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il VELINO ORENOVE edizione completa
 
 
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1. Orenove/1. Dietro le quinte
a cura di Laura Cesaretti
 
 
 
Roma - “Scontro sui corrotti”, dice oggi l’Unità raccontando che è il giorno decisivo, forse, per l’indulto. La norma non piace ad An, Lega, Di Pietro e Comunisti Italiani. Il fronte dei presunti sostenitori dei corrotti, invece, comprenderebbe l’Ulivo, che ha realizzato in commissione alla Camera la mediazione che ha portato il testo in aula. E dunque quel titolo è la testimonianza della confusione che oggi nuovamente regnerà a Montecitorio, su un provvedimento che da almeno cinque anni torna a presentarsi in Aula alla Camera e che ogni volta che si presenta crea un effetto ben noto: i corrotti, i potenti, la concezione della pena, le carceri come luogo incivile, i “colletti bianchi”, i “furbetti del quartierino”. Un provvedimento su cui il riflesso naturale di alcuni eroi della maggioranza – tipo Marco Travaglio – è che si tratti di porcheria, qualcosa di cui vergognarsi, peggio che il famoso “non aver fatto una legge sul conflitto di interessi”. Secondo Italia dei Valori l’indulto si doveva fare a patto di non essere a beneficio dei famosi “potenti”. Cioè doveva essere un lungo elenco di esclusioni, di eccezioni, di condizioni – dal “voto di scambio” in poi – nelle quali l’indulto non doveva applicarsi. Nei fatti – lo dice oggi Luciano Violante – è un indulto che non ha precedenti, tante sono le eccezioni che prevede. Un indulto da clima d’emergenza, il cui prodotto è anche merito del presidente del Consiglio, che – dopo aver parlato di misure di clemenza necessarie anche in Aula, mesi fa – ieri si è sfilato, dicendo chiaramente che non è quello l’indulto che voleva. Che ci volevano ancora altre eccezioni, per evitare che il provvedimento diventasse addirittura “salva-Provenzano”, come dice senza senso del limite Leoluca Orlando. Il quale parla anche di possibili patti segreti tra “Rifondazione e Forza Italia”: il partito di Bertinotti avrebbe sostenuto con entusiasmo l’indulto in cambio del silenzio degli azzurri sui “violenti” alla Caruso, dice l’ex sindaco di Palermo.

Per la verità, bastava sentire quel che ieri si diceva in Aula, le ragioni dello scontro tra “intransigenti” della questione morale e sostenitori della umanità della pena affonderebbero in questioni meno nobili: per esempio la presidenza di alcune commissioni parlamentari, a partire dall’Antimafia. Ieri sera sembrava anche che i tempi potessero slittare ancora: lo ha spiegato Elio Vito, intervenendo verso le dieci di ieri sera, quando tutti erano stanchi e il Presidente Bertinotti – che aveva inizialmente deciso di andare avanti almeno fino alla fine delle votazioni sugli emendamenti e gli ordini del giorno – doveva prendere atto che i deputati volevano tornare a casa. Vito – insieme a rosapugnisti e a pochi altri – chiedeva di andare avanti, perché il rischio concreto è che stamane – giovedì – i tempi si allunghino ancora, che l’indulto non si riesca a votare prima della prossima settimana, e che insomma chissà che non si arrivi addirittura a settembre. È ottimista Il Riformista, che ieri invece prevedeva il caos che si sarebbe poi creato. Basterà ascoltare stamattina l’andamento dei lavori per capire se è davvero cosa fatta o se ci saranno ancora sorprese. (lac)
 
2. Orenove/2. Prime pagine
 
 
 
Roma - IL GIORNALE – In apertura: “Prodi manda i soldati contro gli hezbollah”. Editoriale di Massimo Introvigne: “Premier e D’Alema in trappola”. Di spalla: “Quei ministri di lotta e di governo”. A centro pagina: “La rivolta dei farmacisti, sciopero a oltranza”. In un riquadro: “È ufficiale: lo scudetto va all’Inter”. A fondo pagina: “Tronchetti: Bove ucciso da certi giornali”

AVVENIRE – In apertura: “Il cessate il fuoco è lontano”. Editoriale di Vittorio E. Parsi: “Il vertice non poteva dare di più”. In un riquadro: “Moralmente inaccettabile la ricerca sugli embrioni’”. A centro pagina: “Alta tensione sull’indulto per lo scontro tra i ministri”. A fondo pagina: “Federfarma: da venerdì sarà sciopero a oltranza”.

CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “‘Libano, subito una forza Onu’”. Editoriale di Franco Venturini: “Il primo passo di un percorso”. A centro pagina: “Ecco l’archivio segreto del Sismi”. “Sì alla modifica: indulto meno ampio. Tensione nei Poli”. In un riquadro: “Una nuova moglie per il Caro Leader: la segretaria”. A fondo pagina: “La rivolta dei farmacisti: da domani stop a oltranza”. “All’Inter lo scudetto 200. Moratti: felice per i tifosi”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “‘In Libano una forza Onu’”. Di spalla: “Le farmacie come i tassisti, serrata a oltranza contro la legge”. A centro pagina: “Scontro sull’indulto, il voto slitta”. “‘Chi inizia a lavorare ora in pensione con metà stipendio’”. A fondo pagina: “Calciopoli, lo scudetto all’Inter”.

LA STAMPA – In apertura: “Militari in Libano, ma niente tregua”. Editoriali: “Intesa a Metà”, “I tempi di Condi”, “Massimo l’americano”. Di spalla: “Farmacie, da domani serrata a oltranza”. A centro pagina: “Tronchetti: De Benedetti senza scrupoli”. A fondo pagina: “Scudetto all’Inter, Moratti: finita la maledizione”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “‘Libano, subito una forza Onu’”. Editoriale di Fabrizio Onida e Renato Ruggiero: “Troppi leader provinciali nel mercato globale”. A centro pagina: “Pensioni future, tagli del 7%”. Di spalla: “Scontro Mastella-Di Pietro. Rinviato il voto sull’indulto”.

IL TEMPO – In apertura: “Ma la guerra continua”. Il commento: “Cosa resta del vertice” di Roberto Arditti. A centro pagina: “Farmacie chiuse a oltranza”. In un riquadro: “Inter campione grazie a Moggi”.

LIBERO – In apertura: “Il bar della pace”. A centro pagina: “Governo a pezzi. Pure Mastella vuole andarsene”. A fondo pagina: “Tronchetti-De Benedetti: la vera storia”.

L’UNITA’ – In apertura: “Roma apre una speranza ma la guerra non si ferma”. A centro pagina: “È il giorno dell’indulto, scontro sui corrotti”. Editoriale di Antonio Padellaro: “Testate”. A fondo pagina: “All’Inter lo scudetto più triste”.

IL RIFORMISTA – In apertura: “Nella giornata di D’Alema regge la linea di Condi”. “I confusi ricordi del secolo scorso”. A centro pagina: “Per Segev è ‘un conflitto stupido’”. “Per Barghouti ‘il nodo è la Palestina’”. A fondo pagina: “Con la fiducia sull’Afghanistan, Prodi ci riporta a Goria”.

IL FOGLIO – In apertura: “Al vertice alla Farnesina l’unico accordo è sui corridoi umanitari”. “Si rafforza l’accordo di un ingresso di Murdoch in Telecom”. (red)
 
3. Orenove/3. Libano, conferenza Roma: Entrare in una fase nuova
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Immediati aiuti umanitari alla popolazione libanese; impegno a creare ‘con urgenza’ una forza internazionale con mandato Onu; ‘determinazione a raggiungere con la massima urgenza un cessate il fuoco’ che sia ‘durevole, permanente e sostenibile’ in modo da ‘consentire al governo libanese di esercitare la propria autorità su tutto il territorio’; convocazione di una conferenza internazionale dei donatori per aiutare la ricostruzione del Libano. Un risultato concreto e tre obiettivi, dunque, per ottenere i quali bisognerà lavorare sodo all’Onu, in sede Ue e in altri circuiti diplomatici. Ma la conferenza internazionale sul Libano co-presieduta ieri alla Farnesina da Massimo D’Alema e Condoleezza Rice (15 Paesi e 3 istituzioni internazionali) non poteva realisticamente ottenere di più, considerate le condizioni di guerra in atto, l’opposizione americana a un cessate il fuoco immediato, e le controversie su ingaggio e composizione della forza multinazionale. Da Roma – scrive LA STAMPA – arriva dunque un forte impulso politico (enfatizzato dal numero di partecipanti e dalla presenza del segretario generale dell’Onu) affinchè il processo avviato prosegua e sia realizzato nei tempi più brevi. Come alla vigilia si prevedeva alla Farnesina, la conferenza è servita a fare entrare la crisi in una ‘fase nuova’: ‘Sono state indicate concrete linee d’azione condivise’, riassume D’Alema. ‘Un grande passo avanti’, insiste Romano Prodi. ‘Un evento che fa onore all’Italia’, commenta il presidente Napolitano. Si tratta adesso, e non sarà facilissimo, di trasformare gli obiettivi in risultati. Aiuti umanitari a parte - obiettivo raggiunto grazie alla collaborazione di Israele che si è impegnato a favorirne l’arrivo e la distribuzione, ma che la conferenza esorta a esercitare ‘massima moderazione’ nella sua azione militare in Libano - i due dossier più ambiziosi sul tavolo erano la sospensione delle ostilità e la costituzione di una forza di interposizione al confine israelo-libanese”.

“Della formazione di quest’ultima – continua LA STAMPA – ‘si parlerà in concreto nei prossimi giorni’, ha annunciato il segretario di Stato americano. L’Italia vi parteciperà, conferma D’Alema, se la forza avrà il cappello Onu: secondo Prodi il comando non sarà comunque Nato. Favorevoli in linea di principio anche Francia, Spagna e Turchia (che potrebbe assumerne la guida in quanto Paese musulmano), mentre Washington fornirà un sostegno di intelligence ma non invierà soldati: per l’impegno in Iraq, e per la memoria dei 241 marines uccisi nell’attentato firmato da Hezbollah a Beirut nell’ottobre 1983. Sulla sospensione delle ostilità invece la conferenza si è divisa. Ci sono stati momenti di tensione con un prolungato battibecco fra la Rice - secondo la quale la tregua deve essere parte di un piano che preveda il disarmo permanente delle milizie Hezbollah - e il francese Douste-Blazy, il più duro nel sostenere la necessità di un appello per un cessate il fuoco immediato (posizione appoggiata con intensità diversa da tutti i Paesi tranne che dalla britannica Margaret Beckett). A introdurre il tema era stato un toccante intervento del premier libanese Siniora (‘Cosa fareste se nei vostri Paesi un quarto della popolazione fosse in fuga?’) che ha visibilmente commosso Condoleezza Rice. ‘Se fosse per me il cessate il fuoco sarebbe cominciato ieri’, ha ribattuto il segretario di Stato: ‘Purtroppo scrivere che deve essere ‘immediato’ potrebbe far piacere a noi ma non risolverebbe il problema’. Il compromesso, un grosso passo avanti rispetto alla dichiarazione del recente G8, è stato raggiunto grazie alla mediazione di D’Alema: sua è la formulazione finale improntata al realismo (dobbiamo ‘raggiungerlo con la massima urgenza’ per ‘porre fine a violenze e ostilità’, si legge nella dichiarazione con una sottolineatura inedita sulle ‘ostilità’). Il successo gli è valso l’applauso dei presenti. La dichiarazione inquadra la soluzione della crisi in un contesto regionale, coinvogendo implicitamente Damasco e Teheran, sponsor degli Hezbollah. ‘Bisogna trovare una soluzione con Siria e Iran, avverte Annan. Più prudente la Rice: i due Paesi ‘devono fare una scelta’ sul loro ruolo in Medio Oriente”. (red)
 
