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il VELINO ORENOVE edizione completa
 
 
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1. Orenove/1. Dietro le quinte
a cura di Laura Cesaretti
 
 
 
Roma - Domani, a Montecitorio, si deciderà sul dibattito parlamentare sul caso Telecom, un dibattito che anche il premier ha compreso essere inevitabile. Con la clausola che in nessun caso lui vuole esser trascinato in aula in prima persona: ci vada un ministro “tecnico”, come Bersani o Gentiloni, in modo da sterilizzare il più possibile le polemiche politiche, circoscrivendo il perimetro della discussione. Prodi si augura che nessuno nella maggioranza si sogni di far da sponda al tentativo dell’opposizione di mettere al centro del dibattito l'anomalo ruolo svolto nell'affaire Telecom dal suo consigliere e found raiser, Angelo Rovati. Che questa notte però si è dimesso, nonostante Romano Prodi avesse fatto ben intendere ai suoi alleati che su di lui avrebbe fatto muro, fino in fondo. Raccontano che le richieste di dimissioni del consigliere economico diventato pietra dello scandalo abbiano mandato in bestia il Professore: prima il fondo del direttore di Repubblica che rievocava maliziosamente il precedente Ghirelli (il portavoce del Quirinale che si dimise per coprire una gaffe del presidente Pertini); poi l’editoriale di Europa, giornale rutelliano. Ieri l’intervista al Sole 24 Ore di Nicola Rossi, economista e deputato Ds, già consigliere economico di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi (ma non risultano suoi piani industriali faxati su carta intestata). Nel frattempo, dicono i boatos, anche una telefonata del vicepremier diessino, che avrebbe sollecitato anch’egli il “sacrificio” di Rovati, perchè “altrimenti diventa più difficile difendere te”. Il sospettosissimo premier ha fiutato la trappola e ha cercato di tenere duro. “Far dimettere Rovati finirebbe per sembrare un’ammissione di debolezza”, osservava un dirigente di Rifondazione. Partito che ha fatto sin dall'inizio da spalla a Prodi, assieme a Verdi, Di Pietro e Pdci, appoggiando la linea di interventismo statale in economia (riassunta dal piano Rovati) e sperando di incassare una contropartita sulla Finanziaria. “Sono d’accordo con Rovati, per quanto le forme usate possono essere opinabili”, faceva sapere Oliviero Diliberto. “Io sono fautore del ritorno ad alcuni mirati interventi delle partecipazioni statali”. Ma il sostegno della sinistra antagonista è diventato per il premier un problema in più. E ha dovuto cedere.

Nell’Ulivo covano malumore e preoccupazione: “Parlano di sondaggi disastrosi, dicono che dopo l’affaire Telecom la Cdl ci ha sorpassati e che il gradimento del governo è precipitato”, confidano dal Prc. “La vicenda ha creato un grave vulnus nel rapporto tra economia e politica - nota il Ds Peppino Caldarola - e ora per liberare Prodi dai sospetti occorre che il suo ruolo sia scisso da quello di Rovati. Il consigliere del premier non può essere anche consulente di una grande azienda. La questione non può chiudersi come se niente fosse, e so che la mia non è una posizione isolata nell’Ulivo”. Nicola Rossi non era stato meno incisivo: Rovati “si doveva dimettere subito”. Ma ce n’è anche per Prodi: “Non è possibile rivelare in comunicati stampa della presidenza del Consiglio i contenuti di una trattativa industriale. Ora con quale predisposizione verrà in Italia un’azienda straniera?”. Il passaggio parlamentare potrebbe non essere una passeggiata. (lac)
 
2. Orenove/2. Prime pagine
 
 
 
Roma - IL GIORNALE – In apertura: “L’Islam mette il bavaglio anche al Papa”. Editoriale di Ida Magli: “Mandato d’arresto per Benedetto”. In un riquadro: “Missionaria italiana uccisa per rappresaglia”. A centro pagina: “Berlusconi: ‘Prodi dovrebbe dimettersi’”. In un riquadro: “Il senatùr rilancia: federalismo e un nuovo Parlamento del Nord”. A fondo pagina: “I killer di Napoli erano liberi grazie all’indulto”. “Elezioni, la Svezia svolta a destra”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Il Papa all’Islam: dialoghiamo”. Editoriale di Marco Politi: “Lo strappo di Ratzinger”. Di spalla: “La guerra al terrorismo e l’immoralità della tortura”. A centro pagina: “‘Telecom, riferiremo alle camere’”. A fondo pagina: “La fatica di essere un genio”.

CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Suora italiana uccisa in Somalia”. Editoriale di Francesco Giavazzi: “Le tentazioni della cassa”. A centro pagina: “Montezemolo: fermare il dirigismo”. In un riquadro: “Prodi dice sì: ‘Chiariremo in Parlamento’”. A fondo pagina: “Svolta in Svezia, vincono i conservatori”.

LA STAMPA – In apertura: “In Somalia uccisa una suora italiana”. Editoriale di Gian Enrico Rusconi: “La ragione incendiaria”. Di spalla: “Le tennista azzurre sul tetto del mondo”. A centro pagina: “Prodi: pronti a riferire su Telecom”. In un riquadro: “Nel mondo centomila caschi blu”. A fondo pagina: “‘Ci diano garanzie e restituiremo Maria’”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Stato-esattore con più poteri”. A centro pagina: “Per 40 piccoli tribunali il rischio della chiusura”. “Passaggio automatico delle bollette da una banca all’altra”. A fondo pagina: “Poche aziende superano i cinque milioni di fatturato”.

IL TEMPO – In apertura: “Attacco alla Chiesa”. Editoriale di Roberto Arditti: “Battere la cultura dell’odio”. “Confermato il viaggio in Turchia”. “Bertone: ‘Riprendere il dialogo’”. A centro pagina: “Telecom, il Governo spiegherà”. “Si fermano avvocati e Alitalia”. “Finanziaria: il Tesoro conferma 30 miliardi”.

L’UNITA’ – In apertura: “Il Papa corregge Ratzinger”. In un riquadro: “Fassino: uniremo ciò che la storia ha diviso”. A centro pagina: “Rovati, un caso nel centrosinistra”.

IL RIFORMISTA – In apertura: “Santità, si guardi da quegli atei devoti…”. A centro pagina: “Se le privatizzazioni servono solo a far cassa poi si può morire per indigestione di debiti”. A fondo pagina: “senza talento, è dura la vita dei figli dell’imperatore”.

IL FOGLIO – In apertura: “Se a Tronchetti piacesse il Corriere?”. A fondo pagina: “E la Bibbia del giornalismo liberal diventò il Corano”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Il Papa: ‘Sono rammaricato’”. Editoriale di Paolo Savona: “La ripresa e la strada obbligata delle riforme”. A centro pagina: “Prodi: su Telecom riferiremo alle Camere”. In un riquadro: “Oriana Fallaci, addio e polemiche. Il nipote: tardive manifestazioni d’affetto”. A fondo pagina: “Presi i killer dell’edicolante”. (red)
 
3. Orenove/3. Islam, Benedetto XVI: "Sono rammaricato"
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “‘Sono vivamente rammaricato per le reazioni suscitate da un breve passo del mio discorso nell'Università di Regensburg, ritenuto offensivo per la sensibilità dei credenti musulmani, mentre si trattava – si legge sul CORRIERE DELLA SERA – di una citazione di un testo medioevale, che non esprime in nessun modo il mio pensiero personale’: così il Papa ieri a mezzogiorno, dalla finestra dello studio che dà sul cortile della Villa di Castel Gandolfo. Tra le televisioni collegate in diretta, c’era l'emittente araba al Jazeera. L'altro ieri si era detto – per bocca del cardinale Bertone – ‘vivamente dispiaciuto’ e ieri di persona ha insistito: ‘vivamente rammaricato’. Non ha usato né sabato né ieri la parola ‘scusa’ ma è chiara l'intenzione di chiederla, specie nella riaffermazione – in due giorni – del suo sentimento rattristato, che del resto era evidente sul suo volto, sia ieri sia sabato e venerdì, durante gli impegni pubblici di quei giorni. Papa Ratzinger ieri ha rinviato a quanto aveva già detto il cardinale Bertone: ‘Il signor cardinale segretario di Stato ha reso pubblica, a questo proposito, una dichiarazione in cui ha spiegato l'autentico senso delle mie parole. Spero che questo valga a placare gli animi e a chiarire il vero significato del mio discorso, il quale nella sua totalità era ed è un invito al dialogo franco e sincero, con grande rispetto reciproco. Questo è il senso del discorso’. Per tre volte invita a considerare quello che veramente ha inteso dire: ‘autentico senso’, ‘vero significato’, ‘questo è il senso’. Si ripete accorato, come per scongiurare i lontani interlocutori islamici a non fermarsi alla famosa ‘citazione’ dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo, che conteneva parole ‘sorprendentemente aspre’ verso l’Islam, come aveva fatto notare egli stesso prima di leggerle, martedì 12 a Regensburg. Almeno in un punto le parole del Papa sono più decise rispetto a quelle usate l'altro ieri dal cardinale Bertone: quando dice che il discorso di Regensburg era ‘nella sua totalità un invito al dialogo’. Bertone aveva parlato – in generale – di ‘opzione inequivocabile a favore del dialogo’ da parte del Papa. Forse quella di ieri non sarà l'ultima parola di Benedetto XVI sulla vicenda. Egli ha promesso che all'udienza generale di mercoledì parlerà ‘più diffusamente’ del viaggio in Baviera. Si può immaginare – conclude il CORRIERE – che torni sull'argomento, se da qui a due giorni gli animi non saranno ‘placati’, per dirla con il suo linguaggio”. (red)
 
4. Orenove/4. Mogadiscio, uccisa suora italiana
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Suor Leonella faceva del bene, curava i bambini e teneva aperto l’unico ospedale pediatrico, gratuito, di Mogadiscio. Anche sotto le bombe. Amata da chi la conosceva, il suo problema era la croce che portava sul petto. Era sempre vestita da suora. Un bersaglio – scrive IL GIORNALE – fin troppo facile per i fanatici del fondamentalismo, che nei giorni scorsi e poche ore prima dell’agguato in cui l’hanno assassinata, erano stati aizzati dai loro capoccia religiosi a ‘vendicarsi’ del discorso di Benedetto XVI. Alle 12 e 20 di ieri mattina suor Leonella, l’angelo di Mogadiscio, è stata brutalmente uccisa in nella capitale somala. Secondo fonti de IL GIORNALE, le prime persone fermate perché sospettate dell’omicidio sarebbero ‘shabab’, le giovani leve di una brigata di estremisti islamici reclutata da Aden Hashi'Ayro, un comandante delle corti islamiche, che con Corano e moschetto dettano legge a Mogadiscio. Suor Leonella, 66 anni, veterana delle missionarie della Consolata nell’Africa orientale, stava come ogni mattina attraversando una strada larga quindici metri che separa la zona dove sono ospitati circa 400 piccoli orfani somali dall’ospedale messo in piedi da Sos Villaggi dei bambini, un’organizzazione umanitaria internazionale. Come le altre suore che gestiscono la struttura pediatrica era scortata da una guardia del corpo, dato che in Somalia vige da 15 anni l’anarchia. Almeno un paio di terroristi si sono avvicinati alle spalle della religiosa e le hanno sparato a bruciapelo, probabilmente con una pistola. Sembra che la guardia del corpo, preso alla sprovvista, abbia cercato di far scudo con il suo corpo, ma inutilmente. L’uomo è rimasto ucciso sul colpo. Suor Leonella, all'anagrafe Rosa Sgorbati, originaria della provincia di Piacenza, è crollata a terra colpita da almeno tre proiettili allo stomaco, alla schiena e alla nuca. Subito soccorsa è stata portata a braccia nell’ospedale di Sos, dove la vittima lavorava come infermiera”.

