giudice Castellano, Jacopo Pensa, secondo il quale in quel periodo si stava discutendo molto della riforma di reati come l'aggiotaggio e l'insider trading, e Castellano avrebbe quindi inteso solo ‘capire da un punto di vista tecnico se la contestazione fosse tecnicamente possibile’. L'altro ieri, convocato dal Csm, Castellano ha difeso la propria correttezza: ‘Ho avuto dei contatti con Giovanni Consorte, ritenendolo una persona perbene, per consigli di carattere tecnico nell'ambito di un rapporto d'amicizia. Mai, però, nessuno dei due ha cercato di fare pressioni su qualcuno nell' inchiesta su Unipol’. La prima commissione del Csm tirerà le sue conclusioni sull'audizione lunedì, decidendo come proseguire nell'attività istruttoria. Intanto la quinta commissione, dopo il no al suo trasferimento in Cassazione, ha bocciato anche la richiesta di Castellano di andare a presiedere una sezione di Corte d'Appello a Torino o Genova o Bari: istanza che, se fosse stata accolta, avrebbe interrotto la procedura di trasferimento d'ufficio”. (red)
13. Orenove/13. Rcs: sequestrate le azioni di Ricucci
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Roma - Sequestrate le azioni Rcs di Stefano Ricucci. Secondo la magistratura Ricucci, mentre tentava la scalata, “manipolava il mercato e ci guadagnava”. Scrive LA REPUBBLICA: “Nei giorni della scalata a Rcs, Stefano Ricucci ‘lavorando’ sul titolo, secondo i calcoli della guardia di finanza, ha realizzato 21 milioni 800 mila euro di plusvalenze. Comprava, vendeva e poi riacquistava. Intanto diffondeva dichiarazioni a giornali e agenzie di stampa che, per la procura di Roma, modificavano l´andamento del titolo in borsa. Insomma per i magistrati Ricucci, mentre tentava la scalata, ‘manipolava il mercato e ci guadagnava’. Il nucleo valutario ieri è andato a sequestrare il cosiddetto corpo del reato, azioni Rcs per un valore pari alle plusvalenze realizzate attraverso aggiotaggio informativo sui titoli della società che controlla il Corriere della Sera. L´ordine è partito dal gip Orlando Villoni su richiesta dei pubblici ministeri Rodolfo Sabelli e Giuseppe Cascini. Il sequestro è avvenuto presso una sede di Milano della Banca Popolare Italiana. Le azioni sono parte della quota del 14,7 per cento detenuta dall´immobiliarista in Rcs e depositata presso la Bpi come pegno per i finanziamenti ottenuti. Il gip Villoni nel provvedimento di quattro pagine spiega che le operazioni speculative sono state effettuate tra aprile e agosto 2005. ‘Nel periodo di riferimento - scrive il magistrato - le continue esternazioni avrebbero provocato un artificioso rialzo del titolo’. All´inizio della scalata, l´11 aprile 2005 ogni azione Rcs costava 4,9 euro, il 2 agosto successivo, praticamente alla fine del rastrellamento, il prezzo era salito a 6,6 euro. Le prove, che secondo Villoni hanno provocato il sequestro preventivo, stanno ‘nelle note ricevute dalla Consob, nei documenti sequestrati all´immobiliarista, in una consulenza firmata dal professor Alfonso Di Carlo, economista docente all´università romana di Tor Vergata, in una nota della centrale rischi della Banca d´Italia, in un rapporto del nucleo valutario» che compara, giorno per giorno, le dichiarazioni di Ricucci con le oscillazioni del titolo Rcs in Borsa. Il gip sottolinea come alcune pubbliche affermazioni e altre rese ai pm durante l´interrogatorio non rispondano al vero. ‘La scalata a Rcs è un´operazione strategica, fatta con soldi della Magiste e non con finanziamenti. Non ho pegni. Non venderò mai quelle azioni», disse ai pm e ai giornalisti. Le indagini hanno dimostrato che Ricucci di pegni ne aveva e ne