1. Orenove/1. Dietro le quinte
A cura di Laura Cesaretti
Roma - I più avvertiti, dentro l’Unione, sono allarmati. Sanno che il rapporto con un settore delicato dello Stato, quello delle Forze armate, e pezzi della nuova maggioranza, sono assai tesi. Che c’è irritazione, preoccupazione e sconforto. Gli episodi, nel giro di pochi giorni, si sono moltiplicati: la surreale vicenda della commissione Difesa del Senato, con l’elezione a sorpresa del dipietrista De Gregorio e la clamorosa bocciatura di Lidia Menapace, candidata “pacifista” di Rifondazione. Le polemiche che sono seguite, con la durissima replica con cui il ministro Parisi ha zittito chi dal Prc (vedi Malabarba) accusava praticamente di golpismo i vertici militari. L’aspra polemica tra Oliviero Diliberto e i parenti del caporal maggiore Pibiri, durante la camera ardente. Le tensioni sotterranee sul disimpegno dall’Iraq, e le richieste di smantellamento della missione in Afghanistan.
Si spiega così il fatto che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, abbia deciso proprio ieri di scendere in campo e di pronunciare parole chiare ed inequivocabili, a difesa del ruolo delle Forze armate e degli impegni internazionali dell’Italia. Napolitano ha scelto di farlo nel giorno dei funerali di Pibiri, e con grande fermezza. L’articolo 11 della Costituzione, usato come bandiera dall’ala pacifista della maggioranza, va “letto per intero”, ammonisce il Presidente. Non solo nella prima parte, che sancisce il ripudio della guerra come mezzo di offesa e di soluzione dei conflitti; ma anche nella seconda che sancisce l'adesione ai principi, agli scopi e alle iniziative delle organizzazioni internazionali per assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni. “L'Italia - ha detto il presidente della Repubblica - ha bisogno dell'insieme delle Forze Armate, al più alto livello di modernità ed efficienza per adempiere i suoi doveri di partecipazione a quelle organizzazioni internazionali che, come recita l'articolo 11 della Costituzione repubblicana, sono impegnate ad assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni”.
Un chiaro tentativo di ricucire strappi assai rischiosi, e di smentire con fermezza chi, nel centrosinistra, strattona il governo per imprimere una radicale svolta nella sua politica estera e militare, e nei rapporti con gli alleati, Usa innanzitutto. E anche un’azione di supplenza rispetto al capo del governo, che non vuole o non può esporsi rischiando una frattura con pezzi della sua maggioranza. Napolitano ha anche voluto avvertire che gli impegni internazionali dell’Italia non verranno messi in discussione, e che su di essi non si deve aprire alcuna trattativa nel governo, quando ha difeso ed esaltato l’importanza delle “missioni militari, ma non di guerra” nelle quali siamo impegnati. A cominciare evidentemente da quella in Afghanistan, che un pezzo del centrosinistra vorrebbe ridiscutere e possibilmente sopprimere. E il presidente, sempre ieri, ha anche annunciato di aver avuto un incontro con il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop de Scheffer, in visita in Italia. Allo scopo, ha informato il Quirinale, di “riaffermare la volontà dell'Italia di continuare ad onorare gli impegni assunti nell'Alleanza Atlantica”, e con l’auspicio che “si accentui sempre più la collaborazione fra l'Unione Europea e la Nato”. Un modo indiretto per farsi garante rispetto agli alleati che il nuovo governo non sarà condizionato dalle pressioni di quei settori radicali che Prodi (sulla Zeit) ha definito “folkloristici” della sua compagine. (lac)
2. Orenove/2. Prime pagine
Roma - IL GIORNALE – In apertura: “La rabbia dei militari colpisce Bertinotti”. Editoriale di Salvatore Scarpino: “Forze armate e abbandonate”. In un riquadro: “Gli avvocati pronti a uno sciopero contro Mastella”. Di spalla: “Morto Zarqawi Bin Laden ora è più forte”. A centro pagina: “Diventano più di cento le poltrone di governo”. “Caso Unipol: il pm chiede sei mesi per Consorte e il suo vice”. A fondo pagina: “La polizia marca a uomo gli azzurri”.
LA REPUBBLICA – In apertura: “Il Mondiale parte a suon di gol”. Di spalla: “Addio a Siciliano, testimone del secolo”. Editoriale di Eugenio Scalfari: “Lo scrittore e la tribù”. A centro pagina: “‘Un dovere la missione di pace’”. In un riquadro: “Governo, record di sottosegretari, lite tra ministri sulle competenze”. A sinistra: “L’Afghanistan che ha paura della sconfitta”. A fondo pagina: “Le primarie modello Pericle”.
CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “La Nato: caccia italiani in Afghanistan”. Editoriale di Angelo Panebianco: “Una missione non vana”. In un riquadro: “Zarqawi, un’agonia di 10 minuti”. “Festa e gol per il via ai Mondiali. E gli azzurri: ‘Vi stupiremo’”. A centro pagina: “Giustizia, magistrati delusi”. A fondo pagina: “Governo a quota 102: record delle poltrone battuto”. “Milano, dalla diocesi un no al referendum”.
LA STAMPA – In apertura: “Il bello del pallone”. “Campionato sporco: ‘Sono d’accordo per stare zitti’”. Di spalla: “Il francese è come un panda”. A centro pagina: “Il governo riscrive le leggi del Polo”. A sinistra: “Intervista a Die Zeit: Quando Prodi parla tedesco”. In un riquadro: “Napolitano: ‘Le nostre missioni non sono di guerra’”. A fondo pagina: “Graffiti liberi, sui muri può nascere un artista”.
IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Imposte flessibili sull’auto”. Editoriale di Daniela Marchesi: “Il rischio d’impresa da norme incerte”. Di spalla: “Appalti al via con correttivi”. A centro pagina: “Risale l’inflazione Usa”. “Colaninno: serve un patto sociale per la produttività”. Di spalla: “Raid su Gaza, 7 morti. Hamas rompe la tregua”.
L’UNITA’ – In apertura: “Il governo interviene sul caro benzina. Altri tre sottosegretari: brutto record”. Editoriale di Antonio Padellaro: “Dimenticare la Rai?”. Di spalla: “Cara Unità, c’è una sinistra che non è rock”. A centro pagina: “Napolitano: missioni militari, non di guerra”. In un riquadro: “Mondiali a suon di gol. Vincono Germania e Ecuador”. A fondo pagina: “Addio Siciliano, costruttore di cultura”.
LIBERO – In apertura: “I rossi son già neri”. Editoriale di Vittorio Feltri: “La mia prima volta in una Moschea”. A centro pagina: “Telecom: Che triste l’Italia dell’ultimo miglio”. A fondo pagina: “Il solito casino della Pantegana”.
IL TEMPO – In apertura: “La carica dei 102”. Il commento: “Tagli sì, ma solo per noi”, di Giuseppe De Filippi. Di spalla: “Cuneo fiscale: Gli industriali contro Padoa-Schioppa”. “Mastella demolisce: Slitta la riforma della Giustizia”. A centro pagina: “Mondiali, è già festa di gol”. “L’Unione alla conquista delle aziende”. A fondo pagina: “Napolitano: ‘I nostri soldati sono in missione di pace’”.
IL RIFORMISTA – In apertura: “Gli sviluppisti radicali rifiutano manovrina e moderazione salariale”. Editoriale di Biagio De Giovanni: “Nessuno ha la verità sulla vita”. “Il rigore di TPS è alla camomilla. Ci aspettavamo che puntasse i piedi”. A centro pagina: “Bersani gioca di sponda e rinvia la scossa”. A fondo pagina: “‘Ho agito per il partito e per il paese: Di Pietro lo riconosca’”.
IL FOGLIO – In apertura: “Napolitano costretto a intervenire contro l’odio sinistro per la divisa”. “Cade un monopolio: Anche Citati, Eco e Baricco hanno avuto l’incontro con Io”. “Germania fest”. “La morte di Al Zarqawi dà sollievo a re Abdallah in ansia per la Cisgiordania”.
