1. Orenove/1. Dietro le quinte
a cura di Laura Cesaretti
Roma - Non c’è solo il rinnovo della carica di segretario in palio al congresso Radicale che si apre oggi a Padova. Basta sentire quello che raccontano gli stessi deputati pannelliani della riunione non tanto della segreteria di giovedì scorso, divenuta ormai un cult movie del web, quanto piuttosto della loro componente nell’ambito del gruppo parlamentare. C’era anche Marco Pannella, non invece Emma Bonino che sarebbe arrivata solo in serata alla segreteria terminata alle due del mattino. Quel giorno si votava la fiducia al decreto fiscale, e secondo quanto racconta Marco Beltrandi in una intervista a Radio Radicale, i sei deputati radicali erano divisi esattamente a metà, il segretario Daniele Capezzone, Donatella Poretti e Bruno Mellano pronti a non votare la fiducia al governo, mentre dall’altra parte Maurizio Turco, Sergio D’Elia e lo stesso Beltrandi fermi nel richiamare i compagni di partito alla lealtà verso un governo che vede Emma Bonino tra i ministri che quel decreto hanno votato, e quindi avrebbe visto Emma Bonino tra i ministri ai quali i sei deputati Radicali avrebbero fatto mancare il proprio voto di fiducia se fosse passata la linea del segretario. Come sempre capita con i Radicali la politica la fa da padrone e i problemi che Capezzone pone pesano come macigni sul prosieguo dell’esperienza governativa di Emma Bonino e della compagine parlamentare di via Torre Argentina.
Non passa infatti giorno senza che la componente comunista dell’Unione segni un punto a proprio favore, mentre i compagni di viaggio della Rosa nel pugno, cioè Boselli e Villetti, non riescono ad andare oltre timidi segnali di dissenso che si accompagnano sempre a dichiarazioni di fiducia incondizionata a Romano Prodi. Con in più un ministro come Emma Bonino chiamata a governare uno dei portafogli meno facili per chi come lei ha sempre combattuto dalla parte dei diritti umani e civili, quello del commercio estero. Emblematica in tal senso la trasferta cinese culminata con la richiesta del presidente del consiglio Romano Prodi di por fine all’embargo della vendita di armi a Pechino, senza dissensi clamorosi della stessa Bonino. Insomma, i Radicali si trovano a presidiare la linea del fronte di una maggioranza che con la sua politica economica ed estera li espone ogni giorno al rischio di pagare il tributo maggiore di consensi nell’immediato a un esecutivo che potrebbe cadere subito dopo l’approvazione della legge finanziaria e dunque lasciarli senza la possibilità di recupero nei confronti di un elettorato esigente come quello radicale. È questo il grido d’allarme che lancia Capezzone. (lac)
2. Orenove/2. Prime pagine
Roma - IL GIORNALE – In apertura: “Il bollo di Visco per 29 milioni di auto”. Editoriale di Lodovico Festa: “Fantasia all’opposizione”. Di spalla: “La strana storia di Mills”. A centro pagina: “A Napoli il governo ritira già l’esercito”. A fondo pagina: “Bicchiere in testa alla Streisand anti-Bush”.
AVVENIRE – In apertura: “Al capezzale di Napoli”. Editoriale di Marina Corradi: “Passando davanti al monumentale”. In un riquadro: “‘I santi si sono fidati di Dio’”. In un riquadro: “Bollo auto, scontro governo-consumatori”. A centro pagina: “Su Gaza si abbatte il pugno di Israele”.
LA REPUBBLICA – In apertura: “Prodi: niente esercito a Napoli”. Editoriale di Giorgio Bocca: “La vittoria della camorra”. A centro pagina: “Statali verso lo sciopero generale”. A sinistra: “Erdogan non vedrà il Papa”. In un riquadro: “Iraq, la ‘mappa’ dei generali americani: ‘A un passo dal caos’”. A fondo pagina: “L’eterna guerra dell’ambrogino”. “Morti di Salò, la Moratti diserta la cerimonia”.
CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Prodi a Napoli: l’esercito non basta”. Editoriale di Piero Ostellino: “La sinistra e i ricchi”. Di spalla: “Turchia, Erdogan non incontrerà Benedetto XVI”. A centro pagina: “Afghanistan, timori per la sorte di Torsello”. “Padoa-Schioppa: non mi sento bocciato dal Financial Times”. A fondo pagina: “Microsoft: troppa censura, potremmo lasciare la Cina”. “Giustizia senza soldi, arrivano gli sponsor privati”.
LA STAMPA – In apertura: “Finanziaria, il giallo del bollo auto”. Editoriale di Marcello Sorgi: “Pagare per il clima”. A centro pagina: “‘L’esercito a Napoli? È inutile’”. “Il premier turco eviterà Papa Ratzinger”. A fondo pagina: “Sicilia, in pensione dopo 25 anni di lavoro”.
IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Statali, il Governo cerca 700 milioni”. Editoriale di Giacomo Vaciago: “Il Fisco e i cittadini tra efficienza e fiducia”. Di spalla: “Prodi: per battere la camorra l’esercito non è la soluzione”. A centro pagina: “La Borsa scommette sulla fusione tra Popolari”. “Doppio regime tributario sui patrimoni che sono trasferiti al trust”.
IL TEMPO – In apertura: “Spari sulla Croce rossa”. Editoriale di Alberto Mingardi: “Sforbiciate di facciata”. “Il tramonto di Padoa-Schioppa”. “Marini: ‘L’Italia è spezzata’”. A centro pagina: “‘Napoli fogna, vergogna Calderoli”. “Statali: pronti allo sciopero generale”.
LIBERO – In apertura: “Sfilati 1.212 euro a famiglia”. Editoriale di Vittorio Feltri: “Napoli proletaria”. In un riquadro: “Vespa: vi svelo i dieci errori di Silvio”. A centro pagina: “C’è un terrorista al Viminale”. A fondo pagina: “Ecco le duecento parolacce ufficiali”.
L’UNITÀ – In apertura: “Napoli non può restare sola”. In un riquadro: “Ratzinger in Turchia. Ma Erdogan non ci sarà”. A centro pagina: “Vika-Maria: voglio tornare in Italia”. In un riquadro: “Blitz israeliano: uccisi 8 palestinesi”.
IL FOGLIO – In apertura: “Emergenza criminalità a Napoli, Prodi: ‘L’esercito non serve’”. “Operazione israeliana a Gaza per interrompere il lancio di razzi”. A centro pagina: “Il terrorismo secondo D’Alema”.
IL RIFORMISTA – In apertura: “Erdogan rifiuta l’incontro con il Papa”. “Il nord ostile diffida, il sud amico deraglia. La sinistra alle prese con un’altra questione”. A centro pagina: “Sui servizi locali profumo di nuove maggioranze”. A fondo pagina: “Codardo rampante, ribellati al tiranno Dagospierre”. (red)
3. Orenove/3. Napoli, Prodi frena sull’invio dei soldati
Assolutamente da non perdere
Roma - “Martedì il pubblico grido di dolore, l’’angoscia’ del presidente per le sorti della città. E ora la telefonata ‘lunga e concreta’ con Romano Prodi, che oggi sarà a Napoli. Giorgio Napolitano, che vuole ‘mantenere viva l’attenzione’ attorno ai problemi partenopei, spiega al premier che servono soluzioni definitive, ‘concertate’ con le autorità locali e soprattutto rapide. E il Professore assicura: il governo – scrive IL GIORNALE – vuole andare fino in fondo. ‘Con il capo dello Stato - racconta più tardi Prodi - abbiamo concordato sulla necessità di un disegno veramente forte ma di lungo respiro: io non ritengo che la criminalità possa essere sconfitta con battaglie a corto raggio, con cose che possono anche piacere ma che non mordono a fondo il problema’. Niente soldati, dunque? Il Professore non è contrario ‘per principio’ a spedire delle truppe. Però ha dei dubbi sulla ‘effettiva utilità’. Dice: ‘L’esercito non è la questione centrale per vincere questa sfida. Sotto qualche particolare aspetto può essere utile, ma la criminalità deriva dall’inquinamento della vita economica, del mondo degli affari, da una violazione continua della legge e su questi temi i soldati servono a poco. A ognuno il suo mestiere’. Contro l’arrivo dei militari si sono già schierati sindaco, governatore, procuratore, questore, prefetto e cardinale. Ma, mentre il ministro dell’Interno Amato sta preparando un piano organico che prevede un rafforzamento degli organici delle forze dell’ordine e la videosorveglianza delle strade, Prodi insiste sull’’approccio globale’ al problema. ‘Noi dobbiamo lavorare sia sull’aspetto repressivo, sia sul coinvolgimento della società civile: su questo farò a Napoli delle proposte molto precise. Però dobbiamo pure, e questo è il punto centrale, lavorare per un ripristino della legalità nella vita economica e nella vita sociale di tutto il Paese, perché la delinquenza è figlia dell’illegalità’. Dopo Prodi, toccherà quindi a Giuliano Amato farsi vedere sotto il Vesuvio: il nove novembre il ministro dell’Interno presiederà un vertice operativo in prefettura. E a fine mese, la visita di Giorgio Napolitano, già la seconda dal giorno dell’elezione al Quirinale. Anche a giugno il capo dello Stato, partecipando a un incontro con i responsabili della sicurezza, mise al primo posto dell’agenda la sicurezza. Certo, il clima era più ottimista. Il presidente – continua IL GIORNALE – sottolineò ‘la portata dei fenomeni criminosi’, ‘la minaccia che grava sulla città’, e i ‘persistenti limiti, ormai endemici, che insidiano il cammino’ verso un riscatto totale. Ma comunque vedeva ‘voglia di fare e segnali incoraggianti’. Ora invece, mentre Napoli sta vivendo ‘tra i peggiori giorni’ della sua storia, il capo dello Sato invita a fare in fretta”. (red)
4. Orenove/4. Napoli: i mali della città secondo Gava e Villone
Assolutamente da non perdere
Roma - “Mille agenti? L'esercito? ‘La verità è che quando ci sono i morti per terra il problema che si vuole risolvere ha già dato i suoi frutti negativi. Le misure eccezionali, i mille agenti in più o l'invio dell'esercito sono come l'aspirina che si prende per far abbassare di qualche linea la febbre che è già alta’. Così parla al Riformista Massimo Villone, il senatore diessino (e napoletano) che l'anno scorso sollevò, insieme a Cesare Salvi, il problema dell'alto prezzo della democrazia e dei costi della politica. Da quella discussione, che appassionò anche Giorgio Napolitano, nacque poi il libro Il costo della democrazia. La questione della risorse sprecate – scrive IL RIFORMISTA – ha molto a che fare con la grande emergenza che coinvolge non solo Napoli e tutto il Sud. Il Mezzogiorno è stato dimenticato. A sentire Villone, tanto da Berlusconi quanto dal governo in carica. ‘Delle promesse sul rilancio del Sud che ho sentito fare dal centrosinistra in campagna elettorale - dice Villone - oggi non è rimasta traccia. Il Mezzogiorno aveva ricominciato lentamente a risalire la china tra il 1996 e il 2001, durante quella fase del centrosinistra. Poi è arrivato il governo Berlusconi, che si è contraddistinto per una politica nettamente nordista’. Ma, aggiunge il senatore della Quercia, ‘se le scelte di un centrodestra che vinceva grazie al Nord potevano avere una qualche giustificazione politica, l'assenteismo di oggi dell'Unione sul Sud, che è una sua roccaforte, penalizzerà il centrosinistra’. Da palazzo Chigi alle istituzioni di Napoli, anch'esse rette dal centrosinistra. ‘Per fronteggiare l'emergenza - sostiene Villone - c'è bisogno di risorse. A Napoli le forze dell'ordine non hanno i soldi per la benzina delle volanti. In Procura manca la carta per i fax e il personale che sposta i fascicoli. Sembra una barzelletta. Purtroppo non lo è. Questo succede proprio nel momento in cui avremmo bisogno di usare al meglio le nuove tecnologie. Le telecamere, la videosorveglianza non servono a nulla se poi non ci sono le possibilità operative di far intervenire immediatamente le forze di pubblica sicurezza’”.