4. Orenove/4. Conferenza Roma, ha prevalso il reralismo
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Massimo D’Alema sintetizza con uno slogan di speranza: ‘È nata la ‘coalizione della pace’! Adesso questa pace andrà costruita, presto, per avere una tregua che avremmo voluto ‘ieri’, ma che adesso sappiamo come costruire velocemente nelle prossime ore’. La riunione di Roma – scrive LA REPUBBLICA – non è stata una partita, un campionato con vincitori e sconfitti. Perché tutto, assolutamente tutto era già stato previsto nei giorni e nella notte che ha preceduto la battaglia di ieri alla Farnesina. Perfino quello che alcuni hanno riportato come ‘scontro tra Usa e Francia’ era un simulacro di contrasto, che ha impegnato le delegazioni in un gioco di ruolo durato un’ora attorno a 5 parole. Ma il modo in cui ciascuno dei protagonisti ha giocato il suo ruolo è importante per capire ancora meglio quali sono le prospettive di questa partita sul Libano. Dopo i discorsi introduttivi di Romano Prodi e Massimo D’Alema, il primo a intervenire è stato il segretario generale dell´Onu. Il suo discorso è stato segnato dall’indignazione per l’uccisione di 4 caschi blu nella notte nel Libano meridionale. Annan ha chiesto ai partecipanti di rispettare un minuto si silenzio per tutte le vittime della guerra, i libanesi, gli israeliani e i suoi caschi blu. Poi ha detto che ‘il consiglio di Sicurezza deve chiedere al più presto possibile l’immediato cessate il fuoco, e per raggiungerlo è necessario coinvolgere tutti i Paesi interessati, Iran e Siria compresi’. Il premier libanese ha fatto uno dei due discorsi centrali della giornata. Una perorazione accorata: ‘Solo dieci mesi fa, alla riunione del Core Group di New York parlavamo di crescita economica del Libano, di una nuova visione macroeconomica, di incentivi per l´economia libanese... tutto questo sembra cancellato, un ricordo nel passato! Il mio paese ha vissuto una storia di continue violazioni del nostro territorio da parte di Israele: abbiamo avuto aggressioni nel 1969, ‘78, ‘82, ‘93, ‘96. Adesso basta’. Ma poi il premier libanese rivendica il ruolo del suo governo, della sua istituzione, contro Israele ma anche contro Hezbollah: ‘È lo stato libanese che ha l´obbligo di essere il solo detentore della forza militare, l´unico a dover portare le armi, a dovere imporre la sua autorità in tutto il paese’. Il libanese parla ancora della guerra di queste ore: ‘In due settimane il nostro paese è stato devastato. Signori: nessun governo può sopravvivere sulle rovine della sua nazione. Qual è il costo umano, psicologico, sociale di questa guerra? E quanto tempo ci vorrà per ricostruire questa nazione? Una goccia di sangue libanese vale di meno? Siamo figli di un dio minore?’ Siniora continua duro, nel silenzio generale, facendo un attacco alla ‘violazione della legge internazionale commessa da Israele’, chiede, implora ancora una volta una tregua immediata, chiede un Piano Marshall per ricostruire il paese”.

“Chiude – continua LA REPUBBLICA – con una citazione di Tacito, in omaggio a Roma, e ricordando il capo guerriero caledone che incitava le sue truppe di fronte all´avanzata del generale romano Giulio Agricola, cita: ‘Hanno creato un deserto e questo deserto lo chiamano pace!’ Citazione che muove definitivamente la simpatia di molte delegazioni, da quelle latine a quelle arabe. La giovane, autorevole segretario di Stato prende la parola immediatamente dopo il libanese, che nella parte pubblica della conferenza stampa neppure la ringrazierà per aver co-organizzato con D’Alema la riunione. A detta di tutti, da D´Alema, a Solana al filo-palestinese Moratinos, ai francesi, Rice riesce a capovolgere il discorso di Siniora e ad arginare le emozioni che aveva provocato. ‘Signor primo ministro, noi vogliamo un cessate-il-fuoco, lo vogliamo immediato, lo vogliamo per ieri! La storia di queste guerre in Libano è la storia di questa regione, di guerre intermittenti e di una pace che non è mai stata vera, concreta. Potremmo uscire da qui dicendo ‘cessate-il-fuoco immediato’, ma noi vogliamo uscire da qui facendo di più, costruendo un vero processo che porti a una pace vera, definitiva, per il Libano e per questa regione. Se lo scriviamo soltanto su un pezzo di carta, il cessate-il-fuoco non ci sarà’. Immediatamente dopo Condoleezza Rice, parlano i ben tre rappresentanti delle farraginose istituzioni europee. Inizia il finlandese Herkij Tuomioja, rappresentante della presidenza Ue di turno. Ha una spilla pacifista al bavero della giacca, fa un discorso di cui nessuno sa ricordare gli elementi chiave. Prosegue Javier Solana, ‘ministro degli Esteri’ della Ue, che concretamente prefigura i passi necessari per il cessate-il-fuoco. Chiude Benita Ferrero-Waldner, ministro per le Relazioni esterne della Commissione, il terzo organismo Ue: vola basso, fa un discorso concreto sui 50 milioni di euro pronti per gli aiuti umanitari e sugli 11 milioni per l’esodo dei non-stranieri che vogliono lasciare il Libano. L’Europa vera arriva con gli stati nazionali: il ministro degli Esteri francese raccoglie la bandiera degli scontenti, di quelli che avrebbero voluto di più dagli Usa per un cessate-il-fuoco. La sua battaglia è però virtuale, per l’inserimento di alcune parole nella dichiarazione finale della presidenza. Le parole saranno ‘con la massima urgenza’ e poi ‘ostilità’, in un testo in cui i partecipanti ‘esprimono la loro determinazione a lavorare immediatamente per raggiungere con la massima urgenza un cessate-il-fuoco che ponga fine alla violenza attuale e alle ostilità. Il cessate-il fuoco deve essere duraturo, permanente e sostenibile’. Nonostante qualche incertezza nella lettura del testo in inglese (doveva leggerlo in quella lingua, avendolo concordato così), l’italiano è riuscito a governare efficacemente la preparazione e poi i lavori della conferenza. Non rinunciando alle posizioni politiche del suo governo e ai suoi ideali, ma forse costruendo un percorso politico realistico con cui invece provare a realizzarli. E in questo l’intesa con la Rice è stata totale”. (red)
 
5. Orenove/5. Conferenza Roma, doveva tenersi in Egitto
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Fra i tanti ministri presenti ieri a Roma ce n´è stato uno, l´egiziano Abdoul Gheit, che si è profuso con forza, pubblicamente in elogi per la gestione italiana della conferenza voluta dalla Rice. Ed ha anzi proposto che in qualche modo il format di Roma abbia qualche seguito. La verità è che l´Egitto, e in particolare Sharm El Sheik, potevano essere la sede di questa riunione se il presidente Mubarak non avesse giudicato inopportuno portare l´americana Condoleezza Rice nel suo paese mentre infuria la guerra in Libano. ‘La prima idea era quella di tenere una riunione in Medio Oriente’, rivela un diplomatico americano a Repubblica, ‘e l´Egitto era stato sondato. Abbiamo capito che non sarebbe stato opportuno, perché dall´Egitto sarebbero dovute partire condanne molto più dure per Israele, parole che gli stessi governi arabi moderati non vogliono pronunciare, ma che le loro masse si aspettano come irrinunciabili’. Ieri lo stesso presidente Mubarak -si legge su LA REPUBBLICA – ha ammesso implicitamente di aver rifiutato la proposta di tenere a Sharm el-Sheikh la conferenza per il Libano, dicendo che ‘il Cairo non accetterebbe di accogliere una conferenza che abbia risultati deboli o negativi e che non soddisferebbe la sua opinione pubblica’. Ma poi Mubarak ha aggiunto parole che suonano quasi sorprendenti a chi non segua l´intricato confronto inter-arabo: ‘La posizione dell´Egitto sulla crisi libanese è chiara: mantiene la neutralità nei confronti di tutte le fazioni politiche libanesi, siano esse politiche o confessionali’. Poi aggiunge che il suo paese non interverrà nella guerra libanese ‘nè per difendere il Libano nè a fianco di Hezbollah: l´esercito egiziano ha esclusivamente il compito di difendere l´Egitto, io sono responsabile per 75 milioni di cittadini egiziani ed è impossibile che mi avventuri al fianco del popolo libanese, rispondendo alle voci che chiedono all´Egitto di partecipare alla guerra a fianco degli Hezbollah’. Mubarak ha aggiunto che ‘le parti che partecipano al conflitto non hanno calcolato la situazione’, sottolineando come ‘Hezbollah non sia un esercito regolare ma costituito individui dispersi, mentre Israele è uno stato che possiede un importante potenziale bellico’. Il rais egiziano dice che ‘Israele non può attaccare l´Egitto perchè la nostra politica è chiara: noi non abbiamo alleanze nè agende segrete, nè pratichiamo politiche dimostrative o provocatorie’. Queste parole, la posizione complessiva di Mubarak possono essere spiegate anche con il ruolo che l´Egitto vorrebbe giocare come ‘peacekeeper’ in una forza Onu schierata tra Libano e Israele. Dalla riunione di Roma ieri – continua LA REPUBBLICA – è uscito un impulso fortissimo alla creazione di questa forza (in verità le perplessità sono ancora enormi). Assieme all´Egitto un altro paese islamico, la Turchia, potrebbe offrire soldati all´Onu, da schierare nel Libano del Sud per aiutare il governo libanese a riprendere il controllo di quella fascia dall´Hezbollah che Israele sta combattendo. Per l´Egitto una missione di tutto rilievo”. (red)
 
6. Orenove/6. Rammarico israeliano per l'uccisione dei caschi blu
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Il ministero degli Esteri ha espresso il suo ‘sincero rammarico’ per la morte dei quattro caschi blu dell´Onu uccisi a Khiyam, nel Sud del Libano da un missile lanciato da un aereo israeliano. Un ‘incidente’ malaugurato, l´ha definito il premier Olmert parlando al telefono con Kofi Annan, al quale ha annunciato d´aver ordinato un´inchiesta che sarà condotta, ovviamente, dall´Esercito, cioè dallo stesso soggetto che l´’incidente’ ha provocato. Kofi Annan aspetta i risultati dell´indagine, ma al vertice di Roma s´è guardato bene dal ripetere quel che aveva detto, a caldo, la sera prima, quando non aveva esitato a parlare di un attacco ‘apparentemente deliberato’. Al Consiglio di sicurezza, però, la Cina ha chiesto la condanna d´Israele. Non è la prima volta – scrive LA REPUBBLICA – che nel mattatoio libanese l´esercito israeliano e i militari disarmati delle Nazioni Unite si ritrovano su fronti opposti. Non dovrebbe mai succedere, perché i caschi blu stanno in Libano da 28 anni con compiti d´osservatori, o d´aiuto ai profughi provocati dalle molte guerre che vi si sono combattute. L´ultimo incidente grave risale al febbraio ‘96, quando Israele lanciò l´operazione ‘I frutti dell´odio’ con lo stesso obiettivo di oggi: cacciare gli Hezbollah dal Sud del Libano. In quell´occasione, un campo profughi gestito da soldati delle Isole Fiji, sotto mandato dell´Unifil, venne centrato da colpi d´artiglieria nei pressi del paesino di Kana. Morirono oltre cento civili. Anche allora, contro le conclusioni dell´Onu, Israele sostenne che si era trattato di un incidente non voluto. Il contrasto non fu mai sanato. Ma almeno il massacro di Kana aiutò a raggiungere la tregua che venne decisa dopo 17 giorni operazioni”.

