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1. Orenove/1. Dietro le quinte
A cura di Laura Cesaretti
 
 
 
Roma - Voti laici e voti cattolici: si è aperta una partita doppia, la prima tutta interna al centrosinistra, la seconda trasversale ai due poli. Nella prima il partito in maggiore sofferenza è la Quercia di D’Alema e Fassino, nella seconda l’Udc di Pierferdinando casini: i Ds sono incastrati nella tenaglia tra Margherita e Rosa nel pugno; l’Udc è preso tra i due fuochi del partito di Rutelli, che punta a rosicchiargli consensi cattolici, e di Forza Italia, con Berlusconi che ieri li ha attaccati a testa bassa avvertendo: “Non credo ci sia un solo voto che con il comportamento che hanno tenuto questi signori possa andare in più a loro”. Nella Quercia, messa in grave imbarazzo dall’appello anti-laico dei candidati rutelliani Bobba e Binetti, l’irritazione contro radicali e socialisti è sempre più forte, e inizia a trapelare: ieri Fassino lo ha detto a chiare lettere, accusando Boselli e Bonino di “polemizzare più con me che con Berlusconi”, facendo “una caricatura delle posizioni ds” su diritti civili e laicità. La Rosa sta agevolmente facendo una bandiera di parole d’ordine che i Ds, che fanno una lista comune e faranno gruppi comuni con i cattolici Dl, non possono più usare: difesa della scuola pubblica, Pacs, divorzio breve, fecondazione, libertà di ricerca. Su tutti questi temi, avverte la Margherita, sarà necessario per l’Ulivo trovare “mediazioni” che finiranno per far prevalere (come è già accaduto nella stesura del programma) il freno cattolico ad ogni innovazione. E la base diessina è in fermento, come ha constato anche Fassino al convegno sulla laicità organizzato in fretta e furia a Roma domenica, dove il ginecologo iper-laico Flamigni si è preso grandi applausi proprio attaccando Ignazio Marino, il chirurgo cattolicissimo e paladino dell’embrione candidato dalla Quercia e al quale D’Alema ha già promesso il ministero della Sanità.

Dal canto suo, la Margherita di Rutelli è partita con grande determinazione all’assalto del voto cattolico e moderato, puntando a drenare consensi all’Udc per rafforzarsi. Per Rutelli è una partita fondamentale: se il suo partito si fermasse a percentuali sotto le due cifre, la sua leadership traballerebbe, lui verrebbe probabilmente costretto ad entrare al governo e non gestirebbe più il processo verso un eventuale partito democratico. E molti, tra i rutelliani, hanno notato che Prodi, nel forum del Corriere di ieri, non ha voluto fare una dichiarazione di voto pro-Margherita: a precisa domanda (cosa voterà al Senato, dove Ds e Dl corrono separati) si è trincerato dietro la “segretezza del voto”, scelta piuttosto surreale per un leader politico, pur di non dare soddisfazione a Rutelli. (lac)
 
2. Orenove/2. Prime pagine
 
 
 
Roma - REPUBBLICA – In apertura: “Berlusconi attacca Casini”. A sinistra: “Israele oggi sceglie il dopo Sharon”. A centro pagina: “Calabria, sterminata una famiglia”. In un riquadro: “‘Mio figlio si è convertito, è giusto che muoia’”. “‘Fortugno, apparati diffondono segreti’”. A fondo pagina: “‘Troppi stimoli per il cervello’, non ci concentriamo più”. “Gli italiani trovano a Nassirya un’antica biblioteca sumera”. “I giudici: ‘Per Geronzi crimini pari a Tanzi’”.

CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Israele vota, Olmert alla prova”. A sinistra: “Roma non vede Gerusalemme”. A centro pagina: “Berlusconi attacca Casini: molti errori”. A fondo pagina: “Sterminata un’intera famiglia, mistero in Calabria”. “‘Coca in villa, trappola per due italiani a Malindi’”

LA STAMPA – In apertura: “Elezioni, battaglia sulle tv”. A sinistra: “I giorni del tutto per tutto”. A centro pagina: “Il giallo della famiglia massacrata”. “Torino-Milano, tanti disagi doppi guadagni”. In un riquadro: “‘L’11 settembre dovevo colpire la Casa Bianca”. A fondo pagina: “Dietro le sbarre se scarichi un file”.

IL GIORNALE – In apertura: “Berlusconi: ‘No all’Italia plurietnica’”. A sinistra: “Crociati del laicismo”. Di spalla: “Così Prodi colpirà i più deboli”. A centro pagina: “Matrimoni gay, l’Unione senza pace”. In un riquadro: “Israele alle elezioni della svolta”. “Famiglia sterminata: uccisi genitori e figli”.

IL TEMPO – In apertura: “L’Unione ha già sfrattato Ruini”. Il commento: “Un’alleanza sbagliata” di Andrea Pamparana. Di spalla: “‘Aumento dell’Ici se vincerà l’Unione’” e “‘Basta agitare spettri, le tasse non cresceranno’”. A centro pagina: “Famiglia trucidata in un casolare”. In un riquadro: “L’11 settembre un jet doveva colpire Bush” e “Tommy rapito da un clan di siciliani”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Sfida sui conti del Welfare”. A sinistra: “Dall’Ipod all’energia, la playlist delle paure”. Di spalla: “B.Intesa esce da Olimpia”. A centro pagina: “Suez ricorre contro Enel”. “Ponte di Messina, l’Impregilo firma il contratto”. Di spalla: “‘L’11 settembre un aereo anche sulla Casa Bianca’”.

LIBERO – In apertura: “I peccati di Prodi” di Vittorio Feltri. Di spalla: “Che ci facciamo ancora in Afghanistan?”. A centro pagina: “Bossi stavolta appende al tram Romano”. A fondo pagina: “Tasse, la stangata dei furbetti rossi”.

L’UNITA’ – In apertura: “‘Massacrato il bilancio dello Stato’”. In un riquadro: “Israele alle urne: sul voto l’incognita degli indecisi”. A centro pagina: “Berlusconi teme D’Alema: sì a Ballarò se non c’è lui”. “Catanzaro, misteriosa strage: uccisi moglie, marito e due figli”.

AVVENIRE – Editoriale di Fulvio Scaglione: “La ragionevolezza passa per le urne”. In apertura: “Israele va al voto per il dopo-Sharon”. Di spalla: “Napoli, dai bambini ‘no’ alla camorra”. In un riquadro: “In Iraq kamikaze fa strage di reclute”. A centro pagina: “Conti pubblici, tasse, tv: lo scontro non ha tregua”. Di spalla: “Intera famiglia sterminata in Calabria”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Conti pubblici e tv, alta tensione”. A sinistra: “Nell’urna le speranze di pace e l’eredità di Sharon”. A centro pagina: “Famiglia sterminata per vendetta”. In un riquadro: “Tommy: sullo scotch l’impronta di un pregiudicato siciliano”.

IL RIFORMISTA – In apertura: “Lo scioglimento non è più tabù. Cresce nei Ds il partito subito”. “Sarà popolare o delle libertà. Prove a destra di partito unico”. A centro pagina: “Mosca ha freddato lo spirito arancione, Byuty Yulia lo riscalda”. A fondo pagina: “Meocci incompatibile, ma solo a tre giorni dal voto”.

IL FOGLIO – In apertura: “Ma B. può avere la rivincita?”. “O la tassa o la borsa”. “Perchè Israele va a votare come se la guerra fosse finita”. (red)
 
3. Orenove/3. Se il Cav. bacchetta Casini
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Va bene che il nemico numero uno è Romano Prodi. Ma pure gli alleati, in fondo, sono dei concorrenti. Perciò ieri il Cavaliere – racconta Ugo Magri su LA STAMPA - non ha resistito alla tentazione di dare una sciabolata a Pier Ferdinando Casini: ‘Credendo di prendere più voti, l’Udc ha commesso molti errori. Mi hanno anche riferito’, ha soggiunto durante un’intervista a TeleRoma 56, ‘di un balletto di reciproche cortesie con Francesco Rutelli...’. E poi, col tono di chi nega ma intanto insinua: ‘Io non credo che mai e poi mai Casini potrebbe andare a sinistra’. Attenti al lessico del premier: ‘non credo’ (formula dubitativa), ‘potrebbe andare’ (anche volendo, sarebbe impossibile). Il presidente della Camera si è trattenuto dal replicare. ‘Non voglio fare polemiche’, ha detto, osservando che ‘i nostri elettori saranno poco contenti’. Lorenzo Cesa, segretario Udc, se l’è cavata con una battuta: ‘Credo che Berlusconi si ricrederà non appena vedrà i nostri voti’. La vendetta sarà servita fredda. Magari già la sera del 10 aprile. Non è solo Marco Follini a pregustare quel giorno (‘E’ la prova che eravamo nel giusto... A maggior ragione dobbiamo tenere il punto’). Lo stesso Gianfranco Fini ha precisato ieri che il Cavaliere ‘è il riferimento della coalizione fino alla data delle elezioni’, dopo ‘si vedrà’. Nella Casa delle libertà si stanno affilando i coltelli, e Massimo D’Alema indossa i panni dell’arrotino: ‘Anche se in pubblico lo negano’, ha argomentato il presidente Ds, ‘Fini e Casini non si augurano la vittoria di Berlusconi, che li condannerebbe a un ruolo ancor più ancillare’. Piero Fassino, stessa lunghezza d’onda: ‘Quei due cercano di smarcarsi’”. (red)
 