IL MESSAGGERO – In apertura: “La Germania va, sorpresa Ecuador. Totti: sono al 70%”. “Calcio caos. Borrelli: un muro difensivo. Lotito interrogato”. A centro pagina: “‘Missioni non di guerra’”. Editoriale di Luigi Paganetto: “Quella via tra cuneo fiscale e mercati aperti”. Di spalla: “Benzina, dal 2007 meno tasse. Sconti ai comuni per i rigassificatori”. In un riquadro: “Quota 102. Governo record: nominati altri 3 sottosegretari”. (red)
3. Orenove/3. Napolitano e il Papa sulle missioni: Sono di pace
Assolutamente da non perdere
Roma - “Sbagliato, sbagliatissimo trascinare i nostri soldati nelle polemiche di parte. ‘L’Italia ha bisogno dell’insieme delle Forze Armate al più alto livello di modernità ed efficienza’, e ne ha bisogno in quanto deve proseguire le sue missioni di pace: così vuole la Costituzione. Il Presidente della Repubblica – si legge su LA STAMPA – scende in campo per mettere un punto fermo che sembra rivolto alle frange più radicali della sinistra. Lo fa nel giorno in cui Romano Prodi conferma al segretario generale della Nato l’intenzione del governo di proseguire l’impregno in Afghanistan, e a San Paolo fuori le Mura si celebrano i funerali del caporalmaggiore Alessandro Pibiri. Giorgio Napolitano ha partecipato alle esequie insieme con le massime cariche dello Stato, poi s’è recato all’ospedale militare del Celio per visitare i nostri quattro soldati feriti. Sono gesti che già esprimono una vicinanza della più alta carica agli operatori della Difesa. Ma le parole di ‘risarcimento’ (perché tali le considera il Quirinale) nei confronti delle Forze Armate sono state pronunciate in un altro contesto, che le rende ancor più ‘pesanti’. Napolitano ha parlato in un incontro con alti ufficiali della Marina, accolti al Quirinale per una lontana ricorrenza storica (l’impresa di Premuda, 1918). Ha colto segni di disagio nell’intervento del capo di stato maggiore, ammiraglio Paolo La Rosa. Il quale non ha citato espressamente le critiche nei confronti di chi veste la divisa. Ma Napolitano (nota chi gli sta vicino) ha ben presenti le polemiche sulla parata del 2 giugno, quelle sulle Frecce Tricolori, e soprattutto il senso di frustrazione che in ambito militare si accompagna alla prospettiva di ritirarsi in fretta dall’Iraq. Il Presidente ha lodato dunque l’impegno della Marina in missioni ‘che richiedono un alto grado dispecializzazione e professionalità, e che sono rivolte a tutelare essenziali beni comuni’. Poi s’è spinto oltre con due sottolineature. La prima: ‘Si tratta’, ha soggiunto, ‘di missioni militari ma non di guerra’. La seconda: delle Forze Armate l’Italia ‘ha bisogno per adempiere i suoi doveri di partecipazione a quelle organizzazioni internazionali che, come recita l’articolo 11 della Costituzione, sono impegnate ad assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni’”.
“Il richiamo alla Costituzione non è di quelli rituali. Comporta un paio di conseguenze pratiche anche per quanto riguarda il ritiro da Nassiriya. Vuol dire anzitutto, senza bisogno di interpreti, che la fine della spedizione in Iraq non dovrà significare abbandono di tutte le altre missioni sotto l’edida dell’Onu o della stessa Nato. Napolitano dà dunque indirettamente copertura alla decisione del governo (contestata da alcuni settori della maggioranza) di non lasciare Kabul, espressa l’altro giorno a Bruxelles dal ministro della Difesa Arturo Parisi, e ribadita ieri a Palazzo Chigi da Prodi in un colloquio con Jaap de Hoop Scheffer, segretario generale Nato. Significa pure, quel riferimento all’articolo 11, che il Presidente appoggia un rientro del contingente iracheno che non somigli a una fuga, ma avvenga secondo modalità concordate con gli organismi internazionali. Dal centrodestra sono scattati gli applausi. L’Udc in particolare a provato a piantare un cuneo tra Napolitano e il governo, sostenendo tramite Luca Volontè che il Presidente ‘ha reso giustizia all’operato dell’Italia e della Cdl. Prodi prenda atto delle proprie menzogne’. In realtà viene escluso che il Capo dello Stato abbia voluto darsi un bersaglio polemico. Contrapponendosi ad esempio a Fabio Mussi, ministro dell’Università e Ricerca, che ieri mattina ha ripetuto nella Basilica di San Paolo: ‘I nostri militari hanno fatto il loro dovere, ma questa è stata un’impresa sbagliata’. Tantomeno il Presidente desidera scontrarsi con Francesco Cossiga, fautore di un ‘via ora e subito anche da Kabul’. L’intervento va letto, si chiarisce a sera dal Colle, alla luce di una settimana vissuta sul filo delle emozioni, e culminata nella perdita del caporalmaggiore Pibiri, ricordato anche dal Papa. In un messaggio alla famiglia, Benedetto XVI – conclude LA STAMPA – ne parla come ‘di un caduto nell’adempimento generoso del proprio dovere, al servizio dell’ordine, della sicurezza, della giustizia e della ripresa pacifica delle popolazioni irachene’”. (red)
4. Orenove/4. La rabbia dei militari italiani: usati dai pacifisti
Assolutamente da non perdere
Roma - “Dolore. Delusione. Rabbia. Il barometro delle Forze Armate segna tempesta e se chiedete in giro com’è il morale della truppa, raccoglierete prima le solite frasi ufficiali di circostanza, poi vedrete un inconsolabile scuotersi del capo, sentirete un parlare fitto fitto e infine farete fatica a fermare un fiume in piena, inarrestabile. Il mestiere delle armi – scrive il GIORNALE – è quello più difficile e in queste ore, dal soldato semplice all’ufficiale, sembra esserlo ancora di più. ‘Ho letto i giornali, bene, siamo di nuovo tutti mercenari. Contiamo i morti e mi chiedo dove sia il rispetto per i nostri caduti e per quelli che ancora sono vivi e stanno in Iraq’, è quasi un urlo strozzato in gola, la voce di un ufficiale delle Forze Armate che ha trascorso mesi in Iraq, ha perso gli amici, ma non la memoria di quei giovani strappati alla vita da un camion bomba. ‘Quello che sta accadendo non aiuta i nostri soldati in missione. Dov’erano i signori pacifisti quando nel 1996 siamo andati in Bosnia? Dov’erano quando ci hanno mandato su un teatro dove si usavano proiettili all’uranio? Dov’erano quando D’Alema ci mandava a bombardare il Kosovo senza l’autorizzazione dell’Onu?’. È uno sfogo talmente forte che sembra di veder le stellette andare in polvere. ‘Il rispetto, la solidarietà, la vicinanza della nazione sono fondamentali per andare avanti. Serve il sostegno morale, ma quando sei vivo, non quando sei morto. Mi sembra di assistere a una fiera di coccodrilli. Si mangiano i figli e poi vanno ai funerali a piangere’. A sinistra dicono che siete in guerra... ‘Ma agli italiani qualcuno ha spiegato che cosa è il terrorismo e che cosa è la guerra? C’è una bella differenza. Gli avvisi di potenziali attentati li avevamo anche in Kosovo e in Bosnia. Però Kosovo e Bosnia non erano guerra. Sono strabiliato’. Dicono che i soldati vanno in missione per soldi, per guadagnare di più.... ‘Non sanno niente della Brigata Sassari, dell’orgoglio. Quelle quattro lire valgano il rischio. Se partecipo all’operazione Domino guadagno più o meno lo stesso. Qui tutti si sono scordati che in Italia ci sono 10 mila obiettivi militari controllati dall’operazione Domino’. Dicono che è meglio una missione tutta dell’Onu... ‘In Kosovo c’è una missione Onu: hanno fatto le elezioni municipali dopo tre anni e mezzo. Il primo corpo di polizia kosovaro è stato varato dopo due anni. Questa è la gestione Onu. Dopo sei mesi a Nassirya aveva già duemila poliziotti e i primi battaglioni dell’Esercito’. Parla un uomo esperto, ha incontrato sceicchi in Iraq, gente che sapeva tutto dell’Italia e che monitora il tragico dibattito sul ritiro: ‘Sanno tutto. E ora a Nassirya la gente nelle strade grida che dobbiamo andarcene dall’Irak. Prima non accadeva...’”.