“Stavolta, che il bombardamento di Khiyam possa servire ad accelerare il cessate il fuoco sembra da escludere, almeno per ora. Ma l´accaduto non può non essere valutato nel momento in cui si parla di inviare una forza internazionale, senza l´accordo delle parti in conflitto, o almeno di una delle due parti, gli Hezbollah, e senza un´idea precisa del mandato. ‘Siamo in guerra e queste cose in guerra succedono’, è il motivo che ritorna nei commenti dei dirigenti israeliani. Se non che nel rapporto degli osservatori si scopre che quel giorno erano stati ben 14 gli ‘incidenti’ dovuti a ‘fuoco ravvicinato’, ‘da bombe aeree e fuoco d´artiglieria’ che avevano sfiorato il posto d´osservazione di Khiyam. Nel rapporto – continua LA REPUBBLICA – si precisa che alle 18,30 quattro proiettili dell´artiglieria israeliana avevano colpito ‘direttamente l´interno della posizione, causando vasti danni all´edificio ed al rifugio’. Il comandante delle forze Unifil, nella cui area operano gli osservatori Untso dell´Ogl (Observer Group Lebanon) di cui facevano parte i quattro uccisi, aveva ripetutamente invocato la protezione di quella particolare posizione Onu dal fuoco. Era stato il capo dell´Ufficio di collegamento delle forze Onu nel Sud del Libano, il tenente colonnello irlandese John Malloy, a mettersi in contatto con i colleghi israeliani per sei volte: ‘Dovete fare qualcosa, o ci potranno essere dei morti’. Evidentemente l´avvertimento non è bastato. Secondo il portavoce irlandese quello di ieri, ‘o è stato un incidente incredibile, o un bombardamento diretto’. Mentre per la Casa Bianca, ‘quel che è successo è orribile, ma non ci sono motivi per affermare che Israele abbia voluto colpire la posizione intenzionalmente’”. (red)
 
7. Orenove/7. Soldati italiani combatteranno gli hezbollah?
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “È contento, ‘perché anche un piccolo passo verso la pace dà soddisfazione’. Ma preoccupato, perché ‘non mi convince affatto l’idea di mandare delle truppe italiane senza capire il chi, il dove e il perché. Questa conferenza di pace non può e non deve essere un catering per l’esercito israeliano’. Marco Rizzo, eurodeputato del Pdci, commenta così i risultati del vertice di Roma. E spiega con una metafora motoria -scrive IL GIORNALE – il punto della questione secondo lui. Rizzo, ma lei è soddisfatto e anche preoccupato? ‘Sì, le spiego: mettiamo che noi dobbiamo andare da Roma a Torino. Si deve passare per la Roma-Firenze, giusto?’. Non fa una grinza. Noi siamo sulla Roma-Firenze? ‘Esatto. La strada giusta, ma potremmo ancora finire a Venezia. E a Venezia noi non ci vogliamo andare. Quindi fin qui va bene, ma siamo ancora molto lontani dalla meta’. Mi faccia capire: per lei ‘Torino’ sono le truppe in Libano? ‘La domanda è un’altra: le truppe vanno solo in Libano o vanno anche Gaza? Perché vede, una cosa che in questa giornata di colloqui non è stata chiarita e che per noi è fondamentale è che i territori invasi sono due e quindi, per riportare la pace, bisogna intervenire sia in Libano che a Gaza. Quindi come vede, già la domanda del dove è fondamentale’. Sul ‘chi’ però non ci sono dubbi. Si parla anche dell’Esercito italiano. Lei è d’accordo? ‘Ecco, vede, anche il chi è fondamentale. Se andiamo con dei Paesi che non hanno partecipato a nessuna guerra, se andiamo con dei Paesi la cui neutralità ed estraneità ai conflitti degli ultimi anni è conclamata, va bene. Ma se andassimo, faccio per dire, con qualcuno che fa parte della cosiddetta coalition of willings non va mica bene’. Non le basta la copertura Nato? ‘No. Mi interessa capire chi ci va, per capire come sarà percepito dalle popolazioni libanesi e palestinesi’. E anche questo a lei non basta, lei mette anche un ‘perché’. Quale? ‘La domanda è molto semplice. Queste truppe vanno lì per consentire e garantire la sovranità del Libano o invece sono lì per fare esattamente quello che vuole e serve a Israele? Perché anche così non va mica bene’. E perché, che cos’è che vorrebbe Israele secondo lei? ‘Il lavoro sporco, ovvero privare di sovranità mezzo Libano e demandare alle truppe internazionali i compiti di occupazione per fini tattici che Israele non si vuole assumere’. Ma gli italiani come sarebbero percepiti, bene o male secondo lei? ‘Vede, nell’82 sono stati visti bene, perché furono veramente neutrali. Ma adesso sarebbe assurdo che D’Alema, noi, non ci rendessimo conto che siamo stati coinvolti in tre guerre e che siamo molto border line. Certo che andrebbero molto bene Paesi come il Sud Africa o il Brasile che nulla hanno a che vedere con questi conflitti’. Che cos’è invece – continua IL GIORNALE – che non ha funzionato in questa Conferenza? ‘È inutile girarci intorno: è mancato il cessate il fuoco. E se si vuole la pace, non è che il cessate il fuoco può arrivare quando lo decidono i comandi israeliani’. Nemmeno se lo decidono gli Hezbollah, però. ‘Infatti, funziona quando spiace a entrambi i contendenti’. E l’accusa di essere nemici di Israele che insegue sempre Pdci? ‘Vede, tutta questa crisi potrà risolversi solo dando la terra ai palestinesi. Non lo dice Marco Rizzo, lo ha spiegato, straordinariamente bene, uno scrittore come David Grossman’. Però voi siete più critici con Israele. ‘Non sono ipocrita. Finché sarà una lotta fra Davide e Golia, gente come noi starà sempre dalla parte del più debole. Ma il giorno in cui nascesse lo Stato di Palestina, davvero, lei mi troverebbe al fianco di Israele’”. (red)
 
8. Orenove/8. Indulto: ancora modifiche, oggi il voto
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Nemmeno ieri la Camera ha approvato l’indulto, poiché la battaglia sugli emendamenti s’è trascinata fino a tarda ora. Quando Fausto Bertinotti ha sospeso la seduta (ma lui avrebbe voluto proseguire a oltranza) ne restavano ancora una decina da esaminare. Cosicché il voto finale è rimandato a oggi. Se non vi saranno sorprese, la legge verrà licenziata. E da domani toccherà al Senato dove il varo definitivo potrebbe avvenire a tempo di record. Non perché Antonio Di Pietro ha alzato bandiera bianca, ma in quanto agosto incombe e i senatori puntano risolutamente alle vacanze (si parla addirittura di sabato). Strada facendo, il testo è stato cambiato in un paio di punti. Ora è un po’ più severo: esclude lo sconto dei tre anni per i reati di usura, come aveva sollecitato Luciano Violante nell’intervista di ieri alla Stampa. Idem per le pene accessorie temporanee, su iniziativa di un vasto fronte che escludeva solo Forza Italia e Rosa nel pugno: non beneficeranno della nuova legge. Di Pietro se n’è rallegrato, considerandoli entrambi suoi successi. Ma ha subito precisato che ‘non basta’, l’indulto rimane pur sempre ‘un colpo di spugna, un brutto esempio offerto dall’Unione’, dal momento che non considera i reati finanziari e nemmeno il voto di scambio. Questi pesanti giudizi, uniti alle polemiche dei giorni scorsi, hanno fatto saltare i nervi a Clemente Mastella. Il titolare della Giustizia – scrive LA STAMPA – si è sentito nel mirino per avere avviato la pratica-indulto, poco difeso dagli altri ministri, abbandonato al suo destino da Romano Prodi. Dunque il Guardasigilli minaccia a sua volta le dimissioni se il premier non gli restituirà, per così dire, l’onore politico. Il ‘caso Mastella’ non va preso sottogamba. Nessuno crede, è vero, che per la ‘grande amarezza provata’ il leader Udeur arriverà a lasciare il governo. Lui stesso, in una lettera a Prodi resa di pubblico dominio, si guarda bene dal dire che se ne andrà, lasciando semmai al premier la responsabilità di mantenerlo o meno al suo posto. E’ certo che Prodi non ne farà nulla, così come non aveva dato peso all’auto-sospensione di Di Pietro, giudicata ‘costituzionalmente irrilevante’ anche dal Quirinale in assenza di dimissioni con tutti i crismi. Ma questo continuo fibrillare, una volta Di Pietro una volta Mastella, unito alle troppe crisi di coscienza dei parlamentari su politica estera e non solo, suona come campanello d’allarme per la leadership del Professore”.