4. Orenove/4. Berlusconi: no a società plurietnica senza radici
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “L’ultimo affondo arriva di prima mattina. Quando dai microfoni di Radio Anch’io, trasmissione di approfondimento di ‘RadioUno’, Silvio Berlusconi apre un nuovo fronte della campagna elettorale. E attacca su immigrazione e multiculturalismo, temi cari alla Cdl (che ieri ha iniziato a mettere a punto gli ultimi dettagli per la manifestazione unitaria con cui la prossima settimana chiuderà a Roma la campagna elettorale) e sui quali la divergenza di vedute con il centrosinistra è più marcata che mai. Un affondo che alcuni alleati, Lega in particolare, attendevano da tempo. Al punto che più di una volta Umberto Bossi aveva consigliato al premier di focalizzare il dibattito proprio su questi temi. L’affondo. La presa di posizione di Berlusconi – si legge sul GIORNALE – è più che mai decisa. Perché, spiega rispondendo alla domanda di un ascoltatore, ‘noi vogliamo un’Italia che non diventi un Paese plurietnico, pluriculturale’. Insomma, ‘siamo fieri della nostra cultura e delle nostre tradizioni’. Quindi, va bene ‘aprire agli stranieri che fuggono da Paesi dove rischiano la vita o la loro libertà’, ma non si possono ‘accogliere tutti coloro che vengono qui per apportare danno e pericolo ai cittadini italiani’. Il concetto il premier lo ribadisce più d’una volta, spiegando che possono essere ‘accolti dignitosamente’ quegli stranieri che vengono in Italia ‘per lavorare’ ma è necessario che ‘si adeguino alle leggi e al nostro modo di vivere’. Quindi l’attacco a Oliviero Diliberto, perché ‘sentendolo in tv mi sono venuti i brividi’. Il motivo? ‘Diceva - spiega Berlusconi - di non ritenere un problema l’introduzione dell’insegnamento del Corano nelle scuole perché tra qualche anno metà degli studenti saranno cattolici e metà musulmani’. Affondo: ‘Ecco, questa è la politica della sinistra’. Pagina 256. Sulla questione immigrazione, a metà pomeriggio dice la sua pure Giulio Tremonti. Che attacca il programma dell’Unione. ‘A pagina 256 - puntualizza con una certa ironia il ministro dell’Economia - si introduce al posto dello ius sanguinis lo ius soli’. Cioè, ‘si diventa cittadini solo se si nasce in Italia’. E questo ‘è eversivo’ perché ‘la cittadinanza la si conquista con il lavoro, pagando le tasse e conoscendo la lingua’. Insomma, Cdl e Unione hanno ‘due visioni diverse’: ‘Per la sinistra l’immigrazione è una soluzione, per noi è un problema’. Gli alleati. Nel centrodestra, seppure con sfumature diverse, quasi tutti si schierano a fianco di Berlusconi. Scontato il plauso della Lega perché, spiega Roberto Calderoli, ‘ha fatto bene fino a oggi il premier a parlare di economia e di numeri, ma nella vita non c’è solo la bistecca’. ‘Ci sono - dice il coordinatore delle segreterie del Carroccio - i nostri valori, la nostra identità e le nostre tradizioni. Questo patrimonio deve essere difeso perché rappresenta il bene più importante’. Bossi, dal canto suo, non entra direttamente nella querelle, ma il suo commento durante la cerimonia per la laurea honoris causa a Joaquín Navarro Valls all’università di Varese è eloquente: ‘Nella scelta del Papa la Chiesa ci azzecca sempre. Questa volta ne occorreva uno che salvasse tradizione e identità della Chiesa e questo Pontefice mi pare l’uomo giusto’. Più sfumata – continua il GIORNALE – la posizione di An. Secondo Ignazio La Russa, infatti, ‘è inevitabile’ che la nostra società diventi multiculturale. Detto questo, chiarisce il capogruppo alla Camera, ‘c’è chi, come la sinistra, pensa che si debba facilitare questo processo a scapito dell’identità italiana’. Sul fronte Udc, invece, Pier Ferdinando Casini sottolinea l’importanza di ‘una rigorsa difesa identitaria’ senza però far mancare ‘la disponibilità all’accoglienza’. ‘La difesa dell’identità cristiana - dice - significa difendere le nostre abitudini, la nostra civiltà e la nostra cultura’. Più freddo il segretario Udc Lorenzo Cesa, perché ‘bisogna prendere atto che in tutta Europa c’è una presenza di più etnie’. L’Unione. Durissima, invece, la reazione del centrosinistra. Per Clemente Mastella, leader dell’Udeur, ‘il premier va pesantemente a urtare contro la dottrina sociale della Chiesa’. ‘Il fatto che Berlusconi non si sia accorto che l’Italia è già un Paese plurietnico - dice Vannino Chiti, coordinatore della segreteria dei Ds - la dice lunga sulla consapevolezza di questo governo in materia d’immigrazione’. D’accordo Pdci, Verdi e Rifondazione comunista: quella del Cavaliere è ‘una dottrina reazionaria’”. (red)
 
5. Orenove/5. Prodi all'assalto di Mediaset
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Prodi non va a Matrix – scrive LA REPUBBLICA - per protesta contro il modo in cui lo trattano i tg Mediaset… A dare nuovi spunti alla polemica su tv e politica c´è la decisione di Prodi di non apparire nelle trasmissioni Mediaset. ‘Ho detto già a settembre - ha ricordato Prodi - che non avrei fatto una campagna sulle televisioni, ma parlando ai cittadini girando per il paese. Non ho nulla contro Mediaset, ma la campagna elettorale non è decisa da alcuni proprietari di televisioni. C´è ancora libertà di non andare e di scegliere: ho grande stima di Mentana e non ho nulla contro di lui, ma esiste anche la possibilità di scelta. Io ho scelto di parlare con la gente. Le tv vengono, riprendono e riportano quello che vogliono’. D´Alema giustifica la scelta di Prodi: ‘Credo che se uno vede come sono organizzate queste trasmissioni, e come sono i tg, si rende conto che di fatto sono organi di partito’. I Ds dimostrano con le cifre che riportiamo la mancanza di ‘pluralismo informativo’, ma il direttore del Tg5 Rossella respinge queste accuse. ‘Il mio telegiornale non è un organo di partito, basta guardare con attenzione i dati dell´Osservatorio di Pavia, ma soprattutto basta guardarlo tutte le sere. Ogni sera dedichiamo un pezzo alla maggioranza e uno all´opposizione e il tempo dedicato a Berlusconi come politico, non come uomo di governo, e ai suoi alleati è pari a quello dedicato a Prodi e all´opposizione. Insomma, il Tg5 non ha nulla da rimproverarsi e se D´Alema vuole generalizzare, sbaglia’. Quanto a Prodi, secondo Rossella, ‘non volendo partecipare alle trasmissioni politiche sulle reti Mediaset, fa un cattivo servizio a se stesso e soprattutto ai telespettatori delle reti Mediaset, che appartengono a tutto lo schieramento e sono interessati a sapere da Prodi come la pensa’. Il conduttore di Matrix, Mentana, non vuole fare polemiche con il Professore ‘libero di andare o meno dove gli pare’, ma è ‘dispiaciuto’ della decisione del leader dell´Unione di non partecipare alla sua trasmissione. ‘C´è qualcuno che privilegia alcune trasmissioni - aggiunge Mentana - ma forse il pubblico di Matrix avrebbe voluto sentire le proposte di Prodi’”. (red)
 