“È la solita questione dei ‘tagli’ agli enti locali? Non proprio. ‘Lo spreco delle risorse, la gestione clientelare degli enti locali sono fenomeni che non riguardano solo la Campania. Ma se oggi Napoli deve richiedere allo Stato soldi in più, dovrà dimostrare che nemmeno un euro andrà sprecato’, risponde il senatore diessino. A Bassolino e alla Iervolino, i napoletani chiedono chiarezza. A Prodi, che oggi sarà a Napoli, ‘vanno fatte delle richieste economiche precise, spiegando soprattutto come il comune e la regione hanno intenzione di spenderle. Non può esserci un piano per la sicurezza senza trasparenza’, sottolinea Villone. Che aggiunge: ‘Le generiche lamentazioni non servono a niente. Credo che fosse proprio questo il senso delle parole di Napolitano, che ha invitato governo e istituzioni locali ad agire “insieme”’. Intanto, al Corriere della sera Rosa Russo Iervolino ha detto di non avere nulla da rimproverarsi e Cirino Pomicino rivendica il riscatto per la stagione politica che lo vide protagonista insieme a Gava e Scotti. ‘Io credo che questa situazione si debba soprattutto a loro’, dice Villone riferendosi a questi ultimi. ‘La situazione non è migliorata - aggiunge - perché la sinistra che governa oggi si è posta in continuità rispetto alla fase di Gava. Semplicemente, non è riuscita ad essere diversa da quella Dc’. A Napoli e al mezzogiorno in generale – continua IL RIFORMISTA – serve uno scatto della politica più che misure d'emergenza. Villone non è ‘pregiudizialmente contrario alle leggi speciali. Possiamo anche aprire una discussione’, dice. Però, aggiunge, ‘la camorra non è un male passeggero, straordinario. E come tale non può essere fronteggiata con misure di carattere passeggero e straordinario’. E ancora: ‘La migliore risposta che le istituzioni possono dare in questo momento è usare al meglio gli strumenti ordinari’. Mettere in pratica ciò che sembra facile e immediato sarebbe la prima impresa. Soprattutto a Napoli”.
Sull'emergenza napoletana IL GIORNALE intervista l'ex ministro dell'Interno Antonio Gava. “Don Antonio (Gava) più di tanto non riesce a infierire sul presidente della Regione già sindaco di Napoli. Lui, l’ex ministro dell’Interno scalzato dal potere con accuse di camorra rivelatesi infondate, parla mal volentieri di un Re ormai nudo che continua a spogliarsi d’ogni responsabilità. ‘L’artefice del fantomatico rinascimento partenopeo - dice Gava - dovrebbe interrogarsi su quel che accade in questa città sommersa dal sangue e dai rifiuti. È Bassolino che da dieci anni detta legge’. Anche per lei, come per il presidente Napolitano, questi ‘sono i giorni peggiori’ di sempre? ‘Non ci sono dubbi. E il dramma sa qual è? Che se non c’erano i morti nessuno andava a vedere ciò che, da anni, è sotto gli occhi di tutti. Mai una critica a Bassolino, mai una sua ammissione di responsabilità. Fino a quando si continuerà a dire che tutto va bene e quant’è bravo Bassolino, se si insisterà nell’ignorare la realtà, i risultati saranno questi. Ecco perché non sono sorpreso da quello che sta accadendo. Per l’amor di Dio, non sarà solo e soltanto colpa sua, ma lui è il maggiore responsabile. Sono dieci anni che promette di tutto, non può continuare così’. Per il suo ex collega di partito Cirino Pomicino – scrive IL GIORNALE – si tratta di una rivincita nei confronti dei vostri più accaniti detrattori... ‘No, nessuna rivincita anche se il sentimento verrebbe naturale visto come sono stato trattato io da una certa parte politica. Dico solo che in determinati frangenti non si può, non si deve, scappare dalle proprie responsabilità. Ricordo che quando ero a capo del Viminale ogni qual volta accadeva qualcosa, da uno scippo a un omicidio, io mi sentivo in qualche modo responsabile. E mi davo da fare. Oggi invece nessuno ci mette la faccia. Il presidente Napolitano ha descritto oggettivamente la situazione, ha detto una verità sacrosanta che poi è quella che io ho rappresentato in un capitolo di un mio libro dedicato alla cosiddetta rinascita napoletana. Una rinascita che c’è stata solo a chiacchiere, letteralmente inesistente’”.
“Davvero – continua IL GIORNALE – nessuna rivincita da parte sua? ‘No, davvero. Ho affrontato a testa alta i procedimenti che mi hanno riguardato, e l’ho fatto al pari di Andreotti e di altri amici colpiti da avvisi di garanzia per mafia o tangenti. Su questi fronti avevamo un’educazione politica diversa rispetto a quella di oggi, e pur essendo in parte vero che dietro talune azioni lo zampino di una parte partitica c’era, abbiamo lottato per far emergere la verità senza mischiare i fatti personali con la politica. Una verità che è poi quella uscita dalle sentenze arrivate con molto ritardo. Certamente noto che rispetto al passato le inchieste su certa pubblica amministrazione sono, forse, meno incalzanti. E comunque quel che mi preme sottolineare sono le eventuali responsabilità politiche di chi comanda. Noi ci siamo tutti ritirati quando abbiamo avuto un avviso di garanzia’. Parla di Bassolino coinvolto nell’inchiesta sui rifiuti? ‘Io non l’ho detto’. Da ex viceré di Napoli lei crede davvero che l’ex sindaco sia ancora il Re incontrastato della città? ‘È lui che comanda a Napoli, non la Iervolino. Ma non vorrei offendere la categoria dei Re: non lo eleverei mai così in alto l’esponente dei Ds. Nemmeno sotto-Re, principe o marchese. Diciamo che lui ha un buon rapporto con la mondezza...’. Rifiuti e camorra, qual è la vera emergenza? ‘Una bella gara. Ehi, questa è una battuta, sennò poi dicono che parteggio per la camorra (ride)’. Come se ne esce da questa situazione? ‘Non è facile. Bisogna affrontare anche i problemi del modo di essere, di vivere, di una parte della città che non può continuare a vivere così. Ci sono problemi di fondo che vanno risolti anche a livello nazionale. Le leggi speciali servono a poco, e ve lo dice uno che ne fece una quando Clemente lo facemmo sindaco di Napoli’. I fanti schierati contro i camorristi, che ne pensa? ‘Tutto il male possibile. L’ordine pubblico è di competenza delle forze di polizia, se l’Esercito arriva per svolgere compiti amministrativi e per sgravare d’incombenze inutili gli investigatori, allora può servire’. Il governo sta per scendere in forze a Napoli. Arrivano i nostri, con Prodi in testa. ‘Bah. Quando divenni ministro dell’Interno fu la prima cosa che feci: convocai una riunione in prefettura con tutti i sindaci della zona’. Se oggi fosse lei ministro dell’Interno, cosa farebbe? ‘No, davvero. Io nei panni di Amato? Non mi ci metterei mai’”. (red)
5. Orenove/5. Napoli, libero il baby killer. Interviene Mastella
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Roma - “‘Non dico la vendetta. Non dico augurargli la stessa sofferenza. Ma la galera sì. Almeno la galera per uno che a sedici anni uccide un ragazzo e ne spedisce un altro in coma. Invece neanche un giorno di carcere. È questo lo Stato? Giustificare dodici pugnalate in appena quarantotto ore?’. Domande di ragazzi. Al funerale del loro amico Daniele. ‘No, forse non va’, deve essersi detto il ministro Mastella. Che infatti – scrive LA REPUBBLICA – qualche ora dopo decide di inviare gli ispettori al Tribunale per i minori di Napoli, dove un giudice ha deciso la scarcerazione del sedicenne bravo ragazzo e killer, Salvatore. Le nove, mattina livida, Pozzuoli. La bara bianca spunta sul sagrato, coperta di fiori e centinaia di ragazzi. Solo silenzio e un po’ di pioggia. Acqua sul feretro, gocce sullo striscione ‘Ciao Dany matto eroe’, sul foglietto di addio che l’insegnante di inglese legge piano, ‘Il tuo sorriso era la nostra famiglia’. Mille persone assiepate in una parrocchia umida per i funerali di Daniele Del Core, il diciottenne ucciso con tre coltellate che gli hanno bucato i polmoni, sabato, a Pozzuoli, in una lite per gelosia. Mentre il suo amico Loris resta ricoverato in gravissime condizioni. Li fissa negli occhi il vescovo Gennaro Pascarella: ‘Perché mio figlio, mio fratello: vi chiedete. Non prendiamocela con Dio: la violenza è segno della stupidità dell’uomo’. Nella stessa mattina l’assassino, Salvatore, ottimo liceale, istruttore di arti marziali, lascia il centro in cui è detenuto e su decisione del giudice per il Tribunale dei minori di Napoli si avvia ‘al collocamento in comunità’, misura meno afflittiva disposta dal giudice Anna Cappelli alla fine dell’udienza di convalida. Dalla folla delle esequie viene un solo lamento. Voce non di assetati. Dolente. ‘Ingiustizia’. Un caso che agita Pozzuoli, ma divampa due ore dopo in via Arenula. Dove il ministro Guardasigilli Clemente Mastella invia un’ispezione e ordina ‘accertamenti preliminari’ sulla decisione di quel giudice. Il ministro non intende ovviamente mettere in discussione alcun fondamento della giurisprudenza ‘che mira al recupero e non alla punizione’ dei giovanissimi. Ma non è neanche insensibile all’onda di indignazione che sale dall’area che sembra la più infestata del Paese, in queste ore. Clima che peraltro tira in ballo anche l’indulto. Ma qui l’emergenza crimine non c’entra. Sotto esame c’è un giudice che ha valutato il dolore e il pentimento del sedicenne travolto da un raptus. Tuttavia Mastella si dice colpito dalla ‘rilevante gravità della vicenda criminosa’”.