“La Difesa – continua il GIORNALE – è uno strumento della politica, ma se la politica è confusa e contraddittoria, anche gli eserciti finiscono nel caos. Esemplare quanto accaduto al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Filiberto Cecchi. Nel pieno del dibattito sul futuro della missione Antica Babilonia e sulla presenza di una missione civile, Cecchi spiega: ‘È necessaria la presenza di 800 militari per garantire la sicurezza’. Su di lui si abbattono prima i tuoni di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione che in un corsivo al vetriolo chiede il silenziatore per Cecchi, e poi i fulmini del capo di Stato Maggiore della Difesa, Giampaolo Di Paola che lo invita, diciamo così, ad essere più discreto. Si dirà che ci sono normali differenze di vedute, ma il fatto è che da tempo nelle Forze Armate gli alti ufficiali sono ridotti al silenzio. Esprimono messaggi di cordoglio per i caduti, appuntano medaglie sul petto delle vedove, ma sulle missioni tacciono, sul rebuilding dell’Irak e dell’Afghanistan è sceso un velo. E forse è anche per questo che la voglia di parlare è tanta, che le parole diventano macigni. ‘C’è un nuovo governo, all’inizio c’è un assestamento, ma ora assistiamo quasi passivamente, indignati, a quello che sta succedendo. Siamo protagonisti involontari di una situazione scandalosa’ racconta un altro ufficiale delle Forze Armate. ‘L’episodio del fratello di Pibiri è sintomatico: ha detto a Diliberto quello che tutti noi pensiamo. La sensazione di disagio è aumentata dal fatto che il distacco che avvertiamo da parte di certa politica, è acuito dalla partecipazione di alcuni esponenti dei vertici militari a questo disegno(...)’”.
Anche Angelo Panebianco, nel suo editoriale sul CORRIERE DELLA SERA, riconosce il merito ai militari italiani di aver svolto una missione “non vana”, di aver contribuito a riportare l’Iraq nella legalità e di aver compiuto una missione di pace: “Insieme alle consuete cattive notizie sugli attentati, due ottime notizie sono arrivate dall'Iraq: la morte di Al Zarqawi e il completamento, dopo un lungo stallo, degli organici del governo, con la nomina dei ministri della difesa (un sunnita), dell'interno e della sicurezza nazionale (due sciiti). Il che significa che i rappresentanti delle principali comunità del Paese hanno scelto di scommettere sulla cooperazione. L'affare iracheno presenta quindi chiari e scuri, non è solo, come le notizie dei continui attentati possono lasciare intendere, un disastro. Questo è importante ricordarlo a noi italiani. Anche per porre nella giusta luce la missione che abbiamo svolto in Iraq, con il sacrificio di molti soldati. Quella missione – scrive Angelo Panebiano sul CORRIERE DELLA SERA – va ora a concludersi in coerenza con la volontà espressa, già in campagna elettorale, dal centrosinistra. Però è necessario che il ‘segno’ su quella missione e sulla sua conclusione non venga posto dalla sinistra estrema, che non siano insomma Fausto Bertinotti o Oliviero Diliberto a fornire alla fine al Paese l'interpretazione ‘vincente’ della vicenda irachena e del nostro ruolo in essa. Non stiamo scappando, con la coda fra le gambe, da una specie di Vietnam come la sinistra estrema vuole far credere. Abbiamo invece partecipato con onore a una missione di pace autorizzata dall'Onu con l'intento di aiutare la ricostruzione di un Paese sfiancato da una lunga e feroce dittatura. In quel Paese, una volta liquidato Saddam Hussein, si sono poi aperte due partite sanguinose, fra loro intrecciate: lo scontro ‘locale’ fra la minoranza sunnita (in precedenza dominante) e la maggioranza sciita, e lo scontro ‘internazionale’ fra Al Qaeda e l'Occidente. E se la prima partita è tuttora aperta (le speranze di pacificazione sembrano affidate alla capacità del governo di unità nazionale di trovare un punto di incontro con la parte dialogante della guerriglia sunnita, potenze regionali, dall'Iran all'Arabia Saudita, permettendo) la seconda partita — ma solo nello scacchiere iracheno, naturalmente — potrebbe avviarsi a conclusione: così almeno pensano quegli analisti che collegano la morte di Al Zarqawi anche al ‘rigetto’, manifestatosi nelle fila della guerriglia sunnita, nei confronti degli ‘stranieri’, dei jihadisti venuti da fuori”.
“Insomma – continua Panebianco – potrebbe essere fallito il tentativo di Al Qaeda di fare dell'Iraq il luogo ove realizzare la sua definitiva resa dei conti con l'Occidente, ove dare la ‘lezione definitiva’ agli occidentali. Se confermata dagli eventi dei prossimi mesi, sarebbe questa un'eccellente notizia. Vorrebbe dire che molto di ciò che si è fatto non è stato vano. E' anche per dare il giusto significato alla missione svolta dagli italiani che questo va detto e ricordato. Comunque evolva la situazione in Iraq (non c'è dubbio che molto sangue vi scorrerà ancora) resta che l'offensiva jihadista iniziata l'11 settembre del 2001 non è finita e non finirà presto. Ci saranno sicuramente, in circostanze diverse naturalmente, altri Iraq nei prossimi anni. Non è dunque solo ai fini di una corretta interpretazione ‘storica’ che occorre porre nella giusta prospettiva la vicenda della missione italiana in Iraq. Farlo è necessario anche per non inibire in futuro la nostra capacità di azione. Usciamo ora dall'Iraq ma non potremo uscire, non usciremo, ci piaccia o no, dalla grande arena nella quale operano, con la violenza, i nemici del mondo occidentale. La partita, purtroppo, è lungi dall'essere conclusa”. (red)
5. Orenove/5. E sul ritiro Washington "bacchetta" l'Italia
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Roma - “‘Che intenzioni avete?’. Se lo chiedono gli Stati Uniti e se lo chiede anche la Nato. Dopo le dichiarazioni gelide di Donald Rusmfeld sul ritiro dei nostri soldati (‘per noi non cambia niente’) ieri il Dipartimento di Stato ha fatto capire chiaramente che sul ritiro le divergenze con gli Usa sono profonde. Tanto che gli Stati Uniti – si legge sul GIORNALE – hanno inviato a Roma Barbara Stephenson, deputy senior advisor del Dipartimento di Stato, esperto di pianificazione e ricostruzione, per guidare un gruppo di lavoro che dovrà incontrare gli esponenti del governo italiano. La dichiarazione della Stephenson arriva dall’ambasciata americana a Roma e non lascia dubbi, parla di una ‘presenza italiana in Iraq’ che ‘è stata e continua ad essere importante per il successo del processo di stabilizzazione e ricostruzione’, loda ‘gli esperti italiani che hanno contribuito all’avanzamento della democrazia e della libertà in Iraq’, ma annuncia che guiderà ‘un gruppo misto che si incontrerà con esponenti del governo italiano per discutere queste questioni’ e infine ‘continueremo la discussione su come meglio venire incontro ai bisogni dell’Iraq’. Traduzione: così com’è stato finora dipinto dagli italiani, il ritiro dall’Iraq non va bene. Dietro la lingua della diplomazia, c’è la distanza siderale delle posizioni in campo. E dunque la domanda ‘che intenzioni avete?’ è quanto mai pressante. E l’ha posta anche Jaap de Hoop Scheffer, segretario generale della Nato ieri in missione nel nostro Paese per incontrare - nel giro di poche ore - Napolitano, Prodi, D’Alema e Parisi. Il segretario generale dell’alleanza atlantica pare si sia voluto sincerare di quanto matura nel nuovo governo di Roma. Troppe le voci, troppe le ipotesi di disimpegno messe in campo dall’Ulivo. Non c’è solo Bagdad. S’infittiscono le voci di un possibile rientro anche da Kabul, c’è l’insistenza per accelerare i tempi di dismissione della base di La Maddalena. C’è, di pochi giorni fa, l’insorgere delle sinistre contro l’allargamento della base Usa in quel di Vicenza. E poi ci sono Darfur, Kosovo e Bosnia, dove sono presenti le nostre truppe”.