6. Orenove/6. Solo rinviato il duello tra il premier e D'Alema?
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Siamo al solito giallo del duello ‘Silvio Berlusconi vs Massimo D’Alema’. Ogni volta che i due si incontrano o, come in quest’occasione, si sfiorano appena – è il retroscena su LA STAMPA di Augusto Minzolini - si portano dietro una lunga scia di polemiche. Il presidente dei Ds ha fatto sapere che il Cavaliere avrebbe posto un veto alla sua partecipazione di questa sera a Ballarò. Naturalmente alla base del rifiuto, secondo la versione dell’Unione, ci sarebbe la paura: dopo il duello con Prodi il Berlusconi spaccatutto in tv avrebbe lasciato il posto al Berlusconi timoroso. Inutile dire che la tesi del Cavaliere è del tutto diversa. La racconta mettendosi la mano sinistra sul cuore e improvvisando un mezzo giuramento il suo portavoce Paolo Bonaiuti: ‘Dei partecipanti alla trasmissione si era già parlato venerdì scorso. Erano in ballo Fausto Bertinotti, Enrico Boselli e Emma Bonino. Poi questa mattina (ieri, ndr) ci hanno fatto sapere che ci sarebbe stata la coppia Bertinotti-Bonino, dato che quest’ultima aveva protestato accusando Berlusconi di non volerla. Alle 16 era tutto pronto, come possono testimoniare il direttore di RaiTre Paolo Ruffini e lo stesso conduttore Floris. Poi alle 16 e 30 ci è stato comunicato che Massimo D’Alema, che noi abbiamo sfidato più volte invano, era pronto a duellare con il presidente. Berlusconi era anche disposto ad accettare l’incontro, ma il metodo non ci è piaciuto eppoi correttezza vuole che incontri Bertinotti e la Bonino che avevano già dato la loro disponibilità. Nel contempo abbiamo dato subito ‘sì’ a un dibattito con D’Alema nella puntata di Ballarò della prossima settimana’.

Chi ha ragione Berlusconi o D’Alema? O c’è stato solo un ‘qui pro quo’? Probabilmente il Cavaliere vuole incontrare questa sera Bertinotti e la Bonino e la prossima settimana D’Alema, per avere la possibilità di andare in tv una volta in più. Per il presidente del Consiglio, infatti, in questa fase della campagna elettorale l’obiettivo preminente è quello di assicurarsi il maggior numero di apparizioni in video. E la decisione dell’Unione di dire sì ai confronti con il Cavaliere gli offre delle nuove opportunità. Guai, invece, a dirgli che il ‘no’ a D’Alema derivi da una sorta di paura. Quando ieri gli hanno riferito che questa era la tesi della sinistra, il premier ha avuto un mezzo sfogo: ‘Ma come! Sono mesi che il sottoscritto chiede di incontrarli in dibattiti televisivi e mi hanno sempre risposto di “no”. Ho cercato di strappare un sì a Fassino, a D’Alema e invece niente. L’unico che mi ha detto sì per una volta è stato Rutelli, oltre al solito Bertinotti. Oggi D’Alema si sveglia all’improvviso e dice che è pronto ad incontrarmi. E se invece gli propongo un duello la settimana seguente si inventa che ho paura? Ebbene, io D’Alema posso incontrarlo pure tre volte al giorno in tutte le trasmissioni che vuole lui. Chieda lui alla Rai. Io non ho paura, tant’è che vado anche nella tana del lupo, a Ballarò. Invece, il loro campione, Prodi, a quanto ne so, per andare in tv vuole regole che lo favoriscano e non se la sente di andare neppure nelle reti di Mediaset dove pure vanno i vari D’Alema e Rutelli perché le riconoscono imparziali’”. (red)
 
7. Orenove/7. Tasse e conti pubblici, Rutelli vs Prodi
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “‘Noi detasseremo gli straordinari, sui quali non si pagheranno neanche i contributi. Prodi, invece – racconta IL CORRIERE DELLA SERA - aumenterà le tasse sul ceto medio, anche sulla casa’. Silvio Berlusconi insiste, e Giulio Tremonti rincara la dose. ‘O rinunciano al taglio del cuneo fiscale, o dovranno aumentare le tasse sui titoli di Stato’, dice il ministro dell’Economia. Per il segretario Ds, Piero Fassino, il ‘centrodestra sulle tasse fa solo terrorismo psicologico’. Anche se, a forza di martellare sulla questione, Berlusconi e Tremonti sembrano riusciti ad aprire almeno una crepa nello schieramento avversario. Sì, perché se ieri il leader della Margherita Francesco Rutelli ha escluso qualsiasi ipotesi di tassazione dei Bot, lo stesso Fassino assicura che le aliquote saranno alzate ‘ma solo sui titoli di nuova emissione’. Mentre Prodi, che ribatte all’accusa di Berlusconi di essere un ‘poveraccio’ con un ‘riccaccio’ rivolto al premier, sembra usare sui Bot toni solo poco più prudenti rispetto ai giorni scorsi. Sulle tasse, Rutelli è il primo a uscire allo scoperto. ‘La polemica sulla nostra intenzione di tassare i Bot è inesistente. Non siamo pazzi. Tassare i Bot, poi, è inutile: alzando l’aliquota, devi alzare i rendimenti. E lo Stato non ci guadagna’ dice il presidente della Margherita. Cauto anche sulla nuova tassa di successione, da ripristinare ‘solo per le grandi fortune’. Il centrosinistra diminuirà l’aliquota sui depositi bancari e postali (l’idea è dal 27 al 20%) dice Rutelli, aggiungendo senza scendere nei dettagli che poi ‘ci sarà un graduale allineamento tra rendite bancarie, di Borsa e titoli di Stato’. ‘Chi ha Bot e Cct non vedrà nulla di diverso. Bot e Cct sono tassati al 12,5% e saranno tassati al 12,5%’ dice Prodi. Rutelli la esclude, l’ex presidente della Commissione Ue non ne parla, ma dell’idea di tassare solo i titoli di nuova emissione resta però convinto Piero Fassino: ‘La nuova aliquota non toccherà i buoni emessi fino a oggi, solo i titoli di nuova emissione’ dice il segretario Ds.

Berlusconi e Tremonti sembrano pronti a giocare con Prodi, che continua ad accusare la Cdl di ‘aver massacrato il bilancio statale’, un tiro mancino anche sui conti pubblici. Ieri il premier ha assicurato che la Trimestrale di cassa chiesta dall’Unione sarà diffusa a giorni, prima delle elezioni, ‘con grande scorno del centrosinistra’. E Tremonti è stato ancora più esplicito: ‘Per Prodi sarà un boomerang’. Il governo è, dunque, ottimista e qualche motivo c’è. Oggi l’Istat diffonderà i dati sul prodotto interno lordo del quarto trimestre 2005. Tenendo conto del diverso numero di giorni lavorati rispetto al 2004, il dato probabilmente offrirà un segno positivo (le previsioni vanno da 0,1 a 0,5%). Per il Tesoro significa che la ripresa è iniziata. E insieme alle entrate che nei primi mesi di quest’anno stanno andando bene, come assicura Berlusconi, ciò autorizza un maggior ottimismo sulla crescita dell’economia del 2006 e l’andamento dei conti pubblici. Probabile, dunque, che la Trimestrale offra un quadro migliore di quello, mai modificato, su cui il governo ha costruito la Finanziaria promossa da Bruxelles. La Margherita mette le mani avanti: ‘Ci aspettiamo dati positivi’, dice Enrico Letta. ‘Intanto ci diano i dati, poi controlleremo tutto’, aggiunge Prodi”.

ITALIA OGGI intanto non solo conferma la prudenza di Francesco Rutelli registrata dal CORRIERE, ma riporta affermazioni del leader della Margherita, contenute in un'intervista rilasciata a Franco Bechis, che suonano come una sconfessione del Professore. Sui Bot, anche sulle emissioni future, Rutelli dice: "Quello sui Bot è un intervento praticamente inutile, perchè se si alza la tassazione si devono alzare anche i rendimenti e lo stato non ci guadagna". Tassa di sucecssione: per Rutelli la soglia di esenzione fissata in 500 mila euro va "nettamente innalzata". Dunque, tutto da rifare. (red)
 
8. Orenove/8. Mannheimer: “L’aumento dei votanti non è decisivo”
 
 
 
Roma - “Una elevata partecipazione il 9-10 aprile favorirebbe il centrodestra? Secondo alcuni – spiega Renato Mannheimer nel suo “osservatorio del CORRIERE DELLA SERA - se si superasse il livello dell'82%, vincerebbe senz'altro la Cdl. Sotto quella soglia, viceversa, prevarrebbe il centrosinistra che, come si sa, è dato oggi per favorito dalla gran parte degli osservatori italiani e stranieri. L'affluenza alle urne degli italiani è andata, ormai da tempo, progressivamente diminuendo: dopo decenni, dal 1948 al 1976, di livelli elevati (oltre il 90%), essa ha subito, a partire dalla seconda metà degli anni '70, un calo fattosi via via più incisivo. A causa di alcuni mutamenti legislativi e, specialmente, di rilevanti trasformazioni nella cultura politica. Determinate sia dall'esperienza del referendum sul divorzio del 1974 (fu la prima volta che molti votarono in modo difforme dalla propria appartenenza consolidata), sia dalla "legittimazione culturale" dell'astensione, promossa da alcune forze politiche (in primo luogo i radicali), che portò molti a considerare la diserzione dalle urne non più necessariamente riprovevole sul piano etico/morale. Da allora, sempre più elettori - specie i giovani, svincolati dai legami tradizionali - scelgono se votare o meno, in relazione all'interesse percepito della consultazione.