“E non gli sfugge – continua LA REPUBBLICA – lo ‘sconcerto’ che la decisione del gip per i minori ‘ha suscitato nell’opinione pubblica’. Così - scrive in una nota il ministro- ‘ho ritenuto doveroso delegare all’ispettorato generale del Ministero della Giustizia gli accertamenti preliminari’. Mastella intende sapere se, nella decisione del magistrato, vi sia ‘la sussistenza della necessaria motivazione in ordine alla compiuta valutazione di situazioni e circostanze che avrebbero potuto imporre lo stato di detenzione del minore: ciò nel totale rispetto della giurisdizione e nella piena consapevolezza - conclude il ministro - che la detenzione del minore è ammessa nel nostro ordinamento unicamente in casi eccezionali’. Quesiti da ministero. A Pozzuoli, tra gli studenti messi di fronte al loro dolore dei 18 anni, resta la rabbia. Nascosta dietro Rayban neri, bomber col cappuccio, volti pallidissimi. ‘Si può uccidere e restare impuniti. Basta avere 16 anni, chiamarsi Bravo Ragazzo’, mormora un giovane servitore dello Stato, è l’agente della Guardia di Finanza in servizio a Modena Marino Di Roberto; soprattutto è il fratello di Loris, il rivale in amore di Salvatore, il ragazzo sfuggito alle pugnalate fatali ma ancora immobile in un reparto di terapia intensiva. Sua madre Anna, che quella sera è stata la prima a soccorrerlo, abbraccia ai piedi dell’altare Elisa, la madre di quell’altro cui è andata peggio, il povero Daniele che faceva da paciere ed è morto ‘al suo posto’. E ora il pugnalatore di entrambi ‘ha chiesto perdono e questo è bastato’. Da Napoli arriva la solidarietà anche di Vincenzo Sequino, padre di Gigi, un innocente ucciso sei anni fa per errore. ‘È la vecchia storia, la certezza della pena esiste solo per le vittime’. Mentre la famiglia di Loris da quattro giorni non lascia il reparto di Rianimazione. Continua Moreno: ‘Quel gip lo ha riletto il provvedimento, prima di scarcerare un ragazzetto killer? Quel giudice sa che mio fratello Loris potrebbe tornare o non tornare a casa?’. Ci sono gli amici di Daniele a stargli vicino. Destini incrociati. Uno ucciso per difendere l’altro. E il killer già fuori”. (red)
6. Orenove/6. Napoli, “troppi killer fuori per l’indulto”
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Roma - “Morire d’indulto. Succede nella città assediata dai clan, dalle baby gang e dai criminali incalliti. Succede che la libertà acquisita con il provvedimento di clemenza si trasformi in una rapida condanna a morte. O che, dopo la cella, l’unico pensiero dello scarcerato sia quello di rientrare nel circuito criminale, ambizione che lo porta a uccidere rivali o, peggio, vittime innocenti. Succede – scrive LA REPUBBLICA – e l’allarme di investigatori e magistrati è altissimo. Franco Roberti, capo del pool anticamorra, ha detto a Repubblica: ‘C’è un dato obiettivo: in quasi tutti gli omicidi degli ultimi tre mesi ex detenuti usciti con l’indulto hanno avuto un ruolo’. L’ultimo sanguinoso esempio è di martedì. Torre del Greco, fuoco contro due pregiudicati tornati in libertà: niente da fare per Pasquale Pecoraro e Adriano Cirillo. Quest’ultimo ha una storia nella storia: aveva già beneficiato del cosiddetto indultino, nel 2003. Era uscito, per far presto ritorno dietro le sbarre. Ha avuto una seconda possibilità, spenta dai sicari nell’ultimo giorno di ottobre. Napoli, ventiquattro ore prima, nell’affollata zona di Foria: pistoleri esplodono colpi su colpi tra la gente che fugge terrorizzata. Cade Vincenzo Prestigiacomo, libero per indulto, rischia la vita una innocente romena. Finisce in ospedale con una pallottola in una gamba. Una scena analoga si svolge il 22 ottobre a San Giovanni a Teduccio. Salvatore Attanasio vive nel terrore la sua riacquistata libertà, esce poco di casa, teme che la camorra della zona orientale possa fargli pagar caro la voglia di abbandonare il clan d’origine. Non si sbaglia: viene fulminato dalle pallottole esplose tra la folla mentre tenta di prendere un taxi. Sangue sull’indulto. E sangue per l’indulto. Il caso (che porterà poi a una fiaccolata di protesta) è del 4 settembre. Quella sera un impiegato comunale va, come sempre, a chiudere l’edicola della moglie in via Pietro Castellino, zona collinare di Napoli. Mentre sistema i giornali arriva una gang di quattro giovani. I banditi sono decisi a tutto pur di mettere a segno la rapina. Lui cerca di difendersi: una coltellata gli spacca il cuore. Muore tra lo sconcerto dei passanti e il dolore dei tanti che lo conoscevano. Subito, nel quartiere, c’è una sollevazione: attaccano il provvedimento ‘svuotacarceri’, quasi già sapessero che nella banda c’è gente uscita in quel modo. Il 17 settembre le indagini danno ragione ai sospetti di molti: tra gli arrestati due erano in circolazione grazie all’atto di clemenza; uno di questi è conosciuto come Pippotto, un’adolescenza di furti, scippi e rapine, sino al salto nel buio del raid assassino all’edicola. L’elenco continua. E tocca anche il turismo, colpito nella città d’arte. Il 14 settembre – continua LA REPUBBLICA – il canadese Marc Saint Pierre ha il torto di passeggiare per il centro storico, finisce così per prendersi una pallottola a una gamba. Si trova proprio nel mezzo di una sparatoria fra malavitosi. Quattro giorni dopo ne arrestano due: c’è anche Bruno Pugliese. Era fuori per indulto”. (red)
7. Orenove/7. Finanziaria, statali pronti allo sciopero generale
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Roma - “Il governo non ha mantenuto la promessa e i sindacati degli statali hanno deciso di mantenere la loro: uno sciopero generale. Il primo indetto da Cgil, Cisl e Uil contro il governo di centrosinistra. La decisione ufficiale – scrive IL GIORNALE – dovrebbe arrivare oggi da un vertice tra i quattro leader del pubblico impiego Carlo Podda (Fp-Cgil), Rino Tarelli (Fps-Cisl), Salvatore Bosco (Uil-Pa) e Carlo Fiordaliso (Fpl Uil). Lo stop, che convolgerà tutte le categorie, scuola compresa, dovrebbe arrivare nella ultima settimana del mese. In assenza di fatti nuovi - hanno spiegato i sindacalisti - la protesta si rende necessaria perché ancora il governo ‘non ha presentato l’emendamento alla Finanziaria con il quale si rende possibile rinnovare nel corso del 2007 i contratti già scaduti. Sul resto dell’emendamento e sulla sua presentazione - hanno ricordato Podda, Tarelli, Bosco e Fiordaliso - era stata raggiunta un’intesa tecnica due settimane fa con il ministero della Funzione pubblica. Ma a tutt’oggi non è dato sapere se sarà presentato dal governo e, se sarà presentato, quali saranno i suoi contenuti’. La modifica della Finanziaria sulla quale era stato trovato un accordo di massima è stata preparata dal ministro Luigi Nicolais e prevede che, nel complesso, al rinnovo dei contratti vadano, compresi i fondi del 2006, 3,7 miliardi di euro. Per il momento il testo è fermo al ministero dell’Innovazione nella pubblica amministrazione.