“Fin dall’inizio Prodi s’era sforzato di tenere il suo governo al riparo dai contraccolpi dell’indulto. Ancora ieri ha ripetuto che ‘è un fatto parlamentare’, l’esecutivo che c’entra? Però la lite fra i due ministri ha reso vani i suoi sforzi. E l’offensiva dipietrista, con un terzo sit-in annunciato per stamane davanti a Montecitorio, ha moltiplicato il senso di frustrazione dei deputati ulivisti, inchiodati all’intesa con Forza Italia su una legge che Prodi non riconosce come sua, un po’ figlia di nessuno. Cosicché alla fine lo stesso Prodi è dovuto correre ai ripari. Da una parte convocando Di Pietro a Palazzo Chigi per tirargli le orecchie e invitarlo a moderare i toni; dall’altro assicurando al Tg1 di non voler cambiare ‘né direzione né squadra di governo’. Auspicando su La7 il varo dell’indulto ‘poiché la situazione ci obbliga a farlo’; però senza sbattere la porta in faccia alla dissidenza, confessando anzi che lui stesso avrebbe ‘preferito un altro tipo di provvedimento senza i reati di corruzione’. Un complicato esercizio di equilibrio. L’opposizione gode visibilmente dello spettacolo. Col portavoce del Cavaliere, Paolo Bonaiuti, ironizza sui ministri che, ‘come il coro dell’Aida, promettono di dimettersi ma non lasciano mai la scena’. E con Fabrizio Cicchitto calca la mano su Prodi ‘costretto a correre da un telegiornale all’altro’ per tamponare le falle. Tuttavia il centro-destra alimenta a sua volta il teatrino, spaccandosi come una mela sull’indulto (favorevoli Forza Italia e Udc, contrarie An e Lega, che uscirà addirittura dall’aula), lavando in pubblico i suoi panni. Poco carino il gesto della mano con cui Pier Ferdinando Casini s’è levato di torno l’azzurro Pecorella, che si era avvicinato per invitarlo a non votare l’’emendamento Mantini’ sulle pene accessorie temporanee. Forza Italia ha fatto buon viso a cattiva sorte: nonostante la battuta d’arresto, ‘per senso di responsabilità’ voterà lo stesso il testo finale”. (red)
 
9. Orenove/9. Autospensione, Napolitano vs Pietro
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Roma - “C´è un neo, anche un po´ grosso, nella giornata marciante di Antonio Di Pietro. Un neo istituzionale. Che arriva a metà pomeriggio addirittura dal Quirinale. Alla Camera e nei palazzi della politica il caso Di Pietro, la sua autosospensione da ministro delle infrastrutture per gestire a tempo pieno la sua battaglia contro l´indulto in versione ‘libera corrotti e corruttori’ dà ampio spazio alla Cdl per attaccare il governo e metterne in dubbio la compattezza. Ma dal Colle e da un Giorgio Napolitano sempre attento alla forma istituzionale, arriva una doccia d´acqua fredda. Niente virgolette, per carità, ma il giudizio pesa. Il Quirinale – scrive LA REPUBBLICA – ragiona intorno alla formula usata da Di Pietro. L´autosospensione. Dal punto di vista formale, fa sapere l´entourage di Napolitano, la dichiarazione di autosospensione è del tutto irrilevante in quanto non esiste come istituto. Non è affermazione di poco conto se a farla è il presidente della Repubblica. Ma c´è anche dell´altro, perché il ragionamento prosegue sul filo della Costituzione e della prassi. Fino a quando uno è ministro a tutti gli effetti e quando non lo è più? Dall´attimo del giuramento nelle mani del Capo dello stato qualsiasi ministro rimane nella pienezza delle sue responsabilità fino a che non si dimette. Il Quirinale si ferma qui, ma la sostanza è chiara. Il Di Pietro autosospeso, il Di Pietro congelato è una figura che non esiste, che è fuori dalle regole. Tant´è che la destra lo attacca impietosamente. Come ha fatto alla Camera il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi, che ha cercato di coinvolgere nella polemica e nel giudizio anche il presidente Bertinotti, il quale si è elegantemente sfilato con un ‘non ho alcun titolo per valutare il suo comportamento’. Ma Bondi è durissimo quando pone una questione formale: ‘È dignitoso per il governo e per il Parlamento che Di Pietro faccia la spola tra i banchi del governo e quelli dei suoi deputati per alimentare l´opposizione contro il governo di cui fa parte?’. Il capogruppo di An Ignazio La Russa – continua LA REPUBBLICA – segue a ruota: ‘Di Pietro sta facendo opposizione al governo e a un provvedimento sostenuto dalla maggioranza’. Il giorno prima fulmini dall´ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini (Udc): ‘La Costituzione non prevede né il congelamento né l´autosospensione. Il premier deve chiarire il caso Di Pietro perché qui si aggiunge stranezza a stranezza’. Tranchant il capogruppo della Lega al Senato Roberto Castelli: ‘Di Pietro? È il transgender delle istituzioni. A seconda degli stati d´animo ora è un arruffa popoli nelle piazze, ora ministro. Sarà contento Prodi, questo governo è sempre più sexy’”. (red)
 
10. Orenove/10. Prodi: Maggioranza e squadra non cambiano
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Roma - “Quando Romano Prodi nel primo pomeriggio si offre al question time alla Camera, appuntamento al quale Berlusconi per cinque anni non si era mai presentato, e poi risponde in forma dubitativa, con un laconico ‘vediamo’ ai giornalisti che gli chiedono se metterà o mano la fiducia sul voto alla missione in Afghanistan, per un momento Palazzo Madama entra in fibrillazione. Ma come, non erano già tutto deciso, non era ormai certo che per far rientrare il dissenso dei Nove della sinistra radicale Vannino Chiti avrebbe chiesto la fiducia sull’articolo 2, che proprio dell’Afghanistan tratta, e sul voto finale a tutto il decreto che stabilisce pure il rientro dei nostri soldati dall’Iraq in autunno e la riconferma delle altre missioni italiane nel mondo? Prodi, per giunta, aveva anche detto in Aula di considerare ‘il mandato ricevuto con il voto di aprile come la scelta precisa di un programma e di uno schieramento di forze politiche’, valutando lo scarto numerico minimo che c’è al Senato con l’opposizione ‘un fenomeno sempre più comune in tutte le democrazie contemporanee’. In conclusione, non c’è alternativa a ‘questa maggioranza di governo’. Allargarla – si legge su LA STAMPA – potrebbe essere all’ordine del giorno ‘solo se fossimo bloccati sul programma di governo, ma noi stiamo andando avanti...’. Dunque nessuna geometria variabile alle viste, cosa che sin qui preoccupava le sinistre dell’Unione. Di più: in serata, al Tg1 Prodi fa sapere che non solo ‘non cambia la maggioranza’, ma ‘non cambia nemmeno la squadra’, in evidente relazione a tre ministri, Di Pietro, Mastella e Mussi, che ieri erano sugli spalti. Prodi si pronunciava alla Camera sulla sua maggioranza, incalzato dai dubbi del socialista Villetti, proprio mentre Lamberto Dini lasciava la Commissione difesa del Senato, di cui è presidente, riferendo che il testo del decreto sulle missioni italiane in quella sede era stato votato all’unanimità. E anzi ‘molti esponenti dell’opposizione vorrebbero votarla anche in Aula’. Del resto, aggiungeva Dini, ‘ricordo che anche sul Kosovo ci furono dissidenti, e la missione passò col forte sostegno dell’opposizione, senza che per questo nessuno pensasse a successivi cambi di maggioranza politica...’. Ma qui, l’opposizione ha fatto sapere in Commissione che non appoggerà il decreto, se il governo pone contestualmente la fiducia. Così il telefonino del ministro per i Rapporti col Parlamento Vannino Chiti s’è fatto subito rovente: c’è una retromarcia, la fiducia non si pone più? Niente di tutto questo. Quel ‘vediamo’ di Prodi era rispettoso del ruolo del ministro, che dovrà materialmente annunciare all’emiciclo la fiducia a nome del governo”.

“L’accordo con i Nove (Malabarba, Grassi e Turigliatto di Rifondazione, Bulgarelli, De Petris e Silvestri dei Verdi, Rossi del Pdci e Villone della ‘Sinistra 2000’ dei diesse), tanto faticosamente trovato solo ventiquattr’ore prima, ha come pietra angolare proprio il voto di fiducia. E anzi ieri i Nove hanno presentato in Commissione, e anche a Chiti, ben otto ordini del giorno che sono parsi ‘moderati’ perfino a Dini: ricalcano perfettamente la mozione di Marina Sereni alla Camera. Anche se, nota Dini, ‘non si comprende bene la richiesta di superamento della missione ‘Enduring Freedom’ in Afghanistan: noi vi partecipiamo solo con due navi che incrociano in Medio Oriente’. Massimo D’Alema, alla Camera, era stato ben più tranchant: ‘Ma noi in Afghanistan dobbiamo prendere il comando di ‘Enhance Behaviour’, come possiamo uscire da ‘Enduring Freedom’ se neanche vi partecipiamo...’. Una piccola trattativa poi si è aperta su uno solo di quegli ordini del giorno, quello che ‘impegna il governo a prevedere un organismo di monitoraggio sul transito di materiale bellico sul territorio nazionale’. Le sinistre – continua LA STAMPA – temono che a Camp Derby vengano stoccate bombe destinate all’aviazione militare israeliana, preoccupazione contenuta pure nella mozione della Camera. Ma gli ordini del giorno di maggioranza, in genere, vengono recepiti dal governo: per farlo anche su quest’ultimo, Chiti e Sereni hanno chiesto alcuni ‘aggiustamenti lessicali’, e l’ostacolo è stato presto superato. Poi, in serata, Prodi ha rilasciato ai telegiornali alcune interviste di valutazione del vertice di Roma sulla guerra in Libano, ed ha colto l’occasione per far sapere di considerare la fiducia sul voto alla missione militare in Afghanistan, che è stato per giorni e giorni un vero tormentone, quasi fisiologica: ‘Su un tema come questo è una cosa abbastanza naturale, proprio per la caratteristica e la delicatezza di questo tipo di voto... Del resto anche il governo precedente, che aveva una maggioranza bulgara, come si suol dire, la fiducia l’ha messa tantissime volte...’. A quell’ora, s’era risolto in una riunione dei capigruppo anche l’ultimo dilemma: se si pongono due fiducie, si devono fare per forza due dibattiti? Assolutamente sì, hanno risposto quelli della Cdl. E così stamattina a Palazzo Madama comincerà il dibattito” generale, e si arriverà al voto conclusivo solo venerdì in fine mattinata. Incrociando l’indulto. Che, se fosse licenziato alla Camera domani, dovrebbe arrivare in Senato appunto proprio quel giorno”. (red)
 