“C’è anche – continua il GIORNALE – la storia degli Eurofighter, che dovevano essere costruiti ed acquistati dalla nostra aeronautica ma che la mancanza di fondi potrebbe affondare con tanti saluti alla quota di protezione aerea garantita in precedenza sul fianco sud. Ancora presto per poter valutare i generici richiami all’alleanza che ieri sono stati assicurati a Scheffer tra Quirinale e palazzo Chigi. Fatta salva la conferma del ritiro da Nassirya (che pure avrà tempi lunghi: come minimo tre mesi da oggi), sul resto a quanto pare è stata calata una fitta nebbia. L’Afghanistan? Prodi ha confermato il nostro ‘pieno impegno’ a Kabul, come anche D’Alema e Parisi avrebbero garantito il proseguimento dell’impegno militare, ma elegantemente glissato su un possibile potenziamento della missione, con più truppe e impiego dei caccia Amx (anche se a Bruxelles dicono non sia previsto), adducendo problemi di costi elevati. Il fatto è però - almeno nell’ultimo caso - che se la parte moderata dell’Ulivo non digrigna i denti (Rutelli ha spiegato che la nuova base nell’aeroporto Dal Molin serve ‘alla rimodulazione della 173ª Airborne Brigade’), quella più a sinistra agita i pugni e minaccia di peggio. Certo, è un discorso questo di Vicenza che riguarda il rapporto Italia-Usa, fattosi gelidino dopo l’incontro Rumsfeld-Parisi dell’altro giorno, ma non è che non possa interessare anche la Nato, visto che Roma, dopo la Germania, è il secondo contributore di truppe nell’Alleanza. A quel che si diceva ieri sera a Bruxelles, non è che l’assaggio di Ulivo effettuato dal segretario generale Nato nella capitale italiana sia servito a chiarire granché. Nessun rigetto, sia chiaro. Ma molte perplessità derivanti dal ‘peso’ che di fatto stanno assumendo Rifondazione, Comunisti e Verdi all’interno della maggioranza. E che, notoriamente, collimano assai poco con le linee guida dell’Alleanza. Formalmente, comunque, nei colloqui tra Scheffer e i suoi interlocutori ci si è a lungo soffermati sul ‘progetto Riga’, ovverossia sul summit autunnale in cui si vorrebbe allargare la dotazione dell’Alleanza a una ‘dimensione politica’, ripartendo di qui per un suo allargamento. Ma l’urgenza, per Scheffer, era soprattutto quella di sapere che intenzioni abbia l’Italia del dopo-Berlusconi rispetto agli impegni assunti a suo tempo. A quanto pare dovrà attendere ancora qualche tempo. Al pari forse dei suoi interlocutori, dovrà verificare quanto accadrà a fine mese. Quando nel Parlamento di Roma si riproporrà il varo dei capitoli di spesa per le nostre missioni militari all’estero”. (red)
6. Orenove/6. Governo, record di Prodi: 102 poltrone
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Roma - “Dopo il ciclo-pellegrinaggio di 837 chilometri da Roncisvalle fino a Santiago di Compostela e la maratona di Reggio conclusa in 4 ore e 41 minuti, Romano Prodi ha messo a segno un altro record personale: nominando altri tre sottosegretari è arrivato, lui compreso, a quota 102 poltrone, sofà e sgabelli ministeriali. Stracciando - scrive il CORRIERE DELLA SERA – quell'‘Andreotti VII’ per anni additato, a causa dei suoi 101 membri del governo, come la feccia clientelare della prima repubblica.Con un premier, due vicepremier con dicastero allegato, 24 ministri, 9 viceministri e 68 sottosegretari, è il ‘Prodi Bis’, adesso, la preda da inseguire. Gli italiani di sinistra delle adunate a San Giovanni, che si ritrovarono al Circo Massimo con Cofferati, che organizzarono i girotondi, che accorsero al Palavobis di Milano intorno a Dario Fo, che si riconobbero nell'invettiva di Nanni Moretti e nell'invito a ‘resistere, resistere, resistere’ di Borrelli agognando per cinque anni l'arrivo di un governo diverso, sono serviti. Rullo di tamburi e squilli di tromba: il governo delle sinistre, promesso coi manifesti ‘domani è un altro giorno’, non ha solo 94 poltrone più del primo esecutivo della storia patria, dove Cavour (che teneva gli Esteri e la Marina) aveva in tutto 7 ministri. Non ne ha solo 60 più del 1˚ governo di Alcide De Gasperi, che si era inizialmente tenuto gli Interni, gli Esteri e l'Africa Italiana e aveva fatto giurare 17 ministri e 42 sottosegretari. Ma stacca nettamente gli ultimi due di Berlusconi che era arrivato a toccare i 98. Una quota che aveva spinto gli scandalizzatissimi leader dell'Ulivo e degli alleati a dirne severamente peste e corna. Ma ve li ricordate? Era tutto un coro a rinfacciare alla destra che loro sì erano stati bravi, perché certo, il ‘D'Alema Bis’ era arrivato a 91 ma solo per forza d'inerzia giacché proprio la sinistra aveva cambiato la legge per finirla col mercato delle vacche e snellire finalmente i carrozzoni clientelari. ‘Guardi qua, dottor Vespa’, aveva detto il ‘Líder Maximo’ estraendo a Porta a Porta il programma dell'Ulivo: ‘Le leggo la tesi numero nove: Ridurre i ministeri e i ministri’. Neanche il tempo che il Cavaliere nominasse i titolari della sua squadra e Antonio Di Pietro tuonava: ‘Per soddisfare gli appetiti di partiti e correnti è stata stravolta la riforma Bassanini aumentando il numero dei ministeri”.
“Il che – continua il CORRIERE – lascia facilmente prevedere che cosa accadrà, con l'infornata di sottosegretari!’. ‘Avevano promesso semplificazione e invece c'è una gran confusione, con la moltiplicazione delle poltrone da spartire per accontentare tutti ‘, sentenziò, levando il sopracciglio l'attuale vicepremier Francesco Rutelli. Troppi ministri, troppi: ‘Dovevano essere 12 e sono più del doppio, con una valanga di sottosegretari’. E ci fu chi andò a sbattere in faccia (sia chiaro: giustamente) al nuovo governo non solo l'invenzione dei viceministri che mai prima erano esistiti, ma il voltafaccia del Cavaliere che mille volte aveva promesso uno snellimento e subito dopo il trionfo del maggio 2001 aveva fatto la faccia cattiva: ‘In centoquaranta hanno fatto domanda per diventare sottosegretario. Ma i posti sono solo ventisei’. Ne fece il doppio: 53. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Ma certo, a mano a mano che il numero dei componenti del governo si gonfia, fanno sorridere certi scandaletti del passato. Come una storia raccontata anni fa da Antonello Capurso. Era il 1953: ‘Alcide De Gasperi si accingeva a formare il suo governo e nel compilare la lista scrisse a fianco di ogni carica il nome del nuovo ministro, ma arrivato al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, vergò a penna: "resta", a intendere che era confermato il sottosegretario precedente. L'ufficio legislativo cui fu passato il foglio per le convocazioni, però, scovò nell'annuario dei parlamentari un certo Raffaele Resta, che fu così buttato giù dal letto e convocato a Palazzo per il giuramento. De Gasperi, visto arrivare pieno di gratitudine l'onorevole Resta, non ebbe il coraggio di dirgli la verità e se lo prese al governo’. Se anche il signor Raffaele Gentile, un socialista che nell'altro millennio fu assessore regionale siciliano e adesso è segretario dello Sdi isolano, sia stato imbarcato perché Prodi aveva sottolineato quanto fosse ‘gentile’ un altro non si sa”.