“I medici – continua IL GIORNALE – hanno sottoposto la suora a un intervento chirurgico, ma non c’è stato nulla da fare. ‘Questi miliziani cercano sempre bianchi da uccidere. Ora il Papa ha dato loro un pretesto per fare il peggio’, ha detto Mohamud Durguf Derow, testimone dell’omicidio. I due presunti autori del delitto sarebbero stati catturati poco dopo. Yusuf Mohammed Siad, capo della sicurezza delle Corti islamiche, ha confermato gli arresti sostenendo che gli assassini ‘potrebbero essere persone irritate dal discorso del Papa, le cui parole hanno provocato la rabbia degli islamici in tutto il mondo, oppure qualcuno che ha a che fare con l’ospedale Sos’. La seconda ipotesi propende per una specie di regolamento di conti legato alla gestione dell’ospedale. In serata era giunta la notizia che i sospetti fermati fossero sei e, secondo una nostra fonte somala, che ha antenne a Mogadiscio, la pista è quella del fondamentalismo islamico legato ad al Qaida. I fermati farebbero parte della milizia Shabab di Hashi'Ayro, che si è fatto le ossa a fianco dei talebani in Afghanistan. Ayro è ritenuto la nuova leva di Al Qaida in Somalia. Ieri mattina, poche ore prima dell’omicidio, lo sceicco Nor Barud, parlando con i giornalisti, aveva duramente attaccato Benedetto XVI per l’oramai famoso discorso di Ratisbona. Barud è il vice di sheik Ahmed Sharif, che veniva considerato il moderato delle Corti islamiche. Ancora più grave il fatto che, durante al preghiera di venerdì scorso, un altro leader islamico, Abubukar Hassan Malin, avesse incitato ad ammazzare il Papa. ‘Vi esortiamo, musulmani, dovunque voi siate, a perseguitare il Papa per le sue barbare dichiarazioni, come avete perseguitato Salman Rushdie, il nemico di Allah che aveva offeso la nostra religione’. Ne ha fatto le spese una suora in prima linea che da 36 anni era missionaria in Africa. Nell’ospedale pediatrico da 120 letti lavorava dal 2002. Ieri in serata è giunta a Nairobi la salma della religiosa. Nella capitale keniota sono arrivate da Mogadiscio anche suor Marzia, suor Annalisa e suor Gianna Irene: lavoravano con la scomparsa. L’attività dell’ospedale è temporaneamente sospesa”. (red)
 
5. Orenove/5. Svolta in Svezia:alle elezioni vince il centrodestra
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Nell’Europa dei Blair, degli Zapatero e dei Prodi, c’è chi se ne va dall’altra parte: gli svedesi. Tre anni fa bocciarono l’euro. Ora – scrive il CORRIERE DELLA SERA – mettono fuoricorso una moneta che circolava da dodici anni, la socialdemocrazia, e mandano in pensione Goran Persson, il premier europeo che governava da più tempo (lo batte solo Juncker, nel piccolo Lussemburgo). Fredrik Reinfeldt, il vincitore annunciatissimo dai sondaggi di queste settimane, l’uomo che in venti mesi ha rifondato il Partito moderato nel più centrista Partito dei nuovi lavoratori e s’è presentato con un programma prudente, così pieno di garanzie sul welfare da spingerlo a paragonarsi a un Tony Blair di centrodestra, l'uomo nuovo non stravince come si credeva. All'inizio, i sondaggi telefonici lo accreditano addirittura di quattro-cinque punti di vantaggio. Poi, arriva la doccia scozzese d’un minuscolo 0,3 per cento a dividere gli sfidanti. Alla fine, dopo un tira e molla di exit poll contrastanti, ecco il centrodestra passare per un punto. Con Reinfeldt che alza le braccia e Persson, con stile, che ammette la sconfitta. Vittoria difficile: in un Paese che i socialdemocratici hanno guidato per 65 degli ultimi 74 anni di storia, la parità congela e a fatica si riuscirà a governare. Qui vige un sistema proporzionale plurinominale, ma chi comanda deve avere una maggioranza relativa e soprattutto un'alleanza duratura: la Grosse Koalition alla tedesca, ora, non è solo un'ipotesi. La svolta a destra di Stoccolma, questo fotofinish incertissimo, è comunque più un pasticcio di Persson che un trionfo di Reinfeldt”.

“Ieri pomeriggio, quando il premier ha votato ed è andato a vegliare la camera ardente di Sten Andersson – lo storico gran cancelliere socialdemocratico amico di Rabin e di Arafat, morto sabato sera – lì s'è capito che si celebrava il funerale politico d'una leadership ormai consegnata alla Storia. Una leadership, non una politica. Perché il centrosinistra – continua il CORRIERE – s'è impegnato per evitare una sconfitta annunciata e, come scrive Svenska Dagbladet, ‘se i socialdemocratici si sono mobilitati in queste ore, non è certo perché amano Goran Persson, ma perché temono Reinfeldt’. Il modello socialdemocratico svedese è ancora di moda. E Persson è arrivato a questo fotofinish con cifre che farebbero la fortuna di qualsiasi altro leader: la Svezia è l'unica area economica europea che resiste all'assalto cinese, ha una crescita annua fra le più alte dell'Occidente, guida le classifiche mondiali di ricerca, scuola e sanità. L'eguaglianza sociale è una conquista, indiscutibile e intoccabile quanto i sussidi dalla culla alla bara (‘comunisti in Volvo’, li chiamò una volta il Financial Times) e le tasse le pagano tutti, anche se uno svedese medio versa ogni anno allo Stato tutto quel che guadagna fra gennaio e agosto. Eppure, c'è una persona su cinque che non fa niente per scelta o per necessità ed è su questo che Reinfeldt ha costruito la sua scalata: elogiando i risultati della socialdemocrazia, ma insieme accusando il governo di non avere sfruttato la crescita, ‘perché il welfare è servito, ma qualche ritocco va fatto: non possiamo lasciare esclusa dal lavoro tutta questa gente’. I tempi sono maturi per qualche riforma, sostiene ora il vincitore, che ha pronte privatizzazioni per 30 miliardi di euro (a cominciare dalla Sas, l'Alitalia svedese). In economia, il suo modello resta quello d'un grande mercato nordico che, spiega il suo amico e predecessore Carl Bildt, imiti il meglio d'ogni Paese dell'area: ‘L' educazione della Finlandia, il fisco dell'Estonia, il mercato del lavoro della Danimarca, l'imprenditoria dell'Islanda, la potenza energetica della Norvegia’. Fuori casa, è per cancellare la storica neutralità svedese e aderire alla Nato. Persson ha tentato fino all'ultimo di difendersi sulla linea, con uno slogan: ‘Meglio votare un socialdemocratico vero, piuttosto che una brutta copia’. Non è servito”. (red)
 
6. Orenove/6. Germania, l'estrema destra balza al 7%
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “I neonazisti della Npd siederanno nel nuovo Parlamento regionale del Meclemburgo, il Land nordorientale della Germania, al confine con la Polonia, dove si trova il collegio elettorale di Angela Merkel. Le prime proiezioni del voto di ieri – scrive il CORRIERE DELLA SERA – danno il Partito nazionalista tedesco intorno al sette per cento, due punti sopra la soglia di sbarramento indispensabile per entrare nel Landtag. Anche se non trovano conferma le più allarmate previsioni della vigilia, quando alcuni sondaggi davano la Npd sopra il dieci per cento, il risultato di Schwerin rimane grave: dopo la Sassonia, dove nel 2004 la destra radicale ebbe un punteggio a due cifre, il Meclemburgo è il secondo Stato federale dove l'estrema destra xenofoba e razzista riesce a farsi strada, aizzando lo scontento popolare legato soprattutto all'alta disoccupazione e ai tagli al welfare. Inquietante è che per la prima volta, la Npd sia riuscita a perseguire una doppia strategia, presentandosi da un lato come campione della piccola gente, ma dall'altro incoraggiando discretamente una campagna intimidatoria, da cui non ha mai voluto prendere apertamente le distanze: molti episodi di violenza da parte di nazi-skin hanno infatti accompagnato il confronto elettorale. È il premier socialdemocratico Harald Ringstorff a suonare l'allarme, definendo l'esito del voto ‘catastrofico’ per il Land: ‘Ora – ha aggiunto – dovremo confrontarci democraticamente con la marea bruna’. Dalle urne Ringstorff incassa una drammatica sconfitta, anche se potrà continuare a governare. La sua Spd ottiene infatti appena il 30 per cento, una perdita secca di oltre 10 punti sul 2001. Rimane tuttavia prima forza ed è ancora in grado di allearsi con Die Linke, il partito della sinistra, che si rafforza e passa dal 16,4 al 17,4 per cento. Delusa la Cdu, che sperava di sorpassare i socialdemocratici e invece scende dal 31,4 al 28.8 per cento. In forte avanzata i liberali della Fdp: raddoppiano i loro voti (dal 4,7 al 10 per cento) ed entrano per la prima volta in Parlamento”.

“Si è votato anche per il rinnovo del Senato di Berlino. Ma nella capitale – continua il CORRIERE – funziona l'effetto Wowereit, il popolare borgomastro gay che trascina il partito alla vittoria, a dispetto di una gestione amministrativa mediocre e appesantita dalla necessità di ripianare il colossale debito della città. Così, la Spd si colloca sopra il 31 per cento, migliorando di un punto e mezzo il risultato del 2001, ed è certa di rimanere al potere, con la formula che vorrà e giudicherà più conveniente. I socialdemocratici si ritrovano addirittura con tre opzioni di governo possibili: potranno infatti continuare l'alleanza degli ultimi cinque anni con la ridimensionata Die Linke, travolta dalla scissione interna e scesa al 13,3 per cento, con una perdita secca di oltre 9 punti. Oppure dar vita a una coalizione con i Verdi, veri vincitori della partita berlinese, che passano dal 9,1 al 13,5 per cento. Ma poiché in entrambi i casi si tratterebbe di maggioranze striminziate, con sei o sette seggi di scarto, Klaus Wowereit potrebbe teoricamente decidere di seguire il modello federale e imbarcare la Cdu, che perde più di due punti e scende al minimo storico del 21,4 per cento. Delusa dal voto di Berlino è anche la Fdp, il partito liberale che scende dal 9,9 al 7,2 per cento, in controtendenza ai sondaggi nazionali dove viaggia sul 15 per cento. Probabilmente la scelta del borgomastro sarà tra Die Linke e i Verdi, con qualche probabilità in più per questi ultimi. Commentando il voto, Wowereit si è comunque lasciato mani libere: ha detto che avvierà colloqui con entrambi i partiti minori, precisando che governerà con ‘coloro i quali sarà possibile più socialdemocrazia’”. (red)
 
7. Orenove/7. Telecom,Prodi ha deciso: "Informeremo il Parlamento"
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Togliere dal palcoscenico il caso Rovati, con il diretto interessato pronto a farsi da parte. Portare il confronto ‘sul futuro dell’industria delle telecomunicazioni’. E sulla ‘sua impresa più rilevante, Telecom Italia’. Al termine di un’altra giornata di telefonate con Roma – scrive LA REPUBBLICA –, nelle poche pause del tour cinese, Romano Prodi decide. Il dibattito va riportato da Angelo Rovati a Marco Tronchetti Provera. Anzi al dopo. Al ‘futuro’. Quando in Cina è sera e in Italia, sei ore prima, appena pomeriggio, il premier fa diffondere una nota. ‘Il governo - dice - annuncerà martedì nelle conferenze dei capigruppo di Camera e Senato la propria disponibilità ad un’informativa urgente da parte dei ministri ai quali compete la responsabilità sul settore delle telecomunicazioni’. All’appuntamento di domani si potrebbe arrivare con le dimissioni di Rovati da consigliere economico del premier. Tutt’altro che un addio fra i due. ‘Se succederà, sarà un passo indietro voluto dallo stesso Rovati - raccontano nel clan prodiano - per stemperare il clima. Una dimostrazione di responsabilità per permettere che finalmente si discuta di come risanare un’azienda che ha accumulato pesantissimi debiti, di come tutelare piccoli azionisti da anni nei guai e i consumatori italiani’. È una svolta, dopo il prodiano ‘siamo matti’ di un paio di giorni fa. Poi sono giunte le dimissioni di Tronchetti. E il martellare su Rovati non solo della Cdl, ma anche - a cominciare da Europa, il quotidiano della Margherita, fino a parti dei Ds - da settori della maggioranza. ‘Non si può far passare l’idea che a far dimettere Tronchetti siano state le polemiche con il governo e non la situazione in Telecom. Non serve a nessuno. Dobbiamo ragionare insieme sul futuro’ dicono i prodiani. Rovati potrebbe uscire da Palazzo Chigi, dove è gratis, continuando a lavorare per il Professore in altre forme. È stato l’ideatore della Fondazione per Prodi presidente nella campagna elettorale. È stato il suo tesoriere. Ora potrebbero trovare nuove collocazioni mentre i prodiani cercano di costruire strutture e nuovi scenari di azione nel dibattito sul Partito democratico. Il presidente del Consiglio la sua dichiarazione la diffonde da Pechino. Fatto anomalo, ma dal territorio italiano: l’ambasciata dove si festeggia con un coktail la missione del governo in Cina. Ma dove il caso Telecom-Rovati incombe”.

