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il VELINO ORENOVE edizione completa
 
 
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1. Orenove/1. Dietro le quinte
A cura di Laura Cesaretti
 
 
 
Roma - Il sindacato dovrebbe in teoria essere l'interlocutore più diretto di Romano Prodi, ma i rapporti tra le tre confederazioni e il governo in questo momento sembrano complicati da troppi fattori di incertezza: il taglio del cuneo fiscale, la riforma delle pensioni con la questione dello scalone, il recupero delle tasse, la tassazione delle rendite. Ma in ultima istanza il vero problema è l'idea di concertazione del governo, e se insomma - come ha detto esplicitamente qualche settimana fa il leader della Cisl Bonanni - alcuni ministri del governo del Professore non siano magari delle copie di quelli del governo Berlusconi, poco disposti a dare troppo spazio alla concertazione (o al diritto di veto) con i sindacati. Tommaso Padoa-Schioppa d'altra parte ispira simpatia all'economista Geminello Alvi, che oggi scrive sul Foglio: mi ricorda il titolare di un ferramenta quando ero bambino. E Padoa-Schioppa ha detto che aumentare le tasse non serve, che "se si aumentano le tasse si sottraggono risorse all'economia", risorse che invece dovrebbero essere lasciate lì per funzionare. Dice Alvi che quel che servirebbe è magari privatizzare, privatizzare il "patrimonio pubblico", perché quello è l'unico modo di reperire le risorse che servono per una manovra economica da 40 miliardi. Una idea quasi opposta a quella di Galapagos, che sul Manifesto oggi invita a "mettere le mani nelle tasche degli italiani", non a tutti ovviamente, non a quelli che hanno già pagato, ma a quelli delle "rendite".

È ovvio che un punto di vista così piace molto a una buona parte della coalizione: Pdci, Verdi, Prc, ma anche una buona parte di Ds e Margherita hanno una idea piuttosto negativa delle privatizzazioni, e - come l'editorialista del Manifesto - associano l'idea a Telecom e al monopolio. È vero che - come racconta oggi Francesco Verderami - il rigorista Padoa-Schioppa, con il suo metodo spartano, sembra piacere al "sottosegretario no global" Paolo Cento, che dice che in fondo Padoa-Schioppa "sarà pure assediato dai politici ma è più politico di quel che appare", e che il suo rigore forse "si coniuga bene con le politiche ecologiste". Ma per ora il governo sembra ancora piuttosto incerto, nonostante la due diligence. La manovra sarà "una medicina amara", ha detto Prodi, e questo fa pensare più a tasse che a privatizzazioni, ma per ora di misure concrete non vi è traccia.

Di certo per fare la prima misura promessa, i cinque punti di taglio del cuneo fiscale, servono molti soldi. E "ancora non ci hanno detto dove li prendono", ironizza La Padania. Inoltre proprio sui cinque punti di taglio del cuneo industriali e sindacati tentennano: Luca Cordero di Montezemolo non ha molto apprezzato l'idea che i soldi non devono andare a tutti, anche se ieri ha voluto lanciare una prima, leggera apertura: "Quello che è importante, quando si parla di selettività, è di non parlare di discrezionalità. Credo che la selezione, per le imprese che investono e competono, la faccia il mercato", ha detto. Qualcuno ha tradotto "purché anche la Fiat ne benefici". I sindacati invece vogliono che una parte dei benefici finisca nelle tasche dei lavoratori, ma vogliono anche che il taglio non incida sui contributi previdenziali. È stato Guglielmo Epifani a sollevare per primo la questione, segnalando che, con il sistema contributivo, togliere l'1 per cento vuol dire penalizzare ulteriormente quelli che avranno la pensione calcolata sui contributi versati. E ieri anche il leader della Cisl ha raccolto l'idea, chiedendo al governo di "stralciare" il taglio sui contributi. Proporre uno stralcio per una misura che ancora non esiste è un inizio poco incoraggiante per la maggioranza. (lac)
 
2. Orenove/2. Prime pagine
 
 
 
Roma - IL GIORNALE – In apertura: “Padoa-Schioppa, il finto ministro dell’Economia”. Editoriale di Carlo Pelanda: “Inganno tecnico”. In un riquadro: “Arrestato Vittorio Emanuele. Il figlio: ‘Preso come un bandito’”. A centro pagina: “D’Alema alla Rice, vertice del gelo”. In un riquadro: “Deiana (Rifondazione): ‘Più soldati a Kabul? Il governo se lo scordi’”. “Prodi prende lezioni di ritirata da Zapatero”. A fondo pagina: “Satanisti, sconto di 10 anni al capo”.

CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Sesso e casinò, arrestato Vittorio Emanuele”. Editoriale di Sergio Romano: “Il confine scomparso”. A centro pagina: “D’Alema alla Rice: chiudete Guantanamo”. A fondo pagina: “Ciampi e il referendum: voto no. Il Polo lo attacca”. “Viaggi e cravatte, i doni di Moggi a giudici e arbitri”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Arrestato Vittorio Emanuele di Savoia”. Di spalla: “Quel vecchio uomo che abbracciava gli alberi”. A centro pagina: “‘Gli Usa chiudano Guantanamo’”. A sinistra: “Ciampi: ‘Al referendum voterò no’”. A fondo pagina: “Bestie di Satana. pene ridotte”.

LA STAMPA – In apertura: “Gioco e donne, arrestato Vittorio Emanuele”. Editoriale di Enzo Bettizza: “Europa, America e la ricucitura”. A centro pagina: “D’Alema-Rice, prima intesa”. “Ciampi: voto no al referendum. Critiche dalla Cdl”. A fondo pagina: “Pacs in regalo al Gay Pride. Il governo si divide”. “Le vendite di Tronchetti cominciano dall’Inter”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Irap, tagli sui contributi”. Editoriale di Onorato Castellino ed Elsa Fornero: “Il collaudo ignorato dalle pensioni”. A centro pagina: “Pirelli pronta per Olimpia”. “Privatizzazione di Gaz de France verso il rinvio”. Di spalla: “Arrestato il principe Vittorio E. di Savoia”.

IL TEMPO – In apertura: “Scacco al Re”. Il commento: “Magistrati incredibili” di Francesco Cossiga. Di spalla: “Referendum: Ciampi si schiera e la Cdl insorge”. “D’Alema: Non è in discussione l’amicizia con gli Usa”. A centro pagina: “Aria di stangata, corsa alle donazioni”. “Sindacati: Cobas e Ugl si prendono la Fiat”.

L’UNITA’ – In apertura: “Ciampi dice No, la destra lo insulta”. Editoriale di Antonio Padellaro: “Scontenti di sinistra”. In un riquadro: “D’Alema: gli Usa hanno compreso e ci rispettano”. A centro pagina: “Vittorio Emanuele in carcere, arresti per uomo di Fini”. “Pollastrini: ‘Presto unioni civili per i gay’”.

LIBERO – In apertura: “Che bordello, arrestato il Re” di Vittorio Feltri. Di spalla: “Sinistra: gli ex ribelli Camilleri e Rossanda”. A fondo pagina: “Quanti cretinetti costituzionali”. “Consorte & C. Le magie della finanza rossa”.

IL RIFORMISTA – In apertura: “Adieu Villepin, la grandeur precipita in Airbus”. Editoriale di Biagio De Giovanni: “È cambiata l’Europa, il premier lo sa?”. Di spalla: “Un amore belga per Prodi e Chirac”. A centro pagina: “Massimo, Ramon e il solito pasticcio agli Esteri”. A fondo pagina: “Ciak, si gira al Tar: ecco il film che Berlusconi non vedrà”.

IL FOGLIO – In apertura: “Embrione, un voto europeo non può cambiare l’eccezione italiana (anche se il governo lo spera)”. “In attesa di Stampa”. Di spalla: “Mosca e Pechino offrono un palco all’aggressività atomica di Ahmadinejad”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Arrestato Vittorio Emanuele”. Editoriale di Paolo Pombeni: “All’Europa serve subito un salto di qualità”. A centro pagina: “Iraq, D’Alema: rispetto dagli Usa”. In un riquadro: “Prodi: sui conti l’allarme è serio ma la manovra sarà equilibrata”. A fondo pagina: “Olimpiadi, Milano si ritira”. (red)
 
3. Orenove/3. D'Alema alla Rice:interventi militari "stile Kosovo"
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Missione compiuta per Massimo D'Alema a Washington. Iniziato con il rischio di un corto circuito il primo contatto fra i governi Prodi e Bush si è concluso con l'accordo sul fatto che l'Italia parteciperà a missioni militari contro il terrorismo solo nel quadro delle alleanze internazionali, proprio come avvene in Kosovo con la Nato. A svelare le tensioni della vigilia – scrive Maurizio Molinari su LA STAMPA – sono state le comunicazioni diplomatiche fra Roma e Washington nella notte fra giovedì e venerdì, quando la Casa Bianca ha fatto sapere che il consigliere per la sicurezza Stephen Hadley era a tal punto irritato dalle dichiarazioni di D'Alema a Bruxelles sull'Iraq da pensare di cancellare il faccia a faccia. Alla genesi del corto circuito c'era il fatto che Hadley riteneva quelle frasi in contraddizione con quanto lo stesso D'Alema solo pochi giorni prima aveva detto all'ambasciatore a Roma, Spogli, ovvero l'ulteriore dimostrazione di un approccio ai rapporti bilaterali segnato da troppe ambiguità. Lunghe ore di diplomazia hanno disinnescato la crisi potenziale, grazie al fatto che le nostre feluche hanno a più riprese fatto presente al Dipartimento di Stato la complessità della situazione politica in Italia dove Palazzo Chigi e Farnesina sono chiamate a far fronte alle pressioni della ‘sinistra antagonista’. Se la diplomazia ha scongiurato il peggio è stato poi il titolare della Farnesina a dare ai suoi interlocutori - Hadley alla Casa Bianca e Condoleezza Rice al Dipartimento di Stato - le garanzie che cercavano. Sebbene D'Alema abbia negato di aver discusso di politica italiana fonti americane spiegano, con la richiesta dell'anonimato, che è stato fatto presente ad Hadley come le regole della democrazia impongono al governo Prodi anche di tenere conto - perlomeno verbalmente - delle posizioni della ‘sinistra antagonista’. Il briefing ad Hadley sugli equilibri interni alla coalizione di centrosinistra si è rivelato convincente”.