ha, e che per realizzare plusvalenze le azioni sono state vendute per poi essere riacquistate. Secondo la guardia di finanza, ‘quando Ricucci diceva ai giornali ‘arriverò al 30 per cento’, il prezzo delle azioni schizzava. E lui vendeva. A quel punto, il titolo cominciava a scendere. E lui ricomprava, a volte a un costo più basso di quello di vendita’. Il nucleo valutario ha stabilito che nell´estate 2005 ci sono stati giorni in cui Ricucci ha controllato il 70% dei movimenti del titolo Rcs in Borsa. Intanto, l´immobiliarista ha chiesto il dissequestro dei 39 milioni versati dall´ex presidente di Confcommercio Sergio Billè per la compravendita di un palazzo in via Lima a Roma. Infine, il reato di aggiotaggio raggiunge anche Emilio Gnutti: avrebbe manipolato il mercato per favorire la scalata ad Antonveneta di Giampiero Fiorani, ora a San Vittore. Il finanziere bresciano avrebbe chiesto rassicurazioni all´ex governatore Fazio prima di lanciarsi nell´avventura con Fiorani con cui è indagato in concorso anche per false comunicazioni sociali. A Roma si annunciano nuove contestazioni per reati societari”. (red)
14. Orenove/14. Scoppia la pace tra Montezemolo e "finanza rossa"
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Roma - “Chiamiamolo ‘modello Siena’. Qui - scrive LA STAMPA - nella roccaforte toscana della finanza rossa, quella che si è opposta alla scalata di Unipol alla Bnl, dove banche, cooperative ed enti locali vanno a braccetto e sperimentano nuove forme avanzate di collaborazione, all’improvviso scoppia la pace. A dare il ‘la’ è stato un video-messaggio di Luca Montezemolo con il quale il presidente della Confindustria ha ribadito ‘la piena e grande legittimità del movimento cooperativo, che da sempre ha un ruolo fondamentale nell’economia del nostro Paese. Senza l’impresa cooperativa non ci sarebbe la grande distribuzione e il settore alimentare avrebbe un ruolo molto più marginale’. Non è un caso che queste parole siano pronunciate proprio a Siena, 'una comunità - spiega Montezemolo - che ha assunto un profilo chiaro e netto nelle recenti vicende che hanno lasciato tutti noi abbastanza sconcertati'. ‘Come presidente di Confindustria - ha poi aggiunto - sono convinto che incontri come questo siamo importanti, perché dimostrano che le imprese, di qualunque natura esse siano, possono lavorare insieme per il Sistema-Italia, che mai come oggi ha bisogno di valorizzare ciò che unisce e non ciò che divide. La legittimità, il rispetto e il ruolo delle cooperative non sono in discussione. Quello che invece mi sembra importante - e mi riferisco a tutte le aziende - è valutare i progetti in funzione dei mezzi economici e dei piani industriali’. Proprio come il caso Unipol ha insegnato bene. Confindustria cambia rotta? Il direttore generale Maurizio Beretta nega lo ‘strappo’ e a sua volta ribadisce il grandissimo rispetto che Confindustria ha sempre avuto ‘per il ruolo’ svolto dalle coop. Montezemolo, nel suo messaggio va oltre e si dice disponibile a sviluppare non solo un nuovo dialogo ma anche ‘progetti comuni’. Proposta accolta ‘con decisione’ dal presidente di Unicoop Firenze Turiddu Campaini, che nei mesi scorsi ha vestito i panni dell’anti-Consorte per antonomasia. 'Per noi la polemica finisce qui - dichiara soddisfatto -. Il movimento cooperativo però - continua LA STAMPA - rivendica il diritto di non occuparsi esclusivamente delle sue tradizionali attività, ma anche di altro'. Ovviamente restando 'nel solco della coerenza etica, per fare l'interesse dei soci e dei territori in cui si opera'. Anche per il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, la polemica è chiusa, 'anche se magari continua sugli schermi di tutte le tv'. 