E ai sindacalisti che hanno chiesto il perché, il governo ha spiegato che a bloccarlo è stata la Ragioneria dello stato. In altre parole non c’è la copertura per far partire gli aumenti dal primo gennaio 2007, come era stato promesso dal governo ai sindacati. Questo, osservano i sindacalisti, significa che se l’emendamento non arriverà, gli aumenti slitteranno al 2008 e si realizzerà quella ‘moratoria’ degli aumenti alla quale l’esecutivo Prodi diceva di aver rinunciato. Il ‘no’ dei sindacati – continua IL GIORNALE – non è rimasto confinato alle categorie e ieri a Vienna, dove si trovavano i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil per una riunione della Cisl internazionale, è arrivato il sostegno delle confederazioni alle sigle del pubblico impiego e il via libera alla proclamazione dello sciopero. Particolarmente arrabbiato il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni che ha individuato il colpevole dello stop all’emendamento nel ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Il governo - questa la tesi del leader della Cisl - avanza scuse dicendo che è colpa della Ragioneria, ma in realtà vogliono far passare sottobanco il blocco della contrattazione per un anno. ‘Ma questo non lo accetteremo mai’, ha minacciato Bonanni”. (red)
8. Orenove/8. Finanziaria, bollo più caro per 30 milioni di auto
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Roma - “Superbollo per pochi ma bollo più caro per (quasi) tutti. Si salvano solo i proprietari di vetture euro 4 fino a 100 kilowatt di potenza. Il governo, che ieri ha precisato gli interventi previsti sulla tassa di possesso, conferma nella sostanza i dati di Repubblica: il Tesoro, a proposito della maggiorazione per le supercar, parla ‘dell’8 per cento del circolante’. Che corrisponde, infatti, a poco meno di 3 milioni di vetture con potenza superiore ai 100 kw. Sarà quindi questa – scrive LA REPUBBLICA – la platea interessata dall’emendamento alla Finanziaria, che cancella i rincari previsti per i Suv. Per il sottosegretario all’Economia, Alfiero Grandi, la misura porterà un gettito di 86 milioni di euro che insieme ai 370 delle compensazioni Iva servirà a finanziare gli sgravi Irpef e le riduzione per i pensionati con oltre 75 anni. La revisione generalizzata delle tabelle (fino a 100 kw), peserà invece progressivamente soprattutto sui modelli meno ecologici. Tra le auto circolanti (che a fine anno toccheranno quota 36 milioni) circa 11 milioni sono euro 0 oppure euro 1, e quasi 20 milioni sono le euro 2 e 3. In totale quindi più di 30 milioni di veicoli saranno interessati dall’incremento mentre per gli oltre 4 milioni di modelli più recenti euro 4, sotto i 100 kw non scatteranno aumenti. Il bollo aumenta per quasi tutti. Come denunciato anche dall’Adusbef, la "rimodulazione" degli oneri dovuti per il pagamento della tassa di proprietà, andrà a toccare quasi il 90 per cento per cento delle vetture circolanti, o comunque presenti, nei cervelloni di Pra e Motorizzazione. Infatti soltanto le euro 4 non vedranno ritoccati i costi del bollo, che oggi ammontano a 2,58 euro per kilowatt, al netto delle addizionali”.
“Per tutti gli altri 30-32 milioni di veicoli non euro 4 (calcolando quasi 36 milioni di vetture) arriveranno comunque dei rincari: rispetto ad oggi le euro 3 vedranno salire i costi del bollo del 4,6 per cento, le euro 2 dell’8,5 per cento, le euro 1 del 12,4 per cento mentre le "euro 0", ovvero tutte le auto più inquinanti costruite prima del 1992, subiranno un aumento superiore al 16 per cento. In media, quindi, una crescita del 10 per cento. Il superbollo. Le imposte – continua LA REPUBBLICA – saranno più pesanti per le macchine potenti. Per quelle che superano il confine dei 100 kw (poco meno di 3 milioni) i costi schizzeranno verso l’alto per la parte eccedente la soglia dei 100 kw. Fino ad aumenti record che raggiungono il 74 per cento nel caso di un’auto euro 0 di grossa cilindrata. Qualche esempio: l’emendamento prevede un superbollo per tutte le auto dall’euro 4 all’euro 0 oltre i 100 kw: se per una Stilo Multijet 1.9 16v euro 4 l’incremento su quanto pagato oggi sarà di 13 euro, per una vettura da 113 kw euro 0 (una Lancia Thema) il rincaro complessivo sarà di 100 euro l’anno: 58,5 euro di maggiorazione per i 13 kw eccedenti quota 100, e 42 euro in più per i primi cento kilowatt. Le possibili modifiche. Restano però in campo delle possibili modifiche al testo, anche se alcune Regioni hanno già deciso di ritoccare il bollo (la Toscana del 10 per cento). Il centro studi Promotor, ad esempio, paventa delle possibili ricadute sulle vendite. Mentre per il capogruppo dei Verdi alla Camera, Angelo Bonelli, la norma ‘va modificata per evitare che i ceti medi e popolari scontino le arretratezze delle industrie italiane che non hanno saputo innovare la produzione’”. (red)
9. Orenove/9. Confindustria: la manovra vale oltre 40 miliardi
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Roma - “La Finanziaria 2007 vale 40,1 miliardi di euro dei quali ben 28,6 miliardi sono maggiori entrate (e quindi più tasse), mentre soli 11,5 miliardi riguardano i tagli alla spesa pubblica. All’apparenza questa valutazione della manovra – scrive IL GIORNALE – non sembrerebbe contenere elementi di novità, ma la vera sorpresa è l’autore del giudizio: il Centro studi di Confindustria (Csc) che ha sostanziato attraverso i numeri la bocciatura senza appello da parte del presidente Luca Cordero di Montezemolo. Tutte tasse. La legge di bilancio è composta per la maggior parte di maggiori entrate. Su 40,1 miliardi (dato sostanzialmente in linea con la relazione dei tecnici della Camera) il 71,3 per cento, ovvero 28,6 miliardi, provengono dall’inasprimento della pressione fiscale. Una misura difficile da giustificare considerati la diminuzione del fabbisogno delle amministrazioni pubbliche e l’aumento delle entrate tributarie certificati da Bankitalia nel corso del 2006. ‘Complessivamente - si legge nel documento - la manovra e gli altri provvedimenti collegati prevedono un aumento netto delle entrate tributarie pari a circa 6,6 miliardi di euro. Ci si attende quindi un ulteriore aumento della pressione fiscale’. La quota destinata alla riduzione dell’indebitamento, infatti, è di soli 14,4 miliardi, mentre 11,8 miliardi sono destinati alla copertura di sgravi fiscali e di altri provvedimenti redistributivi come gli assegni familiari. Ben 13,9 miliardi andranno a coprire maggiori spese pubbliche, denuncia Confindustria. Tagli finti. Il Csc nel supplemento mensile del 30 ottobre alle Note economiche non è stato tenero neanche nei confronti dei cosiddetti tagli di spesa. La razionalizzazione degli uffici e degli enti pubblici dovrebbe comportare un risparmio per 2,4 miliardi che ‘proviene da accorpamenti tra strutture e non deriva, invece, da alcuna riforma ragionata del modus operandi del settore’”.