“E in questo quadro – continua LA STAMPA – D'Alema ha chiarito la formula con la quale l'Italia parteciperà alle operazioni militari della guerra al terrorismo: non più aderendo a ‘Coalition of the Willings’ (Coalizioni dei volontari) guidate dagli Usa, come fatto dal governo Berlusconi, ma nel quadro di alleanza internazionali nelle quali Roma si riconosce, l'Unione Europea, la Nato, le Nazioni Unite ed il G-8. Si tratta dello stesso approccio che il governo di centrosinistra ebbe nel 1999 all'intervento in Kosovo ed ora schiude le porte a molteplici forme di cooperazione politica e militare. Nel caso dell'Iraq, come D'Alema stesso ha ricordato, vi sono le missioni di addestramento Nato e Ue nonché i ‘Multilateral Assistence Team’ per la ricostruzione. E sull'Afghanistan ciò significa che Roma discuterà un eventuale aumento delle truppe con la Nato, che è alla guida della missione ‘Isaf’. Anche sul Darfur sudanese si profila uno scenario simile: quando il summit della Nato a Riga, in novembre, deciderà l'invio di truppe a fianco dell'Unione Africana almeno 300 uomini potrebbero essere italiani. L'accento di D'Alema, tanto con Hadley che con la Rice, è stato sul multilateralismo: ogni volta che Washington agirà nel quadro di alleanza potrà contare sull'Italia. Da qui anche il plauso del capo della Farnesina al negoziato con l'Iran sul nucleare - condiviso da Washington con Ue, Russia e Cina - nella scommessa che Roma possa ritagliarsi un ruolo, magari nel quadro del G-8, in ragione del fatto di essere il principale partner commerciale europeo di Teheran. Quando D'Alema è ripartito per l'Italia al Dipartimento di Stato si respirava un misto di rassicurazione per le parole ascoltate e dubbio su cosa verrà affermato nei prossimi giorni da altri esponenti del governo Prodi. Di certo il giorno del dialogo Prodi-Bush si è concluso senza strappi, anche grazie alla rassicurazione che il rientro dall'Iraq sarà ‘ordinato e condordato fra i comandi militari’. L'unico diplomatico di Washington a incassare come un successo il ritiro italiano è stato comunque William Richardson, ambasciatore dell'Australia che si avvia a mandare 2000 soldati al posto degli nostri militari a Nassiriya, riuscendo così a consolidare l'alleanza privilegiata con la Casa Bianca)”. (red)
 
4. Orenove/4. Afghanistan, le tensioni nella maggioranza
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “‘Al Senato non siamo 3 o 4 a votare no alla missione in Afghanistan, ma dieci o venti sicuri. Se poi arriva il sostegno dei folliniani sarebbe una sconfitta dell’Unione e saremmo di fronte a una nuova maggioranza e agli albori di una crisi di governo’. Il senatore Gigi Malabarba – si legge sul GIORNALE – rappresenta la sinistra interna a Rifondazione (Sinistra Critica), ma lo scenario che delinea non è poi tanto apocalittico qualora i tre partiti che hanno sempre votato no alle missioni militari - Pdci, Verdi e Rifondazione - mantenessero coerenza con il passato. E così mentre la diplomazia del Prc con il capogruppo alla Camera Gennaro Migliore sta pensando a un documento comune per risolvere il nodo-Kabul e arrivare al voto del decreto di rifinanziamento evitando la spada di Damocle della fiducia, c’è chi scuote la testa e afferma: ‘Questa missione non la voto’, come il senatore Verde Mauro Bulgarelli che spiega di parlare così ‘perché io ho una brutta malattia, la coerenza. Io ho sempre votato contro le missioni, non capisco perché all’opposizione andava bene, e adesso no...’. C’è una società civile ‘che non può essere tradita, e che è stata ‘capace di portare in piazza 3 milioni di persone’. La questione in realtà è ancora più complessa perché all’interno della stessa Rifondazione c’è appunto l’ala più ‘concertante’, rappresentata dai capigruppo Migliore e Russo Spena e alcuni singoli che insistono col dire che ‘un documento di accompagnamento al decreto di rifinanziamento rappresenterebbe una foglia di fico’, riflette Malabarba. Il presidente dei senatori Russo Spena invece è cauto: ‘È prematuro parlare di indicazioni di voto perché c’è da svolgere un percorso di discussione’. Prova dei mal di pancia interni è il fatto che oggi, al comitato politico nazionale del partito, le due ale di sinistra del Prc, Essere Comunisti e Sinistra Critica, presenteranno due documenti molto critici sui primi 30 giorni del governo Prodi, in testa il caso Afghanistan e a seguire il siluramento di Lidia Menapace dalla presidenza della commissione Difesa al Senato. Gli ostacoli maggiori per il governo sull’Afghanistan saranno proprio a palazzo Madama, dove il Pdci voterà la missione solo con il ricatto della fiducia al governo Prodi, e così anche i Verdi, se la mozione non sarà per il ritiro: ‘Noi daremo un sostegno alla missione in Afghanistan solo nel quadro di una fiducia’’, chiarisce Jacopo Venier, responsabile Esteri dei Comunisti Italiani”.

“Il Pdci – continua il GIORNALE – punterà in alto nel lavoro di scrittura della mozione: ‘Siamo rimasti scottati e feriti dall’esperienza del Kosovo. Cercheremo di insistere solo sulla soluzione del ritiro’. Oltre alle lacerazioni interne, al Senato ci sono poi i problemi di coscienza di alcune new entry, come Franca Rame, che trova ‘molto difficile’ votare per una missione ‘di guerra’ e contro l’amico medico Gino Strada. Tra i senatori a vita è già uscito allo scoperto il presidente emerito Francesco Cossiga: si asterrà dal voto sulle missioni anche se si definisce ‘l’uomo dei missili’, perché ‘proprio non comprendo questo capitolo della politica del governo di centrosinistra’. Secondo Bulgarelli al tavolo della faticosa trattativa sulla mozione dovrebbero sedere anche ‘rappresentanti della società civile’. In caso di voto di fiducia ‘sarebbe diverso perché scatterebbe una valutazione a 360 gradi sul governo Prodi’ e dunque il voto non sarebbe in dubbio ma, conclude il senatore dei Verdi, ‘non vorrei che i primi cento giorni del governo Prodi abbiano la macchia della missione afghana’. Il ritiro deve essere ‘messo nero su bianco con molta chiarezza’. Per il senatore Malabarba, la fiducia ‘rappresenterebbe comunque una sconfitta e l’inizio di un processo di crisi, che potrebbe proseguire con il Dpef, con l’apertura della maggioranza al centro verso una Grosse Koalition. O si rischia di continuare a porre la fiducia e come si dice non si mangia il panettone a Natale, o qualcosa deve cambiare. Verso sinistra’”. (red)
 
5. Orenove/5. Il Riformista: Quel precedente di Ocalan
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “‘Massimo, c'è un problema di cui vorrei parlare con te’. Era una tarda serata di inizio novembre 1998 - D'Alema s'era appena insediato a palazzo Chigi al posto di Romano Prodi - quando nonostante l'orario, era quasi scoccata la mezzanotte, Fausto Bertinotti alzò la cornetta di casa per contattare il neo presidente del Consiglio. Il motivo della chiamata – scrive Stefano Cappellini sul RIFORMISTA – stava in una visita inattesa. A casa Bertinotti era infatti da poco piombato Ramon Mantovani, allora responsabile Esteri di Rifondazione comunista, in compagnia di due rappresentanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Il suo leader, Abdullah Ocalan, stava per essere espulso dalla Russia, dove si era rifugiato per sfuggire al mandato di cattura per terrorismo delle autorità turche. Bisognava trovargli un nuovo rifugio. I curdi avevano pensato all'Italia. Avevano contattato il partito a loro più vicino. In poche ore erano riusciti a mettersi in linea con palazzo Chigi. In quella telefonata D'Alema e Bertinotti concordarono l'arrivo di Ocalan in Italia. Una concordia che finì presto: il leader curdo fu arrestato alla dogana di Fiumicino, poi tenuto segregato in una villa alla periferia di Roma tra polemiche furiose e il rischio di una crisi internazionale, quindi costretto a lasciare l'Italia. I curdi gridarono al tradimento. Rifondazione ingoiò amaro. Qualche mese dopo, la guerra del Kosovo avrebbe scavato un fossato ancora più ampio tra le due sinistre italiane. Otto anni dopo non si ha per ora notizia di una telefonata tra l'attuale presidente della Camera e il ministro degli Esteri, ma un nuovo problema c'è di sicuro. E il nodo principale, non bastassero economia e grandi opere, è ancora una volta la politica estera del centrosinistra alias Unione. Pure i protagonisti di allora sono tornati in campo: quando tre giorni fa D'Alema è stato audito alle commissioni Esteri di Camera e Senato è toccato proprio a Mantovani, che accompagnò Ocalan nel volo da Mosca a Roma, replicare al ministro. Dichiarando che ‘la missione non è indispensabile’, Mantovani è diventato il portavoce dell'insofferenza comunista sull'Afghanistan. Insofferenza che è un tenue mal di pancia paragonata alla foga con cui dall'interno del partito, e da quel movimento pacifista che dal Kosovo in poi è sceso in strada contro governi di centrosinistra come di centrodestra, si rincorrono gli appelli a votare no senza se e senza ma al rifinanziamento della missione italiana”.