'Tutti possono sbagliare - spiega - ma questo non significa mettere in forse principi e valori della cooperazione. Le coop possono crescere e fare di tutto? Sì, ma senza snaturare la loro identità'. 'Quella della governance è una questione fondamentale - nota a sua volta l’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo - che va continuamente aggiornata. Io la considero una 'infrastruttura ideale' e credo sia una delle questioni su cui si possa lavorare tutti assieme. Ma senza inciuci'". (red)
15. Orenove/15. L'Opus Dei dichiara guerra a Dan Brown sul web
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Roma - “Il film Il codice da Vinci con Tom Hanks, tratto dal libro di Dan Brown, uscirà il 19 maggio. Ma ha già suscitato tante proteste che - scrive IL CORRIERE DELLA SERA - per placarle, la Sony pictures, la casa produttrice, ha ieri aperto un sito Internet. Il sito (www.davincichallenge.com , un forum di dibattito), ospiterà quarantacinque saggi di scrittori cristiani che confutano Dan Brown. La Sony ha assunto l’iniziativa dopo che a Roma un sacerdote della Opus Dei ha creato un blog a propria difesa, e il New York Times ha intervistato due suoi membri americani, aspri critici del libro, Silas Agbin, un rispettato agente di Borsa di Wall Street, e Lynn Frank, una imprenditrice madre di sette figli. Ne Il codice da Vinci l’assassino è un monaco di nome Silas appartenente all’Opus Dei, descritta come una crudele e potente setta. Brown sostiene che la resurrezione di Cristo è una frode - avrebbe sposato Maria Maddalena - e la attribuisce all’imperatore Costantino. Il blog - continua IL CORRIERE - invita il pubblico a parlare ‘al vero Silas’, l’agente di Borsa, un nigeriano naturalizzato Usa, per rimediare alle ‘grossolane distorsioni e alla grave ingiustizia’, come la Opus Dei ha definito il suo trattamento nel libro in una lettera alla Sony. Nell’intervista al New York Times , il vero Silas ha dichiarato che i membri dell’organizzazione ‘si attengono ai più alti standard morali’, e ha smentito che la Opus Dei sia un’entità segreta e condizioni il Vaticano.A gran parte del pubblico americano l’Opus Dei appare una organizzazione misteriosa non soltanto perché alcuni dei suoi membri portano il cilicio oppure praticano la flagellazione, o perché nascondono la loro affiliazione, ma anche per motivi che non hanno molto a che vedere con la religione. Fu iscritto all’Opus Dei, a esempio, una delle più pericolose 'talpe' sovietiche nella guerra fredda, l’agente dell’Fbi Robert Hansen, condannato all’ergastolo nel 2001". (red)
16. Orenove/16. Don Santoro: i fedeli lo vogliono "santo subito"
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Roma - “Come don Pino Puglisi, ammazzato dalla mafia nel '93. E padre Massimiliano Kolbe, morto nel campo di concentramento di Auschwitz nel '41. Preti martiri. Martiri cristiani. Ieri mattina - scrive IL CORRIERE DELLA SERA - nella Basilica di San Giovanni in Laterano, il cardinale vicario Camillo Ruini ha annunciato che anche per don Andrea Santoro, il sacerdote romano ucciso in Turchia domenica scorsa, sarà avviato il processo di beatificazione e canonizzazione. ‘Rispetteremo pienamente le leggi e i tempi della Chiesa — ha detto il cardinale — ma fin da adesso sono interiormente persuaso che nel sacrificio di don Andrea ricorrono tutti gli elementi costitutivi del martirio cristiano’. L'annuncio solenne, all'inizio, ha colto un po' di sorpresa la grande folla, circa tremila persone, accorsa per i funerali. Ma lo stupore, un istante dopo, si è sciolto in un lungo applauso