Che è stato sempre calante. Tanto che alle ultime politiche, nel 2001, votò l'81%. Ma alle europee del 2004 e alle regionali del 2005 la partecipazione superò di poco il 70%. Proprio in queste ultime due occasioni, il centrodestra venne particolarmente penalizzato dalla ridotta affluenza. Nel 2004, ad esempio, si stima che FI abbia perduto grossomodo due milioni di elettori, astenutisi perché "delusi", ma, al tempo stesso, non disponibili a votare per il centrosinistra. In questi mesi, Berlusconi ha cercato di riconquistare specialmente questo segmento di elettorato. Di qui l'idea che, se riuscisse a persuaderlo a recarsi alle urne, la Cdl ne trarrebbe grande beneficio. Un'ipotesi rafforzata anche dalla somiglianza dei connotati di chi prende in considerazione l'astensione con quelli prevalenti nell'elettorato di FI: scarso interesse alla politica, alta sensibilità ai messaggi "semplici" e, specialmente, elevata propensione a decidere all'ultimo momento se votare o meno (nel 2001 il 19% dichiarò di avere preso la propria decisione nell'ultima settimana).

Altri elementi, tuttavia, sembrano contraddire l'esistenza di una relazione diretta tra livello di partecipazione e probabilità di vittoria per il centrodestra. In primo luogo, il fatto che, secondo molti studi e contrariamente al passato, anche tra gli indecisi vi sarebbe oggi una maggioranza di preferenze "virtuali" per il centrosinistra. Insomma, per vincere, Berlusconi dovrebbe riuscire a spingere alla partecipazione selettivamente i "suoi" elettori. C'è chi dubita che vi riesca. Inoltre, molti osservatori esprimono scetticismo riguardo alla prospettiva stessa di un afflusso elevato. Sin qui la campagna non è sembrata così "mobilitante": non a caso, quasi il 20% degli italiani non sa nemmeno la data del voto (sondaggio Ipr sul Sole24Ore di ieri). Anzi: certi toni aspri potrebbero invogliare i più lontani dalla politica a non partecipare. In realtà non esiste un livello prefissato di partecipazione che garantisca la vittoria dell'uno o dell'altro polo. Saranno i temi e le proposte concrete delle due coalizioni - e le modalità, più o meno semplici ed incisive, con cui esse riusciranno a comunicarle - a spingere gli indecisi dell'ultima ora a recarsi o meno a votare”. (red)
 
9. Orenove/9. Caso Fortugno, Grasso: “C’è una talpa”
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “‘Procuratore, tira brutta aria in Calabria? ‘Io penso che chi ha ucciso Francesco Fortugno dovrà pentirsi di averlo fatto’, risponde Pietro Grasso mentre sta lasciando su un aereo la sua Sicilia. È infuriato per gli spifferi sull´inchiesta di Locri. Gli hanno appena comunicato dei quattro morti trovati in un casolare nelle campagne di Catanzaro, parla al telefono, si informa. E dice: ‘Al momento sembra che la `ndrangheta non c´entri direttamente ma non si mai. Forse è una strage legata a vicende minori di droga e di prostituzione, è comunque la dimostrazione di quanto poco valga la vita in Calabria’. Il procuratore nazionale antimafia ha passato la mattinata nell´aula bunker di Palermo. Ha visto in anteprima ‘Il fantasma di Corleone’, il film su Bernardo Provenzano latitante dal settembre del ´63. I suoi pensieri però – si legge su REPUBBLICA – corrono alla Calabria, agli assassini del vicepresidente della Regione ammazzato sei mesi fa e a quel ‘criminale’ che ha rivelato l´esistenza di un altro collaboratore di giustizia. Si è molto arrabbiato, vero procuratore? Secondo lei perché qualcuno ha spinto così tanto - e con così tanti giornalisti - per far scrivere che tra i sicari di Locri c´era un altro pentito? ‘La notizia doveva uscire a tutti i costi. E viene certamente da qualche apparato. Il perché non lo so ancora, posso fare solo alcune ipotesi. Nel migliore dei casi chi ha diffuso quella notizia ha bisogno di uno psichiatra, ha bisogno di aiuto. Nel peggiore invece...’. Nel peggiore... ‘Qualcuno che voleva mettere sull´avviso i destinatari delle presunte rivelazioni. Io ho il dovere ancora adesso di non confermare nulla, anzi di smentire ufficialmente che esista un altro pentito’. Lei mi ha appena detto però che quella notizia doveva uscire a tutti i costi... ‘Sì, per come sono andate le cose mi sono fatto questa idea: doveva uscire per forza. L´altro giorno quell´informazione era circolata e molti giornali hanno deciso di non diffonderla, l´ha scritta solo un quotidiano locale. Se voleva essere un messaggio rivolto alle cosche, certamente ha raggiunto il risultato: quello di far prendere contromisure a chi poteva sentirsi al sicuro davanti a eventi del genere’. Quindi, a parte il ruolo dei giornali, lei crede che qualcuno abbia voluto avvertire qualcun altro? ‘Questa fuga di notizie per la legge è un reato, ma è gravissima anche da un altro punto di vista. È gravissima perché mette in pericolo la vita di molte persone. Può mettere in pericolo anche familiari di chi non ha fatto alcun atto di collaborazione. Chi ha vissuto in Sicilia ne sa qualcosa, sa quante vendette trasversali ci sono state’. E chi è in pericolo oggi in Calabria? ‘In tanti. Non si conosce l´identità del presunto collaboratore. E all´inizio, cioè fino a quando non si verificano le prime confessioni, non scattano nemmeno tutte le misure di protezione previste per i familiari. Teoricamente, sono in pericolo tutti quelli legati agli imputati che abbiamo arrestato nei giorni scorsi’. Ma chi lo deve sapere lo sa già chi si è pentito, non crede procuratore? ‘Non credo. Tant´è che in queste ore lì in Calabria stanno facendo un giochino... stanno chiamando a uno a uno tutti i difensori degli imputati chiedendo se difendono ancora i loro clienti. Ci vanno per esclusione, stanno cercando di capire chi è l´imputato che ha rinunciato al suo legale di fiducia per scoprire chi eventualmente si sarebbe pentito. Intanto, però, nessun avvocato ha ricevuto una revoca del mandato’. Senta procuratore Grasso, non c´è il rischio - anche in questa vicenda, anche nel caso Fortugno - che pur di non fare il carcere duro comincino a parlare tutti i presunti sicari senza però dire chi li ha mandati? ‘La nuova legge sulle collaborazioni ha inserito il requisito della novità e quindi quel rischio non c´è. Mi spiego meglio. Se qualcuno decide di collaborare e racconta ciò che ha già raccontato un altro suo coimputato, non ha diritto a sconti di pena. Così era in passato. Adesso è cambiato tutto. Non basta confermare certe accuse, se uno si pente per primo accede al programma di protezione e gode di tutti i benefici penali e penitenziari. Se arriva dopo, se è il secondo o il terzo o il decimo pentito che ripete le stesse cose, si becca l´ergastolo. A meno che non racconti qualcosa di nuovo...’. Si è sempre pensato che tra gli affiliati alla `ndrangheta non ci fossero pentiti in abbondanza come nella mafia siciliana. Questa inchiesta sull´uccisione di Francesco Fortugno però smentisce le più recenti indagini.. ‘In questo caso qualcuno come Bruno Piccolo non aveva altra scelta che collaborare. O confessare tutto o l´ergastolo. Qui in Calabria – continua su REPUBBLICA – dopo l´omicidio sono arrivate le migliori energie investigative, lo Stato ha mostrato una grande credibilità, negli ultimi mesi la `ndrangheta ha subito incalcolabili danni. Per i latitanti che sono stati catturati, per i beni che sono stati sequestrati’. Non è stato un buon affare per i boss uccidere Fortugno? ‘Il peggiore che potevano fare. È stato un omicidio che ha smosso le acque di una palude, un omicidio che ha attirato l´attenzione dello Stato’. Con il suo silenzio, la `ndrangheta ha salvato in qualche modo il sistema criminale italiano dopo le stragi del 1992: perché allora ha deciso di rompere quella tregua? ‘Per le mafie ci sono delitti necessari. E comunque un delitto eccellente fa sempre troppo rumore. E quando c´è un´emergenza, lo Stato fa sul serio’”. (red)
 