“Oggi – continua il RIFORMISTA – si riunisce il comitato politico nazionale del Prc dove le minoranze di destra (l’area dell’Ernesto) e di movimento (Sinistra critica), che dispongono peraltro di quattro preziosi senatori,formalizzeranno in un documento l’indisponibilità a votare in aula il provvedimento. E questo a prescindere dall’eventuale aumento di truppe e mezzi italiani o sulla loro partecipazione a missioni fuori da Kabul. Non basta nemmeno una mozione ad hoc dell’Unione che ‘congeli’ nella capitale il raggio d’azione delle nostre truppe. Andar via da Kabul, o quantomeno pianificare il rientro, è l’unico compromesso accettabile per le minoranze rifondate. E questo chiede a gran voce anche un’esponente della maggioranza, Giorgio Cremaschi, in un intervento che potrebbe essere pubblicato già oggi da Liberazione e che il sindacalista Cgil sintetizza così: ‘Berlusconi non vale una guerra. Intendo dire - spiega Cremaschi - che non è accettabile la tesi che sento sussurrare in giro secondo cui non si può votare contro il governo a un mese dal suo insediamento. L’interpretazione dell’articolo 11 della Costituzione non può variare a seconda del colore e della durata dei governi. Capisco la coerenza di D’Alema, che non ha mai rinnegato il Kosovo,ma la linea del movimento pacifista, perlomeno da quando Pietro Ingrao si alzò in dissenso dal Pci sulla guerra del Golfo, è che non esistono guerre giuste’. E se il governo ponesse la fiducia? ‘Queste - risponde Cremaschi - sono tattiche parlamentari su cui non voglio entrare’.Ci entra invece Salvatore Cannavò, deputato e portavoce di Sinistra critica: ‘Se la domanda che ci verrà posta in aula è ‘volete far cadere il governo?’, la nostra risposta non potrà che essere no. Ma questo sancirà che l’Unione non ha una politica estera condivisa’”.

“La distanza tra le due anime dell’Unione è scolpita in un dialogo. Ieri Arturo Parisi,in visita a Kabul, è andato a trovare Gino Strada nell’ospedale gestito da Emergency. Strada gli ha detto: ‘Bisogna decidere se si vuole stare qui con i militari e fare la guerra oppure tirare via tutti e aiutare questo paese.Con la metà dei 100 milioni spesi ogni mese per mantenere le truppe italiane, vale a dire 50 milioni di euro, si potevano costruire 300 ospedali e 5000 scuole’. E Parisi: ‘Strada lo ascolto da sempre. So che devo portare a sintesi i sentimenti che lui rappresenta con la soluzione dei problemi. Sono qui proprio per ragionare’. Un ragionamento che il ministro della Difesa dissimula con prudenza dietro una serie di incognite:L’Italia parteciperà alla missione Isaf nel sud del paese? ‘Al momento non consideriamo un impegno su questo fronte’. Aumenteranno le truppe? ‘In termini numerici, al momento non siamo in grado di dire se e quanti saranno in più’. E l’invio dei caccia Amx? ‘Sono questioni di dettaglio, perché è a partire dalle richieste che ci saranno rivolte dall’alleanza che noi valuteremo sia il quanto, sia il come’. Anche Romano Prodi tiene basso il profilo: ‘Nessuna decisione è stata presa ‘, ha risposto ai cronisti che lo interrogavano a margine del vertice Ue a Bruxelles. Ora la maggioranza ha due settimane di tempo per chiudere la trattativa. Lo conferma Franco Giordano che, nel giorno dell’incontro D’Alema-Rice, spiega che obiettivo del suo partito è ‘non essere subalterni agli interessi geopolitici americani’.Dice il segretario comunista: ‘Va ridiscussa nel merito la natura di quella missione. Apriremo un confronto ed elaboreremo una mozione di indirizzo sull’intera vicenda delle missioni. Il nostro interesse è non lanciare un urlo propagandistico per poi lasciare le cose inalterate’. Il nostro ‘interesse’. Torna in mente ancora la vicenda Ocalan. Nel pieno della bufera, D’Alema chiese a Rifondazione di fare pressioni sui curdi perché smentisssero che Ocalan era giunto a Roma con l’avallo del governo. Fu Giovanni Russo Spena, che oggi è capogruppo al Senato e deve gestire le possibile defezioni sull’Afghanistan, a chiedere ai curdi una smentita. Fu accontentato. Poi – conclude il RIFORMISTA – cercò di smentire a sua volta: ‘D’altra parte - disse - noi di Rifondazione che interesse avremo a discutere con questo governo?’. Ecco, in otto anni almeno qualcosa è cambiato”. (red)
 
6. Orenove/6. Afghanistan, Fini e Casini pronti al dialogo
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “L'offerta di un dialogo sulle riforme economiche, lanciata da Bruxelles a Padoa-Schioppa, era solo un tassello di una linea più ampia. E la linea, esplicitata ieri al Quirinale, è quella di un'opposizione moderata, che non corre certo in soccorso della maggioranza, ma che al contempo non esclude di concorrere a scelte fondamentali nell'interesse del Paese. Come ha detto ieri Casini, direttamente a Napolitano, riscontrando la soddisfazione del Presidente della Repubblica: ‘Un'opposizione responsabile implica l'assunzione di alcune responsabilità’. Ieri Napolitano ha ricevuto sia Casini che Fini, il primo insieme al segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, ed invero in entrambi, non solo nel leader centrista, ha riscontrato la disponibilità ad interpretare l'opposizione senza quell'approccio del muro contro muro che invece sembrano perseguire Forza Italia e Lega. Al Quirinale – si legge sul CORRIERE DELLA SERA – registrano con soddisfazione, che anche il leader di An — come Casini — appare condividere l'auspicio del Presidente per alcuni punti di possibile convergenza fra le forze politiche: su alcuni temi tradizionali della nostra politica estera, qualora incrocino l'interesse nazionale, l'ex vicepremier si è detto disponibile a non far mancare il dialogo con la maggioranza, a cominciare dalle decisioni chiave in tema di rapporti con Stati Uniti ed Unione europea. Ma se Fini non chiude la porta al dialogo Casini si spinge più in là, declinando le prime conseguenze di un approccio ‘aperto’ con la maggioranza. Il primo sarà certamente sul decreto di rifinanziamento della missione in Afghanistan, perché ‘chi si propone come forza di governo non può votare no su questi provvedimenti, sarebbe come far perdere credibilità, all'Italia come al centrodestra’. Ma anche sul dopo referendum, a prescindere da come andrà, Casini è pronto ad un confronto sulle riforme istituzionali”. (red)
 
7. Orenove/7. L'arresto di Vittorio Emanuele
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Dopo il pranzo a Villa Cipressi, a Varenna, sul lago di Como, era atteso a Campione d’Italia, per un’iniziativa benefica al Casinò. Ma nel primo pomeriggio – si legge su LA STAMPA – è accaduto l’inimmaginabile. Quattro agenti di polizia si sono avvicinati a Vittorio Emanuele di Savoia per notificargli un ordine di custodia cautelare per reati infamanti: associazione a delinquere finalizzata al falso e allo sfruttamento della prostituzione. Il principe, pallido e ammutolito, ha seguito i poliziotti nel lungo viaggio che in serata lo ha condotto nel carcere di Potenza. In quella città un magistrato, Henry John Woodcock, si è imbattuto nel figlio dell’ultimo re d’Italia indagando su una misteriosa organizzazione capeggiata da un altrettanto enigmatico personaggio, Massimo Pizza, sedicente agente segreto e funzionario dell’Onu, che in base all’accusa ha messo a segno truffe per centinaia di milioni di euro ai danni di decine di imprenditori. Secondo il giudice per le indagini preliminari Alberto Iannuzzi, che ha accolto la richiesta di arresto, Vittorio Emanuele avrebbe avuto rapporti con una banda specializzata nel rilascio dei nullaosta per l’installazione dei videogiochi ed altri apparecchi utilizzati nel gioco d’azzardo. L’altra imputazione riguarderebbe un giro di ragazze ‘per allietare’ le serate dei clienti del casinò di Campione d’Italia, facoltosi imprenditori ma anche personaggi siciliani legati a Cosa Nostra. Il principe avrebbe ricoperto un duplice ruolo: quello di procacciatore delle ragazze, ma anche di ‘cliente’. Gli incontri sarebbero avvenuti in alberghi francesi e svizzeri. Vittorio Emanuele non è l’unico personaggio eccellente finito agli arresti. Il gip ha emesso altri dodici ordini di custodia. Nell’elenco c’è Salvatore Sottile, portavoce del presidente di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini, agli arresti domiciliari, accusato di avere abusato di un’aspirante show-girl calabrese, promettendole carriera e successo con la complicità di un funzionario della Rai che risulta indagato. C’è anche il sindaco di Campione, Roberto Salmoiraghi, anche lui detenuto in casa”.

“Gli altri destinatari del provvedimento – continua LA STAMPA – sono Rocco Migliardi e i figli Ignazio e Giuseppe, gestori di sale giochi a Messina, sospettati di legami con la malavita organizzata, Ugo Bonazza, Gian Nicolino Narducci, Rocco e Giuseppe Migliardi, Nunzio Massimo Laganà, Francesco Tarantino, Giuseppe Rizzani, Achille De Luca e Massimo Pizza, entrambi già in carcere. Altre 20 persone avrebbero per ora evitato il carcere, ma sarebbero indagate per reati che vanno dalla corruzione alla concussione, dalla falsità ideologica al riciclaggio e al favoreggiamento. Tra questi vi sono il direttore generale dei Monopoli di Stato, Giorgio Tino, e la responsabile dell’ ufficio apparecchi da intrattenimento dello stesso ente, Anna Maria Lucia Barbarito: sospettati di aver partecipato al ‘mercato’ dei nullaosta illegali per i videogiochi. ‘Per me parleranno le oltre duemila pagine del provvedimento che ho firmato’, dice il Gip Iannuzzi. L’indagine condotta dal sostituto procuratore di Potenza Woodcock, di origini napoletane a dispetto del nome anglosassone, va avanti da oltre due anni e sarebbe la trama ideale per una spy story, racchiusa nell’ordinanza con intercettazioni telefoniche e decine di fotografie del principe. Il protagonista principale però è Massimo Pizza, arrestato il 6 maggio con altri sedici per raggiri a cui avrebbe preso parte, secondo l’accusa, anche il vicepremier e ministro dell’Interno della Somalia Hussein Mohamed Farah Aidid. La ‘banda delle truffe’ avrebbe spillato milioni di euro a imprenditori attirati col miraggio dell’affare del secolo. Alle vittime veniva fatta balenare la possibilità di partecipare alle attività di ricerca di acqua oppure a investimenti in Somalia. Ad altri imprenditori ingenui sono state vendute nomine inesistenti nei servizi segreti, o quadri d’autore che in realtà non sono mai stati consegnati. Il centro dell’organizzazione sarebbe Massimo Pizza, che si definiva ‘capo dell’ufficio K del Sisde’. Dopo l’arresto, Pizza ha fatto al pm una serie di rivelazioni. Ha sostenuto di sapere tutto dell’omicidio della giornalista della Rai Ilaria Alpi, uccisa in Somalia; del sequestro di Emanuela Orlandi, figlia di un funzionario del Vaticano; della massoneria deviata che si anniderebbe anche in Vaticano; della strage di Ustica, su cui Pizza ha finanziato un film mai fatto; di una serie di operazioni fasulle messe in piedi dai servizi segreti. E da ieri, in questo complicato e incredibile affaire, compare anche il nome di Vittorio Emanuele di Savoia. La polizia lo seguiva da tempo nei suoi spostamenti. Varcava tranquillamente il confine francese al Monte Bianco, e nei suoi viaggi è capitato che trasportasse materiale illegale. Un funzionario della dogana, anch’egli indagato in questa inchiesta, chiudeva un occhio”. (red)
 