“Quella del premier – continua REPUBBLICA – è anche una mossa per non avere troppe nubi italocentriche sulla giornata clou: oggi incontra il primo ministro Wen Jabao e il presidente Hu Jintao. Si parla di scenari economici, rapporti internazionali, di affari, diritti umani, Libano, Onu. ‘Siamo in Cina, sapete? Leggendo i giornali non me ne accorgo’ si indurisce Prodi con ai cronisti. Si cambi tema. A Roma e Pechino. ‘È interesse del paese interrogarsi sul futuro delle comunicazioni italiane e della loro impresa più rilevante. - annuncia la nota - Telecom Italia opera in un settore di vitale importanza, sia per gli aspetti tecnologici sia per i servizi che eroga a cittadini ed imprese. Tali servizi contribuiscono a determinare la capacità di innovare e di competere dell’Italia’. Parole pesate. Telefonate a Roma. I vicepremier D’Alema e Rutelli. I ministri Bersani e Gentiloni. Dovrebbero andare loro alle Camere. Anche se l´opposizione chiede Prodi, lui sarà a New York. Alla sessione plenaria dell´Onu. Appuntamento fissato da tempo. In Cina il presidente del Consiglio visita una fabbrica di tubi che mise in piedi l’Iri. Tornano le Partecipazioni Statali, sotto la veste della Cassa Depositi e Prestiti? Prodi sospira. ‘Ci sarebbe bisogno di tante riflessioni. Queste polemiche sono assolutamente astratte, fatte senza conoscere la realtà del mondo’. Nessuno vuole ‘irizzare’ Telecom, dice il premier. ‘Ma confrontarsi sul suo futuro, decisamente sì. Le telecomunicazioni sono uno dei gangli vitali della vita del nostro paese ed è chiaro che un dibattito sul loro futuro si deve svolgere in Parlamento e il più presto possibile’. ‘I modi - commenta - lo decide la riunione dei capigruppo. Parleranno i ministri competenti, andranno a sentire i rappresentanti del popolo e a parlare con la voce del governo’. Rovati, anche lui all´ambasciata, intanto parlava con gli amici che stringevano la mano. Fra gli altri Franco Bernabè. A Pechino per la mostra del Mart, il museo di arte moderna di Rovereto che presiede. Manager e uomo di cultura: dal ‘98 al ´99 è stato amministratore delegato di Telecom, l’ultimo prima dell’arrivo di Colannino. E di Gnutti e di quella razza padana che poi vendette a Tronchetti”. (red)
 
8. Orenove/8. Telecom, Rovati: "Me ne vado"
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “Sul giardino dell'ambasciata italiana a Pechino è calata la sera, il sobrio ricevimento a base di supplì bonsai e mini-sorbetti è agli sgoccioli e in un angolo appartato parlottano a lungo il presidente di Banca Intesa Giovanni Bazoli e Angelo Rovati, il collaboratore di Prodi al centro del primo ciclone politico del governo unionista. Da tre giorni – scrive LA STAMPA – il ‘gigante di Prodi’, se ne sta sempre molto appartato, provato da una vicenda nella quale la fortuna non lo ha assistito. E lui, l'uomo che tutti i prodiani hanno sempre definito all’unanimità come ‘il più generoso’ e ‘il più disinteressato di noi’ è intenzionato a mollare: ‘Romano, se io faccio un gesto simbolico, finisce tutta questa cagnara’. Prodi, che nei giorni scorsi era stato intransigente (‘Tu resti’), ora ci sta pensando, anche se continua a ritenere che la cosa migliore sarebbe quella di resistere all'assedio di nemici e alleati. Prodi resiste al sacrificio di ‘Angelone’ perché, sostiene, ‘non è giusto che debba pagare per una stupidaggine’. D'altra parte il Professore è affezionato a Rovati come a pochissimi altri. Solo Prodi sa quante missioni delicate e riservatissime Rovati abbia portato a termine, per non parlare di quel milione e mezzo di euro che il suo amico gli ha trovato per la campagna elettorale. Nei giorni scorsi le ripetute offerte di dimissioni, Prodi le aveva respinte con questo ragionamento: ‘Attaccano te per indebolire me’. Nelle ultime 48 ore la situazione si è capovolta: la difesa ad oltranza di Rovati sta indebolendo Prodi. La novità è stata il fuoco concentrico dei partiti-guida della coalizione: i Ds e soprattutto la Margherita hanno chiesto esplicitamente la testa di Rovati e nessuno - neppure i parlamentari prodiani - ha difeso il collaboratore del premier. E nell'entourage prodiano una cosa mette d'accordo tutti: le eventuali dimissioni di Rovati sarebbero simmetriche a quelle di Tronchetti Provera e aiuterebbero a spegnere la polemica. La possibile uscita di scena di Rovati intaccherebbe uno dei pilastri del clan prodiano, dando soddisfazione a chi - tra i partiti dell'Ulivo - aveva visto nello staff un elemento di debolezza, di faciloneria o persino di opacità nell'attività di Prodi. Un clan, quello prodiano, molto ristretto, cementato su antiche amicizie e che si alimenta su due filiere: l'ex Iri e la via Emilia”.

“Nel vuoto di classe dirigente determinatosi col crollo della Prima Repubblica – continua LA STAMPA –, Berlusconi attinse da Publitalia, Prodi dall'Iri e dall'Università di Bologna. Dall'Iri provengono il portavoce Silvio Sircana e il capo della segreteria Daniele De Giovanni, l'imminente nuovo capo ufficio stampa Federico Fabretti, mentre dalla via Emilia arrivano i modenesi Ricky Levi e Giulio Santagata, bolognesi d'adozione sono Arturo Parisi e Angelo Rovati, reggiano della montagna è Alessandro Ovi. Proprio ieri, tornando a Tianjin, in uno stabilimento siderurgico che Prodi aveva inaugurato 13 anni fa, si è verificato un episodio curioso: all'ingresso dell'impianto i cinesi avevano collocato una vecchia foto raffigurante Prodi col microfono in mano. Era il novembre del 1993 e allora il Professore guidava l’Iri. Una collaboratrice del presidente del Consiglio, guardando la foto, ha richiamato l’attenzione: ‘Guardate, qui c'è Flavia, quello è Ovi e quello che si intravede là dietro è Daniele De Giovanni’. Allora collaboratore di Prodi all'Iri, De Giovanni è diventato in pochi mesi uno degli uomini più influenti della costellazione prodiana. Di origini siciliane, De Giovanni non solo è il capo della segreteria a palazzo Chigi, ma è l'unico dei collaboratori presente a tutti gli incontri riservati: c'era con Bush a San Pietroburgo, ma anche con Tronchetti Provera in una stanza di Villa d'Este il 2 settembre scorso. Per Prodi una continuità con la stagione Iri e un feeling con i cinesi confermati da un altro episodio. Durante uno dei tanti discorsi di circostanza di questa missione in Cina, il sindaco di Tianjin ha introdotto un'inattesa nota personale: ‘Presidente Prodi, sono onorato dalla sua presenza, lei che alcuni anni fa è stato consulente del porto di Tianjin’”.

“Prodi ha ascoltato impassibile il discorso del sindaco e poi quando ha preso la parola ha spiegato: ‘È vero quel che ha detto il sindaco, ma subito dopo sono entrato in politica e perciò con Tianjin sono stato negligente. Ma visto quel che avete fatto in questi anni devo dire che siete stati fortunati perché io avrei fatto molto di meno...’. Quella breve consulenza, presa da Prodi subito dopo le dimissioni dall'Iri nel 1994, racconta di una consuetudine del Professore per il colosso cinese che in questi cinque giorni - per parere unanime di chi vi ha partecipato (imprenditori e banchieri italiani, gli stessi cinesi) ha contribuito al successo di una missione che ha messo in movimento ‘l'intero sistema-Paese’, sull'esempio di quanto francesi e tedeschi fanno già da diversi anni. E oggi – conclude LA STAMPA – la lunga visita di Romano Prodi si suggella con l'incontro con i massimi dirigenti della Repubblica cinese: il capo del governo e il presidente della Repubblica”. (red)
 
9. Orenove/9. Telecom: l’irritazione di Ds e Margherita
Assolutamente da non perdere
 
 
 
Roma - “‘Il caso Telecom? Noi non ne sappiamo niente’. La gelida risposta di Luciano Violante fotografa lo stato dei rapporti tra il maggior partito della coalizione e Romano Prodi – scrive REPUBBLICA -. In questo caso la Cina è davvero vicina, soprattutto se il tono della voce è abbastanza alto. Sul filo del telefono il premier ha avuto parecchi assaggi della ‘profonda irritazione’ della Quercia. ‘Non è ammissibile che tu gestisca in proprio tutta la partita dell’economia. Con questi bei risultati, poi...’. Più o meno sono le parole che Piero Fassino e Massimo D’Alema hanno pronunciato, in questi ultimi giorni, nel corso di colloqui telefonici con il Professore e con i suoi più stretti collaboratori. Alcuni testimoni diretti li descrivono come ‘burrascosi’. Anche così si spiegano i molti aggiustamenti in corsa della linea prodiana. Prima il no sprezzante di fronte alla richiesta di un chiarimento alla Camera (‘ma che siete matti’) e alla fine il sì all’informativa. Prima la difesa a spada tratta del consigliere economico Angelo Rovati e ora il sacrificio dello stesso Rovati, che lascerà l’incarico. Nelle telefonate con l’Italia infatti il premier lo ha annunciato ai suoi interlocutori: l’autore del piano per la ristrutturazione di Telecom si dimetterà una volta concluso il viaggio in Cina e a New York dove il premier arriva domani. Le dimissioni di Rovati però non bastano. Sono solo il primo passo di uno scontro che si annuncia duro. Dentro il governo perché il piano Telecom ha ridato fiato a Rifondazione, Verdi e Pdci che chiedono un maggiore intervento pubblico e sognano un neo-dirigismo. E dentro la cabina di regia del Partito democratico. Ds e Margherita si muovono sulla medesima lunghezza d’onda. Contro Prodi. Il premier non può pensare di agire in solitudine sulla scacchiera dei giochi di potere. Lo pensa Francesco Rutelli e lo dicono D’Alema e Fassino. In pochi mesi, si sono già avviate o concluse molte operazioni sul confine politica-poteri forti. E Prodi in qualche modo ha sempre occupato il centro della scena. C’è stata la fusione tra San Paolo-Imi e Banca Intesa del prodiano Giovanni Bazoli. Poi, le nomine Rai in cui lo stesso Rovati ha avuto un ruolo decisivo. Ora, lo spacchettamento Telecom. Anche la disinvoltura con cui l’ex cestista-consigliere ha lavorato al piano per ‘nazionalizzare’ la rete fissa ha dato il segnale del totale controllo prodiano sulle grandi operazioni economiche. ‘Prodi non può pensare di risolvere con un’alzata di spalle il caso Rovati’, si sentiva dire nel parterre della festa dell’Unità ieri pomeriggio, prima della chiusura di Fassino. Lo stesso concetto che il segretario aveva espresso al telefono con il Professore. E il messaggio dell’irritazione di D’Alema giungeva chiarissimo sabato sera quando i due fedelissimi Gavino Angius e Violante dettavano alle agenzie le loro dichiarazioni per chiamare il governo in aula. Prodi si è dunque convinto a riferire al Parlamento sulla vicenda Telecom. Ma non ha ancora potuto annunciare il nome del ministro che dovrà raccontare come stanno davvero le cose. È un altro sintomo del braccio di ferro in corso tra Palazzo Chigi da una parte, Ds e Margherita dall’altra. I membri del governo ‘competenti’ sono tre: il titolare delle Comunicazioni Paolo Gentiloni (Dl), il diessino Pierluigi Bersani (Sviluppo economico) e Tommaso Padoa Schioppa che dal dicastero dell’Economia controlla la golden share. Ufficialmente sono tutti disponibili, ma il sottosegretario alla presidenza Enrico Letta ha lavorato tutto il pomeriggio di ieri senza trovare ancora il nome giusto. Bersani, alla festa dell’Unità, si è informato sulla procedura della ‘informativa urgente’ parlando con i colleghi più esperti di meccanismi parlamentari. Perché un conto è discutere dell’assetto di Telecom, delle strategie generali, un conto è essere messi in croce sul caso Rovati. ‘Riferire sull’azienda telefonica è più che giusto. In Parlamento abbiamo discusso tante volte di micro-imprese, figuriamoci se possiamo sottrarci di fronte a Telecom’, commentava Bersani con i compagni presenti a Pesaro. Però il rebus di chi andrà in aula sarà sciolto solo domani, nella conferenza dei capigruppo. Persino la scelta del ministro per l’informativa è diventata una patata bollente. Perché il Polo affonda il colpo chiedendo la presenza di Prodi e la soluzione istituzionale di spedire in aula il ministro dei Rapporti con il Parlamento Vannino Chiti (Ds) lascerebbe troppo spazio alle polemiche. Nel gelo dei rapporti però non è detto che la Quercia o la Margherita vogliano mettere la faccia di un loro ministro per spiegare un pasticcio nato nelle stanze di Palazzo Chigi. Fassino ha avuto anche la tentazione di non parlare affatto di Telecom nel suo comizio di chiusura a Pesaro. Lasciando così il peso delle responsabilità tutto sulle spalle di Prodi. E senza un chiarimento nei prossimi giorni ad affrontare il Polo a Montecitorio potrebbe andare Padoa Schioppa, il tecnico voluto da Prodi”. (red)
 