10. Orenove/10. Israele: è il giorno di Kadima
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Con il voto di oggi, gli israeliani sembrano dover decidere se sposare un divorzio. Non solo dai palestinesi, con il nuovo ritiro unilaterale proposto da Kadima, ma anche dalle vecchie formule ‘terra in cambio di pace’ e ‘Grande Israele’. ‘Sono le prime elezioni post-ideologiche - ha scritto Yossi Klein Halevi su The New Republic -. Anche la destra ha ammesso che prima o poi dovremo lasciare la Cisgiordania, la sinistra fatica a parlare del processo di pace. La sfida non è sulle visioni, ma sulle tattiche’. Così Kadima, il partito di centro nato dallo scisma con il Likud voluto da Ariel Sharon prima di essere colpito da un ictus, continua a guidare nei sondaggi: dovrebbe ottenere – scrive il CORRIERE DELLA SERA - fra i 34 e i 36 seggi su 120 alla prossima Knesset, abbastanza per permettere al suo leader Ehud Olmert di condurre le trattative per il governo in posizione di forza. Le previsioni danno come seconda formazione (18-21 seggi) i laburisti guidati dall’ex sindacalista Amir Peretz: ieri ha distribuito garofani rossi per le strade di Tel Aviv, mentre l’avversario Benjamin Netanyahu ha pregato al Muro del pianto di Gerusalemme. Il suo Likud dovrebbe scendere a 13 seggi, dai 38 vinti nelleelezioni del 2003 sotto il comando di Sharon. La destra è tallonata da Yisrael Beitenu (Israele la nostra casa), la formazione di Avigdor Lieberman: di origine moldava, raccoglie voti tra gli immigrati dalle ex Repubbliche sovietiche con proposte come l’espulsione degli arabi israeliani dalle aree a nord del Paese. Il quotidiano liberal Haaretz lo ha accusato di essere un ‘fascista’, i sondaggi gli danno da 11 a 12 seggi. Se dovesse essere la vera sorpresa delle elezioni e diventare il terzo partito al posto del Likud, Yisrael Beitenu potrebbe far parte della coalizione: Lieberman sogna per sé un posto da ministro della Sicurezza pubblica, ma Olmert ha dichiarato nei giorni scorsi di non voler trattare con chi non accetta il piano di ritiro dalla Cisgiordania. Gli indecisi sono ancora molti (attorno al 20 per cento) e l’altra preoccupazione di Kadima è rappresentata dall’astensione. ‘Abbiamo studiato fino all’ultima goccia di pioggia o raggio di sole le previsioni del tempo’ ha spiegato Avi Dichter, ex capo dei servizi segreti interni e boss della campagna elettorale. La squadra di Olmert – continua il CORRIERE – ha paura che la certezza sul vincitore e una bella giornata spingano molti a non andare alle urne. Per la prima volta gli israeliani potrebbero anche scegliere il voto ‘tattico’: se il trionfo di Kadima è già assicurato, alcuni potrebbero sostenere i laburisti per essere certi che possano conquistare un ministero come quello delle Finanze e così influire sulle riforme sociali che il governo dovrà attuare per combattere la povertà”. (red)
 
11. Orenove/11. Roma non vede Gerusalemme
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Gli occhi del mondo - scrive Angelo Panebianco sul CORRIERE - sono puntati sulle elezioni che si tengono oggi in Israele. I pronostici danno vincente Kadima, il partito nato, per volontà di Ariel Sharon, da una scissione del Likud. Se ciò accadrà, la politica israeliana sarà, d'ora in poi, molto diversa da come è stata nei decenni passati. Ehud Olmert, succeduto a Sharon alla testa di Kadima, diventerà premier. Ma saranno decisive le percentuali che otterranno i vari partiti. Solo un successo pieno di Kadima lascerebbe Olmert libero di attuare quella politica di ritiri unilaterali da una parte dei territori palestinesi inaugurata da Sharon con la storica decisione di abbandonare Gaza. In ogni caso, ciò che accadrà oggi in Israele deciderà dei futuri rapporti israeliano-palestinesi in una regione i cui destini condizionano quelli dell'intero pianeta. Tutto il mondo segue quelle elezioni tranne l'Italia. La nostra campagna elettorale sembra non lasciare spazio e tempo ai politici italiani per sollevare lo sguardo fuori dai confini, nemmeno di fronte a eventi così importanti per il nostro stesso futuro come le elezioni israeliane. È vero che in Italia la politica internazionale non è argomento delle campagne elettorali ma la Palestina è al centro di quasi tutte le potenziali crisi internazionali che ci aspettano e conoscere le posizioni dei nostri partiti su quanto là accade è essenziale per capire qualcosa della politica estera italiana dopo le elezioni. Il problema si pone più in relazione al centrosinistra che al centrodestra. Se rivincesse le elezioni il centrodestra continuerebbe, verosimilmente, a sostenere Israele. Certamente, appoggerebbe anche la politica del nuovo governo israeliano. Ma che farebbe il centrosinistra in caso di vittoria elettorale? Non è un mistero che l'Unione di Romano Prodi è attraversata da forti divisioni interne sulla questione Palestina. Proprio per questo sarebbe importante che i leader dell'Unione si esprimessero chiaramente sulle elezioni israeliane. Fino a ora lo ha fatto solo uno di loro, Francesco Rutelli, in visita il mese scorso in Israele con un messaggio di esplicito sostegno a Kadima. E gli altri? Sappiamo, ad esempio, che Massimo D'Alema ha posizioni più critiche nei confronti di Israele rispetto a quelle di Rutelli o dello stesso Piero Fassino. Forse il candidato premier, Romano Prodi, dovrebbe indicare, se c'è, il ‘punto di equilibrio’ all'interno della sua coalizione, permettendoci così di capire qualcosa sulla politica che l’Unione farà, in caso di vittoria, nei confronti di Israele. Su due temi, soprattutto, occorrerebbe un chiarimento. Posto che la vittoria di Hamas ha reso impossibile, ora e per un futuro indefinito, la ripresa di trattative di pace dirette fra israeliani e palestinesi (come conferma in queste ore la stessa Hamas, dichiarandosi disponibile al dialogo con le potenze del cosiddetto ‘Quartetto’ ma non con Israele), che altro resta a Israele per garantire la propria sicurezza, se non una politica di ritiri unilaterali e una chiusura in difesa? Non deve il mondo, e anche l'Italia, appoggiare questa linea essendo oggi l'unica realisticamente praticabile? E, per quanto riguarda Hamas, con un governo di centrosinistra l'Italia manterrà ferma la posizione che, insieme al resto dell'Europa, aveva inizialmente assunto: nessun aiuto e nessun appoggio se Hamas non riconoscerà prima Israele e rinuncerà alla lotta armata? Sarebbe sicuramente utile conoscere, su questi argomenti, il pensiero di Prodi”.