8. Orenove/8. Woodcock, aveva cominciato con Tony Renis
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Roma - “‘Dottore, lei è proprio forte. Se per sbaglio il Papa passa di qua, fate arrestare pure lui’. Ogni tanto, Henry John Woodcock confessa di non capire se le battute dei marescialli che compongono la sua squadra di polizia giudiziaria siano frutto di adulazione o sonora presa per i fondelli. Piazzata com'è in mezzo ai boschi della valle del Basento, Potenza è bella. Ma con tutto il rispetto, non è New York. E neppure Roma o Milano. Da quando in città è arrivato il giudice Woodcock, invece si balla che è un piacere, sembra che ogni intrigo, ogni cospirazione abbia la Basilicata come inevitabile snodo. La mite Procura lucana – si legge sul CORRIERE DELLA SERA – è diventata così il lavacro di ogni vizio nazionale, grazie all'opera infaticabile del magistrato anglo-italiano, uno che lavora dalle 7 del mattino alle 22, e raggiunge l'ufficio in sella alla sua Harley Davidson, pioggia e o neve non importa, deciso ad applicare il suo metodo. Da una scintilla lucana, l'immane incendio. Woodcock parte da reati commessi in loco e poi allarga, allarga a tutta la Penisola, agendo con una incontinenza giudiziaria che gli è valsa più di un cazziatone da parte del Csm. Possibile che questa volta la sua indagine si riveli di granito, ma va detto che i precedenti non sono tutti incoraggianti. Quando hanno a che fare con Woodcock, i garantisti ad oltranza apparecchiano il banchetto. Nel dicembre 2003, per dire, si limitò a chiedere l'arresto di: Tony Renis, cantante; Anna La Rosa, giornalista, anche se l'avviso di garanzia la definiva ‘soubrette’; Nicola La Torre, politico all'epoca portavoce di Massimo D'Alema; Sergio D'Antoni e Franco Marini, ex segretari Cisl e anch'essi politici dalle diverse fortune. Varie ed eventuali, finirono nell'inchiesta anche due ministri, Antonio Marzano (Attività produttive) e Maurizio Gasparri (Telecomunicazioni), l'ambasciatore Umberto Vattani — che alla fine è stato davvero rinviato a giudizio per peculato per quei fatti, ma da altra procura —, ed il ‘noto’ Flavio Briatore, così veniva definito, ‘noto’. Furono i suoi carabinieri a spiegargli che Telecamere era un programma leggermente diverso dal Grande fratello, e che Tony Renis non era il marito di Rita Pavone. Woodcock ammette tranquillamente di non avere tempo per guardare la televisione e ascoltare musica d'antan. La richiesta di misure cautelari del 2003 costituisce indubbiamente un unicum della giurisprudenza italiana, un'agile lettura di 7.856 pagine, ma non ebbe grande successo, e degli arresti non se ne fece nulla. Eppure, nonostante l'infausta sorte, quell'inchiesta dice molto della personalità di Woodcock, magistrato moralizzatore se ce n'è uno. Partì per dimostrare l'esistenza di una associazione a delinquere che ne faceva più di Bertoldo, dagli appalti per le pulizie degli uffici, alla compravendita internazionale di idrocarburi, alla riscossione di crediti fiscali. Scivolò subito nell'analisi sociologica del generone romano, il solito sottobosco di amicizie millantate, clientelismo e regalie abnormi. ‘Mercimonio’, ‘logica dello scambio’, ‘baratto’, furono i savonaroleschi termini usati per descrivere quel mondo, citando come prova di corruzione anche ‘forniture di pesce fresco per alcune centinaia di Euro’, articoli di abbigliamento, oggetti preziosi regalati da aspiranti playboy ad aspiranti veline. Il Gip fece notare che oltre allo sforamento della competenza territoriale c'era anche una impropria valutazione penale di storielle non certo edificanti, ma attinenti alla presunta dolce vita romana e alla sfera privata dei suoi protagonisti”.

“Ma il pubblico ministero Henry John Woodcock – continua il CORRIERE – non è uno che si scoraggia facilmente. Nato nel Somerset, Inghilterra, 40 anni, figlio di una signora napoletana e di un docente inglese dell'Accademia navale di Livorno, cresce a Napoli. Dopo la laurea, è uditore presso Arcibaldo Miller, attuale capo degli ispettori del ministero di Grazia e Giustizia. Diventa giudice nel '96 e lo mandano a Potenza, dove si presenta col botto, facendo arrestare per falso il direttore della cancelleria, suo dirimpettaio di stanza. Nasce la fama di personaggio ‘strano’. Nel 2002 diventa famoso per una inchiesta su sospetti giri di tangenti per il petrolio in Val d'Agri: decine di fermi, onorevoli, militari, imprenditori e manager Eni sotto accusa. Gli esiti dell'indagine furono rivedibili, di memorabile rimane solo un titolo del Manifesto: ‘La Basilicata entra nell'Opec’. È un uomo ironico e schivo, che si piace molto e parla poco con i giornalisti. Velista, motociclista, si occupa di un settore che giudica ‘fisiologicamente scomodo’ come la pubblica amministrazione, ma ha già dimostrato di poter spaziare anche in altri campi. Frasi celebri: ‘Noi che viviamo in tribunale siamo uomini fortunati, perché, senza pagare il biglietto, abbiamo un posto in prima fila nel teatro della vita’. I suoi marescialli, che gli vogliono bene, quando subisce un rovescio giudiziario (e capita spesso), lo rincuorano con i proverbi. Nel 2002, riferiscono le cronache locali, scaldarono il suo cuore con un ‘Dottore, finché ce n'è, viva il Re’. Ecco, appunto”. (red)
 
9. Orenove/9. Referendum: il no di Ciampi, la polemica della Cdl
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Roma - “Carlo Azeglio Ciampi scende in campo e si schiera con il fronte del no nella battaglia referendaria del 25 e 26 giugno. Un intervento, il suo, che suscita le aspre reazioni di esponenti della Casa delle libertà che lo accusano di avere gettato la maschera, di non essere più imparziale e di essersi schierato apertamente con l'Unione. Il centrosinistra – scrive il CORRIERE DELLA SERA – lo difende apertamente, anche se a sinistra comincia a diffondersi il timore di non riuscire a farcela nella consultazione popolare di fine mese. Una preoccupazione della quale si fanno interpreti il MANIFESTO e il governatore diessino della Toscana, Claudio Martini. Ieri un editoriale sul giornale comunista - intitolato ‘La paura del 25 giugno’ - sottolineava che nonostante ‘le spacconate di Bossi la partita è aperta’. Un'impressione avvalorata anche da Martini: ‘La vittoria del sì non sarebbe un buon segnale, indebolirebbe il quadro politico e potrebbe riaprire la discussione sulla fase politica appena avviata’. Questi, è vero, sono ragionamenti sul futuro. E di futuro parlano Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. ‘Una delle ragioni fondamentali - dice l'ex premier - per votare sì è quello di dire no al governo Prodi. Un sì, quindi, contro l'Italia del no’. Insomma è la sua conclusione: ‘Se vincono i no ci sarà una pietra tombale sull'ammodernamento dello Stato’. Anche Bossi si proietta oltre il 25 giugno. ‘Ci auguriamo che passi il sì, se passa almeno al Nord, avremmo il diritto di andare ovunque, anche all'Onu, per invocare maggiore libertà per il nostro popolo’. Per il Senatur ‘Ciampi ha perso un'occasione’. Ecco perché, ricorda, la scelta è: ‘O il federalismo o altrimenti la secessione, che però è pericolosa, perché implica azioni che sapete bene. Vogliamo la libertà che per non essere una parola priva di significato deve diventare federalismo’”.