10. Orenove/10. Montezemolo: "Fermiamo le tentazioni dirigistiche"
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Roma - “No, questo non è un Paese di capitalisti senza capitali: ‘Qui ci sono aziende piccole, medie, grandi che investono, rischiano, innovano, esportano. Che vivono di mercato’. E sì, certo che un rischio c'è, però in direzione opposta: ‘Nostalgie, tendenze, tentazioni dirigistiche’. A tutti i livelli: ‘In ampie fette della maggioranza, dunque anche del governo, ma senza che ne sia esente l'opposizione. Al centro come in periferia: i pochi passi indietro fatti in passato dallo Stato – scrive il CORRIERE DELLA SERA – sono più che compensati dal moltiplicarsi del neostatalismo municipale. C'erano 30 aziende municipalizzate in forma di Spa, dieci anni fa. Sono più di 800 oggi. E tutte a controllo pubblico. È una vera concorrenza sleale a danno delle imprese e dei consumatori con i soldi dei cittadini’. Non è che la prenda larga, Luca Cordero di Montezemolo. È che è appena atterrato dal viaggio in Cina. E il fragore della guerra politica su Telecom, vissuta dal centro di una missione ultracruciale per il futuro dell'economia italiana, lo sente proprio per questo ancor più potenzialmente devastante: ‘Rischia di farci fare altri passi indietro nell'immagine e nella credibilità internazionale’. Con un paradosso su tutti, che naturalmente non sfugge al presidente di Confindustria e della Fiat: protagonista in entrambi i casi – agli antipodi – quel Romano Prodi che accanto a Montezemolo da un lato si spendeva (come non aveva fatto in cinque anni Silvio Berlusconi) per promuovere il nostro Paese e le sue imprese nell'Impero di Mezzo, dall'altro non le mandava certo a dire nello scontro con Marco Tronchetti Provera. Contribuendo a riempire di questo, non dell'Italia in Cina, giornali e tg italiani e internazionali. E ci risiamo con le due scuole di pensiero, avvocato Montezemolo. E con le accuse. Alla politica: ingerenze nella vita di aziende private. Ma anche ai ‘condottieri’: capitalismo, appunto, senza capitali. ‘Torno da Nanchino, Shanghai, Canton, e ho davanti agli occhi quest' immagine: 700 imprenditori piccoli e medi che da una città all'altra hanno avuto cinquemila incontri faccia a faccia con possibili partner. Imprenditori, per inciso, partiti a loro spese. Imprenditori che investono, rischiano, firmano affari. Che reagiscono. E crescono. E mi fa piacere notare che proprio oggi (ieri) e proprio citando la Cina Mario Draghi ce ne dà atto. D'altra parte, chi se non l'impresa è il motore della ripresa economica in atto?’”.

“Questa di cui parla – continua il CORRIERE – è voglia di intraprendere. Ma i capitali, poi? Davvero non ci sono? Davvero, come insiste l'accusa, soprattutto nelle grandi imprese il nostro è un capitalismo avaro? O magari più propenso alla rendita che non al rischio? ‘Starei molto attento a dirlo. Non c'è dubbio che dobbiamo evitare di andare verso una società, diciamo così, "patrimonializzata", una società in cui i figli preferiscono le rendite e gli immobili. Ma oggi chi investe e compete c'è. I capitali anche. Dopodiché potremmo parlare a lungo del ruolo delle banche rispetto alle piccole e medie imprese. Ma gli esempi ci sono. Mi spiace citare la Fiat, non voglio essere autoreferenziale, però è un caso emblematico: gli azionisti hanno fatto la loro parte, le banche altrettanto, il management si è confrontato sul mercato. E ovunque sia andata e vada così, ovunque prevalga la cultura del mercato, del competere, dell'investire, la reazione c'è e i risultati si vedono. Altrove...’. Altrove? ‘Altrove, dove prevalgono altre logiche e qualcosa di più che ingerenza politica, c'è Alitalia’. Tranchant, presidente. Vede lo stesso rischio in Telecom? ‘Vedo, intanto, che mentre noi imprenditori, accompagnati e aiutati da un presidente del Consiglio che per questo ringraziamo, in Cina firmavamo accordi e recuperavamo un gap enorme, qui e anche là alla fine si parlava solo di Telecom. È stata, è una brutta pagina’. Brutta quanto? E per chi, di più? ‘Ho detto in tempi non sospetti che ci sono due macigni intollerabili per il futuro dell'economia italiana: il sommerso, arrivato ormai al 25 per cento, e la presenza pubblica nell'economia. Non sento più parlare di privatizzazioni...’. La interrompo: forse perché, come dice qualcuno citando proprio Telecom e Autostrade, sono fallite... ‘Allora si cambino le regole. Ma non si possono mettere in discussione scelte strategiche fatte da tempo. Intanto, i pochi passi indietro dello Stato sono stati ampiamente recuperati, moltiplicati per mille, a livello locale. E oggi rischiamo di andare oltre. Dispiace constatarlo, ma va detto forte: il pericolo di un tentativo dirigistico, all'interno della maggioranza, c'è. Ci preoccupa l'estraneità di ampi settori della sinistra, ma anche della destra visto che poi, in cinque anni, di liberalizzazioni non ne ha fatte, alla cultura del mercato. È un male della politica italiana. E non vorrei che allora, qui, si tornasse a un recente passato. Quello della Banca d'Italia e delle scalate di un anno fa’”.

“Teme questo, nella guerra Telecom? Statalismo? Irizzazione? ‘Il rischio di un'ingerenza dello Stato sì, si è sentito. Ricordiamolo chiaro: Telecom è una società privata e quotata in Borsa, e lo Stato è lautamente remunerato per le quote che ancora possiede. Il governo potrà non gradire lo scorporo tra rete fissa e telefonia mobile ma, a parte il fatto che sono scelte aziendali, avremmo avuto bisogno di silenzio e sobrietà. Senza la diffusione di conversazioni riservate e senza l'avvilente dibattito che ne è seguito. Dall' estero ho avuto ancora più netta la sensazione che per il Paese si sia trattato di un brutto passo indietro. E il gesto di responsabilità l'ha compiuto Tronchetti, con le proprie dimissioni, per sottrarre il gruppo a un conflitto che aveva già provocato effetti negativi. All'azienda e non solo. Per questo la sua decisione va apprezzata’. Le bordate sono arrivate da entrambe le parti. Però, se forse voi in Cina la vivevate in modo più attutito, a leggere certe dichiarazioni di Prodi da qui la sensazione di un attacco personale e diretto non l'ha avuta solo Tronchetti. E anche il ‘piano Rovati’... ‘Usiamo un eufemismo? Diciamo che, quanto a sensazioni di ingerenza in una società privata, il piano certo non ha aiutato’. Pierluigi Bersani, per esempio, forse il ministro dell'Industria in assoluto più apprezzato da voi imprenditori, dice comunque: Partiamo da questa vicenda per riformare il capitalismo italiano’. ‘Non certo con più Stato nell'economia. Lo Stato non va fermato: va fatto indietreggiare. Anche, e lo ripeto ancora una volta, nelle tante piccole Iri comunali. Di tutti i colori politici. Dobbiamo attuare il principio di sussidiarietà in base al quale lo Stato deve assicurare solo ciò che i privati non possono fare’. La sua formula? e nell'università’. Pure Confindustria è una corporazione e una lobby, presidente. ‘E ripeto quello che dico da anni: i primi a doversi rimboccare le maniche e ad assumersi responsabilità dobbiamo essere noi. Lo abbiamo fatto, lo facciamo. Investendo, innovando, rischiando e accettando la competizione. L'economia democratica è questa. Le aziende ne sono il pilastro, non un nemico. E devono sentirsi capite e ascoltate dalla politica’. Come chiede, con interessi a volte contrapposti, anche chi per le aziende lavora. E ovviamente i sindacati. Temete – conclude il CORRIERE – che il governo di centrosinistra sia, in quanto tale, più disposto ad ascoltare loro? ‘Il centrosinistra, come qualunque governo, deve confrontarsi con le regole e le tutele sociali e farle rispettare. Ma mai con regole che impediscano al mercato di prosperare e crescere. Per il bene del Paese, non di Confindustria’”. (red)
 
11. Orenove/11. Telecom, arresti per le intercettazioni?
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Roma - “Lo scacchiere Telecom è destinato a essere stravolto di nuovo. Sulla società telefonica sta infatti per scatenarsi una tempesta giudiziaria senza precedenti. In Tribunale a Milano non si parla d’altro. E s’attende che il gip Paola Belsito sciolga le ultime riserve sulla richiesta di custodia cautelare per associazione a delinquere presentata a inizio estate dai Pm Stefano Civardi e Fabio Napoleone. Numerosi i capi di imputazione indicati su questo gruppo, con punti di riferimento nell’azienda e che per l’accusa speculava sulle informazioni tratte dai flussi telefonici. Sino alle creste sulle forniture. Insomma, visto, s’arresti. C’è chi assicura – scrive IL GIORNALE – che l’ordinanza riguarderà almeno sei persone. Tra questi anche manager Telecom, ovviamente. Altre indiscrezione indicano in questa settimana l’esecuzione delle misure. Di sicuro l’imminente ordinanza ha già conquistato un barbaro primato: è la più annunciata dell’anno mentre dovrebbe costituire la sintesi di una scelta meditata e segreta del giudice visto che si priva gli individui della libertà. E dovrebbe contare sull’effetto sorpresa, e non sul tam tam dei giornali. Balle dei libri e dei codici: a Milano gira in modo diverso. S’allerta tutto un sistema variegato di avvocati, giornalisti, cancellieri, militari e autisti. Insomma, doveva andare così anche stavolta. Con lo scacco dei giudici che arriva prima delle assemblee sociali, delle trasformazioni societarie, delle alleanze internazionali. Con il mercato, la Borsa e tutto il resto magari lì inerti, rimbambiti dal clamore e calore mediatico assicurato agli eventi giudiziari. Stesso copione del ’92 quando a essere divorati dalla furia miope e giacobina erano i politici. Oggi che la politica ha invece rinunciato a riconquistare le caselle occupate dalle toghe, nel mirino finiscono i gruppi finanziari, le scalate, come quella a Bnl, dove ancora prima del processo l’accusa già mostra qualche inconsistenza”.

“Doveva andare così anche stavolta. Se non fosse che Marco Tronchetti Provera capito il gioco si è sfilato, allungando la miccia, sparigliando i giochi a chi preparava i botti d’inizio autunno. Non solo. Dal cilindro o se preferite dalla cornetta del cda di Telecom si è materializzato Guido Rossi come neo timoniere. Sarà lui – continua IL GIORNALE – a sbrogliare il caso dei manager a San Vittore. Rossi, scelto perché cristalizza la distanza tra Margherita, Prodi e D’Alema, evitando ombrelli statali a creature ormai private. Ma anche perché è sempre lui a tener banco nelle ultimi scandali mediatico-giudiziari del Paese. Dai furbetti del quartierino a furboni dello stadio, per non tornare ai Ferruzzi, il Prof è di casa in certe procure e icona, super coccolato, da certi giornali. Come quelli che negli ultimi mesi martellano un giorno sì e l’altro pure Telecom. Come Repubblica, che innervosita accusò la procura di condurre l’inchiesta sulla telefonia in maniera ‘troppo lenta’. Tronchetti Provera fece partire delle querele. Ora la fame di giustizia verrà saziata. Prestissimo. Secondo i tempi voluti non da Repubblica ma dalla Belsito, già pretore e gip in Toscana, dove per anni è stata segretaria regionale di Magistratura democratica. Oggi i suoi tempi coincidono con quelli delle grandi manovre della finanza. Per caso, certo. Le lancette si allineano. Proprio come nella guerra tra Lodi e AbnAmro per Antonveneta. Eravamo a fine aprile del 2005. Martedì 26 un mister X consegnò all’avvocato Mario Zanchetti un asso pigliatutto: un documento interno della Popolare di Lodi con le movimentazioni degli scalatori. Erano in uno studio legale in centro a Milano. Giovedì Zanchetti deposita una denuncia contro la scalata lodigiana. In appena 48 ore le Fiamme Gialle già perquisiscono la banca di Fiorani mentre è in corso a Padova l’assemblea soci Antonveneta con il nuovo vertice lombardo. Esplode il caso. Mister X è rimasto senza volto. Ma si sa da chi Zanchetti lo incontrò. Nello studio di Guido Rossi”. (red)
 
12. Orenove/12. E intento Telecom compra Aol Germany
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Roma - “Telecom accelera il piano di crescita in Europa nella banda larga conquistando Aol Germany. Ieri il gruppo telefonico ha firmato l’accordo con Aol Time Warner per le attività internet tedesche. Un passo avanti importante, in questo momento di transizione per il gruppo telefonico, che ha incastrato un altro tassello nella strategia di consolidamento all'estero nel settore broadband. ‘Questa acquisizione – si legge sul CORRIERE DELLA SERA – rappresenta un ulteriore passo in avanti nella strategia di focalizzazione sull' offerta di servizi e contenuti a banda larga su scala internazionale’ ha commentato l'amministratore delegato Riccardo Ruggiero. L'acquisizione di Aol Germany, che ha visto Dresdner e Deutsche Bank nel ruolo di advisor, vale 675 milioni di euro, che Telecom pagherà in contati, e porterà in dote oltre 2 milioni di clienti che si aggiungono ai circa 650 mila che il gruppo telefonico possiede già in Germania nel broadband. Telecom diventa così il secondo operatore in un mercato che presenta una ‘forte crescita della domanda di accessi Internet a banda larga – ha spiegato lo stesso gruppo telefonico in una nota –. Il mercato tedesco ha registrato oltre 12 milioni di accessi Adsl al 30 giugno 2006, che si prevede possano quasi raddoppiare nel prossimo triennio’. L'accordo che sarà finalizzato nei prossimi 4-6 mesi prevede il passaggio a Telecom dei clienti di Aol e la gestione congiunta del portale. La società tedesca , invece, offrirà nuovi servizi e contenuti a tutti gli abbonati Internet del gruppo italiano in Germania, occupandosi anche della raccolta pubblicitaria on-line”. (red)
 