“Certo il Professore deve essere un fantastico ‘talent scout’: il nuovo ‘vice’ ai trasporti, infatti, è non solo ignoto al di qua dello Stretto ma anche in Sicilia lo conoscono solo gli addetti ai lavori. Auguri. Non si tratterebbe peraltro dell'unica ‘scoperta’ prodiana. Se Nicola Sartor, il sottosegretario all'Economia imbarcato per fare la Finanziaria (i sei che già c'erano non erano in grado?) ha un curriculum lungo un metro, quello all'agricoltura Gianni Mongello è riuscito a guadagnarsi due citazioni minori in 27 anni di archivi Ansa. Meno di un sindaco di Alcamo o Cantù. Ma su con la vita. Proprio per dimostrare di essere perfettamente all'altezza della stanza dei bottoni di un Paese del G8, c'è chi ha messo sul sito internet del governo il suo prestigioso curriculum. Come il sottosegretario agli Affari regionali Pietro Colonnella che spiega di essere perito industriale, consigliere Provinciale ascolano e di esser stato capogruppo nel Consiglio Comunale di San Benedetto del Tronto’, presidente dell'Istituto Consortile Musicale ‘Gaspare Spontini’ di Ascoli. Di più: come presidente della Provincia ascolana è stato protagonista della ‘creazione di n. 587 posti di lavoro’, dell'‘apertura del Traforo di Forca Canapine’, della nascita del ‘casello autostradale di Grottammare’, del ‘gemellaggio con l'Istituto di Calcografia Nazionale di Madrid’, dell'avvio dei lavori per il ‘Polo scolastico del Pennile di Sotto’. Il tutto – conclude il CORRIERE – per un totale di 1.068 parole: 319 in più di quelle usate nella sua autobiografia per la ‘Navicella’ da Giulio Andreotti, che quando nacque Colonnella era già stato per sette anni sottosegretario e per due volte ministro”. (red)
7. Orenove/7. Governo, è lite tra i ministri per le deleghe
Assolutamente da non perdere
Roma - “‘Oggi abbiamo davvero rischiato che saltasse tutto...’. A giochi ormai conclusi uno dei partecipanti così riassume il senso politico del terzo Consiglio dei ministri, che in quattro ore addolcite solo da un cesto di ciliege arrivate dalla Puglia avrebbe visto persino la minaccia di una crisi di governo. Una fibrillazione quotidiana, generata da tutti i partiti dell'alleanza e che Ds e Margherita, troppo occupati a sfidarsi per stabilire chi più pesa nell'esecutivo, non riescono a mitigare. Ci sono voluti giorni di trattative snervanti, condotte a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza Enrico Letta, per preparare la mediazione finale di Prodi sulle deleghe contese. L'accordo sulle competenze sociali – scrive il CORRIERE DELLA SERA – dalle politiche giovanili ai pacs, è faticosamente saltato fuori, mentre resta aperta l'assai più delicata questione delle deleghe per il Mezzogiorno, punta dell'iceberg dei gelidi rapporti tra Margherita e Ds. Il partito di Francesco Rutelli, forte di un ‘accordo politico’, chiede la delega per il viceministro Sergio D'Antoni, mentre il responsabile per lo Sviluppo economico Pierluigi Bersani medita di spartire gli incarichi tra D'Antoni e il ds Filippo Bubbico. Una patata così bollente che Prodi, per non scottarsi le mani, ha pensato bene di rinviarla al prossimo Consiglio. La ruggine tra dielle e diesse ha fatto da fondale alla riunione, come certifica anche lo scontro sulle unioni di fatto. La Quercia le voleva per sé, la Margherita pure e alla fine Prodi ha deciso per un affidamento misto tra Barbara Pollastrini e Rosy Bindi. ‘Mi sono fatta valere’ dirà il ministro della Famiglia lasciando Palazzo Chigi, ‘è stato faticoso portare a casa quel che mi interessava, ma sono soddisfatta’. È dal giorno del giuramento che la pasionaria della Margherita chiede sia dato a Rosy quel che è di Rosy, cioè ‘un forte ruolo di indirizzo e coordinamento’ sui temi della Famiglia. Scontenta per una ripartizione delle competenze che rischiava di svuotare il suo ministero, la Bindi così si è rivolta a Prodi: ‘Benissimo Romano, e a me cosa rimane?’”.
“Il fatto è, come riassume un partecipante, che ‘il comunista voleva tutto’, dove il comunista è il responsabile della Solidarietà sociale. In Consiglio Paolo Ferrero ha portato la delusione per la sconfitta sulla presidenza della commissione Difesa, nonché gli echi della polemica sui ‘comunisti folkloristici’, ha sfidato ora la Bindi, ora Giovanna Melandri ora Cesare Damiano, è arrivato perfino a minacciare la crisi di governo, e ha vinto. ‘Il mio ministero si occupa o no dell'individuo? Sì, e allora la solidarietà verso l'individuo mi compete, l'individuo che fa sport idem e così l'individuo nella famiglia...’. A quanto raccontano, forse semplificando, i presenti, così avrebbe parlato Ferrero, tanto che Antonio Di Pietro lo ha apostrofato sarcastico: ‘Certo Paolo, allora è roba tua pure l'individuo che viaggia in autostrada. Perché non ti occupi anche di Infrastrutture?’. La Bindi ha lasciato aleggiare lo spettro delle dimissioni e altrettanto ha fatto la Melandri, poi le donne hanno cercato un asse comune, Mastella, Parisi, Mussi e Amato hanno spezzato lance in favore della Bindi, Emma Bonino ha chiesto ‘adeguati strumenti di lavoro’ per le ministre senza portafoglio e alla fine, per placare i duellanti, Prodi è dovuto ricorrere alla trovata delle ‘cogestioni’, affidando in condominio le deleghe contese. Così è stato per l'Agenzia nazionale per la gioventù che la Melandri avrebbe voluto per sé, così per il Centro di documentazione sull'infanzia rivendicato dalla Bindi. Fino a quando sul tavolo non è approdata la sospensione dell'ordinamento giudiziario. Clemente Mastella - continua il CORRIERE – voleva un disegno di legge, Antonio Di Pietro spingeva per un decreto. ‘Sei un guascone — ha attaccato il Guardasigilli — sai bene che Cossiga e gli altri il decreto non te lo votano. Perché non lo fai tu il ministro della Giustizia?’. E meno male che aprendo il Cdm Prodi aveva invocato ‘collegialità’”. (red)
8. Orenove/8. Soldi al Sud, duello tra Quercia e Margherita
Assolutamente da non perdere
Roma - “La squadra di governo cresce e cambia di nuovo forma, ma al terzo Consiglio dei ministri sul tavolo di Romano Prodi scoppia il primo vero problema politico. Dopo dieci giorni di punzecchiature, Ds e Margherita sono arrivati ai ferri corti sulla gestione dei soldi per il Mezzogiorno, uno dei portafogli più consistenti perché contiene tutti i fondi europei per le aree svantaggiate. Il Dipartimento per il Mezzogiorno -scrive il CORRIERE DELLA SERA – è stato trasferito dall'Economia allo Sviluppo Economico. Il ministro Pierluigi Bersani, Ds, vorrebbe però affidare la gestione dei fondi Ue, la polpa, al sottosegretario Filippo Bubbico. Ds come lui, Bubbico è stato governatore della Basilicata, e con quei fondi, che prima nessuno spendeva, aveva fatto miracoli. Il problema è che quel portafoglio lo aveva prenotato il viceministro Sergio D'Antoni, della Margherita. Messo lì proprio allo scopo da Francesco Rutelli. Che ha polemizzato duramente in Consiglio con Bersani sostenendo che c'era un accordo politico. L'assegnazione della delega resta sospesa, e il braccio di ferro continua. All'Economia, nel frattempo, è stato nominato sottosegretario Nicola Sartor, ex Bankitalia, collaboratore di Nino Andreatta e Luigi Spaventa, ora professore di Scienza delle Finanze. Sarà Mr. Finanziaria, con il compito di seguire il bilancio in Parlamento. Nuovo sottosegretario anche per l'Agricoltura. Giovanni Mongiello, ex Udc (fu vicepresidente della Commissione Mitrokhin), ex Udeur, proprietario di TeleFoggia, Mongiello aveva appoggiato Nicky Vendola con una propria lista alle Regionali pugliesi del 2005. Aspirava a un posto da assessore, poi si era candidato alle Politiche con l'Ulivo, senza successo. La terza new entry -continua il CORRIERE – è Raffaele Gentile, sottosegretario ai Trasporti. La Rosa nel pugno lo aveva proposto già nella prima tornata di nomine. Deciso infine il passaggio del Cipe, che gestisce gli investimenti pubblici, a Palazzo Chigi. Un'altra costola tolta all'Economia. Dove, nel frattempo, si sono definiti gli incarichi. Vincenzo Visco, viceministro, avrà delega sulla politica fiscale, le Agenzie e la Guardia di Finanza, e sarà coadiuvato da Mario Lettieri e Alfiero Grandi (Dogane). L'altro viceministro, Roberto Pinza, avrà la Finanziaria, il risparmio e gli enti locali. Lavorerà con Antonangelo Casula e lo stesso Sartor. A Paolo Cento, Verde, vanno la delega per i rapporti internazionali, il Coni, l'Unire, l'economia ambientale. A Massimo Tononi, grande finanziatore di Romano Prodi, il debito pubblico e le privatizzazioni”. (red)
9. Orenove/9. Giustizia, al via la controriforma di Mastella
Assolutamente da non perdere
Roma - “Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che blocca, fino al marzo prossimo, l’entrata in vigore di alcuni decreti attuativi della riforma dell’ordinamento giudiziario. Il ministro di Giustizia, Clemente Mastella, ha annunciato che ci sarà una ‘corsia preferenziale’, per un provvedimento che è ‘un atto di saggezza parlamentare per l’urgenza che la materia impone’. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, in conferenza stampa ha ricordato che ‘questo disegno di legge rappresenta una delle priorità dell’azione del governo’. Uniche perplessità all’interno del Consiglio dei ministri - scrive LA STAMPA – sono state espresse dai ministri Di Pietro e Pecoraro Scanio, che avrebbero preferito che fosse stato adottato il decreto legge: ‘Temo - spiega Di Pietro - che l’attuazione della riforma provocherà gravi danni, in particolare con la separazione delle carriere’. Pecoraro Scanio: ‘Se il ministro Mastella, che ha fatto tutte le verifiche del caso, ci ha indicato come strada più praticabile quella del Ddl con una corsia preferenziale, è giusto ascoltarlo’. Dall’opposizione si prende atto della retromarcia del governo, che ha abbandonato (per il momento) la strada della prova di forza, varando un decreto legge. Giuseppe Gargani, Forza Italia: ‘Ci aspettiamo adesso che la maggioranza porti in Parlamento le sue proposte di modifica. Per approvare la loro moratoria, dobbiamo confrontarci sul merito delle innovazioni da apportare a una riforma il cui impianto va salvaguardato. Se non c’è questa volontà, lo scontro paralizzerà l’attività del Parlamento. Insomma, faremo ostruzionismo’”.