Anche l'AVVENIRE dedica l'editoriale alle elezioni israliane: “Secondo le speranze del premier Ehud Olmert, Kadima dovrebbe conquistare 40 dei 120 seggi della Knesset. Ma secondo i più recenti sondaggi potrebbe fermarsi tra i 34 e i 37, essendo comunque partito di maggioranza relativa. In ogni caso Kadima, il partito fondato da Ariel Sharon poco prima che una brutale malattia lo rubasse alla politica, è la grande novità del voto israeliano di oggi. E lo è non tanto per ciò che fa e promette di fare, che pure è straordinario, ma per ciò che rappresenta: un cambiamento epocale nell'animo stesso dello Stato ebraico. Difficile non notare - scrive oggi Fulvio Scaglione nel suo editoriale su l'AVVENIRE - che all'origine del progetto Kadima c'è anche una radicata sfiducia nella possibilità di risolvere il conflitto con i palestinesi sia con i tradizionali strumenti pacifici sia con i tradizionali strumenti bellici, con le trattative o con le armi. L'insidiosa ambiguità di Arafat, la debolezza dei suoi successori, il trionfo elettorale di Hamas hanno convinto molti, per primo Sharon, dell'inutilità di cercare interlocutori seri laddove prosperano politici deboli, retori del martirio o terroristi che inseguono un'impossibile vittoria militare. L'ostinata resistenza dei gruppi armati palestinesi, l'aiuto internazionale che essi ancora ricevono, il supporto che la popolazione palestinese loro fornisce pur manifestando, insieme, un forte desiderio di pace e il prezzo atroce che Israele ha pagato ai kamikaze hanno fatto il resto. Ecco allora la 'rivoluzione' di Sharon e la conseguente fondazione di Kadima, basate appunto sul presupposto che Israele, per arrivare a una pace duratura, non può contare né sull'incontro né sullo scontro con i palestinesi ma solo su se stesso, sulla propria capacità d'iniziativa. Costretto a provvedere per sé ma anche per i palestinesi, Sharon rinnega la mistica tradizionale delle trattative a due insieme con parte del proprio passato. Erige il muro (difensivo, sì, ma capace di erodere i territori palestinesi) e reagisce con durezza militare a qualunque azione minacciosa, terroristica e no. Ma si ritira da Gaza, anche a costo di imporre la decisione a corpose frange della società israeliana e smentisce se stesso, visto che proprio lui era stato uno dei più oltranzisti difensori degli insediamenti. Un movimentismo rischioso, condotto sempre sul filo del rasoio. Che ha però un vantaggio: toglie le castagne dal fuoco anche alle altre nazioni, Quartetto compreso, che sembrano non saper più che fare per questa parte del Medio Oriente. Kadima, quindi, come espressione dell'Israele contemporaneo: deciso a percorrere la strada che porta alla pace ma a farlo da solo e comunque, anche in mancanza di interlocutori palestinesi all'altezza. E infatti Olmert, fedele alle intuizioni di Sharon, ha annunciato in campagna elettorale la volontà di arrivare entro il 2010 a confini definitivi per Israele e, va da sé, anche per l'Autorità palestinese. Tutto ciò non spiega, però, la velocità con cui sono confluiti in Kadima politici di formazioni anche assai lontane tra loro. Può darsi che conti anche l'ormai quasi definitiva scomparsa dei 'padri della patria' e l'avvento di una leva di tecnocrati appassionati ma più freddi degli eroi del sionismo, abituati a una società ormai assai più sfaccettata di quanto il comun denominatore ebraico farebbe supporre. La pace costruita per sé e per gli altri dall'alto della raggiunta superiorità militare, economica e civile può essere l'elemento unificatore di una nazione in cui convivono contributi diversi e qualche volta anche opposti. Auguri Israele”. (red)
 
12. Orenove/12. Israele: il lungo sonno di Sharon
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Il paradosso, o se vogliamo, il dramma nel dramma è che Ariel Sharon, in coma profondo dal 4 gennaio scorso, ma ancora biologicamente vivo, non saprà mai a chi gioverà il nuovo corso politico che lui stesso, con una di quelle improvvise controffensive che hanno segnato la sua carriera di generale e di leader politico, aveva iniziato. I flebili echi della campagna elettorale – scrive REPUBBLICA – non arrivano al primo piano dell´ospedale Hadassah Ein Kerem, reparto di Terapia intensiva, dove è ricoverato, da quando, la sera del 4 gennaio, appunto, fu colpito da un secondo ictus cerebrale, dopo quello, leggero, del 18 dicembre. Ma se è vero che i figli Omri e Gilad, continuano per ore sussurrargli lunghi monologhi affettuosi, nel tentativo di risvegliare il suo cervello spento, chissà che qualcosa della vittoria annunciata di Kadima non sia risuonato anche in quella stanza. La verità è che più il tempo passa, minori sono le possibilità che Sharon sopravviva. Che possa riprendere conoscenza più non si parla. L´uomo che per 32 anni non ha fatto altro che scatenare tempeste politiche (e militari), che ha fondato il Likud e lo ha distrutto, e che ha portato a queste elezioni anticipate giace intubato ed incosciente. Davanti alla sua stanza, il cui ingresso è protetto da un paravento, stanno 24 ore al giorno due agenti dei servizi segreti. Lo visitano giornalmente i figli, Omri e Gilad, che letteralmente gli hanno pavimentato la strada alla poltrona di Primo Ministro, che hanno fatto da frangiflutti contro gli scandali, anche pagando (Omri) di persona. Il giovane segretario del governo uscente, Israel Maimon, riconfermato da Olmert, il fedelissimo Dov Weissglas, amico, avvocato, capo di gabinetto e inviato speciale per le missioni diplomatiche segrete. Ogni tanto, arriva anche una delle segretarie del suo ufficio, che guarda con stupore il vecchio boss in coma, enormemente dimagrito e con la testa fasciata, e reclinante come in quella vecchia fotografia scattata durante la Guerra di Kippur, dove Sharon è ripreso molto più magro e con fronte ferita e bendata. Se non fosse stato primo ministro, probabilmente gli avrebbero permesso di morire molto prima, non accanendosi con sette operazioni, polemizza Haartez. Ora la decisione di come andare avanti spetta ai figli. Ed i figli – continua REPUBBLICA – hanno deciso di aspettare le elezioni, per non influire sui risultati. Forse tra due settimane, quello che rimane di Sharon sarà trasferito: forse al Beit Levinstein di Ra´anana, il maggior centro di riabilitazione dei pazienti in coma; o forse a casa sua, alla fattoria del Sicomoro, nel Negev, se riusciranno ad attrezzare adeguatamente un´ala della villa”. (red)
 
13. Orenove/13. Germania: una telecamera spiava la Merkel
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Roma - “Un Grande Fratello, non autorizzato, per Angela Merkel. Stupisce – svela IL CORRIERE DELLA SERA - e fa scandalo in Germania la notizia che per otto anni, una telecamera di sicurezza, posta sul tetto del Pergamon Museum di Berlino, è stata in realtà usata dal personale di guardia per filmare l’appartamento privato della cancelliera e del marito, situato proprio di fronte al più celebre spazio espositivo della capitale tedesca. Pubblicata dalla Bild am Sonntag, la notizia ha già fatto scattare un’indagine del Bundeskriminalamt, la polizia federale, tesa a stabilire in che modo sia stato possibile per così lungo tempo un uso deviato e illegale dell’apparecchio. In Germania, dal 2004, la legge prevede pene pecuniarie e detentive molto severe, per chi viola gli spazi personali privati, ascoltando, fotografando o filmando la gente nelle proprie case o negli uffici. La scoperta è avvenuta per caso, durante la visita di due giornalisti del settimanale, incaricati di scrivere un reportage sui turni di notte nei musei berlinesi. Quasi per gioco, alcune delle guardie del Pergamon hanno mostrato loro come fosse facile far ruotare la telecamera, puntarla sull’appartamento del capo del governo e zoomare sulle finestre che danno sul Kupfergraben, il lungofiume che separa i due edifici. Ai due reporter è stato anche permesso di provare da soli a manovrare l’apparecchio, giusto in tempo per vedere il professor Joachim Sauer, il marito della Merkel, gelosissimo della sua privacy al punto da aver rinunciato ad ogni ruolo pubblico accanto alla cancelliera, seduto in salotto a guardare la televisione”. (red)
 