13. Orenove/13. Telecom, possibili acquirenti Mediaset e Unipol
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Roma - “‘La situazione intorno alla Telecom è ancora molto fluida – confida un banchiere che ha seguito il gruppo fin dalla sua privatizzazione – può succedere di tutto, anche un passaggio di mano a nuovi investitori’. Nel possibile domino spunta persino Silvio Berlusconi – scrive Giovanni Pons su REPUBBLICA -. A stupire il mondo della finanza, in queste ore, è innanzitutto la mossa a sorpresa di Marco Tronchetti Provera, il suo passo indietro a favore di un personaggio del calibro di Guido Rossi. Una mossa che molti giudicano densa di significati. Un arrocco che permette al manager-azionista di Pirelli di giocare le prossime carte da una posizione più defilata ma comunque ancora di forza. Vediamo perché. L’arrocco con Rossi permette di avere i Ds dalla propria parte mettendo allo stesso tempo in difficoltà Prodi. Non è un mistero per nessuno, infatti, che il primo partito della sinistra sia rimasto in qualche modo scottato dalla grande alleanza tra Sanpaolo e Intesa sotto la regia di Giovanni Bazoli e dello stesso presidente del Consiglio. Con questo presupposto non deve stupire più di tanto che a scaldare i muscoli, già in queste ore, sia l’Unipol, piena di liquidità dopo la fallita Opa sulla Bnl e la successiva vendita a Bnp-Paribas. In quell’occasione, occorre ricordarlo, Rossi fu chiamato dall’Unipol a fare da trait d’union con i francesi, ruolo che aveva già ricoperto nella partita Antonveneta-Abn Amro. L’arrocco è la soluzione ideale anche nel caso dovesse farsi avanti Silvio Berlusconi. Mediaset in apparenza è ferma sulla sua montagna di profitti, ma le trattative tra Tronchetti Provera e Rupert Murdoch, secondo alcune fonti, hanno risvegliato la bell’addormentata. A far gola a Mediaset, fin dal lontano 1997 quando commissionò a un consulente uno studio ad hoc, non è tanto Tim quanto piuttosto la telefonia fissa e la banda larga. La parte fissa di Telecom ha 24 milioni di clienti di cui 7 milioni già sulla banda larga. Attingendo a un tale patrimonio Mediaset potrebbe avere uno sbocco per i propri contenuti e avere accesso a un enorme parco clienti non raggiungibile attraverso la tv tradizionale. L’accordo tra Tronchetti e Murdoch è fallito proprio su questo punto, sulla titolarità dei clienti. L’unico modo per Murdoch di accedere ai clienti era quello di prendere la maggioranza di Telecom attraverso Olimpia ma il tentativo non è riuscito. E ora potrebbe provarci Berlusconi: ‘Il fatto che l’ex premier abbia commentato positivamente l’arrivo di Rossi al vertice Telecom è una spia che qualcosa potrebbe succedere’, fa notare il banchiere. Veniamo al terzo vantaggio dell’arrocco. Se la Telecom deve vendere la Tim e scontrarsi a muso duro con l’authority per le tlc è meglio che lo faccia con Rossi e non con Tronchetti Provera. Se poi, come si mormora negli ambienti finanziari, le procure stanno per rimettersi in movimento, lo scudo più resistente con cui ripararsi è ancora una volta quello del professore diventato anche commissario del calcio. Va ricordato, infatti, che lo scorso gennaio Tronchetti Provera denunciò in procura a Milano proprio attraverso Guido Rossi alcune manovre poco chiare compiute nell’estate del 2001 da coloro che gli vendettero la Telecom. Personaggi poi incappati nello scandalo della scalata all’Antonveneta. Altre mosse di Tronchetti Provera hanno sorpreso in questi giorni gli osservatori più esperti della finanza milanese e coloro che conoscono bene il carattere dell’ex presidente Telecom. Come, per esempio, la lettera che avrebbe inviato pochi giorni fa a Enrico Letta, Mario Draghi e Tommaso Padoa-Schioppa per spiegare gli accadimenti delle ultime settimane. In particolare una frase, comparsa sul Sole 24 Ore e non smentita, in cui l’ex presidente, ‘data l’atmosfera sul debito’, comunica a Prodi e a Murdoch lo scorporo di Tim e la sua eventuale vendita. Elementi che a tutt’oggi, per quanto se ne sa, non sono stati oggetto di discussione del consiglio di amministrazione Telecom. Nella stessa lettera Tronchetti Provera sostiene inoltre che prima dell’annuncio ufficiale della separazione societaria di Tim ‘il presidente Prodi fa sapere al dottor Perissich (dirigente di Telecom, ndr), attraverso De Giovanni (uomo dello staff di Prodi, ndr), che è molto seccato per l’ipotesi Tim’. Nonostante ciò Tronchetti Provera va avanti per la sua strada”. (red)
 
14. Orenove/14. Borsa: a rischio “il rating del governo"
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Roma - “All’esame dei mercati, questa mattina, si presenteranno loro malgrado in due: la Telecom, orfana a sorpresa del suo presidente Marco Tronchetti Provera, ma anche il governo Prodi – scrive LA STAMPA -. E se sul primo punto il giudizio degli operatori sarà immediatamente chiaro - possibili acquisti su Telecom, anche alla luce dell’acquisizione tedesca annunciata ieri sera dal gruppo, vendite invece nella catena di controllo a monte che va da Pirelli a Camfin, è la previsione - sarà più difficile avere il polso preciso di come i mercati internazionali reagiranno alla linea d’interventismo economico del governo. Una linea che in questa settimana di polemiche tra la Cina, dov’è in missione il governo, e l’Italia si è mostrata in tutta la sua dubbia potenza. Converrà tener d’occhio, dunque, un indicatore significativo come lo ‘spread’ - ossia la differenza - di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi. Visto che entrambi i titoli sono ormai ancorati all’euro e alle politiche monetarie della Bce, non bisogna aspettarsi scostamenti enormi tra Btp e Bund, ma lo ‘spread’, che di solito rappresenta l’indicazione più trasparente per capire come e quanto i mercati giudichino variato il rischio-Paese - di solito si occupano dell’Italia e non della Germania - potrebbe essere anche un indicatore attendibile per verificare se ci sia preoccupazione o allarme da parte degli investitori esteri. Su Telecom il giudizio della Borsa - che la settimana scorsa ha penalizzato il titolo del 2,52 per cento, affossando in maniera ben più pesante (-6,84 per cento) la Pirelli - dipende in primo luogo dalla separazione della vicenda Tronchetti da quella societaria con conseguenze che, lo ha detto lo stesso ex presidente annunciando il ritiro - dovrebbero essere favorevoli per la società. Ma al di là di questo peseranno anche due aspetti: le strategie industriali e finanziarie e poi proprio il possibile intervento del governo. Due aspetti che si intersecano. In che modo? Ad esempio gli analisti finanziari aspettano ancora di capire con esattezza da lunedì scorso - quando Telecom ha annunciato lo scorporo della rete e della telefonia mobile - se la Tim sarà poi ceduta e con quali modalità. Ma la cessione della telefonia mobile - non certo in Brasile, ma in Italia - sulla quale il neopresidente Guido Rossi appare intenzionato a procedere in linea con Tronchetti - è appunto il tema che ha provocato le ire di Prodi e numerosi allarmi nel governo. Possibile allora che proprio per Tim si debbano cercare soluzioni mediate, sia in termini di passaporto per i nuovi soci, sia come peso che essi potrebbero avere. Soluzioni che, se verranno, saranno gradite al mercato? Troppo presto, in mancanza di nuovi elementi per dirlo. Resta ancora valido, così, il giudizio dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, che proprio lunedì scorso ha messo il titolo Telecom ‘sotto osservazione con prospettive negative’. Ma se sul gruppo telefonico più grande d’Italia pesa questo giudizio quel che appare ovvio è che al momento anche il ‘rating’ di Romano Prodi e del suo entourage tra operatori finanziari nazionali ed esteri è ‘sotto osservazione con prospettive negative’. Non è piaciuto proprio l’intervento chiarificatore del premier in cui si svelava attraverso nota ufficiale di Palazzo Chigi il contenuto dei colloqui con Tronchetti. Ha suscitato se possibile ancora meno entusiasmi la tragicomica vicenda del piano-Rovati, approdato con tanto di biglietto da visita governativo sulla scrivania del presidente Telecom. Così - racconta qualche consigliere - venerdì scorso nelle discussioni a margine del consiglio d’amministrazione di Mediobanca, alla soddisfazione per i conti dell’istituto faceva da contraltare un corale stupore - è un eufemismo - per la strada presa dal governo. Del resto, anche banchieri tradizionalmente vicini a Prodi - è il caso di Corrado Passera e Alessandro Profumo - si trovano in questi giorni in estrema difficoltà a conciliare la loro linea di rispetto per il mercato con i pesanti interventi di Palazzo Chigi. Interventi che nessuno di loro amerebbe sentire sulla propria pelle e che quando sono accaduti - è il caso degli ostacoli frapposti dal governo di Varsavia al capitolo polacco dell’operazione Uncredit-Hvb - sono stati immediatamente denunciati a Bruxelles e risolti anche grazie all’intervento della Commissione europea”. (red)
 
15. Orenove/15. Ue, soldi a Nomisma: nuovo siluro per il Prof
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Roma - “Di Angelo Rovati dice che ‘non sapeva’. Ma delle manovre di Paolo Di Castro, già suo consulente alla presidenza Ue e oggi ministro del suo governo all’Agricoltura era o conoscenza o no? Proprio mentre si affanna a respingere migliaia di strali sul caso Telecom, su Romano Prodi piomba un nuovo siluro targato Bruxelles. In risposta a una interrogazione vecchia di mesi, presentata da Stefano Zappalà, presidente delle commissione Libertà e Giustizia (Forza Italia) giunge infatti la risposta del commissario lituano al Bilancio Dalia Grybauskaite che spiattella come a Nomisma, società fondata da Prodi nel lontano ’81, siano stati assegnati nel periodo 1999-2004 – scrive IL GIORNALE - ben ‘64 contratti specifici’ per un valore complessivo di ben ‘8,4 milioni di euro’. Prodi non c’entra nulla: si è dimesso da presidente del comitato scientifico fin dal ’95, quando decise il suo ingresso in politica, potranno sostenere i difensori del Professore, come fece proprio De Castro quando, un paio d’anni fa, spuntarono i finanziamenti miliardari di Calisto Tanzi a Nomisma. Peccato però che stavolta le cose prendano un’altra piega. Perchè proprio nel 2000, Prodi chiamò De Castro al suo fianco a Bruxelles - come consulente per l’agricoltura - tanto da suscitare non pochi malumori nell’entourage della Commissione per il suo ruolo non previsto. E giusto all’inizio del 2001 lo stesso De Castro divenne presidente di Nomisma, incarico che mantenne fino al 2004, anno in cui termina, almeno fin qui, l’elenco dei contratti strappati dall’istituto di ricerca bolognese a palazzo Breydel. Zappalà, l’eurodeputato azzurro che ha sollevato il problema, attendeva risposta da mesi. All’inizio dell’anno aveva riproposto gli interrogativi: quanti contratti ha avuto Nomisma dal ’99 a oggi? Risulta che Prodi era ancora in qualche modo collegato all’istituto? La Commissione, di norma, attribuisce incarichi a società aventi rapporti con i suoi membri? Silenzio prima di una breve e anodina replica ad aprile. In cui la commissaria lituana, che per inciso è cintura nera di karate, si limitava a far presente come fosse complesso andare a cercare i contratti in questione e come Prodi, nella dichiarazione fornita all’atto di insediamento a presidente Ue, non avesse fatto alcun riferimento a Nomisma. Poi a sorpresa, pochi giorni prima dello scorso Ferragosto, a Zappalà è giunta in casella una breve risposta scritta delle stessa commissaria al bilancio. 64 i contratti ottenuti da Nomisma nel periodo 1999-2004 di cui 1 dalla direzione allargamento, 2 dall’informazione, 2 dalla ricerca e 59 dall’ufficio degli aiuti ai paesi in via di sviluppo. ‘I relativi pagamenti - chiudeva la nota di risposta del commissario lituano spedita nel bel mezzo delle ferie estive dell’Europarlamento - ammontano a un totale di 8,4 milioni di euro’. E a questo punto Zappalà torna in pista più deciso che mai a capire come siano andate le cose e in una nuova interrogazione chiede: De Castro ha ricoperto ruoli nella commissione Prodi nel periodo ’99-2004 in modo diretto o indiretto? E se risultasse che l’attuale ministro dell’Agricoltura italiano abbia avuto un ruolo nella Commissione fino al 31 dicembre del 2000 per poi divenire dal 1º gennaio 2001 presidente di Nomisma, non si dovrebbe accertare se non siano stati violati principi e disposizioni comunitarie? E ancora, in base al principio di trasparenza non è il caso di investigare ulteriormente sugli eventuali legami tra Prodi e la società di ricerche bolognese? In attesa di nuove repliche resta il fatto che l’ammissione della Grybauskaite sui contratti a Nomisma è molto grave. A parecchi risulta che De Castro occupasse un ufficio a fianco di quello di Prodi a Bruxelles. Ed è ufficiale la sua nomina a presidente Nomisma dall’inizio del 2001. Ce n’è abbastanza per poter aprire una indagine a largo raggio per capire se Prodi e De Castro abbiano sfruttato la loro posizione per spillare contratti alla Ue”. (red)
 