“In ogni caso, colpiscono lo parole dell'ex Capo dello Stato. ‘Non ho difficoltà a rispondere - spiega - convinto come sono della validità di fondo dell'impianto e degli equilibri della nostra Costituzione. Andrò a votare e voterò per il no’. Questa – continua il CORRIERE – è anche la propensione di tutti i senatori a vita, a eccezione di Sergio Pininfarina. Dure le reazioni del centrodestra. Per il leghista Castelli ‘Ciampi è diventato il presidente solo di metà degli italiani’. L'azzurro Renato Schifani rileva che ‘quando è in difficoltà la sinistra manda in campo i senatori a vita’. Il leghista Roberto Maroni si domanda: ‘Come si fa a non essere conservatori a 86 anni?’. Per Ignazio La Russa (An) ‘ormai il voto di Ciampi vale come quello dell'ultimo deputato eletto’.L'Unione difende il presidente emerito. Il verde Alfonso Pecoraro Scanio parla di ‘attacchi indecenti che mostrano mancanza di rispetto per la democrazia’. Anna Finocchiaro (Ds) rileva che la scelta per il no di Ciampi è coerente con le sue prese di posizione sulla necessità di difendere le istituzioni e attacca il centrodestra per le critiche ‘irrispettose e ingenerose’. Nonostante l' incomunicabilità, Piero Fassino rilancia il dialogo: ‘Dopo la vittoria del no siamo pronti ad aprire il confronto per approdare a riforme che diano un assetto stabile al Paese’”. (red)
 
10. Orenove/10. Conti pubblici, l'allarme senza cifre di Prodi
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Roma - “‘L'allarme sui conti pubblici è serio e lo condivido, ma non abbiamo ancora parlato di cifre’. Romano Prodi assicura che la dimensione della manovra bis e della prossima Finanziaria saranno definite presto, ma garantisce che finora il governo ha solo fatto ‘analisi qualitative’ sulla strategia per riportare in linea i conti pubblici. E un indizio c'è già: ‘Si opererà con la maggior intensità possibile sul lato della riduzione della spesa’, più che sulle entrate, ‘perché ciò dà più stabilità alla manovra’ ha spiegato il presidente del Consiglio al termine del Consiglio Europeo a Bruxelles. Le indiscrezioni sulla manovra complessiva da 40-45 miliardi emerse ieri dal vertice tra il ministro Tommaso Padoa-Schioppa e i sindacati – si legge sul CORRIERE DELLA SERA – restano comunque verosimili. Prodi le definisce ‘frutto di analisi che possono essere verissime, ma non ancora verificate dai fatti’. Quel che è certo è che lo stato dei conti pubblici è grave, come sottolinea anche il segretario dei Ds, Piero Fassino, che indica un deficit tendenziale del 2006 ‘intorno al 5 per cento’. ‘La situazione dei conti non ci permette di mettere a servizio dello sviluppo le risorse che avremmo voluto, che in ogni caso non saranno poche’ ha detto il presidente del Consiglio. Secondo il quale la manovra servirà per il risanamento e la crescita, ma anche per garantire maggiore equità. ‘Non posso governare un Paese per cinque anni per giungere a una distribuzione del reddito iniqua, come quello che è avvenuto negli ultimi anni’, ha aggiunto Prodi, che nel pomeriggio è tornato a Roma per un incontro con i ministri dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, e del Lavoro, Cesare Damiano”.

“Al centro del vertice, in programma da tempo, la ricognizione dei programmi ministeriali proprio in vista della manovra bis e del Documento di programmazione 2007-2010 che l'accompagnerà. Nella manovrina – continua il CORRIERE – potrebbero esserci anche le risorse per scongiurare la chiusura dei cantieri dell'Anas, ma anche per le Ferrovie dello Stato: due giorni fa il presidente Elio Catania ha incontrato il sottosegretario all'Economia Massimo Tononi prospettandogli una situazione gravissima dei conti, che potrebbero chiudere il 2006 con un passivo di 1,7 miliardi di euro. Senza contare che Rete ferroviaria italiana, senza più soldi dallo Stato, rischia di trascinare tutto il gruppo Fs di nuovo dentro la pubblica amministrazione, con ripercussioni molto pesanti sul deficit e il debito pubblico. Altri soldi servono, poi, per le grandi opere. L'idea è quella di stabilire un elenco di priorità e un calendario per scongiurare il blocco dei cantieri. Altro argomento affrontato, la fusione tra Abertis e Autostrade, con la concessione Anas che balla. Il vertice è servito anche per fare il punto sulle due diligence condotte nei singoli ministeri. Bersani ha prospettato una revisione del sistema degli incentivi alle imprese, mentre Cesare Damiano ha ribadito le sue preoccupazioni sulla tenuta della previdenza in una prospettiva di lungo periodo. Tutto materiale per il prossimo Dpef, che la prossima settimana, insieme alla strategia di concertazione con le parti sociali, sarà al centro di un nuovo summit tra Prodi e i ministri economici”. (red)
 
11. Orenove/11. Conti pubblici, una stretta a statali e sanità
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Roma - “Ben 7 miliardi della manovra-bis dovranno arrivare dai settori-chiave della spesa pubblica: pubblico impiego, sanità ed enti locali ai quali si dovrà aggiungere la riduzione all'osso delle spese di bilancio. È questo – scrive LA REPUBBLICA – l'obiettivo sul quale si lavora per somministrare la ‘medicina amara’ alla quale il governo Prodi è costretto a ricorrere per far fronte al ‘buco’ di bilancio lasciato in eredità dall'esecutivo di centrodestra. La situazione del resto è quella emersa nelle ultime ore: il deficit-Pil di quest'anno sarà considerato al 4,4-4,5 per cento con l'obiettivo di riportarlo al 3,8-3,9 dunque sarà necessaria una manovra-bis di circa 10 miliardi. Quanto al 2007 l´obiettivo degli accordi con Bruxelles è 2,8 per cento - confermato dal governo - e il tendenziale ormai pronto sembrerebbe correre al 4,4 per cento: dunque circa 24 miliardi ai quali vanno sommati i 10 per il cuneo fiscale. A conti fatti si va verso i 45 miliardi. A mettere al corrente sulle ultime cifre, oltre che a concordare le misure per lo sviluppo e a tentare di reperire i fondi per Anas e Ferrovie, è servito il conclave di tre ore che si è tenuto ieri a Palazzo Chigi tra Prodi, il ministro del Tesoro Tommaso Padoa-Schioppa, Bersani (Sviluppo), Di Pietro (Infrastrutture) e Damiano (Lavoro). Parola d'ordine del vertice: ‘Rigore e sviluppo’. Padoa-Schioppa sarebbe determinato ad andare avanti per la strada del taglio ‘strutturale’ della spesa corrente di 3 punti di Pil in due anni cominciando a mettere in cantiere le misure fin dalla manovrina di luglio. Terrà dunque il ‘timone’ in questa direzione, come ha sottolineato, negli incontri istituzionali delle ultime ore. Si lavora dunque con grande lena alle misure di contenimento della spesa, non escluse le pensioni. È soprattutto il comparto del pubblico impiego, dal quale dovrebbe venire circa un terzo dei tagli, a sviluppare il tam tam delle ipotesi. Si parte dal rinvio di due anni del rinnovo del contratto scaduto dal 1 gennaio del 2006, si prosegue con l´estensione del blocco del turn over alla scuola e alla sicurezza, si ipotizza l´inasprimento della stretta sulle nuove assunzioni per enti locali e sanità. Tuttavia anche queste misure non sarebbero sufficienti a reperire le risorse sufficienti, dunque se non si vorrà incidere sulla ‘carne viva’ della massa salariale si tenterà di agire sulle prestazioni accessorie. Di che si tratta? In pratica gli straordinari e i meccanismi automatici biennali di incremento del salario che hanno alcune categorie come magistrati e docenti universitari. Naturalmente – conclude LA REPUBBLICA – in cantiere ci sono anche le misure per lo sviluppo e per il potere d´acquisto. ‘Nel programma dell´Unione c´è scritto esattamente ‘restituzione del fiscal-drag’, che sarà oggetto della Finanziaria 2007’, ha annunciato ieri il sottosegretario Grandi”. (red)
 
12. Orenove/12. Prodi: Più tasse ai più ricchi
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Roma - “Una ‘tassa per i ricchi’ sul modello di Angela Merkel? ‘Io voglio solo applicare un concetto di equità’, risponde Romano Prodi al termine del summit europeo di Bruxelles. Ma si capisce dalle sue parole e anche dalla scansione dell'intervento - prima i conti pubblici, poi la Costituzione Ue, l'allargamento, l'Iran, gli immigrati e tutto il resto - che il premier è preoccupato per la maxi-manovra allo studio: ‘L'allarme è serio e lo condivido’. E tuttavia, vi sono ‘grandi differenze’ tra Italia e Germania. Perciò: ‘Non posso governare il paese per cinque anni concludendo con una distribuzione del reddito più iniqua di quando ho cominciato, così come ha fatto il precedente esecutivo. Questo è intollerabile’. Sarà anche così. Ma di sicuro è necessaria ‘una medicina amara’ per rimettere in sesto l´ammalato-bilancio pubblico. Un cocktail di farmaci – scrive LA REPUBBLICA – la cui composizione è stata studiata anche ieri, durante un vertice convocato a palazzo Chigi non appena Prodi ha rimesso piede in Italia e dunque qualche ora dopo la conferenza stampa conclusiva e i bilaterali con lo spagnolo Zapatero. Per forza di cose, dal Belgio, il presidente del Consiglio deve tenersi sulle generali, deve dire e non dire anche su quei 45 miliardi di cui si parla tempo, una manovra che ricorda per ampiezza quella varata a suo tempo da Giuliano Amato. ‘Cominceremo ad avere le cifre esatte tra qualche giorno’, perché bisogna ‘incrociare i dati’ della Commissione Faini, quella che ha condotto l´analisi dei conti, con le richieste della Ue. Le stime circolate finora ‘sono frutto di analisi che possono essere verissime, ma che non sono state verificate’. Emergono tuttavia alcuni punti fermi - le ‘ipotesi qualitative’, come le chiama - su cui Prodi insiste particolarmente, in pratica la filosofia cui il governo intende ispirarsi. Per cominciare: ‘Qualunque sia l´importo della manovra e della Finanziaria ci saranno risorse per risanamento, crescita e sviluppo sociale’; il governo ‘ha un´agenda che va avanti, molto stretta’. Poi, sempre più nel dettaglio: ‘La priorità è la crescita economica del paese mentre il risanamento è un vincolo. La crescita sarà condizionata da tre ‘E´: equilibrio, efficienza, equità’. Le risorse per lo sviluppo ‘saranno molte, ma non quanto avremmo voluto’ perché la situazione contabile è quello che è. Già, ma dove e come saranno trovati i quattrini? ‘È chiaro che si opererà con la maggiore intensità possibile sul lato delle spese, perché questo garantisce più stabilità alla manovra, ma non è stato ancora chiarito quanto sarà in una direzione o in un´altra’”.