11. Orenove/11. Partito democratico, Marini: meglio federati
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Roma - “Si sono incontrati ieri sera, da ‘Costanza’, un ristorante dietro Campo dei Fiori in 77: tutti i parlamentari e i ministri ex dc della Margherita. Anfitrioni della serata: il capogruppo dell’Ulivo Dario Franceschini, il ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni e il presidente del Senato Franco Marini, il quale, nonostante a Palazzo Madama vi fossero delle votazioni importanti, ha trovato il modo per fare un salto e chiacchierare con i ‘vecchi amici’. Nemmeno un rutelliano in quel consesso. Tanto che Renzo Lusetti, ex democristiano anche lui, ma fedelissimo del leader dei Dl, la mattina dopo ha confessato a un collega di partito che gli chiedeva come mai non fosse presente: ‘Non mi hanno invitato’. Rosy Bindi, invece, aveva ricevuto la convocazione, ma ha preferito soprassedere. Ufficialmente – si legge sul CORRIERE DELLA SERA – l’incontro conviviale è stato organizzato per festeggiare la nomina a ministro di Fioroni. Ma la cena è stata l’occasione per dirsi che dovunque andranno i Dl, quale che sarà il loro futuro, l’area del fu scudocrociato dovrà restare unita e far valere la propria cultura e le proprie tradizioni, in un modo o nell’altro. ‘Oggi - ha spiegato il titolare del dicastero dell’Istruzione - siamo insieme qui, domani staremo insieme chissà dove’. L’onore di tenere i discorsetti ufficiali, oltre che al festeggiato, è toccato a Franceschini e, naturalmente, a Marini, che è legato a Fioroni da un legame strettissimo. Nel caldo del ristorante, mentre molti si toglievano la giacca e quasi tutti sudavano, il presidente del Senato ha brindato, salutato e ha lanciato il suo messaggio: ‘Io - ha affermato Marini - vorrei essere sempre qui con voi, però il mio nuovo incarico assorbe molto tempo e, perciò, questo non è possibile. Ma questo è ormai il momento dei giovani: Dario è qui ed è come se ci fossi io’. Un riconoscimento nei confronti di Franceschini che, del resto, il presidente del Senato aveva candidato a segretario del Ppi in quel congresso di Rimini che poi elesse a leader dei popolari Pierluigi Castagnetti. Il quale Castagnetti ha fatto solo un salto, perché poi aveva un’altra cena con Savino Pezzotta e Alberto Monticone per organizzare un seminario a fine settembre a Lavarone (sede storica dei convegni della sinistra Dc). C’erano anche il sottosegretario Sergio D’Antoni e il coordinatore dell’esecutivo della Margherita Antonello Soro. Insomma, è stata la prima riunione conviviale dei parlamentari ‘mariniani’ e ‘franceschiniani’. Il capogruppo dell’Ulivo, dopo aver celiato un po’ sul nome con cui battezzare gli esponenti della corrente del ministro festeggiato (‘fioroniani o fioronei’?) ha lanciato un appello: ‘Dobbiamo lavorare - ha detto - perché la Margherita affronti tutta insieme la sfida difficile che abbiamo davanti’. E la sfida, si sa, è quella del partito democratico. Di cui si è parlato ai tavoli, mentre i camerieri del ristorante si affaccendavano lì intorno. E c’è chi giura di aver sentito Marini esprimere la sua personale propensione per una forma federativa, sul modello sindacale. All’adunata – continua il CORRIERE – mancava Ciriaco De Mita che, però, ha telefonato: ‘Io ormai sono in ferie - ha spiegato - ma consideratemi lì con voi’. E si è fatto sentire anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta: ‘Io non posso venire - è stato il suo messaggio - ma è come se fossi con voi’. L’unico prodiano presente era Pierluigi Mantini. Per il resto, nel ristorante sovraffollato e surriscaldato, si respirava l’aria di quelle riunioni Dc dove, tra una portata e l’altra, si decideva del futuro del partito”. (red)
 
12. Orenove/12. Il Cavaliere al Senatur: “Smorzate i toni”
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Roma - “Continua la navigazione in mare aperto della Lega. La bussola da seguire per raggiungere Venezia a metà settembre segna sempre e comunque gli interessi del Nord, ma come raggiungere la meta è ancora da decidere. L’altra sera ad Arcore è ricominciato il rito delle cene tra Bossi e Berlusconi. Così come ai tempi del governo, gli incontri serali tra il Cavaliere e il Senatur servono a rinsaldare il rapporto tra Forza Italia e la Lega. Un primo obiettivo è stato subito raggiunto: Berlusconi – scrive LA STAMPA – ha ottenuto che il movimento padano non calcasse troppo la mano contro l’indulto, un provvedimento che in un altro periodo, con un’altra Lega, avrebbe scatenato le ire del popolo lumbard e gli strali del giornale di partito. E invece nulla di tutto questo. I parlamentari leghisti si limiteranno a uscire dall’aula al momento del voto. Eppure fu proprio l’allora ministro della giustizia Castelli a spiegare solo pochi anni fa che l’indulto ‘non solo contraddice il principio della certezza della pena, ma non serve a nulla’ visto che è ‘inutile’ e ‘censurabile’; che ‘riduce la sicurezza dei cittadini’ e comporta ‘l’aumento dei delitti’. Anche il combattivo giornale di partito, La Padania, si è arreso. L’accordo dei vertici del partito con il Cavaliere ha portato al profilo basso anche nelle pagine del quotidiano. Il direttore Gianluigi Paragone sostiene che insistere sull’indulto era giornalisticamente inutile: ‘Ormai la gente non si fida più della giustizia, ha paura. Fare battaglie per la legalità è come combattere contro i mulini a vento. C’è rimasto solo Travaglio’. Si riparte da Berlusconi, quindi. ‘Siamo consapevoli che un ciclo è finito e il segretario sta ridisegnando obiettivi e strategie che presenterà il 17 settembre prossimo all'appuntamento di Venezia - dice il presidente della Lega Angelo Alessandri -. Non possiamo prescindere da Berlusconi perché lui è l’unico che può tenere insieme il centrodestra’. Anche se l’alleanza con la Casa della libertà rischia di diventare una camicia di forza per la base. Per bloccare i malumori interni e le bizze dei ribelli è necessario recuperare le parole d’ordine di un tempo: ‘Autonomia’, ‘Padania libera’, ‘Secessione’. Le parole che portarono la Lega al record storico del 10 per cento del 1996, quando si presentò fuori dai poli. Si pensa – continua LA STAMPA – di riorganizzare il movimento anche con un’ala dura capace di interloquire con l’elettorato deluso che vorrebbe tornare a una ‘Lega di lotta’. ‘La Lega di lotta la voglio anch’io. Se ascoltassimo il cuore andremmo sempre da soli - ammette il presidente Alessandri -, ma dobbiamo vedere cosa è concretamente raggiungibile’. A destra, da soli, ma anche a sinistra: ‘Siamo attenti a ciò che fa l’Ulivo. Crediamo ci sia una sinistra con cui potremmo dialogare, da Bersani a D’Alema. Ma sono loro che non possono dialogare con noi’. In attesa del ‘nuovo ciclo’ che Bossi indicherà a settembre, la Lega prova ogni tanto a smarcarsi. Lo ha fatto ieri in piena battaglia sull’indulto quando ha votato con l’Udc e contro il volere di Forza Italia l’emendamento dell’Ulivo che esclude dai benefici le pene accessorie temporanee”. (red)
 
13. Orenove/13. Prove di dialogo, Rutelli invita il Cav. a Caorle
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Roma - “Berlusconi ci sta riflettendo, ‘sono davvero tentato dalla proposta di Rutelli’. Ma al momento non ha ancora deciso se aderire all’invito che gli ha fatto pervenire il vice premier. Certo, se dicesse sì, se partecipasse alla festa della Margherita, sarebbe un autentico evento politico e mediatico, che il leader dei Dl sta gestendo in prima persona. Raccontano che Berlusconi sia rimasto sorpreso quando, giorni fa, ha ricevuto da Rutelli l’offerta di un faccia a faccia pubblico a Caorle, scelta quest’anno come sede della kermesse dei Dl. Il ministro della Cultura – scrive il CORRIERE DELLA SERA – gli ha lasciato ampia possibilità di scegliere la data, tra il 4 e il 9 settembre e attende risposta. Già il solo invito al dibattito apre un dibattito sull’invito, perchè un confronto in piazza tra uno dei massimi esponenti del governo e il capo dell’opposizione può essere interpretato come un tentativo di verificare se il dialogo potrà riprodursi in Parlamento. Non si tratta certo di un inciucio, visto che il confronto - semmai avverrà - sarà pubblico. È vero che il presidente dei Dl in più di un’occasione ha tessuto le lodi del Cavaliere, ‘perchè da premier è stato un disastro ma come leader di partito è stato geniale, basta vedere il modo in cui ha portato Forza Italia nel Ppe’. Tuttavia per Rutelli rimane ‘un avversario’ e la Margherita ‘è una forza alternativa al berlusconismo’. Il fatto è che nel centrosinistra è iniziata la gara ad aprire una breccia nei muri issati dalle due coalizioni dopo il voto. Marini ci sta provando dal suo scranno di presidente del Senato, perchè ritiene che ‘prima o poi’ Berlusconi farà un mossa distensiva. Il gioco d’altronde passa da lì, dal capo del maggior partito italiano e ci sarà un motivo se il ministro Fioroni - tra il serio e il faceto - sostiene che ‘Berlusconi è ormai un uomo consegnato alla storia e andrebbe candidato a segretario generale delle Nazioni Unite’. La battuta cela il desiderio di mettere infine una parentesi al ciclo politico, di cui l’ex premier è stato protagonista, per aprirne un altro. Al momento però Berlusconi rimane il perno del Polo e, dunque, rimane al centro del confronto tra maggioranza e opposizione. Solo che non ha ancora deciso come muoversi. E la sua incertezza non si limita al dibattito propostogli da Rutelli, ma alla strategia da adottare. ‘È la situazione che è molto confusa’ spiega: ‘Di là Prodi non sa che fare. Ha una maggioranza numerica, ma è senza baricentro politico. E anche da noi la situazione deve chiarirsi. Bisogna capire, per esempio, cosa vorrà fare da grande Casini’. È chiaro insomma che le gravi difficoltà dell’Unione - evidenziate ieri da Prodi addirittura in Parlamento - incrociano la crisi del centrodestra. ‘Altrimenti - come dice il Guardasigilli Mastella - la maggioranza non ci sarebbe già più, se dall’altra parte ci fosse davvero un’opposizione’”.

“Nell’opposizione invece si lavora a disegni diversi. Quello di Casini, per esempio, punta alla costruzione di un nuovo partito di centro ‘alternativo alla sinistra’. Ma il leader dell’Udc segue con attenzione quanto accade nell’Unione e, in prospettiva, ritiene che ‘si arriverà a un governo di larghe intese che riformerà la legge elettorale, ritoccherà la Costituzione e ci porterà alle urne’. Quando i dirigenti del partito gli hanno chiesto su cosa poggi il suo ragionamento, Casini non ha offerto prove, ma un indizio: ‘Guardate cosa sta accadendo in commissione Affari costituzionali alla Camera. Vi siete accorti che Violante ha rallentato il dibattito sulle riforme? Ha deciso perfino di avviare una serie di audizioni. L’ha fatto per evitare che, accelerando il passo, si bruci tutto. Oggi non ci sono le condizioni, ma in futuro... Eh, Luciano è un politico abile’. E, se davvero si arrivasse alla Grande coalizione, allora sì che il dialogo sottotraccia con Rutelli verrebbe alla luce. ‘Per ora no’ ha spiegato Casini ai suoi: ‘Voglio evitare che si addensino falsi sospetti. Tantomeno voglio ficcare il naso nei problemi che Rutelli ha nel centrosinistra, figurarsi’. Così, divisi sulla linea e sulla leadership, Berlusconi e Casini attendono di vedere quale sarà il destino dell’Unione. Nei Ds, sul futuro, ci sono versioni manco a dirlo contrapposte. Il ministro dello Sport Melandri – continua il CORRIERE – ritiene che ‘il governo supererà lo scoglio della Finanziaria e, a quel punto, il Polo imploderà’. Il ministro per la Ricerca Mussi vede invece nel Partito democratico ‘il fattore d’instabilità dell’alleanza’. Quanto al Professore - fallito il tentativo di allargare la maggioranza a Follini - si appresta a praticare la politica dei mille forni nel centrosinistra: ‘La coalizione è questa e non si deve snaturare. Se poi qualcuno vorrà venire è un altro conto. Per il resto, provvedimento per provvedimento cercherò di volta in volta di accontentare i piccoli partiti’. C’è già la ressa”. (red)
 