16. Orenove/16. Fassino indica la strada per il Partito democratico
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Roma - “Accelerare sul Partito Democratico, perché ‘in politica il tempo conta’. E ‘non vi è nulla di più pericoloso del rinvio, della dilazione, del prendere tempo’. Piero Fassino chiude la Festa dell’Unità e spiega ai militanti venuti a Pesaro per ascoltarlo, che non si sta a lungo in mezzo al guado: ‘O si guadagna con convinzione la riva o si torna indietro. Ma noi indietro non vogliamo tornare’. Dalla platea del palazzetto dello sport – scrive LA STAMPA - qualche fischio isolato si leva quando il leader della Quercia parla del Partito Democratico. La prospettiva di sciogliere le righe e fondersi con la Margherita non suscita entusiasmi nella base e in una parte dei gruppi dirigenti locali. Ma il segretario dei Ds sa come rassicurare il suo ‘popolo’: le parole magiche sono ‘ancoraggio al Pse’. Non è un caso che sul palco in prima fila, applauditissimo, sia seduto Martin Schultz, il capogruppo dei socialisti europei a Strasburgo, che si compiace per il messaggio molto chiaro di Fassino: ‘Il nuovo partito che nascerà in Italia rimarrà nel segno del Partito socialista europeo’. Un’affermazione che, ancora una volta, ha scatenato la reazione della Margherita. Bene l’accelerazione di Fassino, ha precisato Franco Monaco, ‘ma non convince la predeterminazione dell’approdo alla famiglia socialista europea’. Ancora più critico Antonello Soro nei confronti di Schultz, ‘incapace di comprensione dei processi politici in corso in Italia e si ripresenta con il suo burocratico formulario’. ‘Per fortuna - ha aggiunto il coordinatore della Margherita - il lavoro politico che in questi anni poggia su idee e persone di ben altra struttura. Il discorso di Fassino ha manifestato la consapevolezza della novità costituita dal Partito democratico. Non ci faremo condizionare dalle parole di un vecchio politico che vive con la testa rivolta al passato’. Insomma, il problema di fondo dell’approdo europeo rimane. Tra l’altro ieri Fassino non ha fatto cenno al congresso che dovrà sancire il passo ufficiale verso lo scioglimento. I suoi collaboratori spiegano che lo farà dopo il seminario dell’Ulivo che si terrà il 6 e il 7 di ottobre: Fassino vuole prima capire se Francesco Rutelli ha definitivamente imboccato la via del Partito Democratico. Vuole avere la sicurezza, pure da Romano Prodi oltre che dalla Margherita, che quello con il Pse sarà un rapporto privilegiato. Fassino vuol portare nel nuovo soggetto politico tutta la Quercia, mentre il Correntone lo attende al varco. Così, per evitare che Mussi e compagni vadano per la loro strada, l’unico modo è l’ancoraggio del Pd al Pse. Senza per questo escludere una prospettiva più ampia. Per esempio quella di un rapporto più stretto con i Democratici americani. Tema tanto caro a Rutelli. Lo stesso Schultz ha fatto riferimento all’attenzione nei confronti dei Democratici americani. E Fassino lo ha sottolineato quando ha detto che ‘lo stesso Pse si pone da tempo l’obiettivo di un rapporto strutturato con i Democratici americani’. Tuttavia c’è l’esigenza che ‘un grande partito riformista italiano non sia isolato in Europa e si collochi nel luogo in cui si trovano le grandi forze riformiste europee. E questo luogo oggi è la famiglia socialista’. E’ evidente, ha aggiunto Fassino, che in quel luogo il Pd ‘ci deve stare con la sua specifica e peculiare identità’. Dunque avanti su questa via con la Margherita. Fassino parla nel palazzetto dello sport dove 5 anni fa è stato eletto segretario dei Ds. Si commuove. Quando inizia il suo intervento ha i lucciconi agli occhi. Ricorda che allora l’Ulivo veniva da una sconfitta. Sembrava che la Quercia fosse ‘una nave senza bussola’. Ma da qui ‘è ripartita la nostra riscossa’: il centrosinistra non ha perso una sola sfida elettorale e ora è al governo. Poi un cenno alla Rai, con l’auspicio che ‘Enzo Biagi torni presto ad essere ascoltato dagli italiani e chi ha subito umilianti discriminazioni veda adesso onorata la propria dignità’. ‘Noi - ha spiegato il segretario dei Ds - ci batteremo perché dirigenti e direttori siano scelti non per la loro appartenenza politica ma per la loro professionalità, autonomia e dedizione all’azienda’. Per Fassino è ‘francamente inaccettabile che Berlusconi e la destra denuncino un’inesistente occupazione della Rai quando in questi anni sono stati loro a sequestrare quell’azienda occupando ogni incarico e discriminando ogni voce che non fosse gradita al padrone di Palazzo Chigi: nelle venti principali direzioni di testate giornalistiche, reti e settori strategici della Rai, ben 17 sono ricoperte da uomini esplicitamente indicati dalla destra’”. (red)
 
17. Orenove/17. Giovanardi: "Basta ossessioni sul Cavaliere"
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Roma - “Si chiude la Festa di Fiuggi e il box-office segna il tutto esaurito. Un successo in termini numerici consacrato da un’affluenza di circa 5mila simpatizzanti ‘udiccini’ nell’arco di quattro giorni. Una mini-invasione benedetta dal settore alberghiero locale che non ricordava un’affluenza simile dai tempi della storica svolta di An, consumata sempre nella cittadina termale laziale. C’è chi chiama in causa l’‘effetto Pier Ferdinando’, sottolineando l’appeal della presenza assidua e continua di Casini tra gli stand. E chi spiega – scrive IL GIORNALE – che c’è stato un grande lavoro dei veneti, dei romani e dei laziali per convocare le truppe in un momento in cui il partito - in cerca di identità e desideroso di scrollarsi di dosso quella che qualcuno chiama ‘l’ingessatura berlusconiana’ - sentiva la necessità di fare un bagno di folla. Naturalmente, come sempre accade, non è oro tutto quel che luccica. Il Casini impegnato nella sua battaglia di emancipazione dal cono d’ombra berlusconiano stupisce il suo stesso popolo. Il leader che, tolta definitivamente la grisaglia presidenziale, scende nell’arena e, dichiarazione dopo dichiarazione, si sforza di logorare le gerarchie consolidate della Cdl distribuendo stoccate verso il maggiore azionista del centrodestra e gelo verso l’ex sodale Gianfranco Fini provoca applausi pubblici e preoccupazioni private. L’apertura di una sempre più decisa concorrenza al centro - una partita che si gioca sull’eredità politica di un Silvio Berlusconi che, al contrario, tutto vuole fare meno che appendere le scarpe al chiodo - è un’impresa ambiziosa e costellata da mille rischi. E i dirigenti, ma soprattutto la base del partito, non perdono occasione per farlo notare. Lo stesso Casini ammette che gli capita spesso che i militanti lo fermino per strada e gli chiedano: ‘Onorevole, ma non è che vuole buttarsi a sinistra?’. La sua replica standard è: ‘Ma va, non date retta a quel che scrivono i giornali’. Ma è chiaro che l’elettorato fatica a capire quale bussola stia seguendo l’ex presidente della Camera, coinquilino della Casa delle libertà e al tempo stesso separato in casa con Berlusconi con il quale da settimane comunica soltanto attraverso l’alto ufficiale di collegamento Gianni Letta. Non è un caso che la Festa di Fiuggi abbia battuto con forza su un messaggio: quello della solida appartenenza dell’Udc al centrodestra, ribadita a volte anche con toni rabbiosi proprio per scacciare via le perplessità di un elettorato desideroso di chiarimenti e rassicurazioni. È chiaro, però, che la base del partito aspetta fatti concreti. Ad esempio vuole verificare il comportamento in Parlamento”.

“C’è chi dice che deputati e senatori, al di là delle dichiarazioni ufficiali, siano pronti a fare opposizione dura e non siano molto entusiasti dell’approccio morbido predicato sulla Finanziaria. Ma i nodi più intricati per Casini e Cesa – continua IL GIORNALE – sono soprattutto quelli sul territorio. Le fughe di piccoli dirigenti e portatori di voti verso il partito di Clemente Mastella non mancano. Soprattutto al Sud. C’è la crisi dell’Udc campana sotto la pressione incrociata di Udeur, Margherita e Dc di Gianfranco Rotondi. E analoghi problemi ricorrono anche in Calabria e Puglia dove il sistema di potere del centrosinistra funziona come polo attrattivo. Al Nord, invece, c’è una forte attenzione per il futuro partito unico del centrodestra ed è più forte la pressione per ricucire con gli alleati e mettere da parte qualche punta di velleitarismo. E poi c’è l’ala che da sempre intrattiene buoni rapporti con Berlusconi che certo non accetta di buon grado le fughe in avanti. ‘Non possiamo essere sui giornali tutti i giorni soltanto per le polemiche interne al centrodestra’ attacca Carlo Giovanardi. ‘Bisogna fugare i troppi dubbi seminati tra iscritti, simpatizzanti ed elettori che ci chiedono un’opposizione rigorosa’. L’ex ministro non si limita alle parole. Giovanardi sta preparando un documento firmato finora da 16 consiglieri nazionali con cui chiederà a Casini di ‘dire basta alle ambiguità’. ‘Il linguaggio di rottura ci fa del male’ spiega. ‘Lo sconcerto sta salendo, la base ci chiede se vogliamo ristrutturare la casa o demolirla. Finora ci sono state troppe fughe in avanti’. In qualche modo, la risposta arriva dal discorso con cui Cesa chiude la festa di Fiuggi. Se vuole tornare a vincere - è il ragionamento del segretario dell’Udc - il centrodestra deve cambiare ‘da cima a fondo’, compresa la ‘leadership’ che non può essere ‘immutabile’”.

“Ma Giovanardi – conclude IL GIORNALE – sembra non vederla così. ‘Quella contro Berlusconi - dice - sta diventando una vera ossessione. E poi, guardiamo in faccia la realtà: come si fa a dire che è fallita la Cdl quando ha preso più voti del 2001 e di là hanno vinto soltanto aggregando tutto e il contrario di tutto? Serve questa visione catastrofista? Già adesso sul tesseramento le difficoltà sono evidenti perché il nostro elettorato ormai sente un profondo senso di appartenenza al centrodestra. Mi chiedo: quando Casini dice non moriremo berlusconiani è sicuro di aver individuato l’avversario giusto? Io preferisco dire che non moriremo prodiani’”. (red)
 
18. Orenove/18. Bossi: "Torna il Parlamento del Nord"
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Roma - “Forse non scalderà il cuore dei militanti come certe parole d'ordine del passato. Ma ‘la grande novità è il federalismo che nasce dentro le istituzioni e dalle Regioni’. Umberto Bossi – scrive il CORRIERE DELLA SERA – detta la linea al Carroccio, la lunga riflessione di un'estate difficile è finita. In una Venezia spazzata da una pioggia rabbiosa, i militanti accorsi per la decima festa dei popoli padani si entusiasmano al nome di Oriana Fallaci e inneggiano con Mario Borghezio quando promette che sarà il Carroccio a difendere papa Benedetto XVI dall'Islam. Ma sono circa diecimila, soltanto una frazione di quelli che dieci anni fa, su questa stessa Riva dei sette martiri, ascoltarono per la prima volta la parola secessione. Il fatto è che ora, anche se ‘non eravamo mai andati tanto vicini alla libertà’, il referendum ha detto no alla devolution della Casa delle libertà. ‘Veniamo qui a Venezia con le mani aperte - esordisce Bossi -, con la coscienza di aver fatto tutto quel che si poteva’. Ma a questo punto, la strada che resta è quella della ‘richiesta di autonomie al Governo da parte delle Regioni’, così come previsto - ironia della storia - dalla riforma della Costituzione targata centrosinistra. Una strada che la Lombardia ha già iniziato a percorrere - la giunta Formigoni venerdì scorso ha approvato un corposo elenco di capitoli sui quali ritiene di poter avere piena potestà - e che il Veneto farà propria la settimana prossima. Ma c'è una seconda novità: ‘Calderoli pensa che si debba riaprire il parlamento del Nord - spiega Bossi -. Lo penso anch'io, ma sarà il consiglio federale a decidere’. Anche per scacciare le accuse di una Lega tutta e solo lombarda, la sede della rediviva assemblea padana sarà certamente in Veneto ma non nella logisticamente complicata Venezia: le città candidate sono Verona e Vicenza. In ogni caso, il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo cerca di suturare le ferite tra le anime ‘nazionali’ del Carroccio: ‘Se i popoli padani si dividono, chi vince è Roma’”.