corale. ‘Giusto riconoscimento’ ha sospirato mamma Marietta, 88 anni, la madre di don Andrea Santoro, che già all'obitorio l'altro giorno, davanti al corpo del figlio, aveva deciso di perdonare il giovane turco assassino. ‘Rispetteremo i tempi della Chiesa’ ha tenuto a precisare ieri Ruini: padre Kolbe fu dichiarato santo nell'82, per don Puglisi la causa è ancora aperta. Ma la gente di don Andrea vorrebbe fosse subito: ‘Santo, santo, viva don Andrea’ gridavano in tanti, sul sagrato. In chiesa c'erano i suoi parrocchiani ma anche le massime autorità dello Stato: i presidenti del Senato e della Camera, Pera e Casini, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, i ministri Alemanno e Tremaglia, l'ex presidente della Repubblica Scalfaro, il leghista Borghezio, gli onorevoli Rutelli, Chiti e Mastella, il sindaco di Roma Walter Veltroni e quello di Priverno (il paese natale di don Santoro), Umberto Macci. Da solo, in mezzo alla gente, anche Romano Prodi: ‘La Chiesa — si schermiva il Professore — è ancora un posto in cui non occorrono inviti o biglietti. Spero che il martirio di don Andrea ora aiuti la comprensione e non sia di impulso alla divisione’".
"Da questo tessuto cristiano - scrive Andrea Riccardi nell'editoriale de L'AVVENIRE - che spesso si ignora ma che è profondo, sgorgano le testimonianza più belle, come quella dell’anziana madre del sacerdote. Maria Santoro, piegata ma non vinta, ha avuto cuore di perdonare l’assassino, 'essendo anche lui un figlio dell’unico Dio che è amore'. Don Andrea ci ha riproposto oggi l’antica parabola dei martiri, come ha detto il cardinale Ruini. Dunque, parola di Vangelo. Seppur taluno potrebbe dire che la sua è stata una missione muta e inutile in una terra tutta musulmana. Si è arrivati a parlare di proselitismo forzoso e addirittura pagato; ma è noto come il sacerdote fosse rispettoso non solo dell’islam, ma anche delle altre comunità cristiane. A lui ben si attagliano le parole di Benedetto XVI nella sua enciclica: 'Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore'. Per don Andrea, l’Anatolia era un deserto di vita cristiana, ma popolato da donne e uomini (musulmani) da guardare negli occhi e da amare. Egli credeva nel dialogo, ma soprattutto a quell’amore che si fa amicizia quotidiana con le donne e gli uomini di una religione diversa con cui si vive". (red)
17. Orenove/17. La giornata di oggi
Roma - ROMA – Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, incontra i presidenti del Senato Marcello Pera e della Camera Pier Ferdinando Casini per lo scioglimento delle Camere;
ROMA – Riunione del Consiglio dei ministri per la convocazione dei comizi elettorali;
ROMA – Conclusioni della Conferenza programmatica dell’Udc, con il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini Casini;
ROMA – Romano Prodi presenta il programma dell'Unione;
ROMA – Terza assemblea nazionale Club Liberal, con FerdinandoAdornato, Sandro Bondi, Maurizio Gasparri, Francesco D'Onofrio;
ROMA – Conferenza stampa del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu sulle elezioni politiche;
ANCONA – Incontro pubblico con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi;
PIACENZA – Il presidente del Senato Marcello Pera inaugura centro di formazione permanente sulla sicurezza;
MESSINA – I ministri della Difesa italiano Antonio Martino e russo Sergei Ivanov scoprono una lapide in ricordo del terremoto del 1908;
TORINO – Incontro delle autorità accademiche dell’Università con Laura Bush;
TORINO – Concerto per la prima cerimonia di premiazione dei XX Giochi Olimpici di Torino;
MOSCA – G8, prosegue riunione dei ministri delle Finanze. (red)