“L’ex Guardasigilli, Roberto Castelli, è convinto invece che i suoi decreti attuativi entreranno comunque in vigore: ‘Questa riforma va bene anche alla sinistra’. Mentre Alfredo Mantovano, An, prefigura uno scenario diverso: ‘La maggioranza paga un pedaggio formale alla corporazione, che manifesterà e protesterà come se al posto di Mastella ci fosse ancora Roberto Castelli. Il governo ha un progetto di riforma dell’ordinamento giudiziario?’. Ed Erminia Mazzoni, Udc, bolla ‘il provvedimento pilatesco’, che ‘non potrà produrre un effetto di pacificazione, come il ministro Mastella invece auspica’. Al termine del Consiglio dei ministri, il Guardasigilli Mastella ha spiegato: ‘Il disegno di legge messo a punto per sospendere l’effetto della riforma dell’ordinamento giudiziario, tiene conto delle esigenze dei magistrati ma anche dell’intero mondo della giustizia’. Se l’opposizione contesta l’azione tendente solo a neutralizzare gli effetti della riforma, Pierluigi Mantini, Ulivo, sostiene, al contrario, che ‘la maggioranza vuole apportare miglioramenti e non azzeramenti alla riforma’. Anche Roberto Villetti, Rosa nel pugno, sottolinea la vocazione riformatrice insita nel disegno di legge: ‘Non ci convince, infatti, un blocco generalizzato delle modifiche introdotte dal centrodestra nelle quali, assieme ad elementi assai negativi, si accompagnano innovazioni da non lasciar cadere’. Sul piede di guerra Delusi e sul piede di guerra, naturalmente per contrapposti motivi, penalisti e magistrati. I primi – conclude la STAMPA – accusano il governo di ‘resa’ al sindacato dei magistrati, i secondi si riuniranno in assemblea nazionale oggi a Roma, ‘delusi’ che il governo non abbia mantenuto fede all’impegno del decreto legge”. (red)
10. Orenove/10. Gli industriali contro lo sconto fiscale selettivo
Assolutamente da non perdere
Roma - “Salvatore Rossi, capo dell'ufficio studi di Bankitalia, si ricorda ancora di quando visitò un'impresa del Bresciano scampata al rischio di decesso. Fin dagli anni '70 faceva serrature per l'export, soprattutto verso il Medio Oriente. Un giorno però la famiglia dei proprietari si accorge che i cinesi stanno copiando sia i prodotti che il marchio. In pochi mesi – si legge sul CORRIERE DELLA SERA – l'impresa è al collasso, finché la salvezza giunge inattesa. L'unico ingegnere in sede, un neolaureato un pò emarginato in una schiera di più fidati periti, ha un'idea: ‘Inseriamo nelle serrature un chip elettronico che metta in rete le porte di case, ville e capannoni’. È un salto di cinque anni, l'impresa è salva, i cinesi di nuovo lontani. Per ora il lieto fine c'è. Ma come un'azienda del genere avrebbe usato il taglio del cuneo fiscale in stile Tommaso Padoa-Schioppa, è più difficile da immaginare. Il ministro dell'Economia, parlando al Sole 24 Ore, pensa in realtà proprio a imprese come questa quando propone una riduzione ‘selettiva’ nel divario fra costo del lavoro e reddito in busta-paga. Padoa- Schioppa propone di premiare chi s'impegna ad aumentare la produttività ‘attraverso investimenti, ricerca’ e chi ‘rafforza le parti più innovative’. Non tutti. ‘Inutile sostenere chi non agisce per recuperare il ritardo — traduce Mario Deaglio, economista dell'università di Torino —. Quello soccomberà comunque’. Ma nel caso dell'azienda delle valli bresciane operare uno sgravio ‘selettivo’ significa premiare quell'unico ingegnere ragazzino, messo in un angolo a pensare? ‘Perché no? La competitività si incentiva anche così — sostiene l'economista industriale Patrizio Bianchi —. L'idea di Padoa-Schioppa è valida. E ridurre il costo del lavoro a favore dei giovani qualificati per la ricerca è un criterio plausibile’. Bianchi sa bene però che il problema è proprio qui: premiare i più virtuosi equivale per il Tesoro a tirare una riga fra chi lo è e chi no. Con cinque punti di detassazione sul piatto, le scelte rischiano di provocare profonde fratture fra le imprese e il governo e fra le aziende stesse”.
“Non a caso ieri – continua il CORRIERE – il presidente dei giovani industriali, Matteo Colaninno, e la vicepresidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, hanno insistito perché la riduzione del cuneo vada a tutte le imprese. Quanto a questo Giovanni Cagnoli di Bain Italia, consulente d'imprese, non si fa troppe illusioni. Le risorse per tutti rischiano di non bastare, avverte. Ma optare per una selezione, benché ‘condivisibile’ in teoria, resta delicato. ‘I criteri da applicare in concreto non sono affatto chiari — dice Cagnoli — Pur di incassare lo sgravio le imprese potrebbero investire male o fingere di farlo’. Anche limitare l'intervento ad alcuni settori avanzati o votati all'export è difficile — dice Cagnoli — perché incombe la vigilanza di Bruxelles contro gli aiuti di Stato che non siano aperti a tutti i settori o all'intero territorio. In realtà il programma di aiuti europei alla ricerca destinato a scattare fra un anno, il settimo della serie, punta a saldare insieme il lavoro delle università e quello delle imprese grazie alle sue regole per i finanziamenti: li prende solo chi ha piani credibili. Può essere un modello per l'Italia, propone Bianchi. ‘Più semplice allora prorogare il credito d'imposta, voluto da Giulio Tremonti, alle imprese che investono’, rilancia Cagnoli. Deaglio non è d'accordo, per lui il cuneo ‘selettivo’ può produrre un salto di qualità: ‘La linea Padoa-Schioppa dà l'occasione per creare più trasparenza nei bilanci delle piccole-medie imprese. I revisori danno punteggi più alti a chi fa di più negli investimenti per la produttività, e quello ha diritto allo sgravio’”.