“Roberto Maroni, però, lo ammette: ‘È inutile nascondercelo, la situazione è difficile’. Anche per le questioni aperte all'interno della coalizione: ‘Avevamo fatto un accordo politico che Berlusconi, va detto, ha mantenuto, anche se ha dovuto fare una grande fatica’. Ma se il leader resta indiscusso, ‘il patto della Casa delle libertà ormai è sciolto’. Anche perché – continua il CORRIERE – ‘ci sono partiti che fanno l'occhiolino alla sinistra e addirittura votano con la sinistra. Noi non siamo di quella pasta’. E dunque: ‘A Roma dobbiamo tenere le mani libere, non essere schiavi di nessuno. Portare fino in fondo le nostre battaglie sull'indulto, l'immigrazione, l'Islam’. Inoltre, se sul grande tema del federalismo si è scelta la strada della gradualità, Roberto Castelli s'incarica di rilanciare la Lega di lotta: ‘A ottobre o novembre dovremo riempire le piazze, dire a Prodi che la gente è contro di lui. Soltanto con una grande sollevazione di popolo , con una lotta senza tregua potremo batterli’. Prima battaglia, quella contro la ‘legge criminale’ che concede agli immigrati la cittadinanza italiana dopo cinque anni. Sul ‘federalismo che nasce dalle Regioni’ Roberto Calderoli non vuole neppure sentir parlare di scelta al ribasso: ‘La piattaforma approvata dalla Lombardia è di grandissima ambizione, e sono convinto che avvierà un meccanismo a valanga. So che il Piemonte ha già preso contatti con Formigoni, e lo stesso faranno anche altre Regioni del Nord, oltre alla Campania e alla Toscana’. È, dunque, ‘il federalismo a velocità variabile. Che peraltro era quello previsto nella prima formulazione della nostra devolution’. Capace, secondo il coordinatore delle segreterie nazionali, di fare ‘da grimaldello per arrivare al federalismo fiscale: non ci possono essere competenze senza le relative risorse’. Ma Castelli sospira: ‘Con la nostra riforma, le autonomie erano automatiche. Qui, dovrà concederle il governo...’. L'ultima fotogramma del raduno vede Umberto Bossi che consegna a un bimbo l'ampolla con la Sacra Acqua del Po perché la versi in laguna, a simboleggiare l'unità dei popoli padani. Ancora una volta, torna la sensazione che il leader, visibilmente commosso, immagini per sé un ruolo diverso da quello della prima linea: ‘Io comincio a essere non più giovane, ma sarò sempre con voi, fino alla fine’. E spiega di non essere andato venerdì scorso ‘fin su alle foci del Po perché ho voluto che ci andassero i nostri ragazzi’. Il capo chiama accanto a sé il figlio più piccolo, Sirio: ‘Sul Po dal prossimo anno dovremo portarci anche i nostri figli’. (red)
 
19. Orenove/19. Maroni spiega il nuovo corso della Carroccio
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Roma - “Giacca, cravatta e impermeabile, sceso dal palco Roberto Maroni accetta l’invito dei leghisti trevigiani sul barcone ‘Silis’ attraccato a Riva dei Sette Martiri. Gli offrono affettati e ombre de vin. ‘Piano con la bottiglia, che c’è ancora da lavorare’, scherza, sotto il diluvio veneziano, l’ex ministro del Welfare. Sorrisi, battuti, applausi – scrive REPUBBLICA -: niente che faccia pensare a una spaccatura tra veneti e lombardi, o a un tentativo di fronda contro i vertici del Carroccio. ‘Un’invenzione montata ad arte da qualche cialtrone’, la liquida lui. ‘La verità è che solo la Lega riesce a muovere diecimila persone con questo tempo infame. Quello di oggi poi era un passaggio importante, e la risposta che ci ha dato la gente ci fa capire che la strada imboccata è quella giusta’. Avete confermato che la battaglia per il federalismo ora passerà attraverso le Regioni, prime fra tutte Lombardia e Veneto. Non crede che il popolo leghista si aspettasse qualcosa di più? ‘Perché, questo le sembra poco? Noi abbiamo seguito un percorso che adesso si sta concretizzando. In fondo molto altro da inventare non c’era. O ritornavi alla secessione, o dicevi che ti mettevi nelle mani di Berlusconi.... figuriamoci. E invece Bossi ha tirato fuori questa strada stretta che passa attraverso Lombardia e Veneto. Un tempo il federalismo era solo una richiesta del popolo. Adesso è una richiesta delle Regioni’. E’ l’unica novità? ‘C’è anche la riapertura del Parlamento del Nord. L’avevamo chiuso dopo l’alleanza con Berlusconi. Ma adesso che il patto con la Cdl è sciolto, ritorna. So che questo non fa piacere né ad An né all’Udc. Sarà un posto di mezzo tra Roma e le Regioni. La regia della Lega sarà nuovamente a Milano’. Scusi, scioglimento del patto con la Cdl perché? ‘Perché è stato raggiunto lo scopo per il quale era stato fatto: la riforma costituzionale. Che poi sia stata bocciata al referendum, questo è un altro discorso. Lì non potevamo intervenire’. Patto finito vuol dire mani libere? ‘Esatto. Possiamo assumere posizioni autonome rispetto alla coalizione. Senza vincoli. Lo abbiamo fatto sull’indulto, lo abbiamo fatto per la Rai. Lo stiamo facendo sul Libano. Il focus della nostra azione politica è di nuovo il Nord. Noi a Roma faremo da supporto con tutta la spregiudicatezza di cui siamo capaci’. Dunque cambiano anche i vostri interlocutori? ‘Certo. Prima ci rivolgevamo a Berlusconi e agli altri alleati. Adesso ci rivolgiamo al governo. E’ a loro, da ora in poi, che chiederemo di essere sensibili sui nostri temi. Cambi di maggioranza o di alleanze non ce ne saranno, ma non escludo iniziative sorprendenti da parte della Lega’. Lei è sempre stato considerato il più aperturista del Carroccio. Però in un passaggio del suo intervento ha anche escluso un dialogo con la sinistra. ‘Non l’ho escluso. Ho solo detto che il centrosinistra finora ci ha trattati come peggio non poteva. C’è una parte di loro che vorrebbe risolvere la questione settentrionale - ovvero il motore del nostro movimento - eliminandoci. Un’altra parte invece dimostra più sensibilità e capisce che il Nord ha bisogno di risposte immediate’. Ha parlato di partiti che strizzano l’occhio alla sinistra. A chi si riferiva? ‘All’Udc e a una parte di Forza Italia. I primi non mi preoccupano, sono sotto controllo: se vanno a sinistra il loro elettorato rimane al centro. Mi preoccupano molto di più le contorsioni di Forza Italia. Berlusconi sembra non interessarsene affatto. E là in mezzo c’è di tutto. Dalle spinte assistenzialiste meridionali in su. Temo che scavalchino a sinistra l’Udc, e in quel caso sarebbe un bel pasticcio’. Come è cambiata la Lega in questi dieci anni? ‘Siamo molto maturati. Abbiamo una nuova classe dirigente capace e intelligente’. Eppure Bossi continua a dire: la Lega sono io. ‘Bossi è un leader e si comporta da leader. Ma ha fatto crescere una nuova generazione di leghisti. A lui interessa molto il ricambio generazionale’. Mandi un messaggio a Prodi e uno a Berlusconi. ‘A Prodi dico di affrontare con serietà la questione settentrionale, guardando con attenzione alle richieste che verranno dal Consiglio regionale della Lombardia. A Berlusconi dico di rassegnarsi alla sconfitta, di far un’opposizione vera e di riprendere in mano le redini del suo partito’". (red)
 
20. Orenove/20. Avvocati: giovedì a Roma la grande convention
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Roma - “Accelerare sul Partito Democratico, perché ‘in politica il tempo conta’. E ‘non vi è nulla di più pericoloso del rinvio, della dilazione, del prendere tempo’. Piero Fassino chiude la Festa dell’Unità e spiega ai militanti venuti a Pesaro per ascoltarlo, che non si sta a lungo in mezzo al guado: ‘O si guadagna con convinzione la riva o si torna indietro. Ma noi indietro non vogliamo tornare’. Dalla platea del palazzetto dello sport – scrive LA STAMPA - qualche fischio isolato si leva quando il leader della Quercia parla del Partito Democratico. La prospettiva di sciogliere le righe e fondersi con la Margherita non suscita entusiasmi nella base e in una parte dei gruppi dirigenti locali. Ma il segretario dei Ds sa come rassicurare il suo ‘popolo’: le parole magiche sono ‘ancoraggio al Pse’. Non è un caso che sul palco in prima fila, applauditissimo, sia seduto Martin Schultz, il capogruppo dei socialisti europei a Strasburgo, che si compiace per il messaggio molto chiaro di Fassino: ‘Il nuovo partito che nascerà in Italia rimarrà nel segno del Partito socialista europeo’. Un’affermazione che, ancora una volta, ha scatenato la reazione della Margherita. Bene l’accelerazione di Fassino, ha precisato Franco Monaco, ‘ma non convince la predeterminazione dell’approdo alla famiglia socialista europea’. Ancora più critico Antonello Soro nei confronti di Schultz, ‘incapace di comprensione dei processi politici in corso in Italia e si ripresenta con il suo burocratico formulario’. ‘Per fortuna - ha aggiunto il coordinatore della Margherita - il lavoro politico che in questi anni poggia su idee e persone di ben altra struttura. Il discorso di Fassino ha manifestato la consapevolezza della novità costituita dal Partito democratico. Non ci faremo condizionare dalle parole di un vecchio politico che vive con la testa rivolta al passato’. Insomma, il problema di fondo dell’approdo europeo rimane. Tra l’altro ieri Fassino non ha fatto cenno al congresso che dovrà sancire il passo ufficiale verso lo scioglimento. I suoi collaboratori spiegano che lo farà dopo il seminario dell’Ulivo che si terrà il 6 e il 7 di ottobre: Fassino vuole prima capire se Francesco Rutelli ha definitivamente imboccato la via del Partito Democratico. Vuole avere la sicurezza, pure da Romano Prodi oltre che dalla Margherita, che quello con il Pse sarà un rapporto privilegiato. Fassino vuol portare nel nuovo soggetto politico tutta la Quercia, mentre il Correntone lo attende al varco. Così, per evitare che Mussi e compagni vadano per la loro strada, l’unico modo è l’ancoraggio del Pd al Pse. Senza per questo escludere una prospettiva più ampia. Per esempio quella di un rapporto più stretto con i Democratici americani. Tema tanto caro a Rutelli. Lo stesso Schultz ha fatto riferimento all’attenzione nei confronti dei Democratici americani. E Fassino lo ha sottolineato quando ha detto che ‘lo stesso Pse si pone da tempo l’obiettivo di un rapporto strutturato con i Democratici americani’. Tuttavia c’è l’esigenza che ‘un grande partito riformista italiano non sia isolato in Europa e si collochi nel luogo in cui si trovano le grandi forze riformiste europee. E questo luogo oggi è la famiglia socialista’. E’ evidente, ha aggiunto Fassino, che in quel luogo il Pd ‘ci deve stare con la sua specifica e peculiare identità’. Dunque avanti su questa via con la Margherita. Fassino parla nel palazzetto dello sport dove 5 anni fa è stato eletto segretario dei Ds. Si commuove. Quando inizia il suo intervento ha i lucciconi agli occhi. Ricorda che allora l’Ulivo veniva da una sconfitta. Sembrava che la Quercia fosse ‘una nave senza bussola’. Ma da qui ‘è ripartita la nostra riscossa’: il centrosinistra non ha perso una sola sfida elettorale e ora è al governo. Poi un cenno alla Rai, con l’auspicio che ‘Enzo Biagi torni presto ad essere ascoltato dagli italiani e chi ha subito umilianti discriminazioni veda adesso onorata la propria dignità’. ‘Noi - ha spiegato il segretario dei Ds - ci batteremo perché dirigenti e direttori siano scelti non per la loro appartenenza politica ma per la loro professionalità, autonomia e dedizione all’azienda’. Per Fassino è ‘francamente inaccettabile che Berlusconi e la destra denuncino un’inesistente occupazione della Rai quando in questi anni sono stati loro a sequestrare quell’azienda occupando ogni incarico e discriminando ogni voce che non fosse gradita al padrone di Palazzo Chigi: nelle venti principali direzioni di testate giornalistiche, reti e settori strategici della Rai, ben 17 sono ricoperte da uomini esplicitamente indicati dalla destra’”. (red)
 