“Sul piano più europeo, che poi è un discorso tutt´altro che secondario visto il livello del deficit e del debito, Prodi assicura che il governo italiano non cerca né sconti né ammorbidimenti delle regole Ue, come invece hanno fatto in passato Francia e Germania. Dice: ‘Non è che questi paesi sono stati più prudenti nel risanamento e noi siamo più aggressivi. Loro hanno trovato una maggioranza, in cui c´era anche l´Italia, che ha portato al cambiamento delle regole’, cioè alla riforma del patto di stabilità. ‘Nella situazione attuale non è pensabile, né lo cerco. La prima cosa che un governo deve fare è darsi una strategia per adeguarsi alle regole’. Prodi non aggiunge altro. Ma fonti ufficiose parlano di una serie di telefonate con il ministro Padoa-Schioppa proprio per mettere a punto il non facile lavoro di ‘analisi e verifica’ dei conti. Si parla di ‘medicine’ che potrebbero sul serio tradursi in una manovra da tre punti di Pil, di cui 2 per riportare i conti sotto controllo, 1 per lo sviluppo. Alle 8 di sera, a Roma, il premier conclude il vertice ad hoc con Padoa-Schioppa, Bersani, Damiano e Di Pietro”. (red)
 
13. Orenove/13. Padoa-Schioppa, il rigore a partire dal caffè
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Roma - “Se è vero che Padoa Schioppa non ha offerto nemmeno un caffè al direttore del Sole 24 Ore - che era andato a intervistarlo e che ha annotato quel tratto di ‘austerità’ sul suo giornale - è altrettanto vero che i leader sindacali dopo aver pranzato con lui a via XX Settembre si sono affrettati a dire di aver ‘mangiato molto meglio da Romano Prodi’. D'altronde il responsabile dell'Economia ha riservato in queste settimane uguale trattamento ai colleghi di governo. Incontrando i ministri di spesa – scrive il CORRIERE DELLA SERA – ha offerto loro un pasto frugale e una ricetta per reperire un pò di risorse: ‘Applicate questo sistema per verificare gli sprechi nel vostro dicastero. Potrete intanto garantirvi una certa autonomia finanziaria’. Così Padoa Schioppa ha fatto del metodo spartano una dottrina da usare nella gestione della cosa pubblica, ma anche nel sistema di comunicazione. Gli serve per accostarsi alla politica, a riti e costumi con cui non ha familiarità. Il giorno in cui gli passarono la lista dei sottosegretari, per esempio, ebbe un sobbalzo: ‘Chi sono questi signori? Io non li conosco’. E Clemente Mastella, che gli stava accanto in Consiglio dei ministri: ‘Anch'io non so chi siano i miei sottosegretari, ma questi sono i governi di coalizione’. Se sarà Padoa Schioppa a doversi abituare, o se saranno i ministri e i loro partiti a doverlo fare, è tutto da vedere. Già in Parlamento si avvertono alcuni scricchiolii, e un deputato come Salvatore Buglio - diessino trapiantato nella Rnp - ha dato voce alle preoccupazioni che circolano in Transatlantico: ‘Siccome è un uomo rigoroso, non vorrei che Ds e Margherita gli preparassero la stessa sorte che toccò a Renato Ruggiero con il Polo’. Padoa Schioppa non sembra curarsi delle avversità, e continua a predicare il suo vangelo: ‘Rigore’. Lo disse immediatamente ai sottosegretari dell'Economia. ‘Chiunque riceva un ospite, dovrà accoglierlo dicendo: La mia risposta è no, ora mi faccia la domanda’”.

“Al conclave dei ministri, a San Martino in Campo, ha ripetuto così tante volte quel concetto da far emergere il carattere toscano di Fabio Mussi: ‘Rigore, rigore, rigore... Allora che stiamo a programmare se non ci date risorse?’. E come il responsabile dell'Università, giovedì scorso sono insorti anche i segretari di Cgil, Cisl e Uil. Specie quando li ha esortati a collaborare all'operazione verità sui conti pubblici: ‘Anche voi dovete contribuire a far sì che la gente, i vostri iscritti, sappiano la gravità della situazione’. Raccontano – continua il CORRIERE – abbia sgranato gli occhi dinanzi alla reazione dei suoi ospiti. Che poi è la stessa reazione dei maggiorenti di governo. Ma il titolare dell'Economia non demorde, e in Consiglio dei ministri chiosa sempre gli interventi dei colleghi: ‘Bisogna verificare la copertura finanziaria prima di deliberare’. Sono in molti a esser rimasti vittime del metodo spartano. E sono in molti a esser rimasti scandalizzati dallo stile british adottato verso il suo predecessore, Giulio Tremonti. ‘Non siamo qui alla ricerca di colpevoli o di capri espiatori’, annunciò presentandosi al ministero: ‘Però le condizioni economiche sono critiche e noi dobbiamo farlo sapere’. E per quanto possa apparire paradossale, il tecnico Padoa Schioppa non pensava di esternare l'allarme a colpi di numeri, ‘perché se al Paese parliamo con i numeri, rischiamo di non farci capire dall'opinione pubblica’. Perciò equiparò l'attuale situazione a quella del '92, per annunciare la sua filosofia spartana. E spartane sono anche le relazioni con i sottosegretari, che si sono dovuti abituare alle riunioni convocate appena un'ora prima, ai tempi contingentati, al ‘lei’ che misura la distanza, ma che non è freddezza né alterigia. Anzi è così che il ministro ha conquistato Paolo Cento, il no global piombato all'Economia, e che è rimasto affascinato dal ministro. ‘Sarà perché il rigore si coniuga bene con le politiche ecologiste’, sorride il sottosegretario verde: ‘La verità è che Padoa Schioppa sarà pure assediato dai politici, ma è più politico di quel che appare. Eppoi lui è la garanzia che l'Europa ci ha chiesto per i nostri conti. Quindi dobbiamo tenercelo stretto, per molto tempo’. Non per sempre?”. (red)
 
14. Orenove/14. Tronchetti vende, e comincia dall'Inter
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Roma - “Marco Tronchetti Provera allenta i legami societari con l'Inter, e rivende all'amico e socio Massimo Moratti un 15,26 per cento delle azioni nerazzurre in carico alla Pirelli. L'intreccio societario decennale, che risale all'avvio dell'avventura calcistica del presidente-petroliere, è costato oltre 100 milioni di euro al gruppo della Bicocca. Ora, in epoca di razionalizzazioni e pulizie, sembra venuto il momento per Pirelli di limitarsi alla sponsorizzazione dell'Inter, e a un residuo 4,2 per cento nel capitale che non è detto resista nel tempo alle impetuose ricapitalizzazioni che le perdite di bilancio dell'Inter hanno reso necessarie. E non è finita, perché entro giugno 2007 l'Inter dovrà assorbire perdite per 223 milioni non ancora ammortizzate, ai sensi del decreto salvacalcio. Pirelli – srive LA REPUBBLICA – ha un piano di dismissioni da 400 milioni entro l'anno, e un piccolo contributo è giunto ieri: le azioni nerazzurre cedute alla famiglia Moratti – azionista di maggioranza con circa il 60 per cento – fruttano 13,5 milioni, e ‘si inquadrano nel programma, approvato dal cda il 14 febbraio, di ulteriore concentrazione di Pirelli sul proprio core business’. Più volte in passato i soci di minoranza di Pirelli avevano rimbrottato Tronchetti per la costosa passione calcistica in comune con Moratti. Basti dire che il consuntivo interista è di 11 stagioni di conti in profondo rosso, con poche rose (una coppa Uefa vinta, nessun campionato e poco altro) e molte spine. Tutto al costo, per Pirelli, di 103 milioni, ossia la quota parte di ben nove ricapitalizzazioni (in totale 467 milioni), necessarie a rimpinguare le perdite operative del club. Tra le più alte della serie A, e pari a 480 milioni nel decennio. Questi calcoli non includono i 25 milioni delle due svalutazioni – per 10 e 15 milioni – scritte negli ultimi due bilanci Pirelli, né le sponsorizzazioni versate all´Inter da Pirelli e da Telecom: 13,7 milioni l´ultimo anno. Somme, le ultime, giustificate però da un ritorno di immagine planetario e che non sembra risentire del palmares. Tanto che Pirelli ha intenzione di proseguire le attuali sponsorizzazioni, e ‘valutare eventuali nuove future opportunità di collaborazione’ con l´Inter”.

“Più corpose le attese di incasso su altri pacchetti. Come ha ribadito il presidente di Pirelli, ‘tra le partecipazioni in via di dismissione è possibile rientri anche Mediobanca, sia attraverso Telecom sia attraverso Pirelli. Stesso dicasi per Capitalia’. Lo scopo – continua LA REPUBBLICA – è incassare 400 milioni dalle vendite. ‘Tutte le dismissioni procedono: la tempistica è entro l´anno. Ci sono scadenze tecniche cui attenersi’. E altri 8-900 milioni verranno dalla quotazione del ramo gomme di Pirelli, che partirà il 5 luglio e ieri è stata presentata ufficialmente. Un´ampia fetta di questi introiti potrebbe tornare ai soci di Olimpia, sia Hopa sia le banche, tutti venditori di azioni della holding di Telecom: ‘L´investimento naturale di questa cassa è nel riacquisto delle azioni Olimpia da Hopa e poi dalle banche’, ha detto Tronchetti Provera, anche se questa ‘è una opportunità, non una necessità’. Anche perché, si legge nel prospetto, ‘Pirelli & c dispone di liquidità e linee di credito sufficienti a soddisfare gli impegni nei confronti dei soci Olimpia anche senza ricorrere all´utilizzo dei proventi’ dell´offerta di vendita in avvio. Pirelli metterà sul mercato fino al 39 per cento di Pirelli Tyre, in una forchetta di prezzo tra i 7,4 e i 9 euro, che sarà meglio definita lunedì, due giorni prima del collocamento”. (red)
 
15. Orenove/15. Mediaset, si tratta per l'acquisto di Endemol
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Roma - “Le parti non hanno confermato, ma secondo il quotidiano finanziario olandese Het Financieele Dagblad, Mediaset e il broadcaster olandese Talpa avrebbero formato un consorzio per comprare la casa di produzione televisiva di reality Endemol. Il consorzio – scrive il CORRIERE DELLA SERA – offrirebbe 14 euro per ogni azione Endemol, scrive il giornale. La società di investimenti del tycoon John de Mol ha confermato l'interesse ma non l'esistenza di trattative per rilevare la quota di controllo della casa del Grande Fratello in mano a Telefónica. ‘Non posso confermare che siamo in trattativa, ma posso dire che da un punto di vista strategico per noi sarebbe interessante’ ha detto un portavoce di Talpa. A riferirlo l'agenzia Bloomberg. Mediaset dal canto suo ha dichiarato di non aver alcuna novità al riguardo. Le voci hanno intanto spinto i titoli di Endemol alla Borsa di Amsterdam dove le azioni hanno guadagnato fino all'8,9 per cento. John de Mol ha fondato Talpa dopo aver venduto la Endemol a Telefónica nel 2000”. (red)
 