14. Orenove/14. Farmacisti: da domani sciopero a oltranza
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Roma - Da domani serrande abbassate fino alla conversione in legge. I farmacisti alzano il tiro contro il decreto sulle liberalizzazioni. Scrive IL GIORNALE: “I farmacisti non arretrano dinanzi al decreto Bersani. E da domani sarà sciopero a oltranza delle farmacie che resteranno chiuse fino alla conversione in legge del decreto. La decisione è stata presa ieri dall'assemblea di Federfarma che potrebbe preludere a una chiusura di cinque giorni (tranne per le farmacie di turno) considerato che in caso il governo ponesse la questione di fiducia alla Camera il voto potrebbe slittare a martedì. La risoluzione è giunta al termine della seconda giornata di sciopero proclamata dall'associazione di categoria (le adesioni sono state stimate al 95 per cento) e culminata con il sit-in di protesta di 4.500 farmacisti riuniti ieri mattina a Piazza Barberini a Roma. L'obiettivo è sempre lo stesso: convincere il ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, alla retromarcia sul provvedimento che consente ai supermercati di vendere i farmaci da banco. Nella folla di camici bianchi era presente anche il deputato di An, Gianni Alemanno. ‘Se il governo non modificherà il decreto Bersani tra Camera e Senato, saremo costretti a creare un comitato per promuovere un referendum abrogativo’, ha detto. Il segretario nazionale di Federfarma, Franco Caprino, ha ribadito la necessità che ‘il ministro della Salute, Livia Turco, si riappropri di tutto ciò che è di sua stretta competenza’. Alleanza nazionale si è inoltre prodigata per organizzare un nuovo vertice tra i farmacisti e Bersani. Ma l'incontro non ha avuto esito positivo e il ministro Bersani in una nota ha confermato l'intenzione di non procedere a modifiche del decreto, ma a monitorarne l'applicazione per evitare ‘fenomeni di concentrazione’. L'assemblea di Federfarma si è così trasformata in una bolgia. ‘Non ci sono margini di manovra’, ha spiegato il presidente dell'associazione Giorgio Siri. L'esasperazione di molti delegati è stata comunque convogliata in una risoluzione unitaria che, oltre allo sciopero a oltranza, prevede la partecipazione alla manifestazione dei professionisti di domani e un'eventuale raccolta di firme con gli altri ordini per un referendum abrogativo. I farmacisti non sono stati gli unici a scendere in piazza ieri. Anche i panificatori hanno organizzato un corteo, sempre a Roma, partendo da Piazza Venezia e raccogliendosi dinanzi a Montecitorio. ‘Il nostro pane puoi mangiarlo sicuro, quello di Bersani manco ai cani', hanno urlato i panettieri contrari alla liberalizzazione che, secondo loro, consentirebbe alla grande distribuzione di commercializzare pane scongelato senza tutelare adeguatamente la produzione artigianale. Il presidente dei deputati di An, Ignazio La Russa, ne ha approfittato per portare in Aula il pane distribuito gratuitamente dai manifestanti. ‘I panificatori mi hanno pregato di distribuire qui il frutto del loro santo lavoro’, ha detto il parlamentare. In stato di agitazione anche gli avvocati che contestano alcune previsioni del decreto tra le quali l'abolizione delle tariffe minime e dei divieti di pubblicità e del patto di quota lite (la corresponsione al patrocinante di parte dei risarcimenti in caso di vittoria, ndr). Secondo le organizzazioni di categoria, questi provvedimenti minerebbero l'indipendenza dei professionisti. La Commissione di garanzia sugli scioperi, presieduta da Antonio Martone, ha tuttavia aperto un procedimento contro l'Organismo unitario dell'avvocatura e contro i farmacisti di Federfarma per l'astensione dalle udienze e per la serrata delle farmacie. Ma neanche un'eventuale sanzione potrebbe fermare la manifestazione degli ordini in calendario domani. La palla passa ora alla Camera. La maggioranza intende blindare il decreto a Montecitorio per evitare una terza lettura al Senato che ne metterebbe a rischio la conversione a causa della chiusura estiva delle Camere”. (red)
 
15. Orenove/15. Nomine Fs, l'alt di Rutelli a Fabiani
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Roma - “Il rinnovo dei vertici delle Ferrovie, problema che dovrebbe essere risolto domani, si fa di nuovo complicato. Il nodo è la presidenza della holding, alla quale fino a martedì sembrava destinato Fabiano Fabiani, il quale però considera ora l’ipotesi definitivamente tramontata. L’ex numero uno di Finmeccanica, amico di lunga data di Romano Prodi, aveva chiesto al governo chiarimenti sulla composizione del consiglio delle Fs, ma anche sul metodo da seguire nella nomina degli amministratori delle società operative, che compete proprio alla holding. Aspetto particolarmente delicato anche perché è in ballo la poltrona del capo di Trenitalia, Roberto Testore, (nominato dal governo Berlusconi ma che avrebbe qualche sostegno anche all’interno dell’attuale maggioranza, nella Margherita) e anche quella del suo collega di Rfi: Mauro Moretti è infatti destinato alla holding in sostituzione di Elio Catania. Le risposte non sono però mai arrivate. In compenso – scrive il CORRIERE DELLA SERA – gli è stata informalmente recapitata la sfiducia del vicepremier Francesco Rutelli. Venerdì il leader della Margherita aveva partecipato a un vertice a palazzo Chigi, formulando osservazioni sulla necessità di stabilire gli indirizzi strategici per le Fs prima di decidere i nomi. Che comunque erano già definiti: accanto a Moretti, la presidenza (in una rosa di candidati che comprendeva fra l’altro anche Pellegrino Capaldo) era stata infatti proposta a Fabiani. Nel vertice si sarebbe convenuto di chiudere il pacchetto delle nomine entro martedì 25. Ma invece del via libera è arrivato lo stop di Rutelli. In ambienti rutelliani si sottolinea la necessità di avere ai vertici delle Fs un contrappeso ‘politico’ a Moretti, considerato più vicino ai Ds. Ruolo per il quale, almeno a giudicare da quello che è successo, Fabiani non è considerato adatto. E ora la partita si riapre”. (red)
 
16. Orenove/16. Tronchetti Provera, attacco frontale a De Benedetti
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Roma - “Un videomessaggio a tutti i dipendenti per difendere la ‘sua’ Telecom e attaccare frontalmente, senza però mai nominarlo, Carlo De Benedetti e il gruppo Espresso. Marco Tronchetti Provera sceglie una strada diretta per tentare di diradare le nubi che - dalle indagini della magistratura sulle intercettazioni illegali all’utilizzo dei dati di clienti, fino all’andamento assai depresso del titolo in Borsa - si addensano attorno al gruppo di telecomunicazioni. Eccolo dunque spiegare che la Telecom è ‘un’azienda sana, fatta di gente perbene, sottoposta oggi a turbolenze mediatiche’ e ‘attacchi esterni portati avanti da editori senza scrupoli’. Certo, la magistratura sta indagando, ma ‘anche se ci sono evidentemente molte cose che vanno messe a posto, la nostra, la vostra azienda non ha nulla di diverso da tutte le aziende del mondo’. E anche se ci sono stati ‘corpi esterni che hanno utilizzato l’azienda per fini di natura non chiara’, questi ‘saranno perseguiti dalla magistratura con il nostro contributo’. Ma è l’attacco a De Benedetti e al gruppo editoriale L’Espresso che l’imprenditore guida - da due mesi direttamente in veste di presidente - che rappresenta l’affondo più clamoroso di Tronchetti. Nel suo messaggio – scrive LA STAMPA – parla della morte di Adamo Bove, ‘un evento luttuoso per l’azienda’, e lo inquadra ‘in una situazione che ci vede al centro, da parecchi mesi, di attacchi esterni che venivano portati avanti da editori senza scrupoli, da parte della stampa che deforma quella che è la realtà’. E ancora, della situazione difficile che si è creata, ‘i concorrenti hanno cercato di approfittarne e qualche gruppo editoriale, uno in particolare lo abbiamo denunciato, ha cercato di utilizzare tutto questo per indebolire l’azienda’. Mancano nome e indirizzo, insomma, ma il destinatario è chiarissimo. Il presidente della Telecom ce l’ha proprio con De Benedetti e con due testate del suo gruppo - La Repubblica e l’Espresso - cui imputa appunto il tentativo di indebolire il gruppo attraverso i loro articoli. Del resto già due mesi fa - era esattamente il 26 maggio - Tronchetti aveva scritto una lettera ai dipendenti denunciando ‘l’accanimento di un gruppo editoriale’ nei confronti di Telecom. Poi sono arrivate una denuncia presentata da Telecom alla procura della Repubblica di Milano per la fuga di notizie dimostrata dalla pubblicazione su alcuni giornali di stralci estrapolati da documenti interni e una citazione per danni contro il gruppo Espresso presentata al Tribunale di Roma. Ieri, di fronte all’attacco, De Benedetti preferiva non replicare. Ma oggi nelle pagine interne di Repubblica apparirà un breve corsivo non firmato, e attribuibile quindi al direttore Ezio Mauro, nel quale si sostiene che il giornale svolge semplicemente il suo ruolo informativo seguendo le inchieste in corso. Tra l’Ingegnere e il Dottore o l’Industriale - come s’intitola una sua recente agio-biografia di Tronchetti - non corre del resto buon sangue. L’ultimo, sottile, filo tra i due è stato reciso il 5 maggio scorso quando in un comunicato ‘Pirelli & C. informa che l’Ing. Carlo De Benedetti, amministratore indipendente della società, ha comunicato le proprie dimissioni dalla carica’ proprio perché ha deciso di assumere la presidenza dell’Espresso. Ma già prima di quella data c’è una serie di episodi che rendono più difficile il rapporto: circa cinque anni fa, ad esempio - epoca dell’acquisto della quota di controllo Telecom da parte di Pirelli - De Benedetti, in qualità di consigliere della società, scrive una lettera assai critica al presidente per protestare contro alcune garanzie concesse ai Benetton per l’operazione Olimpia, pur votando poi a favore dell’operazione”.