14. Orenove/14. Kabul, Abdul Manan: “Mio figlio non ha scelta”
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Roma - “‘Mio figlio, che Dio lo abbia in pace, non ha scelta: o si converte di nuovo all´islam oppure sarà giustiziato. Glielo dicevo in continuazione. Lascia perdere con questa Bibbia, prega come un buon musulmano, prega cinque volte al giorno come dice il nostro Profeta. Ma lui, niente. Testardo, continuava a fare di testa sua’. Non prova alcun rimorso? E´ sempre suo figlio. ‘Non è più mio figlio. Ha fatto un´altra scelta. La nostra Costituzione si basa sulla sharia. Ma lui ha deciso di rinnegare l´islam e di convertirsi al cristianesimo. E´ peccato, peccato grave. Deve morire’. Abdul Manan – scrive LA REPUBBLICA - 64 anni segnati da rughe profonde su un viso torvo e bruciato dal sole, continua a camminare nel fango del piccolo viottolo del quartiere di Taimany, estrema periferia nord di Kabul. Si aiuta con un bastone. Abdul Manan è il padre di Abdul Rahman, l´uomo più odiato e più protetto in questi giorni in Afghanistan. Una vicenda che sembra aver trovato la sua soluzione nella richiesta di asilo all´estero che Abdul Rahman ha presentato ieri. Una soluzione di compromesso che salva il governo del presidente Karzai da una doppia pressione: da una parte i Paesi Occidentali che chiedevano la liberazione di Rahman, dall´altra quelle degli integralisti islamici che chiedevano l´applicazione della legge coranica per l´accusa di apostasia, cioè la morte. E´ stato il portavoce dell´Onu a Kabul Adrian Edwards ad annunciare ieri sera la richiesta di Rahman e l´impegno delle Nazioni Unite affinché la domanda di asilo venga accettata. "Sarà presto liberato", ha aggiunto Edwards. Notizie che al padre "dell´apostata" non fanno piacere, anzi. Volevo chiederle ... ‘Non mi chieda nulla’, replica accigliato, gli occhi nerissimi, la lunga barba bianca che gli scende fino al petto, il turbante nero e grigio che ricorda i Taleban. Continuiamo a camminare. In silenzio. Dai portoni in ferro si affacciano bambini e donne coperte dal burqa azzurro. Abdul Manan borbotta: ‘Non si fermi davanti a casa mia. Lo vede, ci stanno guardando, ho un onore da difendere’. Va bene, ma suo figlio...‘Mio figlio è morto tre settimane fa. E´ una vergogna per la famiglia, per tutto l´Afghanistan’. Forse lo liberano fra qualche giorno. ‘Se lo liberano facciamo causa al governo. Non decide Karzai, decide la sharia. La gente non vuole che sia rilasciato. Tutti vogliono che sia condannato’. Allora, morirà. ‘Inshallah. Se Dio vuole. E´ stata una sua scelta’”. (red)
 
15. Orenove/15. Ucraina, Tymoschenko: “Ora Yushenko non ha scelta"
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Roma - “‘L´Ucraina proseguirà l´avvicinamento a Europa e Nato. La gente è stata chiara: ha premiato gli ideali democratici della rivoluzione arancione. Non tradiremo i valori del "Maidan". Con la Russia riprenderemo relazioni strategiche, ma curando da pari a pari gli interessi nazionali’. Julia Tymoshenko parla a LA REPUBBLICA già da premier. La pasionaria della rivolta di Kiev, cacciata sei mesi fa dalla poltrona di primo ministro, assapora la sua vendetta contro Viktor Yushenko. È lei la trionfatrice politica delle prime elezioni libere nella storia del Paese. La rivincita sul presidente ‘e sui falsi ‘arancioni’ di potere’, si consuma assieme a quella sui potenti clan affaristici legati al regime di Leonid Kuchma. Come è riuscita a battere Yushenko, nella lotta fratricida tra ‘arancioni’? ‘Gli ucraini hanno votato con il cuore. Hanno scelto le forze autentiche della rivoluzione. Il messaggio è chiaro: gli ‘arancioni’ non hanno carta bianca, ma la responsabilità di realizzare il sogno di libertà che ha consentito di abbattere il regime. Se gli ‘arancioni’ si trasformano nel vecchio potere, perdono la fiducia della gente’. Dopo il licenziamento da premier, sperava in un simile risultato? ‘Per la prima volta abbiamo avuto una campagna elettorale competitiva, mass media indipendenti, un voto trasparente. Gli ucraini non si sono pentiti di aver abbracciato la democrazia: hanno premiato chi non è sceso a compromessi sui valori essenziali’. A cosa è dovuto il crollo di popolarità di Yushenko? ‘Ha dato l´impressione di essere un opportunista aggrappato al potere. Prima ha firmato un patto con Yanukovich, poi si è rifiutato di escludere un´alleanza post elettorale con le forze legate al passato. Il popolo arancione non ha voluto correre il rischio di essere truffato, di votare per Yushenko ritrovandosi poi Yanukovich premier. È straordinario lo stop popolare ai clan che hanno impoverito la nazione’.

Ha preteso di tornare premier, per riunirsi con gli ‘arancioni’ di Yushenko?‘Il mandato popolare è inequivocabile. Le forze liberali hanno concordato che la guida del governo sia espressa dal primo partito della coalizione. Il patto di legislatura è pronto. Domani (oggi per chi legge ndr), dopo tanto tempo, incontrerò a quattr´occhi il presidente Yushenko. I problemi di fondo sono stati rimossi: stiamo scrivendo un documento chiaro da rendere pubblico al Paese’. Gli ‘arancioni’ di Yushenko potrebbero preferire la Grosse Koalition con Yanukovich? ‘Non sarebbe una grande coalizione. Quello di Yushenko non è il secondo partito. Il presidente ha devuto scegliere: o me, o Yanukovich premier. Nell´ultimo caso avrebbe firmato il proprio suicidio politico. La possibilità di un´intesa Yushenko-Yanukovich è pari a zero’. Come reagirà la gente se il partito più votato viene emarginato all´opposizione? ‘In democrazia è normale. Yanukovich non può formare una maggioranza, dunque è minoranza. Ma a un Paese libero serve un´opposizione forte che controlli il potere’. Si può dire che lei ha fermato il ritorno del potere del Cremlino a Kiev? ‘È la gente ad aver scelto. Ha detto no al passato, non alla Russia. Con la Russia avremo rapporti tra partner legati da antica amicizia. Chiederemo e offriremo il rispetto dovuto ad uno Stato indipendente e sovrano’. Chiederà la revisione dell´accordo sul prezzo del gas? ‘Quel contratto sarà sicuramente azzerato. Non garantisce il costo dell´energia, ma delega a Mosca la gestione del Paese. L´Ucraina così annega nei debiti e perde i depositi di gas. Dalla nascita di Ros-Ukrenergo ci hanno guadagnato solo potenti clan russi e ucraini, legati al potere. In tre mesi, personaggi misteriosi hanno guadagnato miliardi. Annulleremo il patto e chiariremo le responsabilità’. È vero che ha investito un patrimonio, per tornare al potere? ‘Spero che l´Ucraina non sarà trattata per sempre come un´intrusa nella democrazia. La verità è che qui un presidente, appena eletto a furor di popolo, ha perso le elezioni perché non ha risposto alle attese della gente. Nell´ex Urss non era mai successo: posso dire che abbiamo dato una piccola lezione?’". (red)
 
16. Orenove/16. Moussaui: “Dovevo colpire la Casa Bianca”
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Roma - “‘Facevo parte del piano dell’11 settembre ed avrei dovuto pilotare il quinto aereo contro la Casa Bianca’. Con una dichiarazione a sorpresa il franco-marocchino Zacarias Moussaui ha svelato nell’aula di Alexandria, Virginia, dove è sotto processo, un retroscena finora inedito dell’attacco terroristico di Al Qaeda contro New York e Washington che costò la vita a 2793 persone. Sulla carta Moussaui, 37 anni, è accusato di essere stato a conoscenza dei piani di Al Qaeda ma di non averli rivelati agli agenti dell’Fbi quando venne arrestato nell’agosto del 2001. Ieri mattina – si legge su LA STAMPA – era in programma la sua testimonianza e la previsione era che riaffermasse quanto detto più volte in passato, ovvero che pur appartenendo ad Al Qaeda non aveva mai saputo nulla dell’11 settembre. Il giudice ha iniziato a supporre che qualcosa stesse per avvenire quando l’avvocato difensore, Gerald Zerkin, ha chiesto la parola facendo capire di non condividere la decisione presa da Moussaui e definendo ‘non accettabile’ la testimonianza del cliente poichè in passato aveva più volte ripetuto di ‘riconoscere solo la legge islamica in aperto disprezzo alla Corte’. È stato a questo punto che il giudice ha dato via libera alla testimonianza e Moussaui ha raccontato un aspetto dell’attacco dell’11 settembre rimasto finora sconosciuto. ‘Il mio compito sarebbe stato di dirottare un quinto aereo civile e di lanciarlo contro la Casa Bianca, simbolo del potere americano’, ha detto l’imputato, spiegando che avrebbe dovuto essere affiancato da Richard Reid, l’anglo-musulmano catturato il 22 dicembre del 2001 con l’esplosivo nelle scarpe mentre tentava di far esplodere un aereo in volo fra Parigi e Miami. ‘Risale al 1999 la prima volta in cui un leader di Al Qaeda mi chiese se ero pronto a far parte di un’azione suicida - ha aggiunto Moussaui - ma all’epoca rifiutai’. Interrogato a questo punto sull’11 settembre, Moussaui ha ammesso di aver ‘consapevolmente mentito agli investigatori dopo l’arresto nell’agosto del 2001’ perché ‘volevo che l’attacco avvenisse ed uccidesse il maggior numero di americani’, ed inoltre perché ‘gli agenti non mi fecero le domande giuste’. ‘Conoscevo 12 dei 19 martiri perché li avevo incontrati nei campi di addestramento in Afghanistan, sapevo che Mohammed Atta era il capo ed ero al corrente che l’obiettivo sarebbero state a New York le Torri Gemelle ma - ha sottolineato - non conoscevo altri dettagli perché non era quello il mio piano’. Sono affermazioni destinate a rivoluzionare la ricostruzione degli attacchi: se finora si supponeva che Moussaui potesse essere il ventesimo terrorista mancante del commando di 19 kamikaze di Mohammed Atta che catturò quattro aerei di linea per lanciarli contro New York e Washington, ora invece viene alla luce che il piano di Al Qaeda comprendeva un numero maggiore di dirottamenti e che quindi potrebbero essere ancora a piede libero gli altri potenziali kamikaze. L’esistenza di un piano originale di Al Qaeda con più aerei era già stata confessata da Khalid Sheik Mohammed, il kuwaitiano regista degli attacchi catturato in Pakistan dagli americani. Ma si è sempre pensato che l’idea di colpire in contemporanea con dieci aerei le metropoli americane sulle coste dell’Atlantico e del Pacifico fosse stata abbandonata per problemi logistici, affidando ad Atta un missione differente. Con giudice e giuria sotto shock per le rivelazioni ascoltate, l’avvocato difensore ha chiesto a Moussaui di spiegare perché finora ha sempre accettato di presentarsi come il ‘ventesimo terrorista’. ‘Visto che tutti si riferivano a me in questa maniera - è stata la risposta - mi è sembrato molto divertente fare lo stesso’. Con le rivelazioni di ieri Moussaui ha di fatto scelto di essere condannato a morte: una sentenza – conclude LA STAMPA – che rischiava sin dall’inizio ma che difficilmente la giuria avrebbe potuto concordare in assenza della prova definitiva che fosse al corrente dei preparativi per l’11 settembre. Solamente lui poteva fornirla all’accusa ed è ciò che ha fatto”. (red)
 