16. Orenove/16. Unipol, così Gnutti creò il tesoro di Consorte
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Roma - “Per la Procura di Milano sono frutto di appropriazione indebita, ricettazione e truffa ai danni dello Stato. Per gli imputati Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti – scrive LA REPUBBLICA – solo lecite ricompense per le consulenze prestate a Emilio Gnutti, patron della Hopa, in varie operazioni finanziarie. Circa 54 milioni di euro erogati tra il 2001 e il 2005 dalle società della galassia Hopa e che attraverso la triangolazione con Gianpiero Fiorani, ex numero uno della Popolare di Lodi, finivano regolarmente nelle tasche dei vertici della Unipol. ‘Ogniqualvolta Gnutti aveva ‘costruito’ un'operazione finanziaria che vedeva il coinvolgimento di Unipol o del Monte dei Paschi di Siena, Consorte gli aveva ‘presentato il conto’, nel senso che gli aveva chiesto di fare delle operazioni con le quali poter guadagnare ‘a latere’, scrive il gip Clementina Forleo nell'ordinanza che ha portato al sequestro di quanto di quei soldi, circa 43 milioni, è rimasto sui conti di tre fiduciarie. E una delle consulenze che ha fruttato di più è stata quella per la cessione del pacchetto di controllo della Telecom Italia a Marco Tronchetti Provera. Secondo una deposizione di Fiorani, riportata dal gip, è stato ‘un sostegno’ servito per tre motivi: ‘mettere d´accordo’ i diversi protagonisti della vicenda (Roberto Colaninno, Emilio Gnutti, Romano Marniga e Silvano Pontello, tutti soci di Bell, la società che ha venduto la Telecom a Pirelli), convincere il Monte dei Paschi a erogare un finanziamento ponte, e ‘coagulare intorno all´operazione di cessione ... il consenso politico della parte che stava intorno a Unipol, che evidentemente era restia all´ingresso di Tronchetti Provera in Telecom’. Ma come sono state create le provviste necessarie a soddisfare le pretese di Consorte e Sacchetti? Sostanzialmente in due modi, per quanto ricostruito dagli inquirenti. Ben 34,5 milioni di euro sono arrivati facendo acquistare alle società di Gnutti azioni, in possesso di Consorte e Sacchetti, a un prezzo superiore a quello di mercato, con una percentuale variabile a seconda delle operazioni dal 5,5 per cento al 130 per cento. Altri 12,7 milioni, invece, attraverso bonifici disposti da Bpi e da società di Gnutti a favore di conti esteri del duo Unipol. Soldi in parte rimpatriati attraverso uno ‘pseudo’ scudo fiscale. La prima compravendita di titoli è avvenuta nel 2001, quando a ottobre Consorte e Sacchetti hanno rivenduto con una plusvalenza del 95 per cento titoli Olivetti depositati sui loro conti presso la Popolare Italiana a Thomas e Arianna Gnutti. Che a loro volta li hanno ceduti alla C+G (ora Holinvest) procurando ai due una plusvalenza di 2,58 milioni di euro ciascuno. Dopo la prima operazione, non si sono più fermati. Nel 2002 altre due transazioni su titoli Olivetti hanno portato plusvalenze per 6 milioni di euro, un bottino arricchito con 3,4 milioni di trading azionario su Eni e con 4 milioni su Autostrade. Il 2003, invece, è l´anno delle banche: i titoli Mps e Capitalia fruttano 10,6 milioni di euro, mentre una cessione di titoli Fingruppo, una holding di Gnutti, reca in dote altri 3,6 milioni di euro”.

“La saga, ricostruita dal gip, si chiude nel 2003 con 7 milioni incassati grazie a un´operazione su obbligazioni Antonveneta. Ma, secondo la ricostruzione, i due non si accontenavano delle sole plusvalenze. Perché Consorte e Sacchetti, grazie alla complicità di Fiorani e del direttore finanziario Gianfranco Boni, incrementavano i loro guadagni non versando le imposte all´erario sul capital gain. Una frode del valore di 3,6 milioni di euro, attuata forzando il sistema informatico della Bpi presso la quale i due avevano il conto titoli. E sempre grazie all´intervento di Fiorani e di Boni, i denari guadagnati con le ‘facili’ plusvalenze venivano trasferiti su conti di società fiduciarie (la Unione e la Gabriel fiduciaria) attraverso operazioni di pronti contro termine, senza però identificare la provenienza del denaro. Insomma, schermandoli. La provvista estera, invece, circa 20 miliardi di lire e 2,4 milioni di euro (nel complesso 12,7 milioni di euro) depositati sui conti monegaschi di Consorte e Sacchetti alle banche Cfm e Ubs, è stata costituita grazie a due bonifici. Il primo da 20 miliardi disposto dalla Gp Lussemburgo di Gnutti e proveniente da un ‘fondo nero’ costituito presso la Alpenhof di Madeira. Il secondo da 2,4 milioni ordinato dalla Bpi. La Alpenhof, il cui beneficiario è Romano Marniga, era riuscita a creare una ‘riserva’ da 26,25 milioni di euro grazie ad alcuni contratti derivati stipulati con la Goldmont Ltd, una società con sede nel Jersey creata dalla Chase Manatthan (ora Jp Morgan) e successivamente venduta a Gnutti. In sostanza la Goldmont nel 2001 si era trovata a dover versare dei soldi alla Alpenhof a copertura di perdite subite per il crollo dei mercati dopo l´attacco alle Torri Gemelle. Peccato, però, che quei contratti, come riportato dal gip, sono risultati falsi, perché in realtà sono stati predisposti alcuni giorni dopo il disastro dell´11 settembre. Parte del fondo nero creato con i falsi derivati – continua LA REPUBBLICA – è stato dirottato da Gnutti verso i conti monegaschi di Consorte e Sacchetti (circa 10 milioni di euro) e altri, attraverso Alessandro Rombelli, numero due di Jp Morgan in Italia, verso diversi conti esteri. Dunque, non si sa che fine abbiano fatto oltre 15 milioni di euro, spariti in un labirinto di conti che portano a destinatari fin qui sconosciuti. Mentre Consorte e Sacchetti hanno provveduto a riportare i denari in Italia, utilizzando lo scudo fiscale, con la consulenza della Deloitte e del commercialista Claudio Zulli. Per aderire però allo scudo fiscale, valido per i depositi all´estero antecedenti l´agosto 2001, i due avrebbero retrodato l´operazione a giugno di quell´anno. Una mossa goffa, non sfuggita agli inquirenti”. (red)
 
17. Orenove/17. Suez-GdF, fusione rinviata. Villepin non si arrende
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Roma - “Dominique de Villepin cerca disperatamente una via d'uscita per evitare di perdere la faccia e per non rinunciare definitivamente alla fusione tra Suez e Gaz de France. Il primo ministro ha ricevuto ieri il sostegno di Jacques Chirac, protagonista a Bruxelles di un duello in punta di fioretto con Romano Prodi sulla questione Enel. Ma il quadro politico francese resta confuso: i deputati del centrodestra restano contrari alla privatizzazione di Gdf e un'approvazione definitiva del provvedimento, a patto che sia varato, è impensabile almeno fino all'autunno. Una giornata agitata, con un Villepin irritato dai titoli dei giornali. Perfino il Figaro, tradizionalmente vicino alla destra, ha detto che il primo ministro è pronto a gettare la spugna. Cosa – scrive LA REPUBBLICA – che sembrava concretizzarsi nei fatti, visto che Chirac ha annullato un incontro con il capo del governo e con Nicolas Sarkozy, presidente dell'Ump, per l'impossibilità di trovare un compromesso. Ma Villepin non ci sta, non vuole subire l'ennesima umiliazione politica. Ai giornalisti ha detto di essere animato da ‘realismo, determinazione e al tempo stesso dal pensiero della concertazione’. In ogni caso, ha aggiunto, ‘sono determinato ad andare avanti’. Verso dove e con quali reali obiettivi? Chirac lo sostiene senza mezzi termini, ha detto che ‘il governo avanza su questo progetto di grande interesse’ e che nei prossimi giorni ‘fisserà il calendario’. Per evitare la sconfessione della maggioranza, Villepin starebbe studiando l´idea di due disegni di legge. Il primo, indispensabile, riguarderebbe la liberalizzazione del mercato energetico per i privati nel luglio 2007 e verrebbe presentato nelle prossime settimane ai deputati, che non hanno obiezioni da fare su questo punto. Il secondo sarebbe invece dedicato alla privatizzazione di Gdf e sarebbe presentato ai senatori, che a differenza dei loro colleghi sono favorevoli al provvedimento. Poi tutti al mare. Il parlamento riaprirà il 2 ottobre, quando la campagna elettorale per le presidenziali sarà di fatto lanciata e si vedrà allora se Villepin ha la forza di imporsi alla sua maggioranza. Uno scenario che conviene a tutti: Villepin non perde la faccia e i deputati evitano lo scontro”.