“E a rasserenare i rapporti tra i due – continua LA STAMPA – non contribuisce certo nel settembre scorso, dopo la fusione tra Telecom e Tim, l’uscita di Marco De Benedetti - figlio dell’Ingegnere - allontanato dal vertice del gruppo, per lasciar spazio all’attuale amministratore delegato Riccardo Ruggiero. Ricondurre però tutto a uno scontro di personalità, per quanto spigolose, è certamente riduttivo. Dietro la mossa di Tronchetti Provera - ‘ma non è un’aggressione - spiega una fonte vicina al presidente della Telecom - sono piuttosto loro che ci aggrediscono da mesi’ - è facile intuire anche la preoccupazione di un azionista di riferimento che vede ormai i titoli Telecom viaggiare alla metà del valore al quale li ha in carico e considera dunque la società più facilmente scalabile. Le voci che circolano da mesi vogliono proprio De Benedetti tra i candidati a prendere le due reti tv - La7 e il 51 per cento di Mtv - che stanno sotto l’ombrello di Telecom Italia Media. Così non è forse un caso che proprio ieri uno dei massimi dirigenti di Telecom, Riccardo Perissich, abbia ripetuto che Telecom Italia Media non è in vendita. E a conti fatti, nel teso confronto a distanza tra Tronchetti e De Benedetti c’è un altro convitato - ingombrante come può esserlo solo Silvio Berlusconi - che appare e scompare a intermittenza. I rumors su un interesse del Cavaliere per il settore delle telecomunicazioni che - Rupert Murdoch docet - s’avvita ogni giorno di più con la tv, sono stati merce corrente per mesi e mesi e ancora all’ultima assemblea di bilancio, in aprile, Tronchetti si è dovuto incaricare di smentirli categoricamente. E chi, se non Berlusconi, è stato la scorsa estate per qualche settimana il socio virtuale della Managament & Capitali messa in cantiere dall’infaticabile De Benedetti per rilevare aziende in crisi? Timore di qualche aggressione finanziaria, dunque, da parte del presidente della Telecom. Oppure - interpretazione maliziosa che gira in Piazza Affari e dintorni - difesa preventiva, tesa ad attribuire la responsabilità a De Benedetti, in vista di nuove situazioni finanziariamente difficili che Tronchetti potrebbe trovarsi costretto ad affrontare, come ad esempio una svalutazione della quota in Telecom. Solo il tempo - e le quotazioni - diranno chi ha ragione tra l’Ingegnere e l’Industriale”.

Immediata su LA REPUBBLICA la replica alle accuse di Tronchetti Provera: “Il dottor Tronchetti Provera (al centro di uno scandalo che non ha precedenti per il quadro illegale che rivela con le intercettazioni clandestine di Telecom, i legami delle ‘spie’ aziendali con i servizi segreti, e ora persino un suicidio su cui indaga la magistratura) insiste nel tentativo di dare la colpa dello scandalo ai giornali e, sembra di capire, a Repubblica in particolare. Telecom è sana, afferma Tronchetti (e noi non ne dubitiamo) anche se molte cose ‘vanno messe a posto’ dopo l´inchiesta giudiziaria sulle intercettazioni illegali, e non giudichiamo nemmeno questo. Ma l´azienda è dentro una ‘turbolenza mediatica’, con la stampa che deforma la realtà, i concorrenti che cercano di approfittare della situazione e un gruppo editoriale che ‘vuole indebolire Telecom’. Almeno su questo punto, cogliendo la confusione e la preoccupazione di Tronchetti Provera, vorremmo se possibile rassicurarlo: Repubblica non punta affatto a indebolire Telecom, azione di cui non si capirebbe tra l´altro la logica, ma soltanto a pubblicare notizie di pubblico interesse. La responsabilità di quanto scriviamo è ovviamente della direzione e dei reporter del giornale: che cosa c´entra il gruppo editoriale? Le notizie da pubblicare vengono decise dalla redazione, e non si concordano preventivamente con gli editori: Tronchetti Provera, che è anche editore, dovrebbe saperlo. O dovrebbe sapere che così accade a Repubblica. C´è da dire, per spiegare l´attacco di ieri, che se Repubblica non avesse dato per prima - e sola - la notizia dello scandalo Telecom, il Paese non avrebbe saputo nulla delle intercettazioni illegali: almeno fino a quando la magistratura non è intervenuta, confermando la nostra inchiesta. Infine: poiché siamo convinti fino a prova contraria che il dottor Tronchetti Provera non c´entri proprio nulla con questa gravissima vicenda che coinvolge la sua azienda, pensiamo che dovrebbe essere uno dei soggetti più interessati alla massima trasparenza e alla massima pubblicità di questo scandalo, per fare pulizia. L´altro soggetto interessato è la pubblica opinione, a cui questo giornale e i suoi giornalisti continuano a rispondere”. (red)
 
17. Orenove/17. Intercettazioni, l'archivio segreto del Sismi
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Roma - “‘Cinque anni di lavoro oscuro’. È lo stesso Pio Pompa, il funzionario del Sismi sotto inchiesta a Milano per favoreggiamento, a definire così l’attività che ha svolto riservatamente ‘per il direttore, per il mio capo’, il generale Nicolò Pollari, ora indagato come mandante italiano del sequestro di Abu Omar. Un lavoro oscuro di ‘massiccia disinformazione’ e ‘reiterato inquinamento delle indagini giudiziarie’ che è documentato ‘con assoluta certezza’, secondo i pm, dall’archivio segreto scoperto dalla polizia nella sua casa-ufficio di via Nazionale 230, a pochi metri dalla questura di Roma. Proprio qui Pompa custodiva dossier contro il capo della polizia; schedature personali di molti magistrati milanesi; decine di fascicoli ‘riservatissimi’ su Abu Omar e sul Nigergate (lo scandalo delle false prove per la guerra in Iraq, che ha coinvolto anche ex appartenenti al Sismi); chili di ‘veline’ passate a giornalisti amici per magnificare la gestione Pollari; false contro-informazioni per screditare il lavoro dei cronisti bollati invece come ‘nemici’. Al telefono, intercettato per un mese tra maggio e giugno, Pompa parla anche di pressioni sui politici sempre per favorire Pollari, che dopo la caduta di Berlusconi è rimasto ‘scoperto a livello governativo’, tanto che Prodi progetta ‘un cambio ai vertici dei servizi’ anche se ‘Bianco e D’Alema parlano benissimo di noi’. Telefonate e dossier confermano poi che il Sismi, oltre a cercare di controllare la stampa e ostacolare la giustizia, spiava anche aziende italiane, riservando un’attenzione spasmodica al gruppo Pirelli-Telecom fin dal 2000. Tra i documenti depositati dalla Procura – si legge sul CORRIERE DELLA SERA – manca ancora tutto l’archivio informatico: nell’attico di via Nazionale c’erano otto computer in quattro stanze, che fanno pensare a una squadra di lavoro formata non solo da Pompa e dalla sua segretaria. I dossier riservati Il verbale della polizia elenca le intestazioni di centinaia di fascicoli cartacei. Pochissimi riguardano l’attività istituzionale del Sismi: ‘guerra in Iraq’, ‘ostaggi’, ‘riscatti’, ‘sceicco Al Kubaisi luglio 03’, ‘l’Iran dietro Al Sadr’, ‘Afghanistan’... Tra lettere anonime di dipendenti del Sismi e dettagliatissimi dossier sul caso Telekom Serbia (l’inchiesta torinese culminata nell’arresto di truffatori che calunniavano Prodi e Fassino), spunta uno stranissimo ‘schema elaborato al computer che riporta in alto a sinistra il nome ‘Giovanni De Gennaro’ e in basso a destra Ferdinando Mach di Palmstein’. Il capo della polizia viene indicato più volte da Pompa al telefono come ‘nemico’ di Pollari, mentre il riferimento a Mach di Palmstein (il faccendiere craxiano che fu inquisito per tangenti e assolto dall’accusa di traffico d’armi) fa pensare a manovre per screditarlo. Due dossier completi di ‘curriculum vitae’ riguardano i pm milanesi Stefano Dambruoso e Armando Spataro, di cui Pompa conserva anche i risultati dei pedinamenti: ‘Ore 19 incontra in questura Megale’, il funzionario della Digos che ha guidato le indagini su Cia e Sismi. Il Sismi ha catalogato anche atti ‘classificati’ e ‘riservatissimi’ su Abu Omar, tra cui ‘un documento di 12 pagine datato 2 febbraio 2003’, 15 giorni prima del sequestro (su cui Pollari ha più volte giurato al Parlamento di non avere mai avuto ‘nessuna informazione’). In una cassaforte Pompa conservava cd e dvd sulla ‘battaglia dei tre ponti’ insieme a veline economiche dal titolo: ‘Il banchiere fiduciario’. Tra chili di carte sul Nigergate, il Sismi aveva pure la ‘scheda personale, con foto a colori, di Rocco Martino’, il presunto autore del falso dossier contro Saddam sull’uranio in Niger. Nella stessa cartellina celeste c’è anche la ‘trascrizione di una registrazione del 10 settembre’. Altri ‘dossier personali’ sono intestati a Maurizio Scelli, l’ex commissario della Croce Rossa che lavorò in Iraq per gli ostaggi, e al giornalista Magdi Allam”.

“Decine di documenti – continua il CORRIERE – riguardano Telecom Brasile, lo scontro tra l’azienda italiana e i manager sudamericani legati al banchiere Dantas, che scatenò anche una guerra di spie culminata con l’arresto di investigatori della Kroll. Il Sismi si è procurato anche carte interne all’azienda, come ‘un documento di 4 pagine su carta intestata Telecom Italia datato 30 gennaio 2006 e indirizzato a Pompa’. Pollari e i politici Intercettato al telefono con giornalisti amici, Pompa attacca pesantemente Prodi. Il 26 maggio spiega che ‘il capo è scoperto a livello governativo’. Lo stesso giorno prevede per ‘agosto, settembre’ un ‘mutamento ai vertici’ di cui aveva parlato una settimana prima direttamente a Pollari, citando ‘la persona che ha parlato con l’entourage dell’attuale numero uno’. Al giornalista Farina, che prepara un’intervista a Bonaiuti, Pompa dice che ‘se si risucchiano elementi dell’Udc, la transumanza eeeeh, allora è finita’. Morale di Pompa con un certo Massimo: ‘Questi nuovi hanno sete di potere... ma vuoi mettere Amendola!’. E ‘Micheli sottosegretario... Figurati...’. Per fortuna ‘Bianco parla benissimo di noi’. E un ministro fa di più. L’intercettazione è del 9 giugno. Pompa: ‘Ieri è uscita quell’agenzia in cui D’Alema ringraziava pubblicamente Pollari, mandando un segnale durissimo; guarda che proprio l’ha ringraziato ufficialmente, guarda che è un segnale tosto’. Il primo giugno Pompa discute con il vicedirettore di Libero la notizia (pubblicata dal Corriere e poi dall’ Espresso) di ‘una lettera ufficiale di congratulazioni o di encomio di Bush a Mancini, che l’avrebbe consegnata a Letta e al Direttore’. Mancini è il capodivisione del Sismi arrestato il 5 luglio per il sequestro di Abu Omar: l’encomio in realtà è diretto a Pollari e firmato da Tenet, allora capo della Cia. Nella stessa telefonata Farina aggiunge che ‘Tavaroli avrebbe incontrato tre volte Letta... ad Arcore... nel periodo caldo di Parmalat’. Pompa: ‘Ma con chi, il Ciambellano?’. La fonte di Farina però si riduce a una voce raccolta dal suo cronista. Il 2 giugno il direttore del Riformista, Stefano Cingolani, annuncia ‘un attacco pesante: faccio un titolo che dice ‘La sinistra ha tradito Ciampi’...’. Il giornalista riceve spesso i ‘complimenti dal numero uno’ e si sente perfino chiedere di scrivere ‘un documento di dieci pagine del Sismi’: ‘Ci serve la tua penna per fare cose di altissimo profilo(…)’”. (red)
 