17. Orenove/17. Nassiriya: il tesoro scoperto dalle bombe
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Roma - “C´era infatti da affrontare l´esercito americano nella madre di tutte le battaglie. L´unità irachena – racconta LA REPUBBLICA - era durata pochissimo, spazzata via dall´aviazione Usa nei primi momenti dell´offensiva. Nell´attacco degli F-16 qualcosa si era smosso sotto il terreno. Tavolette di argilla e pezzi di pece, insolitamente lisci, erano rimasti sparsi sotto il sole e la polvere della provincia di Dhi Qar. Fino a ieri. Nel frattempo, ‘Antica Babilonia’ aveva stabilito il suo quartier generale poco lontano. Aveva avviato il suo impegno, l´aiuto nella ricostruzione del paese, a due passi dalla ziqqurat di Ur, simbolo dell´antica capitale sumera. Pochi mesi prima l´esercito del raìs, senza nessuno scrupolo, l´aveva trasformato in un´altra postazione antiaerea, ma per fortuna il tempio era sopravvissuto all´offensiva degli alleati. Però i soldati non avevano molto tempo per il turismo. Le operazioni umanitarie, gli sforzi per la ricostruzione, gli aiuti alla gente, la sorveglianza alle strutture superstiti e ai pozzi di petrolio, erano impegno più importante. E quando all´inizio di marzo una delegazione del Consiglio nazionale delle ricerche, guidata da Giovanni Pettinato, grande esperto di culture mesopotamiche, è arrivata in Iraq per verificare che cosa era rimasto delle ricchezze archeologiche, qualcuno da Roma ha chiesto che i soldati garantissero la sicurezza degli studiosi. Un incarico in più, fra i tanti, in mezzo alla polvere del deserto, da accettare senza discussioni. Tanto più che fra i carabinieri della Unità specializzata multinazionale c´erano anche esperti di archeologia, utilizzati per preparare le guardie irachene a combattere i tombaroli e dunque ben disposti a scorrazzare gli studiosi sui siti della ricerca, a coprirgli le spalle e ad assisterli nella ricerca. Poi dai sassi delle colline attorno a Nassiriya sono emersi i tesori.

Prima è saltata fuori la pietra angolare di un tempio dedicato al dio Nanna, con un´iscrizione che Pettinato ha subito letto. ‘Letto’, insiste con orgoglio il professore, ‘non tradotto’. Ieri poi fra le zolle del Dhi Qar prosciugate dal sole sono ricomparse le tavolette di argilla e i pezzi di pece, distribuiti dall´esplosione o forse anche da un cedimento del terreno. Silvia Chiodi, collaboratrice di Pettinato, si è fermata incredula: sulle tavolette, e anche sulla pece, c´erano tracce di iscrizioni. ‘Si sbracciava gridando: Giovanni! Giovanni! Vieni immediatamente!’, racconta lo studioso. L´entusiasmo era giustificato: i reperti testimoniavano che il sito di Eridu, conosciuto come ‘preistorico’, in realtà ospitava opere scritte. ‘Testi storici, letterari, lessicali del periodo paleo-accadico’, dice Pettinato: in parole povere, scritti di ogni tipo, persino nozioni di botanica e mineralogia, compiti scolastici e testi accademici dell´antichità. I pezzi di pece, invece, hanno conservato le iscrizioni agendo come un calco. In passato qualcuno aveva cercato di utilizzare le tavolette d´argilla come mattoni da costruzione, usando la pece come collante: le iscrizioni sono impresse ‘in negativo’ sulla pece, e non è improbabile che possano servire a sostituire pezzi mancanti. L´esperto di assirologia non ha esitazioni: ‘Non si sbaglia se si definisce questo ritrovamento l´enciclopedia più antica della storia dell´umanità’, aggiunge il professore, e va oltre: ‘Questa scoperta ci costringerà a riscrivere i libri di storia. I miei, quelli degli altri: tutti’.Pettinato e i suoi hanno contattato Bagdad, per segnalare il ritrovamento ai responsabili del museo della capitale, che ora dovranno provvedere alla raccolta e alla catalogazione degli scritti. Poi è tornato a Campo Mittica, dove era difficile capire chi fosse più soddisfatto, fra i soldati della Brigata Sassari e gli archeologi. I militari hanno offerto a Pettinato un giro sull´elicottero HH-3F per vedere Eridu dall´alto. Ma il professore ha sorriso: ‘No. La nostra parte è finita’”. (red)
 
18. Orenove/18. La giornata di oggi
 
 
 
Roma - ROMA – Inizia oggi la visita del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in Germania.

ROMA – Pier Ferdinando Casini sarà ospite di Sky tg24 alle 14:35.

ROMA – Puntata di Porta a porta ricca di ospiti. Questa sera, alle 23:20 su Raiuno, parteciperanno alla trasmissione condotta da Bruno Vespa Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini, Piero Fassino e Francesco Rutelli.

ROMA - Pier Ferdinando Casini, Lorenzo Cesa e Mario Baccini incontreranno oggi alle 17:30 l’ex premier spagnolo Jose Maria Aznar (Auditorium della Conciliazione).

ROMA – Il leader della Lega Umberto Bossi sarà ospite alle 20:30 del programma Dopo Tg1

MILANO – Antonio Di Pietro, leader di Italia dei Valori, prosegue la sua campagna elettorale nel capoluogo lombardo (Palazzo delle Stelline, C.so Magenta 61, ore 18).

ROMA – Verranno presentati questa mattina alle 10 i dati Istat sui conti economici trimestrali relativi al IV trimestre 2005.

ROMA – Apertura del convegno internazionale di due giorni dell’Enea dedicato alla ‘sicurezza delle grandi reti tecnologiche: energetiche, dei trasporti, delle telecomunicazioni e informatiche’ (Centro Congressi in via dei Frentani).

MILANO – Riprende oggi il processo Parmalat con l’interrogazione dell’ex direttore finanziario del gruppo, Fausto Tonna.

BRUXELLES – Il commissario Ue Piebalgs all'Assemblea Ena sul nucleare europeo (Hotel Marriot, mattina).

KHARTOUM - Si apre oggi a Khartoum il summit della Lega araba, cui per la prima volta non prenderanno parte rappresentanti del governo Anp.

LONDRA - A Londra il premier Tony Blair espone davanti ai Commons un dossier dell'esecutivo in cui si fa il punto sul cambiamento climatico e l'effetto serra.

BRUXELLES - Si tiene il Youth Event, riunione informale dei ministri della gioventù europei per discutere del patto europeo per la gioventù. Gli argomenti di cui si parlerà saranno l'occupazione, la formazione scolastica e professionale. (red)
 
 
 
 
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