Sul RIFORMISTA Oscar Giannino riporta le proprie considerazioni sull'intervento del ministro dell'Economia. “Vogliamo definirla moderata delusione? Per chi scrive qui, lo è stata. Parlo della prima importante intervista resa dal ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, a una squadra di prim’ordine di colleghi del Sole 24 ore. Si comprende bene la prudenza e la moderazione del ministro e dell’ex banchiere centrale, soprattutto di fronte al duplice fenomeno rappresentato dall’eterogeneità d’ispirazione della maggioranza e della compagine di governo,e dalla conseguenza che ne è derivata, lo spacchettamento di deleghe e competenze, che di fatto consegnano alla responsabilità di Padoa-Schioppa un ministero assai meno munito di quanto fosse il semplice Tesoro ai tempi di carlo Azeglio Ciampi. Senza Cipe, senza politiche di coesione, senza Finanze riaffidate a Visco, con un controllo sulle partecipate che fa direttamente capo a un sottosegretario che risponde direttamente a Palazzo Chigi,il minimo da attendersi era che ieri Padoa- Schioppa puntasse i piedi e pretendesse un non politico come sottosegretario aggiunto di propria fiducia per seguire direttamente la finanziaria. E di qui la nomina ieri del professor Nicola Sartor, altro professore, che si aggiunge a Riccardo Faini, della squadra della voce.info, una delle più riuscite fucine di egemonia cultural-politica sul versante del mantello liberale generosamente offerto alle spalle della vecchia sinistra statalista e tastatrice. Ma se la prudenza è più che comprensibile – si legge sul RIFORMISTA – il ministro ieri ha probabilmente esagerato.Si è avvertito il forte indirizzo di una svolta, nelle sue lunghe considerazioni? Stabilità, efficienza, equità, ha declinato il ministro. Benissimo,assai rassicurante. Ma,di fatto,gli interrogativi concreti ai quali rispondere, quando si pone l’obiettivo di ripristinare al più presto un avanzo primario nell’ordine del 3-3,5 per cento del Pil, sono più impegnativi dei principi generali.Per esempio,sul cuneo fiscale il ministro ha delineato un meccanismo selettivo: il taglio va rivolto alle imprese che ‘crescono di più’. Che cosa vorrà dire? Che lo Stato si attribuirà lui la scelta discrezionale, dei criteri ‘virtuosi’ da premiare? Non è bastato l’esito abbastanza paradossale della ‘tassazione virtuosa’ che si praticò con Dit e Superdit, che finiva per premiare le aziende più capitalizzate e con catene di controllo all’estero? Crescita significherà più assunti a tempo indeterminato? Oppure più ricerca? Ma in questo caso in quali settori sì e in quali no? È proprio liberale e di mercato, introdurre criteri selettivi da parte del decisore pubblico, su quale impresa sia virtuosa e quale no? Oppure:il controllo della spesa. Il ministro è stato esemplare, nel richiamare ieri la necessità di dare finalmente una risposta alla discrasia tra competenza e cassa,che grava da anni sui conti italiani. Di qui anche l’atto d’indirizzo adottato dal governo, per contenere le spese di cassa nei primi mesi. Ma è proprio il caso di tornare a spendere elogi verso il cosiddetto metodo ‘Gordon Brown’, quando in Italia il problema è di scegliere con decisone su quali capitoli incidere e su quali no? Ed è poi proprio vero, che l’avanzo primario italiano di questi anni sia un’anomalia? Oppure è più o meno inevitabile che in fasi di crescita stagnante o fortemente rallentata (come negli ultimi anni) l’avanzo primario si riduca o diventi addirittura negativo?”.
“Ecco i dati Eurostat – continua il RIFORMISTA – di alcuni altri paesi Ue: in Belgio l’avanzo primario è sceso dal 7,3 per cento del Pil nel 2001 al 4 per cento nel 2005; in Germania dallo 0,4 per cento nel 2001 al -0,6 nel 2002, - 0,9 nel 2003, -0,7 nel 2004, -0,8 nel 2005. In Grecia, dall’1,3 per cento nel 2001 al -0,9 nel 2005. In Francia, dal +1,5 per cento nel 2001 è virato in negativo dal 2002 in avanti, con un picco del -1,3 nel 2003, e ancora non è tornato a riguadagnare lo zero. In Lussemburgo è passato da +6,5 per cento nel 2001 a -0,4 nel 2004. In Ungheria, dopo il +1,2 per cento nel 2001 è costantemente rimasto di segno negativo. In Olanda, dal +3 per cento del Pil nel 2001, l’avanzo primario si è spostato in zona negativa nel 2003 e 2004, per tornare allo zero l’anno scorso.Anche nella virtuosissima Finlandia l’avanzo primario in cinque anni si è dimezzato dall’8 al 4 per cento del Pil. Così in Svezia (dal 5,4 al 3,4) e nel Regno Unito l’avanzo primario è negativo dal 2003. Chi vuol capire capisca. L’Italia non è un’anomalia, le cifre parlano chiaro. Benissimo poi il cambio di passo sulle partecipate, invece di continuare a privilegiare solo i pingui dividendi per lo Stato azionista.E il rispetto per le competenze di Bersani,dunque la prudenza in materia di liberalizzazioni.Ma sulle tasse,materia decisiva per la crescita e per i consensi? Neppure una parola? Neppure una griglia di priorità, per capire da dove partiranno gli interventi, tra estimi catastali e maggiori aliquote su compravendite azionarie e obbligazionarie, Ici sulla seconda casa e imposta di successione, abolizione del concordato triennale e ripristino magari delle aliquote marginali Ire e Ires soppresse dal governo precedente? Va bene che la superfluità conduce più presto ai capelli bianchi, mentre la misura ha vita più lunga. Ma dal garante personale della credibilità del governo in Europa noi ci aspettiamo di più. Non ha partiti ai quali render conto, deve essere una voce libera e incisiva. Più lo sarà,nel governo senza alternative a pena di un’opposizione per sessant’anni del centrosinistra come ha detto Prodi a Die Zeit, meglio adempierà non solo al suo ruolo, ma alle speranze dei tanti senza partito che si aspettano più rigore e più mercato,per realizzare più crescita e più libertà per individui e imprese. Non più diplomazia di fronte agli eccessi di ideologismi economicisti. Insomma, caro ministro, ci aspettiamo più ricette coraggiose alla Blair, meno prudenze ingessate alla Merkel”. (red)
11. Orenove/11. Senato, De Gregorio (Idv): "Ho agito per il Paese"
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Roma - “‘Quando c'era un rischio da correre Occhipinti (direttore di Oggi) diceva ‘mandiamo De Gregorio’. Nella centrale nucleare di Chernobyl, e senza protezioni, entrava De Gregorio. In Rwanda? Andava De Gregorio. A Sarajevo? Andava De Gregorio. Dovunque ci fossero rischi da correre andava sempre De Gregorio. Non perché fossi più bravo degli altri ma perché ero disponibile a rischiare. Lo stesso vale oggi in politica’. Nel Senato semideserto dopo il rompete le righe del venerdì – scrive il RIFORMISTA – sembra rimasto solo Sergio De Gregorio. Nel giorno dello scontro frontale con il leader del suo partito, il giornalista che con i voti della Cdl ha strappato a Lidia Menapace la presidenza della commissione Difesa parla con il Riformista di Iraq e di Di Pietro, di Unione e Cdl, della crociera di Buscetta e del figlio segreto di Lamberto Dini. Sul foglio italvalorista il ministro delle Infrastrutture ha scritto: ‘De Gregorio si è fatto eleggere presidente della commissione Difesa del Senato con i voti della Cdl. Lo ha fatto, lui dice, per motivi patriottici. Io non lo credo. Lo ha fatto perché gli è convenuto. Qualcuno ha scritto che dovrei sceglierli meglio i miei compagni di viaggio. Può essere che abbia ragione’. De Gregorio, che si è dimesso da direttore editoriale del giornale, ha risposto: ‘Avevo segnalato, da giorni, che era in corso una trattativa per ottenere qualche voto, a titolo personale, dai senatori della minoranza. Un pò come è capitato a Benvenuto...’. A sentire De Gregorio, sembra quasi che tutti i suoi detrattori siano in minoranza. Di Pietro compreso. ‘Gli elettori del nostro partito guardano all'idea di legalità come rappresentazione forte delle istituzioni e del servizio al paese. Tra questi ci sono tanti militari. Abbiamo preso quei voti, ora li dobbiamo tutelare e difendere’. E ancora: ‘Ho ricevuto migliaia di attestati di solidarietà e poche decine di insulti. È questo il dato forte che mi ha sostenuto. È vero che c'è stato un mio atto di responsabilità forte, non condiviso e per il quale non ho chiesto il sostegno di Di Pietro. Ma oggi il presidente del mio partito deve riconoscermi intuito politico’. E poi, le accuse di aver agito ‘non per patriottismo’, quelle no, De Gregorio non le accetta. ‘Non consento che mi si dica una cosa del genere. Se questo solitario affondo non fosse andato come avevo immaginato, oggi sarei fuori dall'Unione. Ora che non si può tornare indietro, che vogliamo fare? Ragionare insieme sulla nostra forza, che non deve farsi mortificare dalla scelte maggioritarie di altri? O vogliamo continuare a litigare? Noi non dobbiamo essere i parenti poveri del centrosinistra’. De Gregorio giura che non cambierà coalizione: ‘Ho detto a Ricky Levi che non esco dall'Unione. E non immagino il mio futuro fuori dall'Unione’. Semmai, spera in una maggioranza più ampia. ‘Se rimaniamo fermi al valzer del voto in più o in meno trasformiamo questa legislatura in uno spettacolo poco edificante. C'è qualche pontiere in grado di guardare a ipotesi più ampie? Io credo di sì. Credo – conclude il RIFORMISTA – che D'Alema e qualcun altro all'interno dei Ds abbia un'idea nuova dell'Unione, con una maggioranza più stabile che non stravolga l'idea progressista della coalizione’”. (red)