“Allo stesso modo, i 2,9 miliardi di minori costi sanitari per le Regioni dovrebbero essere finanziati dall’introduzione di nuovi ticket. Questi ultimi, sottolineano gli analisti di Viale dell’Astronomia, ‘risultano tra i risparmi di spesa ma costituiscono maggiori introiti’. Crescita frenata. Il combinato disposto di maggiori tasse senza nessun rigore nella spesa potrebbe essere infausto per l’economia italiana, precisano gli industriali. Se nel primo semestre 2006 il pil ha registrato un tasso di incremento annuo dell’1,6 per cento grazie alla positiva evoluzione delle esportazioni (+2,6 per cento), il secondo è meno promettente. Il Csc – continua IL GIORNALE – stima per l’anno in corso un aumento tendenziale del prodotto interno lordo dell’1,5 per cento. La crescita dovrebbe rallentare nel 2007 all’1,4 per cento. Le previsioni non sono state modificate rispetto alle Note economiche dello scorso settembre quando la Finanziaria non era stata ancora varata, ma si registra la preoccupante flessione degli indici di fiducia Isae relativi a imprese e consumatori. ‘La ragione di fiducia di questo calo - ricordano i tecnici guidati da Sandro Trento - risiede nel peggioramento delle aspettative future sia in relazione al quadro economico generale sia alla situazione personale’. Questo clima influisce negativamente sulle decisioni di spesa e potrebbe rappresentare ‘un incentivo all’accumulazione di risparmio a scopi cautelari’. Il massimalismo di quella che Montezemolo ha definito ‘la sinistra conservatrice’, pertanto, può appesantire la produttività del sistema-Italia. Allo stesso modo, l’inflazione italiana ha evidenziato un’accelerazione rispetto alla media Ue legati agli aumenti nei comparti alimentare e dell’abbigliamento e calzature. Il futuro è denso di incognite. Malcontento. ‘Non c’è traccia di spirito riformatore, mentre sono riemerse vecchie locuzioni classiste’, aveva scritto Montezemolo nel messaggio inviato al seminario Glocus del 21 ottobre. Martedì scorso il presidente aveva stigmatizzato i repentini cambiamenti dalla supertassa Suv al superbollo con un ‘ce n’è una ogni ora’. Il Csc ha tradotto in cifre le sue prese di posizione. ‘La responsabilità - ha chiosato Benedetto Della Vedova (Fi) - cade anche su chi come Montezemolo ha appoggiato questo centrosinistra statalista e ideologizzato’”. (red)
10. Orenove/10. Per il Financial Times TPS è l'ultimo della classe
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Roma - “Financial Times delle mie brame, chi è il peggior ministro del Reame? Il gioco delle pagelle è sempre rischioso, figuriamoci per un ex banchiere centrale che non ha mai nascosto una certa considerazione di sé. E che, proprio nel giorno in cui la bibbia della City londinese pubblica l’odiosa graduatoria, si trova a Washington per incontri ad altissimo livello al Tesoro e al Fondo monetario internazionale. Così per Tommaso Padoa-Schioppa - perché è proprio lui il ministro dell’Economia fanalino di coda della classifica europea stilata dal FT - la giornata d’Ognissanti si è trasformata in un Calvario, con tanto di dimissioni minacciate in telefonata intercontinentale col premier Romano Prodi. Cominciamo – scrive IL GIORNALE – dall’articolo del Financial Times che, come per gli alberghi, ha assegnato le stelle ai dodici ministri economici di Eurolandia. Tre stelle per l’austriaco Karl-Heinz Grasser, per il lussemburghese Jean-Claude Juncker, per il belga Didier Reynders, per l’olandese Gerrit Zalm. Due stelle per il greco George Alogoskouftis, per il francese Thierry Breton, per l’irlandese Brian Cowen, per il finlandese Eero Heinaluoma, per lo spagnolo Pedro Solbes, per il tedesco Peer Steinbruck, per il portoghese Fernando Teixeira Dos Santos. Per il solo Tps una stella, come la pensione Terminus. Il motivo del basso rating è così sintetizzato nel quotidiano londinese: ‘Ha irritato le imprese ed ha fatto ricorso a trucchi di bilancio, ma probabilmente riuscirà a tagliare il deficit’. Eppure, spiega il FT, con molti premier europei che assomigliano ad ‘anatre zoppe’, questo è in generale un buon momento per i ministri dell’Economia e delle Finanze. La crescita economica nell’area euro è positiva, diversi ministri finanziari ne traggono profitto. ‘Altri - aggiunge l’articolo - si trovano a dover affrontare tempi duri, ad esempio l’italiano Padoa-Schioppa, in difficoltà nel praticare le virtù della disciplina di bilancio che aveva predicato da componente del board della Bce’. E comunque, secondo gli esperti intervistati dal FT, ‘il taglio del deficit in sé non rappresenta la ricetta per il successo economico, che dipende anche da se e come le tasse sono state aumentate e le spese tagliate’”.
“Spiega infatti Jeffrey Owens, capo della divisione politiche fiscali dell’Ocse, che ‘le tasse rappresentano una delle sfide chiave dell’Europa nei prossimi 10-15 anni, perché un sistema fiscale può aumentare o diminuire la competitività in molti modi’. Considerando che le tasse, in Italia, hanno oggi un dominus che si chiama Vincenzo Visco, si può arguire che il superviceministro delle Finanze condivide con Tps la stella del Financial Times. Se l’articolo fosse stato pubblicato da un altro giornale, forse sarebbe passato in cavalleria. Ma il FT – continua IL GIORNALE – è il quotidiano più letto dalla business community globale, è pane quotidiano di ministri finanziari e banchieri centrali, e la sfortuna ha voluto che il pezzo incriminato sia stato stampato mentre il ministro dell’Economia si trova nella capitale americana per incontrare il segretario al Tesoro Henry Paulson, il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, il direttore generale del Fmi Rodrigo de Rato. Oggi, tra l’altro, arrivano a Roma gli ispettori del Fondo monetario per la consueta missione di due settimane nel nostro Paese. L’incontro iniziale sarà quello con il governatore di Bankitalia Mario Draghi, primo di una lunga serie con istituzioni, autorità di controllo, imprese e sindacati. Il nervosismo del ministro è dunque comprensibile. Padoa-Schioppa si sarebbe sfogato al telefono con Prodi, facendo balenare (è un eufemismo) le dimissioni a Finanziaria aperta. Il premier l’avrà certamente rassicurato, ma non è giunta ieri alcuna dichiarazione di solidarietà da parte di esponenti del centrosinistra. L’opposizione invece attacca il ministro dell’Economia: ‘Ha realizzato una manovra basata sulle tasse e recessiva - dice Maurizio Sacconi (Forza Italia) -: l’ultimo posto in classifica è ben meritato’”. (red)
11. Orenove/11. Diliberto vs Fassino: Ha la linea dei poteri forti
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Roma - “‘La linea che Fassino sta portando avanti risente di poteri economici forti che cercano di suggerire la linea ad una parte dei Ds’. E siccome quella linea sarà la ‘premessa programmatica del Partito democratico’, allora la sinistra dovrà ritrovare unità per ‘contrastare questa offensiva’. Parla proprio di offensiva e di poteri forti, il leader dei Comunisti italiani Diliberto. Questa volta nel mirino non ci sono i cugini-avversari del Prc, ma la Quercia e il suo segretario, ‘rei’ di sponsorizzare la riforma delle pensioni. Di fatto, un nuovo capitolo dello scontro a sinistra tra l´ala radicale e i riformisti destinato - sembra - a salire di tono. È bastato – scrive LA REPUBBLICA – che il leader diessino Fassino confermasse quel che era ampiamente annunciato, e cioè che da gennaio il governo metterà mano alla previdenza, perché si aprisse la nuova polemica, dopo quella sollevata da Rifondazione contro il ministro Chiti. Il leit motive è lo stesso: ‘Non voteremo nulla fuori dal programma’, ha fatto sapere Diliberto dalla lontana Hanoi. Capitale cupamente evocativa: il rischio, ora, è che subito dopo la Finanziaria proprio la riforma della previdenza si trasformi in una sorta di Vietnam per il centrosinistra. Fassino, in un’intervista alla Stampa, aveva ribadito che da gennaio su pubblico impiego e pensioni il governo sarà chiamato alla svolta ‘per rendere il Paese più moderno’. Ha invitato a ‘stare tranquilli perché il governo non cade’, ‘tutti questi schemi di larghe intese o governi tecnici sono astrazioni’, anzi, ‘una profezia’ che qualcuno spera si ‘autoavveri’. Come pure Rutelli ieri ha tagliato corto sul tema governissimo: ‘Semplicemente mai aperto’. Non senza ammettere che nei prossimi giorni il cammino della Finanziaria sarà arduo ‘perché bisogna rimettere i conti in ordine, non lo nascondiamo, sappiamo anche ci sono state delle sofferenze’. Già, le sofferenze. Oliviero Diliberto ne promette da sinistra già all’indomani dell’approvazione della manovra. ‘Vedo che Fassino insiste sulle pensioni. Noi non voteremo nulla che non sia nel programma dell’Unione. La linea che Fassino sta portando avanti risente di poteri economici forti che cercano di suggerire la linea a una parte dei Ds. Siamo convinti che, per salvare il governo, sia necessario bloccare questa linea anti sociale’”.
“Il fatto è che il dialogo tra riformisti e sinistra radicale – continua LA REPUBBLICA – appare di giorno in giorno sempre più complicato. E così succede che Dini, Margherita, inviti dalle colonne dell’Unità il premier Prodi a fare le riforme ‘anche contro Rifondazione’ e che Russo Spena gli ribatta rivendicando ‘la lealtà e la responsabilità’ del Prc, a differenza di ‘chi mette in dubbio il suo voto sulla Finanziaria e si cimenta con scenari del dopo Prodi’. Messaggi al vetriolo. Come d’altronde è quasi giornaliera la battaglia che i quotidiani di partito Europa (Margherita) e Liberazione (Rifondazione) combattono giorno per giorno a colpi di editoriali. Dispute di ‘lana caprina’, ha minimizzato il prodiano Franco Monaco: ‘Il programma è il punto di riferimento, ma non ne va data una interpretazione fondamentalista. Anche il Vangelo va interpretato’. L’importante, ha avvertito il capogruppo della Rosa nel pugno alla Camera Villetti, è che nella Finanziaria non si vada avanti ‘ogni giorno con una nuova tassa’. La Cdl continua a sparare a pallettoni contro la manovra. Il portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti, ha fatto i complimenti a Prodi: ‘Gli italiani gli hanno assegnato l’oscar per il governo peggiore dal dopoguerra’. Di situazione ‘allarmante’ ha parlato il segretario Udc Cesa, perché ‘le cifre della manovra cambiano ogni ora’. I centristi non saranno in piazza col centrodestra il 2 dicembre, ma promettono ‘una durissima opposizione parlamentare’. Oggi intanto il decreto fiscale comincerà il suo cammino nelle commissioni congiunte Bilancio e Tesoro del Senato, in cui l’Unione vanta un solo voto di scarto (25 contro 24). Battaglia sul filo del rasoio. Il sottosegretario all’Economia, Mario Lattieri ha avvertito: ‘Non è prevista nessuna modifica’, testo blindato dopo l’approvazione alla Camera. Nella Cdl danno per scontato che si andrà al voto di fiducia anche a Palazzo Madama”. (red)
12. Orenove/12. Giordano: addio Unione se cambia il programma
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Roma - “Segretario, Rifondazione è sotto tiro: Europa, il quotidiano della Margherita, vi accusa di partecipare a una manifestazione antigovernativa, quella di sabato, dei precari. ‘Non mi risulta che nessuno abbia criticato Fassino perché ha incontrato gli artigiani e i commercianti. Io vado a una manifestazione che non è nè contro nè a favore del governo. E l'esecutivo – si legge sul CORRIERE DELLA SERA – farebbe cosa utile se ascoltasse le richieste di quel mondo, perché la nostra coalizione, contrariamente a quel che si pensa è nata sui movimenti pacifisti, no global...’. Già, nessuno ha criticato Fassino. Quindi ci sarà pure un motivo se invece criticano voi. ‘E' tutta una manovra di Confindustria, che punta a comprimere il ruolo di Rifondazione. E nella maggioranza c'è chi si fa condizionare dagli imprenditori. L'obiettivo della nostra marginalizzazione è diventato addirittura una proposta politica. E Montezemolo ci ha attaccato nello stesso giorno in cui Casini chiedeva un governo delle larghe intese. Coincidenze?’. Lo dica lei. ‘La verità è che per motivi poco nobili sia Casini che Fini parlano di governo delle larghe intese perché quella è la loro tassa di successione a Berlusconi. In realtà questo governo non ci sarà mai, l'obiettivo è un altro’. Ossia? ‘C'è dietro il tentativo di far fare a questo esecutivo la politica che farebbe un governo delle larghe intese. I leader dell'Ulivo hanno messo tanta enfasi sulla fase due, forse perché volevano accantonare il programma dell'Unione? Ma se così fosse si interromperebbe il rapporto con gli elettori che ci hanno dato un preciso mandato ‘. E si interromperebbe anche il rapporto con Rifondazione? ‘Qualsiasi "invenzione" di questo tipo, qualsiasi tentativo di disarticolare la maggioranza determinerebbe il crollo di questa coalizione e la rivincita di Berlusconi’. Tanto voi avete il complesso del '98, l'anno in cui avete fatto cadere Prodi, quindi alla fine dovrete accettare tutto pur di non rompere, sennò vi accuseranno di volere la vittoria di Berlusconi. ‘Rifondazione non starà mai nel governo Prodi solo per stato di necessità, solo perché c'è il pericolo Berlusconi dall'altra parte’. Il programma, per voi è fondamentale. Nel programma le pensioni non c'erano. Ma Lamberto Dini — e non solo lui a dire il vero — ricorda che in compenso la riforma previdenziale era nel Dpef... ‘E infatti noi il Dpef non l'abbiamo votato’”.