“Questa ipotesi – continua LA REPUBBLICA – accontenta anche l´Enel, perché lascia tempo per le discussioni fra i governi di Roma e Parigi. Forse scontenta solo Suez e Gaz de France, che l´altroieri hanno ribadito di avere un unico obiettivo, la fusione, possibile solo se una legge autorizza la privatizzazione della società pubblica. Nei prossimi giorni, Pierluigi Bersani, ministro per lo Sviluppo economico, dovrebbe incontrare il suo collega francese e magari ricordargli che molti parlamentari del centro-destra hanno caldeggiato un accordo che coinvolga anche l´Enel. Ma il tema continua a dividere i due paesi, come ha dimostrato la mini-polemica Prodi-Chirac a Bruxelles. Il presidente del Consiglio ha detto ai giornalisti: ‘Noi siamo andati a Parigi con una proposta di amicizia’. Poi ha detto di aver brevemente parlato con Chirac durante il vertice Ue: ‘Non siamo entrati nei dettagli, ma abbiamo analizzato in profondità tutte le opzioni per trovare le soluzioni possibili’. Il capo dello Stato ha parlato di ‘un incontro estremamente caloroso’, di ‘stima e amicizia reciproche’. Ma poi ha puntualizzato: ‘Prodi non ha fatto proposte industriali amichevoli, non era infatti il suo ruolo’. Chirac ha anche ricordato ‘i sessantamila lavoratori di Suez, preoccupati dalle conseguenze di un´Opa ostile sul loro futuro’. Forse sono soltanto problemi di linguaggio, la polemica non va esagerata. Ma resta un dato di fondo: dopo aver ritrovato un clima disteso e una volontà di dialogo, Francia e Italia restano su posizioni divergenti quando si parla del dossier energetico”. (red)
 
18. Orenove/18. Airbus in tensione per i dubbi di insider
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Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Clima di tensione all´interno del management franco-tedesco di Eads, per i sospetti di insider trading e i dubbi dei mercati sulla capacità di Airbus di portare avanti un progetto così complesso come quello del superjumbo A380. Tutti coloro chiamati in causa - gli azionisti Lagardere e Daimler Chrysler, e sei dirigenti tra cui il co-Ceo Noel Forgeard - proclamano la loro innocenza, asserendo di aver venduto azioni prima di venire a conoscenza del ritardo delle consegne dell´A380”. (red)
 
19. Orenove/19. Somalia, in fuga i signori della guerra
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Roma - “L´Alleanza per la pace e contro il terrorismo si è sciolta. I Signori della guerra sono in rotta. Molti sono già fuggiti all´estero, rincorsi da minacce di arresto e con la prospettiva di un processo da parte di qualche Tribunale internazionale. Altri sono rientrati nei loro villaggi, cercando la protezione dei clan. Gli ultimi due, Muuse Sundi Yalahow e Bashir Raahe Shiirav, arroccati nei quartieri a nord di Mogadiscio, hanno abbandonato le loro postazioni e sciolto le milizie. Sono fuggiti via mare, a bordo di una barca. Non si sa se sia vero o una delle tante leggende che girano per la Mogadiscio finalmente libera e senza più violenza. Ma fa effetto. E la gente – scrive LA REPUBBLICA – ne parla con malcelata ironia. Una fuga da ladruncoli, non da ex potenti boss che per 16 anni hanno decretato la vita e la morte di migliaia di persone. Mogadiscio si sveglia frastornata, avvolta da un clima quasi surreale. Non si spara più, sono spariti i fucili, le pistole, i gruppi armati che presidiavano i posti di blocco. È presto per parlare di pace. Ma l´atmosfera è cambiata. Lo vedi nello sguardo della gente, nei discorsi che si fanno nei caffè, al mercato, nelle case, ai ristoranti. Nei progetti futuri che si rincorrono, scanditi da viaggi, lavoro, famiglia, figli. Giovani e meno giovani abituati a convivere con la guerra si lanciano verso un nuovo mondo. In tutto questo l´islam ha un ruolo decisivo. Le Corti, tribunali religiosi con potere giuridico, sono riuscite a raccogliere le esigenze di una popolazione stremata da una vita impossibile. Senza un governo, senza giustizia e sicurezza. E hanno cementato attorno ai valori spirituali, ad una disciplina morale, la forza di una rivolta che non trovava sbocchi”.

“L´islam ha contagiato tutti, ma senza eccessi. Le tv sono accese, si ascolta musica, si balla, le suonerie dei cellulari, che tutti possiedono, riproducono gli ultimi dischi di Madonna e Robby Williams. I somali restano un popolo musulmano ma tollerante e moderato. Le milizie svolgono un ruolo diverso. Le scuole coraniche, le madrasse, le uniche che hanno continuato a svolgere opera di educazione in questi anni di guerra, sono piene di studenti. Le moschee sono state subito restaurate. E dove mancano, si prega per strada. Ma ci sono anche i momenti di esaltazione. È accaduto ieri, poco dopo l´una, appena conclusa la preghiera del venerdì. I militanti delle Corti islamiche avevano chiamato a raccolta la gente per una grande manifestazione contro la richiesta di una forza multinazionale avanzata dal governo transitorio. Una prima risposta, da ostentare soprattutto per i media stranieri accorsi a Mogadiscio. Almeno cinquemila persone si sono radunate nella piazza di Trapone e hanno ritmato slogan, sollevato cartelli, alzato pugni in aria. Due schieramenti compatti. Uomini e donne rigorosamente divisi e separati da almeno due metri di vuoto. Le donne coperte dalla testa ai piedi, moltissime con il velo nero fino agli occhi. Gli uomini con le kheffye a quadretti rossi e bianchi dello Yemen che si accanivano contro Bush, la richiesta di forze straniere, il governo transitorio. Non si vedeva un solo fucile. Gli unici armati – conclude LA REPUBBLICA – erano gli addetti alla sicurezza. Ma anche loro in modo molto discreto. Due ore di protesta. Poi, via, tutti a vedere i Mondiali in tv”. (red)
 
20. Orenove/20. Pollastrini rilancia sulle unioni gay, è polemica
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Roma - “Diritti, nonché seconda firmataria nella scorsa legislatura della legge sui Pacs che ha presentato Franco Grillini, prende carta e penna, e comunica agli organizzatori che parteciperà al Gay Pride di Torino. Auspica ‘una società più umana e tollerante’. Ma nel farlo, incede in quel passaggio che a orecchie sensibili suona tanto come un rilancio dei Pacs – scrive LA STAMPA -. E così poi sarà costretta a replicare. Perché la sua presa di posizione, quella di un ministro che partecipa a una manifestazione, e lo spiraglio che ha socchiuso verso leggi per le unioni di fatto, scatena una bufera politica. Tanto che in fine giornata Prodi darà mandato al suo portavoce Silvio Sircana di fare una gentile puntualizzazione: ‘Il ministro partecipa alla manifestazione a titolo personale, com’è del resto evidente dalla dichiarazione del ministro stesso’. Quanto al richiamo di Pollastrini sulle unioni di fatto, ‘vale quel che c’è scritto nel programma dell’Unione’. Una polemica nella polemica, quella aperta da Pollastrini. Perché sul Gay Pride che si terrà a Torino ieri si sono distinte le posizioni del sindaco Chiamparino, diessino riformista che di sé dice ‘sono un uomo di centro’, e del presidente della Regione Mercedes Bresso, anche lei diessina, ma di formazione radicale. Ieri sindaco e governatore erano assieme ad un convegno, che ironia della sorte era proprio intitolato ‘Governare per tutti’, e la differenziazione è avvenuta coram populo. ‘Io non sarò al Gay Pride, anche se il Comune ha dato il proprio patrocinio, perché devo andare al premio Grinzane Cavour’. Ci vado anch’io, gli ha ribattuto Bresso, ‘ma poi in serata sarò al Gay Pride, non voglio proprio perdermelo’. Insomma, dare il patrocinio è facile, difendere i diritti è tutt’altra cosa. Chiamparino, del resto, aveva precedentemente fatto sapere di non condividere i contenuti della ‘parata’. E oggi i Ds saranno rappresentati alla marcia: ma la delegazione in arrivo da Roma è, volutamente, non di primissimo profilo. La polemica torinese continuerà, ma non è nulla al confronto di quel che si è scatenato a Roma. Non solo sulla manifestazione, ma sul richiamo, per quanto ‘mite e saggio’, a un altro dei punti di dissenso nella coalizione di governo, i Pacs appunto.

E i fronti aperti erano due: quello con il centrodestra, e quello tutto interno al centrosinistra. Dall’opposizione la prima a saltar su è stata Daniela Santanché: ‘Ma la Pollastrini sui Pacs parla a titolo personale o a nome di tutto il governo?’. Stessa reazione, più o meno, che ha colto Mastella, impegnato a Mosca al G8 dei ministri di Giustizia e Interno: immediata è arrivata la reazione del suo plenipotenziario Mauro Fabris. Poiché è evidente a tutti che Pollastrini fa parte del governo, ‘lasciamo le unioni di fatto al Parlamento’. E soprattutto ‘o i ministri tacciono, o presto torniamo tutti a casa’. Pollastrini tra due fuochi, insomma. Di qua il centrista della Cdl Luca Volontè che sospira, ‘ce l’aspettavamo’, la finiana Adriana Poli Bortone che attacca, ‘del resto la Puglia ormai è una palestra per le unioni omosessuali’. Di là le colleghe del centrosinistra che non sono da meno: atteniamoci al programma condiviso, parliamone insieme, consigliano le margheritine Marina Magistrelli ed Albertina Soliani. Anche perché naturalmente l’ex leader di Scienza e Vita Paola Binetti si diceva ‘stupita’ di un’iniziativa che giudica ‘non umana e non saggia’. Rosy Bindi invece ha lasciato la parola al suo sottosegretario, e braccio destro, Chiara Acciarini: ‘Rispettiamo gli impegni del programma’. Ma Pollastrini ritiene di non aver affatto valicato quella barriera, anzi: ‘Mi dispiace davvero che si vogliano tirare da una parte e dall’altra parole chiare che non posso che ribadire. Il nostro programma parla chiaro: ‘Diritti delle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Temi e obiettivi: riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto, senza che sia dirimente il genere né l’orientamento sessuale’”. (red)
 
21. Orenove/21. La giornata di oggi
 
 
 
Roma - ROMA – Si tiene il primo raduno, organizzato dall’Ulivo, di “Incontriamoci”. Partecipano i ministri Melandri e Santagata, Finocchiaro, Franceschini.

ROMA - Livia Turco, ministro della Salute, incontra il consiglio dei medici di famiglia Fimmg.

MILANO - Presentazione del libro “Storia di una passione politica”. Prevista la partecipazione del ministro Pollastrini, Anselmi, Tedesco, Vinci, Toia. (red)
 
 
 
 
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