12. Orenove/12. M.O., riprendono gli scontri tra Hamas e Israele
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Roma - “La gente di Beit Lahiya ha ormai imparato quali sentieri percorrere e quali evitare, a osservare la sabbia per individuare i crateri lasciati dall'artiglieria israeliana. La spiaggia è sempre stata sicura, gli estremisti non la usano come base di lancio per i Qassam. Il venerdì – scrive il CORRIERE DELLA SERA – si riempie di famiglie, che passano il giorno di festa tra picnic e bagni dei bambini. Ieri anche il lungomare è diventato un campo di battaglia, gli obici da 155mm di Tsahal hanno colpito tra i civili, uccidendo almeno sette palestinesi e ferendone trentacinque. I Ghaliya — il marito Ali, la moglie Raisa e i figli di 1, 3 e 10 anni — sono tutti morti nell'attacco. ‘Stavo facendo il bagno — racconta Ahmed Abou Amrene alla France Presse — quando ho sentito il fischio del proiettile e l'esplosione. Siamo corsi fuori dall'acqua e i corpi erano lì, attorno al tavolo dove stavano mangiando’. ‘Perché hanno bersagliato la spiaggia? Siamo lontani dai campi usati dai militanti’ si chiede Ahmed. È una domanda senza risposta anche per i generali israeliani. Yoav Galant, che comanda il fronte Sud, ha parlato di un colpo finito fuori traiettoria, ha anche ipotizzato che non fosse colpa della sua artiglieria. ‘Facciamo di tutto per non coinvolgere i civili. Sfortunatamente in un'operazione di guerra si commettono degli errori. È stata aperta un'inchiesta, se c'è stato uno sbaglio, lo ammetteremo’. Il capo di Stato maggiore Dan Halutz – continua il CORRIERE – ha fermato per ora i bombardamenti, decisi per bloccare i lanci contro le città attorno alla Striscia: dalla fine di marzo sono piovuti oltre 6.000 proiettili israeliani, ogni mese gli estremisti sparano tra gli 80 e i 90 razzi. La strage sulla spiaggia di Al Soudania arriva 20 ore dopo un attacco che ha eliminato Jamal Abu Samhadana, capo dei Comitati di resistenza popolare e nominato dal governo di Hamas alla guida della nuova forza di polizia palestinese. Per gli israeliani era l'‘Al Zarqawi’ locale, numero due nella lista dei terroristi super- ricercati. Le operazioni dell'esercito hanno spinto l'ala militare di Hamas a rompere la tregua che aveva sottoscritto nel febbraio 2005: ‘Il terremoto scuoterà di nuovo le città sioniste e i branchi degli occupanti non avranno altra scelta che preparare le bare o i bagagli’ hanno scritto le Brigate Ezzedin Al Qassam in un volantino diffuso a Gaza”. (red)
13. Orenove/13. Londra, illegali le nozze tra Carlo e Camilla
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Roma - “Il loro era stato il matrimonio dell’anno, peccato che potrebbe non avere alcuna validità legale. A mettere in serio dubbio la legittimità dell’unione civile tra Carlo d’Inghilterra e Camilla Parker Bowles è l’autorevole quotidiano The Times. Ieri, in un servizio in esclusiva, il giornale è ritornato a bomba su una questione che aveva già fatto molto discutere proprio nei mesi immediatamente successivi all’annuncio del nuovo matrimonio da parte del primogenito di Elisabetta, celebrato in seguito nel piccolo municipio di Windsor il 9 aprile dello scorso anno. Le nozze sarebbero infatti in netto contrasto con delle direttive emanate nel 1996 dal governo conservatore di John Major. Anticamente i membri della famiglia reale – si legge sul GIORNALE – non potevano sposarsi civilmente e sembra che anche la legge del 1836 che introdusse queste unioni in Gran Bretagna e la successiva, datata 1949, contemplassero quest’ipotesi. Nel 2005, però, a venire in aiuto del principe era stato proprio il governo laburista nella persona di lord Falconer di Thornton, il lord Cancelliere. Con una sentenza formale che affermava la legittimità del matrimonio civile anche per i membri della famiglia reale, Falconer aveva di fatto aperto le porte all’unione tra Carlo e l’attuale duchessa di Cornovaglia. Secondo quanto riportato ieri dal Times però, il cancelliere, amico di famiglia del principe di Galles fin dai tempi del college e nominato lord Cancelliere proprio da quest’ultimo, nella propria interpretazione a favore avrebbe omesso di sottolineare che in materia esisteva già un altro autorevole giudizio, ma di natura completamente opposta. Quello dell’ex primo ministro John Major, che i giornalisti del Times sono riusciti a vedere.‘Il documento non è datato - ha spiegato il quotidiano - ma si riferisce al divorzio di Carlo e si capisce anche che nel momento in cui venne scritto la principessa Diana era ancora viva. Si presume quindi possa essere stato redatto nel 1996’. La posizione governativa di allora era chiarissima. Secondo i costituzionalisti di Major, il principe non avrebbe potuto risposarsi civilmente semplicemente perché le leggi non lo consentivano. Un dettaglio di non poco conto, la cui omissione apre un nuovo capitolo legale”.
“Prima di tutto infatti – continua il GIORNALE – bisognerà stabilire se la ‘dimenticanza’ del Lord cancelliere sia stata volontaria o meno e visto lo stretto rapporto di amicizia che intercorre tra Falconer e il primogenito di Elisabetta i dubbi sulla seconda ipotesi appaiono del tutto ragionevoli. Secondo, rimane da capire quale valore abbia l’interpretazione data da Major e che influenza possa avere sulla validità delle nozze del 9 aprile. ‘Questa storia potrebbe rivelarsi il grimaldello che spalanca le porte alla diretta successione al trono di William - ha dichiarato ieri Charles Mosley, direttore della prestigiosa rivista Debrett's, esperto in etichetta reale -. Dobbiamo sapere se il nostro futuro re è legalmente sposato o no. Perché se non lo è, allora sta vivendo in una sorta di concubinato...’. Insomma, comunque sia, sembra che lord Falconer debba a tutti delle risposte e sicuramente anche una soluzione. Se infatti per Clarence House il matrimonio ‘è valido e legale, perché l’assicurazione principale in materia è arrivata proprio dal governo’, il dipartimento degli Affari Costituzionali non può più cavarsela affermando che ‘le disposizioni precedenti erano diverse, ma troppo caute per i tempi attuali e non potevano più essere avallate’. Adesso bisognerà decidere una volta per tutte se per legittimare il coronamento della lunga storia d’amore tra Carlo e Camilla serviva una nuova legislazione oppure no. E se era necessaria, ora sarà possibile rimediare o Carlo ha già perso per sempre quel trono tanto a lungo atteso?”. (red)
14. Orenove/14. La giornata di oggi
Roma - ROMA – Si tiene l’assemblea federale della Margherita.
ROMA - Il ministro Clemente Mastella interviene a un incontro sulla riforma dell'ordinamento giuridico (Corte di Cassazione, Aula Magna, piazza Cavour alle 10).
SANTA MARGHERITA LIGURE (Genova) – Si tiene il trentaseiesimo convegno dei Giovani Industriali su “L'economia dell'Uomo. La rinascita dell'Italia nell'era del quarto capitalismo”, con Cordero di Montezemolo, Colaninno, Bombassei, Moltrasio.
POTENZA - Assemblea congressuale regionale dei Ds, interviene Piero Fassino. (red)