“Sempre Dini – continua il CORRIERE – critica Fausto Bertinotti per il suo interventismo politico che mal si concilia con il ruolo di presidente della Camera. ‘Io, invece, ho delle perplessità sul ruolo di Dini. Lui ha parlato di larghe intese, e non mi sembra un bel vedere che un esponente di questa maggioranza faccia un discorso del genere’. Cambiando argomento: come si è sentito quando ha letto che Luca Cordero di Montezemolo dopo aver protestato ha poi sostenuto che questa finanziaria ha dato molto alle imprese? ‘Ho pensato: sono ingordi e ingrati. Già, perché loro vogliono sembrare in credito per passare al capitolo pensioni e, poi, a quello della flessibilità’. Guardi che dell'innalzamento dell'età pensionabile ha parlato anche il diessino Massimo D'Alema... ‘D'Alema è un ottimo ministro degli Esteri. E qui mi fermo’. Nel senso che D'Alema le piace quando invia i militari in Libano, ma non quando parla di pensioni? ‘Glielo dico papale papale: andassero a raccontare che si è allungata la vita media a un operaio che lavora in fabbrica e che a cinquant'anni viene licenziato... ovviamente da quelle aziende che chiedono l'innalzamento dell'età pensionabile. L'aspettativa di vita è aumentata per gente come me, Fassino, Rutelli e D'Alema... ma è meglio evitare che ci aumentino l'età pensionabile, meglio che i politici a un certo punto vadano in pensione!’. Insomma, onorevole Giordano... ‘Insomma, se cambia il programma non c'è più l'Unione’. Ma questa vostra posizione rischia di destabilizzare il centrosinistra. ‘Ma lo sa da dove nasce l'instabilità? Dal partito democratico. Le forze che lo devono costituire non hanno una piattaforma riformista. Non hanno nemmeno un programma, e per sopperire a questo deficit se lo fanno scrivere dalla Confindustria, in primo luogo, e poi anche dalle gerarchie ecclesiastiche’”. (red)
13. Orenove/13. Pallaro, 14 milioni di euro per la fiducia
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Roma - “Risponde da Buenos Aires, il tempo è bello, dice: caldo, brezza leggera, 12 di minima, 26 di massima. Luigi Pallaro con una mano tiene il cellulare, con l´altra saluta i connazionali che lo omaggiano, al ristorante. El Senador – scrive LA REPUBBLICA – è sempre un´autorità. Ai suoi ha confermato, sia pur con il suo democristianissimo sorriso, la linea dura: ‘Voterò la fiducia ma in cambio voglio essere certo che nella Finanziaria ci siano 14 milioni di euro per gli italiani all´estero. Servono per potenziare i consolati, l´assistenza sanitaria agli anziani, fare investimenti’. Senza troppo esagerare, si può dunque metterla così: il voto di Pallaro vale 14 milioni di euro. Prendere o lasciare. Non occorre alzare la voce, il messaggio è chiaro. Senatore, quando si insediò il governo Prodi, lei era quello che faceva la differenza, poteva decidere se far cadere o no il governo. E´ cambiato qualcosa in questi mesi? ‘No, mi sembra di no. Sono ancora io quello che fa la differenza. Tante cose si son dette e scritte ma al Senato la situazione è sempre la stessa. C´è un margine strettissimo, sul filo’. Ma i suoi rapporti con l´esecutivo quali sono? ‘Ho avuto delle conversazioni con Prodi che considero proficue. Tutti sanno come la penso. Io voglio rappresentare gli interessi degli italiani nel mondo ed è per questo che sono al Senato. Se nella Finanziaria ci saranno 14 milioni di euro, uniti alla disponibilità già ottenuta l´anno scorso, da me non avranno certo problemi. Naturalmente voglio vedere, avere una conferma definitiva’. Nel senso? ‘Per ora registro dei segnali positivi ma mi riservo di leggere e analizzare la Finanziaria, capitolo per capitolo. Nella versione definitiva non potranno, non dovranno, mancare le cose che interessano agli italiani all´estero’”.
“È vero – continua LA REPUBBLICA – che di recente lei ha detto: "La Finanziaria, così com´è, non la voto"? ‘Sì certo, io non ho problemi di schieramento. Non vedo per quali motivi dovrei dare il mio voto a un documento che non contenga quel poco che chiediamo. Talmente poco che mi sembra impossibile che non venga presa in considerazione la nostra richiesta’. Quattordici milioni di euro. ‘Sono soldi per fare investimenti, non per coprire costi’. Le sue aziende hanno un giro d´affari di circa 25 milioni di dollari al mese. Vista dall´Argentina, come le sembra la situazione italiana? ‘Non è poi così drammatica, eviterei certi catastrofismi. Naturalmente i sacrifici vanno fatti e soprattutto vanno tagliati i rami secchi’. Faccia qualche esempio. ‘Guardi, se io fossi ministro dell´Economia farei saltare tutte quelle missioni delle Regioni all´estero che costano follie e spesso sono solo dei doppioni di altri viaggi, fatti da altre istituzioni’. Lei dice: al Senato sono ancora io che faccio la differenza. Adesso c´è anche Sergio De Gregorio, il capo del Movimento italiani nel mondo, uscito lestamente dall´Italia dei Valori. Quali sono i vostri rapporti? ‘Né buoni né cattivi, lo vedo in aula, tutto qui. Abbiamo avuto una partenza diversa. Io sono fin dall´inizio, e dichiaratamente, un libero tiratore. Lui ha cambiato casacca, è eticamente diverso’. Dicono che sia in corso più che mai la campagna acquisti. Lei ha avuto corteggiamenti? ‘Quelli sempre, da subito. Ma non trovano terreno fertile. So bene quel che voglio, mi hanno votato cinquantamila italiani da Caracas alla Terra del Fuoco, per loro e per gli altri sono a Roma. L´ho spiegato a Prodi e lui mi è sembrato disponibile. C´è sempre un punto di equilibrio, bisogna avere pazienza. In fondo si tratta solo di quattordici milioni di euro’”. (red)
14. Orenove/14. Regionali, testa a testa in Molise
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Roma - “In Molise l´inverno è arrivato prima che altrove. È passata la mezzanotte e Giulio Tremonti rabbrividisce fuori dall´albergo dove, insieme con il governatore uscente Michele Iorio, ha appena finito di cenare con gli imprenditori della regione: ‘Anche se vengo dalla Valtellina ho dovuto prendere l´antigelo, un bel bicchiere di rosso "Tintilia". Ma era importante esserci, a noi farebbe maledettamente comodo vincere qui per dimostrare che la Cdl è la maggioranza del Paese. Secondo un sondaggio di Ballarò – scrive LA REPUBBLICA – Prodi sta sulle palle al 60 per cento degli italiani: sarebbe sufficiente avvicinarsi a quella percentuale anche da queste parti’. Vigilia elettorale tra le colline nebbiose del Molise, dove domenica e lunedì 327 mila elettori (meno degli abitanti di Firenze o Bologna) dovranno scegliere se riconfermare il berlusconiano Michele Iorio o affidarsi al 40enne Roberto Ruta, il candidato della Margherita che guida la coalizione del centrosinistra. La strategia di Silvio Berlusconi è chiara. Calato in Molise già tre volte (e domani chiuderà la campagna a Campobasso), ha tentato di trasformare la campagna elettorale in un plebiscito contro il governo Prodi e la prima Finanziaria del centrosinistra. E´ stata questo il messaggio battuto a martello in ogni paese dai leader della Cdl. ‘Se vince Iorio - ripete Gianfranco Fini - capiremo tutti che l´aria per Prodi è cambiata’. E Pier Ferdinando Casini, che ha fatto rientrare la ribellione dell´Udc locale contro Iorio, conferma la valenza nazionale che l´opposizione attribuisce a queste elezioni: ‘Domenica avremo gli occhi puntati su questa regione’. I sondaggi non possono più essere divulgati, ma quelli fatti in passato (dal centrodestra) indicavano un lieve vantaggio di Iorio su Ruta. Divario tuttavia che potrebbe essersi eroso nelle ultime settimane. Carlo Fatuzzo, leader del Partito pensionati, ha abbandonato l´Unione dopo le politiche per tornare fra le braccia di Berlusconi e da un mese batte il Molise palmo a palmo: ‘La mia impressione - dice davanti a un caffè - è che siamo testa a testa’. Un´impressione avvalorata dal presidente degli industriali, Paolo Vacca: ‘Si giocherà tutto in questi ultimi giorni’. Entrambi i contendenti condividono l´antico lignaggio democristiano. Un caso frequente in una regione dove la Balena bianca raggiungeva il 60 per cento. E se oggi se le danno di santa ragione, in passato si sono rispettivamente votati: Iorio ha sostenuto Ruta come presidente del Consiglio regionale, Ruta ha ricambiato votando Iorio presidente della giunta. Accadeva nel 1999, al tempo del ribaltone che, grazie a Iorio, fece perdere al centrosinistra la guida della Regione. ‘Ma è stata un´esperienza durata solo 6 mesi - spiega Ruta - . Dopo ricostituii il centrosinistra e feci cadere Iorio’. Per il centrosinistra oggi la scommessa è invece quella di riportare la campagna dagli slogan flamboyant del Cavaliere contro Prodi ai numeri ereditati dal governo regionale”.