21. Orenove/21. Nazioni Unite, parte a New York la 61esima sessione
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Roma - “Si apre domani, in un clima molto diverso dal passato, l’ultima assemblea generale dell’Onu dell’era Kofi Annan – scrive Arturo Zampaglione su REPUBBLICA -. Il segretario generale lascerà l’incarico a dicembre dopo dieci anni faticosi, in cui le sue doti diplomatiche sono state messe a dura prova dallo scandalo oil-for-food, dal susseguirsi delle crisi e dalla sfida dell’unilateralismo americano. Ma la ricerca di un successore - quasi certamente asiatico - non sarà l’unica preoccupazione delle 192 delegazioni presenti a New York. Al centro degli incontri ci saranno anche il Darfur e l’Iran, la riforma del Consiglio di sicurezza e la moltiplicazione dei caschi blu, i flussi migratori e la povertà. Manhattan si è già trasformata in un’isola-bunker (e in un inferno per gli automobilisti) per l’arrivo di tanti personaggi potenti e controversi, da George W. Bush all’iraniano Mahmoud Ahmadinejad, ognuno con il suo seguito di ministri e giornalisti, portaborse e 007. Ma al di là delle misure di sicurezza, l’atmosfera sarà diversa da altri summit, e in particolare da quella autocelebrativa dell’anno scorso in occasione del 60mo anniversario del Palazzo di vetro. I toni trionfali appaiono fuori luogo di fronte a tante guerre. E anche quel fervore ideologico contro l’Onu, spesso ispirato dai neocon americani, appare superato dalla crescente domanda di caschi blu. Dal Libano al Darfur, le forze di pace dell’Onu sono viste sempre più come l’unica strada per dare legittimità all’intervento internazionale. Oggi ci sono 73mila caschi blu impegnati in 18 operazioni. Con il rafforzamento dell’Unifil guidato dall’Italia e con l’eventuale missione nel Darfur (ancora in dubbio per l’opposizione del governo del Sudan, contro cui c’è stata ieri una giornata di mobilitazione mondiale) il numero delle truppe dell’Onu raggiungerà i 100mila: sarà al tempo stesso un record e una sfida”.

“Romano Prodi e Massimo D’Alema intendono fare leva sul prestigio acquisito dall’Italia nella crisi libanese per riaffermare le posizioni di Roma sulla riforma del consiglio di sicurezza. Prodi, che parlerà mercoledì all’assemblea generale, offrirà una cena la sera stessa, assieme al presidente pachistano Pervez Musharraf, a tutte le delegazioni all’Onu. Obiettivo: rilanciare le proposte di ‘Uniting for consensus’, il gruppo di paesi che è contrario alla estensione del numero di membri permanenti del consiglio di sicurezza con diritto di veto (come vorrebbero Giappone, Germania, Brasile e India) e chiede invece un allargamento più trasparente e rappresentativo”.

“Il successore di Annan sarà eletto dall’assemblea generale su proposta del consiglio di sicurezza. GIi Stati Uniti, secondo l’ambasciatore John Bolton, non si sentono condizionati dalla regola - non-scritta ma sempre applicata - di una rotazione geografica. Ma la Cina, che ha diritto di veto, insiste che questa volta è il turno di un asiatico (l’ultimo fu U Tant nel 1971), escludendo così la candidatura del presidente della Lettonia Vauira Vike-Freiberga. La settimana scorsa il consiglio di sicurezza, con votazioni segrete e di valore solo indicativo, ha dato le sue preferenze sui papabili asiatici: primo, con 14 voti su 15 (ma quello contrario sembra della Cina), il ministro degli Esteri sudcoreano Ban Ki-Moon; secondo l’indiano Shashi Tharoor, sottosegretario dell’Onu e scrittore di successo. Una candidatura che circola con insistenza, e che potrebbe raccogliere molti consensi anche se non è stata ancora ufficializzata, è quella del primo ministro di Singapore Hoh Chok Tong”. (red)
 
22. Orenove/22. Filosofia, la carica dei disUmanisti
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Roma - Orenove/22. Filosofia, la carica dei disUmanisti
Innanzitutto la meraviglia: ‘L’uomo è invero un soggetto meravigliosamente vano, vario e ondeggiante’, scriveva Michel de Montaigne. Prima di passare a meravigliarci per l’essere umano, dobbiamo, però, manifestare il nostro stupore filosofico nei confronti di quella meravigliosa creatura dell’uomo (anzi, della donna) che è il Festival Filosofia di Modena, Carpi, Sassuolo, appena conclusosi dopo tre giorni di una sbalorditiva kermesse. La manifestazione, che lo scorso anno ha registrato oltre 100 mila presenze – scrive Antonio Scurati su LA STAMPA -, in quest’ultima edizione ha offerto 180 appuntamenti, tutti gratuiti, tra mostre, spettacoli, film, concerti, letture, giochi, animazioni per bambini ma, soprattutto, 38 lezioni di grandi maestri del pensiero contemporaneo. E qui sorge la meraviglia: grazie a un semplice gesto di delocalizzazione, dalle neglette aule universitarie alle festose piazze cittadine, il festival è riuscito nell’impresa, quasi magica, di restituire prestigio e conferire un nuovo senso condiviso alla filosofia, l’antica regina dei saperi, oggi socialmente decaduta a una triste condizione di servaggio istituzionale. Gli stessi filosofi che nelle loro sedi universitarie di appartenenza tengono lezioni in aulette scalcinate dinnanzi a sparute platee di studenti occasionali e distratti, qui vengono accolti trionfalmente alla stazione dalla banda cittadina, riempiono le piazze di folle munite di taccuini per gli appunti e, sembrano, per tre giorni, riguadagnare il carisma di massime autorità sulle sorti del mondo, normalmente detenuto dai salottieri mediatici e dai commentatori improvvisati. Una rivincita dell’epistéme sulla dóxa, della conoscenza approfondita e meditata sul vapore acqueo dell’opinione. Miracoli del cambio di scena”.

“Quest’anno, però, al Festival Filosofia è andata in scena addirittura l’umanità, sopra e sotto il palco. E allora la meraviglia è cresciuta fin quasi a raggiungere lo sbalordimento, in taluni casi perfino lo sgomento. Quest’ultima edizione è stata, infatti, dedicata a tematizzare il confine sempre più fragile tra uomo e animale, la nuova problematica frontiera tra naturale e artificiale, il controverso rapporto tra esseri umani e altri esseri viventi, tra umano e non umano. Ne è emersa la fisionomia di un’autentica rivoluzione filosofica in fieri, che procede di pari passo all’avanzare delle frontiere della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica. E’ un nuovo orizzonte, nel quale il divenire del pensiero accompagna il divenire-altro dell’umano, in cui la ‘disumanità’ non rappresenta più la minaccia di estinzione per la specie dell’uomo ma il suo avvenire. Se buona parte del più radicale pensiero novecentesco si era sempre cautelato rispetto all’accusa di anti-umanesimo (si pensi alla celebre querelle tra Heidegger e Sartre sul controverso umanismo dell’esistenzialismo), questa nuova intelligenza filosofica del futuro-presente fa proprio dell’anti-umanismo la propria bandiera. Nell’orbita di questo nuovo sguardo filosofico, l’umanismo, fedele all’idea dell’esistenza di una ‘natura umana’ da coltivare e preservare, appare una forza del passato, nel senso della debolezza reazionaria. L’umanesimo si renderebbe colpevole di disconoscere il presupposto fondamentale secondo il quale l’uomo sarebbe un animale ancora non definito (Ghelen), e dunque, responsabile di intralciare le rivoluzioni spirituali, necessarie all’invenzione scientifica, a seguito delle quali l’uomo diverrebbe ‘una specie mutante’ (Bachelard). Tra le tante voci fieramente anti-umaniste udite a Modena, sono risuonate particolarmente squillanti quelle di Philippe Descola e di Bruno Latour. Descola ha rimesso in discussione il tradizionale approccio occidentale alla relazione tra uomo, animale e cosmo, spingendosi a considerare l’antropologia umanista, stabilitasi in Occidente, come un caso particolare di un’antropologia più universale che abbraccia quelle prodotte dalle civiltà animiste, analogiche (esemplificate dalle antiche cosmologie cinesi) e totemiche. La conclusione cui giunge Descola è che non soltanto non esiste l’uomo quale essere naturale, ma non esiste nemmeno un’unica antropologia. L’uomo, qualunque cosa diverrà in futuro, lo diverrà come risultato di un bricolage antropologico tra i tanti fili della trama del mondo”.

“Bruno Latour, nella sua lezione sull’’umanità dei non-umani’, partendo dalla constatazione secondo la quale metà della storia della socialità umana è storia della socializzazione tra umani e non umani, propone una definizione performativa della tecnica. In base a questa, ‘umano’ sarebbe non soltanto l’uomo in quanto prodotto della tecnica ma la tecnica stessa in quanto entra nel processo di produzione dell’uomo. Per ‘non umano’, Latour, infatti, non intende prevalentemente il regno animale o vegetale ma il mondo degli oggetti: utensili, macchine, strumenti, protesi. Gli occhiali che porto sul naso mentre scrivo questo pezzo, i batteri che porto nell’intestino, fanno parte del mondo umano? Sì, risponderebbe, Latour: fanno parte di quel vasto ‘collettivo’ di umani e non umani che dobbiamo imparare a considerare come una nuova sfera pubblica di convivenza e negoziazione tra ‘immigrati’ del genere umano e umani autoctoni. La crisi ecologica è una crisi del sapere e della politica: dobbiamo reintrodurre i non umani nella definizione del sociale e spingere innanzi la ricerca scientifica come mobilitazione progressiva di un insieme di umani e non umani le cui relazioni, misure, forme vanno stabilite politicamente. Non dobbiamo più chiederci da dove veniamo e dove andiamo ma: quanti siamo? E possiamo vivere assieme? Frankestein, il parto mostruoso dell’ingegno tecnico, non diviene tale perché creato ma perché abbandonato a se stesso. È lui stesso a rimproverarlo al suo creatore quando, nel capolavoro di Mary Shelley, l’uomo e il mostro s’incontrano sulle Alpi per la resa dei conti finale: Frankestein il mostro rimprovera a Frankestein l’uomo di genio non di averlo creato cattivo, ma di non averlo amato, condannandolo così alla cattiveria. Dobbiamo amare le nostre creature, ci suggerisce Latour, non abbandonarle a loro stesse, ma le nostre creature non sono soltanto i pargoli di carne, sono anche questo schermo a cristalli liquidi che mi sta dinnanzi e l’enorme fusoliera volante d’acciaio e vetro su cui salirò tra poco per tornarmene a casa. Dobbiamo amare gli occhiali da vista, i computer, gli aeroplani perché sono figli dell’uomo non meno di quanto l’uomo sia figlio loro. Come sostiene Peter Sloterdijk - quest’anno assente a Mantova ma riferimento comune a Descola e a Latour - l’uomo, più che Homo faber, è Homo fabricatus. Consapevoli di ciò, dobbiamo abbandonare il bosco sacro dell’umanesimo, il purismo ideologico di una Hollywood in cui, a furia di separare l’umano dal non umano, finiamo per creare un mondo di insostenibili violenze. Meglio, allora, il modello della serra, una serra sferica e globale: vi si coltiva un uomo totalmente artificiale, che non esclude da sé niente e nessuno bollandolo come non-umano. Un mondo forse complicato da manipolare ma sostenibile. ‘La disumanità’, inorridiva Valéry ‘ha ancora un grande futuro davanti a sé’. Gli antiumanisti se ne sentono, invece, rassicurati”. (red)
 
23. Orenove/23. La giornata di oggi
 
 
 
Roma - ROMA - Il presidente della Camera Bertinotti alla Buvette sui prodotti equi e solidali.

ROMA - Consiglio Episcopale Cei, con il cardinale Ruini.

ROMA – Idv presenta pdl su nomine nei Tg Rai.

ROMA - Esecutivo unitario di Cgil-Cisl-Uil su Finanziaria.

ROMA - Workshop su “Energia e tecnologia, scenari al 2050”, con il ministro Nicolais.

ROMA - Inaugurazione dell’Anno Scolastico 2006-2007, con il ministro Fioroni.

GENOVA - Prima conferenza nazionale sull’immigrazione, con i ministri Amato e Ferrero, Frattini, Burlando, Pericu, Repetto.

MILANO - Chiusura della Festa dell’Unità, incontro con Fassino.

BRUXELLES - Ue, consiglio dei ministri dell'Agricoltura e della Pesca.

BRUXELLES - Ue, seminario Ue-Cina.

STRASBURGO - Pe, audizione del commissario Kallas sulla trasparenza delle attività dei lobbisti.

GINEVRA - Ue, conferenza su “Immigrazione analisi e prospettive” con il commissario Frattini.

SINGAPORE - Assemblea del Fmi. (red)
 
 
 
 
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