18. Orenove/18. Giovani in pensione, ma con metà paga
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Roma - Si legge dalla pagine di REPUBBLICA: “Per sapere come sarà la sua pensione futura, un ventenne che oggi si affaccia sul mondo del lavoro deve fare un ragionamento semplice, semplice. Considerare che la sua ultima busta paga sarà tagliata a metà. Certo a quel punto, la previdenza integrativa sarà forse decollata, ma la prospettiva di quella caduta al 50 per cento già preoccupa molto i sindacati. II calcoli sono ufficiali: li ha elaborati la Ragioneria generale dello Stato nel rapporto sulle ‘Tendenze di lungo periodo del sistema pensionistico e della sanità’ pubblicato a marzo e confluite nella elaborazioni trasmesse ieri al governo dal Nucleo di valutazione sulla spesa previdenziale. Considerata la revisione dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo (l’insieme dei contributi versati dal lavoratore) - prevista dalla riforma Dini ogni dieci anni per tenere conto dell´innalzarsi delle prospettive di vita - la tendenza futura dell’’assegno’ è rigorosamente al ribasso. Basandosi sulle percentuali individuate dai tecnici, la pensione ‘teorica’ di un giovane che nel 2050 lascerà il lavoro dopo 35 anni di contributi - secondo il rapporto - si limiterà al 51,6 per cento dell´ultimo stipendio. Con la normativa attuale - senza toccare i coefficienti - si fermerebbe al 63 per cento. Certo si tratta di stime teoriche, da qui al 2050 le regole potrebbero ulteriormente cambiare e i coefficienti saranno comunque ulteriormente ritoccati. Ma la documentazione sulla prima rivalutazione consegnata ieri dal Nucleo al ministro del Lavoro Cesare Damiano va in questo senso. Per determinare i cardini dell´aggiornamento va infatti tenuto conto sia dell’età in cui si andrà in pensione, sia delle prospettive di vita della popolazione (negli ultimi 15 anni sono aumentate di due anni e mezzo). I tecnici hanno consigliato di ridurre i coefficienti di rivalutazione fra il 6 e l’8 per cento (a seconda appunto dall’età in cui si lascerà il lavoro). I tagli saranno tanto più penalizzanti tanto più tardi si uscirà ma - precisa il presidente del Nucleo, Alberto Brambilla – ‘non riguarderanno né gli attuali pensionati né chi andrà in pensione prima del 2013, con il sistema retributivo’. Davanti a queste cifre - pur se ancora teoriche perché sui coefficienti da applicare dovrà comunque decidere il governo - si sono scatenate feroci polemiche con i sindacati. Il ministro Damiano ha provato a calmarle assicurando che ‘tutto quello che riguarda le modifiche del sistema pensionistico sarà oggetto di concertazione con le parti sociali’, ma i lavoratori restano allarmati. ‘Le pensioni sono già basse, non possono essere tagliate ulteriormente’ ha tagliato corto il leader della Uil Angeletti. ‘Non accetteremo automatismi fra le posizioni dei tecnici e l’applicazione dei coefficienti’ ha detto il leader della Cgil Epifani. ‘Il Nucleo ha fatto una pesante interferenza in un momento molto delicato - ha commentato Baretta della Cisl - il governo pensi piuttosto ad avviare il confronto per superare il ‘gradone’ previsto da Maroni (scatto automatico dal 2008 dai 57 ai 60 anni d’età come limite minimo all’assegno d’anzianità ndr) e avvii la previdenza complementare’. Di parere opposto l´esperto Giuliano Cazzola: ‘La revisione va fatta, altrimenti nel 2050 la spesa sarà insostenibile”. (red)
 
19. Orenove/19. General Motors in recupero, Peugeot in affanno
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Roma - Il collosso Usa General Motors recupera e supera le aspettattive degli nalisti. Il gruppo francese Peugeot abbassa gli obiettivi di redditività e crolla in Borsa. Si legge dalle pagine de IL GIORNALE: “Storie capovolte per Gm e Peugeot. I due colossi dell'auto hanno raccontato ieri storie opposte: Gm in recupero, Peugeot in affanno. E così diventa inaspettato il balzo in Borsa di Gm che ieri ha guadagnato circa il 5 per cento; in picchiata al contrario il gruppo Psa che perde il 10 per cento dopo i dati negativi del primo trimestre con obiettivi in ribasso per la seconda parte dell'anno. Ma andiamo per ordine. Nel primo trimestre General Motors era tornata in utile dopo 5 consecutivi in perdita e oggi può contare su risultati superiori alle aspettative: 2,03 dollari per azione contro i 51 centesimi previsti. Aumenta però, negli ultimi tre mesi, il rosso che passa a 3,2 miliardi di dollari contro i 987 milioni di un anno fa. Tra le cause, gli oneri per incentivare i prepensionamenti di un quarto dei dipendenti. Alla base della buona performance di Detroit ci sono i conti positivi della ristrutturazione avviata dall'azienda in Nord America con l'abbattimento dei costi per un miliardo di dollari entro la fine del 2006. In crescita del 12 per cento anche il fatturato complessivo con 54, 4 miliardi di dollari nell'ultimo trimestre contro i 48,5 dello stesso periodo dell'anno scorso. Infine,incrementati dell'11 per cento anche i ricavi generati dalle vendite. Ma, secondo il responsabile finanziario Fritz Henderson, i buoni risultati raggiunti non incideranno sulla possibile collaborazione con Renault Nissan: ‘Useremo i prossimi 90 giorni - ha precisato - per mettere a punto l'alleanza e i risultati del secondo trimestre non influenzeranno questo lavoro’. Henderson, ha inoltre sottolineato che aspetta ulteriori miglioramenti della casa automobilistica di Detroit entro fine anno. Nettamente diversa la situazione di Peugeot che ha diffuso risultati semestrali in forte peggioramento e abbassato gli obiettivi di redditività per la seconda parte del 2006. Già in apertura delle contrattazioni il marchio francese aveva lasciato sul tappeto oltre il 7 per cento accentuando l'arretramento delle ultime settimane. La società ha comunicato una caduta pari al 59,7 per cento dell'utile netto relativo al primo semestre causato dal calo delle vendite in Europa occidentale, dall'aumento dei prezzi per le materie prime e a una lievitazione dei costi di ristrutturazione. Peugeot ha dimezzato il profitto operativo passato a 691 milioni di euro contro gli 1,28 miliardi dell'anno precedente con un margine operativo ridotto al 2,4 per cento dei ricavi contro il 4,4 per cento dei primo semestre 2005”. (red)
 
20. Orenove/20. L’auto più sexy di tutti i tempi? È la 500
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Roma - “L’auto più sexy di tutti: è la 500. Sicuramente ha una ripresa meno potente di quella di una Lamborghini, così come appare meno raffinata di una Rolls-Royce Phantom. E costa decisamente meno di una Porsche 911 Carrera. Scrive oggi IL GIORNALE. Eppure la storica Fiat 500 non teme rivali per fascino e sensualità, dopo essere risultata l'automobile più sexy del mondo. Questo almeno è il responso che arriva dalla Gran Bretagna dove una rivista di settore, Top Gear, ha promosso un sondaggio tra i suoi lettori per eleggere l'auto ‘più seducente’. E al primo posto, davanti alla mitica Aston Martin Dbs utilizzata nei film dell'agente speciale 007 James Bond, a sorpresa è risultata la minuscola vettura di produzione italiana. Un clamoroso successo per il made in Italy, che risale a metà degli anni Cinquanta quando dal disegno di un un giovane impiegato tedesco alla Deutsche-Fiat di Weinsberg, Hans Peter Bauhof, è nata l'idea di una nuova e innovativa utilitaria, vagamente ispirata nelle forme al celebre Maggiolino. E ora, a distanza di quasi 50 anni dalla sua presentazione al pubblico (avvenuta il 4 luglio 1957, con il nome di Nuova 500), la vettura torinese riscopre una seconda giovinezza, o - meglio ancora - il segreto dell'eterna bellezza. Tutto merito del suo ‘portamento integro e semplice’, spiegano gli esperti della rivista britannica, secondo i quali la 500 avrebbe la capacità di trasmettere il suo charme addirittura a chi la guida. ‘Chiunque si sieda al volante - si legge nel commento - dal giovane scamiciato alla signora elegante, appare seducente’. Al terzo posto delle cento automobili più sexy si è classificata un'altra italiana, a Maserati Quattroporte, che ‘seduce i tuoi occhi prima ancora che il tuo cervello’. Nelle prime 20 posizioni c'è spazio anche per altri mostri sacri delle quattro ruote, come la Chevrolet Camaro (‘una creatura della leggenda’), la Rolls-Royce Phantom, l'Aston Martin Vanquish e la Lamborghini Gallardo Spyder. Alla vigilia del lancio del nuovo modello, l'incoronazione britannica rappresenta l'ennesimo riconoscimento per una vettura tra le più popolari di sempre. Oltreché una rivincita per la stessa Fiat che sempre in Gran Bretagna aveva visto una sua vettura inclusa nella lista nera delle più brutte di sempre. Era accaduto lo scorso ottobre quando in un sondaggio on line la Multipla si era piazzata al secondo posto, dietro alla Ssangyong Rodius, nella graduatoria dell'orrido automobilistico. ‘Ogni psicologo al mondo ha la propria teoria sulla strana relazione tra seduzione e auto - ha commentato James May, direttore della rivista Top Gear -. Alcuni sostengono che la Jaguar sia solo un simbolo fallico, mentre la Nissan Micra sarebbe modellata sulle linee di un fondoschiena femminile. Mentre la nostra scelta, la Fiat 500, non rivela nulla del suo guidatore, se non che si tratta di una persona che non ha nulla da dimostrare’. (red)
 
21. Orenove/21. La giornata di oggi
 
 
 
Roma - ROMA - Seduta Camera: istituzione della commissione Antimafia; istituzione della commissione Rifiuti; pena di morte.

ROMA - Commissioni Camera. Attività Produttive, audizione del presidente Edf Italia. Affari Costituzionali, audizione del ministro Nicolais. Bilancio e Finanze, audizione ministro Bersani e viceministro Visco.

ROMA - Seduta Senato: proroga missioni all'estero; ddl partecipazione a società operanti nel settore energia.

ROMA - Commissioni Senato. Lavoro, audizione del ministro Bindi. Istruzione, audizione del ministro Fioroni. Affari Costituzionali, audizione ministro Lanzillotta. Ambiente, audizione ministro Di Pietro.

ROMA – A Roma l’incontro tra il presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro e dei Trasporti, Alessandro Bianchi, con i dirigenti delle Ferrovie dello Stato per firmare il protocollo che darà il via ai lavori dell’Alta velocità Napoli-Bari.

ROMA - Plenum del Csm.

ROMA - Riunione parlamentari di An, con Fini.

ROMA - Paolo Franchi intervista il segretario dei Ds Piero Fassino (alle 21 alla Festa dell’Unità).

ROMA – Verranno diffusi dall’Istat i dati relativi a contratti, retribuzioni e conflitti lavoro di giugno.

BEIRUT – Visita del ministro degli Esteri di Finlandia e del commissario Ue Ferrero Waldner.

GINEVRA - Si riunisce il Consiglio generale dell’Organizzazione mondale del commercio (Wto). (red)
 
 
 
 
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