“Una sfida – continua LA REPUBBLICA – tutta in salita. ‘Senza la Finanziaria - sospira lo sfidante Ruta, in giro a Campobasso anche la mattina di Ognissanti - non ci sarebbe stata partita. Tutte le promesse di Iorio-Berlusconi si sono rivelate fasulle. Berlusconi 5 anni fa venne in Molise per dire che l´autostrada Termoli-San Vittore era tra le priorità della Legge Obiettivo. Bene, dopo 5 anni non sono riusciti ad approvare nemmeno il progetto preliminare. Abbiamo 5000 disoccupati laureati, i nostri giovani migliori se ne vanno via. Per non parlare della sanità regionale, dove sono riusciti ad arrivare a 450 milioni di debito. I miei argomenti sono concreti e dirompenti, poi è arrivata la gelata della Finanziaria...’. Iorio sorride sornione. È uno strano impasto di stile democristiano alla Remo Gaspari e parole d´ordine berlusconiane. Pensando all´handicap del suo avversario non trattiene la battuta: ‘Dalla mia parte ho otto liste. Più la Finanziaria’. Alla cena con gli imprenditori Iorio ripropone il miraggio della Termoli-San Vittore, la mitica autostrada che dovrebbe collegare l´Adriatico con i mercati di Roma e Napoli, un progetto che Tonino Di Pietro ha trovato ‘del tutto privo di copertura finanziaria’. La sera gli imprenditori gli tributano un applauso, ma dentro Assindustria prevale il disincanto. ‘Cinque anni fa - ha ricordato l´ex presidente Enrico Colavita - Tremonti e Berlusconi promisero che la Termoli-San Vittore si sarebbe fatta. Oggi la strada è ancora a una corsia’. Una strozzatura notevole per lo sviluppo della regione, che assiste impotente a un lento depauperarsi del suo tessuto produttivo e a un calo dell´1,8 per cento di Pil rispetto allo 0,3 del resto del Sud (rapporto Svimez). Resiste la Fiat a Termoli, l´Arena a Boiano, l´Itr, che fa abiti per stilisti come Cavalli e Ferrè, il distretto della pasta a Campobasso, lo zuccherificio di Termoli, l´unico rimasto al Sud. Ma la maggior parte delle imprese sono in difficoltà e il governo regionale, nonostante gli annunci, non ha fatto molto per contrastare il declino. ‘La spesa sanitaria è andata fuori controllo - denuncia il presidente degli industriali Paolo Vacca - e così, a causa dell´automatismo concordato da Tremonti con Bruxelles, la Regione ha aumentato del 23 per cento l´Irap alle imprese. Per fortuna questa Finanziaria ha dato un´attenzione al Sud che avevamo dimenticato’. Un atteggiamento, quello degli industriali locali, che il coordinatore forzista Ulisse Di Giacomo liquida con un´alzata di spalle: ‘Lo sappiamo che qui i vertici sono sulle posizioni di Montezemolo, anche se non capisco cosa ci guadagnino a mettersi contro Iorio. Ma le piccole imprese la pensano in un altro modo. E poi in Molise contano soprattutto i commercianti, gli artigiani, i coltivatori diretti’. Iorio intanto se la ride: ‘Prodi ha fatto campagna per me’”. (red)
15. Orenove/15. Radicali, al via "un congresso senza rete"
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Roma - “‘Sono io che non ho capito bene chi sono, o si sta davvero esagerando?’. Rita Bernardini, la candidata segretario dei Radicali, sfoglia la rassegna stampa e quando legge su qualche giornale che lei sarebbe ‘la yes-girl di Pannella’, in una specie di rapporto come fu quello di ‘Ambra con Gianni Boncompagni’, si ribella. Dice di sapere bene che la sua è ‘una candidatura senza rete, tutto può accadere in un congresso dei Radicali. Se la mia candidatura non convince – scrive LA REPUBBLICA – devo essere pronta a prendermi gli schiaffi’. Vigilia di preparativi per il V Congresso di Radicali italiani che da oggi a domenica si terrà a Padova. Gelo nella sede del partito, in via di Torre Argentina, dopo la lite Capezzone-Pannella ripresa online, da Radio Radicale. Tra il segretario uscente (e non ricandidato) e il leader storico c´è una tensione palpabile. Ma Pannella vuole rassicurare: ‘Chi spera che i Radicali scoppino resterà deluso anche stavolta. Il bailamme dello scontro sulla segreteria durerà poco, l´assemblea di Padova farà rinascere il partito unito per far crescere la "Rosa nel pugno" e stimolare il governo verso l´alternativa della riforma liberale, socialista, laica, federalista europea e non violenta’. Dopo avere accusato Pannella di ‘divorare i suoi figli’ e di ‘averlo destituito’, Capezzone è tornato ieri alla carica: ‘C´è in queste ore un forte rischio autolesionista (i Radicali sembrano bravissimi in questo). Il mio sforzo è di trasformare questo "caso" in occasione, e al congresso ne sono convinto può esserci un dibattito politico forte e unitario perché sarebbe inaccettabile subire l´afasia e inerzia della "Rosa nel pugno" e al tempo stesso una politica rinunciataria, troppo poco liberale e riformatrice del governo’. Insomma, nella sua relazione che oggi pomeriggio apre le assise, porrà subito la questione di ‘come’ stare nel governo, cioè quanto smarcarsi, quale orizzonte politico dare ai Radicali e se c´è un futuro per la "Rosa". ‘Sulla segreteria non discuterò neppure un minuto, Rita - ha dichiarato - sarà la nostra Condoleezza Rice’. ‘Cosa vorrebbe Daniele, che Emma Bonino al governo faccia ricatti come Di Pietro? Noi siamo persone serie. Resteremo a sinistra, anche se ci costa’, va al contrattacco Bernardini. C´è anche questa tra le ipotesi infatti, che per la segreteria spunti un terzo nome, ad esempio molti consensi potrebbero confluire su Marco Cappato o addirittura su Gianfranco Spadaccia, altro leader storico. Lo insinua – continua LA REPUBBLICA – anche Europa, il quotidiano della Margherita, in un corsivo al vetriolo intitolato "Cuore": ‘Ora Pannella la racconta come una trovata pubblicitaria, il sacrificio di Capezzone per attirare pubblico al congresso radicale. Naturalmente non è vero ma è ben pensata. Anche Rita Bernardini la sostituta è stata scelta per questo: al prossimo congresso Marco farà fuori una che quando lo vede le batte il cuore. Imperdibile’. C´è lo zampino di Rutelli - oggi leader di Dl, nel 1980 giovanissimo segretario radicale - in tanto sarcasmo, si chiede la Bernardini? Se eletta, sarebbe la terza donna segretario: la prima fu Adelaide Aglietta (dal 1976 al 1978), l´altra Emma Bonino (dal ‘93 al ´94). Il ministro Bonino sostiene la linea Pannella ma evita commenti: parlerà domani. Sempre domani l´intervento di Enrico Boselli, il leader socialista e partner nella "Rosa". Boselli ha comprato una pagina di pubblicità sul Foglio e il Riformista per fare gli auguri ai Radicali impegnati a Congresso. Ma al tempo stesso avverte: ‘I compagni radicali si decidano, la "Rosa" è in agonia’”. (red)
16. Orenove/16. Draghi fa volare le Popolari
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Roma - “La Borsa ci crede e si posiziona come se da qui a poco anche gli ultimi avamposti di quella foresta un tempo pietrificata dovessero mettersi in febbrile movimento. Ieri sono salite praticamente tutte le banche e le Popolari in particolare, comprese quelle che ormai hanno già chiuso i giochi. Ad esempio – scrive LA REPUBBLICA – è salita dell´1,5 per cento la ex Lodi, che poche ore prima aveva siglato con la Verona (più 1,19 per cento) un protocollo di intenti sulla futura banca popolare post fusione e sulla struttura degli organi di gestione, ipotizzando anche di approvare entro la metà di dicembre il piano industriale comune. Effetto-trascinamento anche per Sanpaolo (più 0,51 per cento) e per Intesa (più 0,49 per cento): i due istituti non hanno più appeal speculativi, ma per simpatia con il settore continuano a salire e se anche ieri i guadagni sono stati limitati, sono entrambe ai massimi assoluti di prezzo. Stesso discorso per Unicredit, più 0,66 per cento, anche in questo caso al top delle quotazioni, più o meno la stessa situazione di Capitalia (più 0,36 per cento) e Mps (più 0,33 per cento). Ma i riflettori restano puntati sulle Popolari e in particolare sulla Milano, salita del 6,76 per cento, ai massimi assoluti ben sopra i 12 euro e ancora una volta febbrilmente scambiata in Borsa (ieri è passato di mano il 3 per cento del capitale). Che cosa rende così appetibile il titolo? Quasi esclusivamente la percezione che la banca sia la naturale candidata alla prossima tornata di aggregazioni, molto probabilmente come preda. Le parole del governatore Mario Draghi hanno buttato benzina sul fuoco, quando ha sottolineato la necessità di una riforma del voto capitario che non stravolga la natura delle Popolari, ma ne allenti la rigidità che, ha ricordato ancora Draghi, ha spesso significato autoreferenzialità dei vertici, debolezza patrimoniale, scarsa difesa degli azionisti. E tutto questo – continua LA REPUBBLICA – si attaglia in modo particolare alla Bipiemme, dove particolarmente forte è il peso dei sindacati. Tuttavia, la Popolare ha anche punti di forza, uno in particolare: è posizionata in una delle zone più ricche del paese (Milano e la Lombardia) dove ha quote di mercato che vanno dal primo al terzo posto a seconda dei parametri. Anche se non è detto che le modifiche legislative siano dietro l´angolo: ad esempio il sottosegretario all´Economia (con delega sulle banche) Roberto Pinza ha dichiarato di ‘condividere profondamente l´approccio e l´esigenza di rivedere le regole sulle Popolari’ ma nello stesso tempo dubita ‘dell´opportunità di iniziare un percorso legislativo che altererebbe le regole del gioco proprio mentre è in corso un processo di profondo riassetto delle Popolari’. Sia come sia, Piazza Affari scommette su grandi novità. Ieri è salita anche l´altra potenziale sposa, la Banca Lombarda (più 1,39 per cento) mentre continua a scendere il corteggiatore Bpu (meno 0,58 per cento). Che, forse, non è poi così assiduo: ‘Condivido le indicazioni del governatore – ha detto ieri Giampiero Auletta, amministratore delegato di Bpu – e per questo riterrei naturale che quelle banche che non sono state scelte per il matrimonio con la Lodi, pur essendosi fatte avanti, studino forme di collaborazione tra loro’. Dunque, Bpu medesima, la Milano e l´Emilia. Insomma, l´opzione principe resta la Lombarda; ma forse non a tutti i costi”. (red)
17. Orenove/17. Autostrade, in arrivo dalla Ue una nuova bocciatura
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Roma - “Il commissario Mc Creevy ha deciso: la bozza della lettera che aprirà la procedura d’infrazione nei confronti del governo italiano per lo stop alla fusione Autostrade-Abertis è già pronta. Anche se ufficialmente il dossier è ancora aperto, il commissario europeo al Mercato interno, secondo quanto risulta al Giornale, si è definitivamente convinto che l’Italia ha violato l’articolo 56 del Trattato comunitario, che garantisce la libera circolazione dei capitali e la libertà di stabilimento all’interno dell’Unione europea. Non è bastato dunque – scrive IL GIORNALE – l’emendamento al decreto fiscale che cancella il tetto del 5 per cento ai diritti di voto dei costruttori nelle concessionarie per evitare al governo italiano la seconda ‘bocciatura’ europea. La prima, infatti, risale al 19 ottobre, quando l’Antitrust ha aperto una procedura formale nei confronti dell’Italia per violazione delle norme sulla concorrenza, dopo una analisi preliminare del dossier Autostrade-Abertis. Proprio per rispondere a queste contestazioni il ministro Di Pietro incontrerà il 7 novembre il commissario europeo alla concorrenza Neelie Kroes. Sotto esame la lettera firmata il 4 agosto dallo stesso Di Pietro e dal ministro delle Finanze Padoa-Schioppa per comunicare all’Anas, in quanto autorità vigilante sulle concessioni autostradali, la decisione di non autorizzare il trasferimento della concessione di Autostrade al nuovo gruppo italo-spagnolo. Un intervento che potrebbe aver violato la competenza antitrust esclusiva di Bruxelles: e se questo, come è probabile, sarà l’avviso finale della Kroes, il provvedimento dovrà essere revocato o comunque dichiarato inapplicabile. Anche se formalmente il governo italiano non ha mai detto di no alla fusione, ma soltanto al trasferimento della concessione, che è un bene pubblico e non del gruppo Autostrade, come il ministro delle Infrastrutture ripete ad ogni occasione. Ma di fatto, spogliare Autostrade delle concessioni trasformerebbe la società in una scatola vuota: la fusione a quel punto – continua IL GIORNALE – non avrebbe più senso e Abertis potrebbe decidere di ritirarsi. Infatti, entrambe le società hanno presentato ricorso al Tar del Lazio contro il provvedimento dell’Anas, e a loro si è aggiunta la controllante di Autostrade, Schema28. La sentenza del tribunale amministrativo era attesa per lunedì scorso, ma il verdetto è stato rinviato al 6 dicembre. Intanto, il tempo passa: novembre avrebbe dovuto essere il mese della registrazione della fusione, per consentire di chiuderla entro l’anno, come stabilito a suo tempo dalle due società. Ma i nodi da sciogliere, anziché allentarsi, si stringono sempre più. A preoccupare Autostrade è soprattutto la nuova convenzione unica: ‘È una norma che ci allontana dall’Europa e mette a serio rischio il completamento della fusione con Abertis’, ha detto l’amministratore delegato Giovanni Castellucci”. (red)
18. Orenove/18. Libano, Usa sospettano tentativo di golpe
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Roma - Un’alleanza di Hezbollah con Iran e Siria per far cadere il primo ministro libanese Fuad Siniora: gli americani sospettano che sia in preparazione un golpe nel Paese dei Cedri: “‘Abbiamo le prove», dice Tony Snow, portavoce della Casa Bianca. E avverte: ‘Vogliamo che sia chiaro a tutti quanti. Lasciate stare il premier, il governo deve continuare a fare il suo lavoro’. Washington – scrive IL CORRIERE DELLA SERA - è convinta che la macchinazione per un colpo di mano sia già cominciata: minacce ai politici, violenze (ieri una granata è esplosa contro una caserma della polizia), manifestazioni. ‘Il regime di Damasco vuole impedire — spiega Snow — che Fuad Siniora dia il sostegno a un tribunale internazionale per giudicare le persone accusate di essere coinvolte nell’omicidio di Rafik Hariri. È una mossa inutile: gli Stati Uniti vogliono un processo al più presto e ci sarà qualunque cosa succeda in Libano’. Ma l’ambasciata siriana a Washington, in un comunicato, ha respinto le accuse definendole ‘infondate’ e ‘ridicole’. L’Hezbollah nei giorni scorsi ha minacciato di far scendere in strada i suoi militanti per ottenere elezioni anticipate. Siniora ha respinto le pressioni dei partiti filo-siriani, che chiedono le sue dimissioni per formare un governo di unità nazionale. Il Partito di Dio e l’alleato Amal hanno per ora cinque ministri e stanno cercando di ottenere un potere di veto. ‘Vogliamo che tutte le forze libanesi — ha detto Hassan Nasrallah in un’intervista alla tv Al Manar — siano presenti nell’esecutivo con un ruolo non estetico ma real’. Lo sceicco sciita ha anche avvertito che qualunque tentativo di disarmare l’Hezbollah da parte delle truppe Onu ‘trasformerebbe il Libano in un nuovo Iraq o Afghanistan’. Terje Roed-Larsen, inviato Onu in Siria e Libano, ha presentato un rapporto che accusa Damasco di continuare a contrabbandare armi per i miliziani fondamentalisti.
Così gli israeliani ripetono che i sorvoli dei jet continueranno, ‘fino a quando la risoluzione 1701 non verrà completamente applicata’. ‘Se il Libano non è capace di onorare la sua parte di impegni, è evidente che abbiamo il diritto di ripensare il nostro ruolo’, commenta Mark Regev, portavoce del ministro degli Esteri. Martedì gli aerei hanno simulato dei raid, con voli a bassa quota sul Sud del Libano e sulle zone di Beirut controllate dall’Hezbollah. Anche dopo il cessate il fuoco, il governo di Ehud Olmert deve continuare a muoversi su due fronti, come quest’estate durante i 34 giorni di guerra contro l’organizzazione sciita. Ieri l’esercito ha lanciato una delle operazioni più vaste a Gaza, da quando le truppe sono rientrate nella Striscia quattro mesi fa, dopo il rapimento del caporale Gilad Shalit. L’offensiva ha colpito il quartiere di Beit Hanoun, da dove sono stati lanciati 300 razzi Qassam dall’inizio dell’anno. Otto palestinesi (quasi tutti miliziani) sono rimasti uccisi negli scontri e 44 feriti (tra loro una donna e un ragazzino di 11 anni). Tra gli israeliani, è morto un soldato delle forze speciali (l’unità cinofila Oketz). Il consiglio di sicurezza del governo Olmert ha comunque deciso di non ampliare l’invasione della Striscia. Ma il neo ministro Avigdor Lieberman, che partecipava per la prima volta alla riunione, avrebbe suggerito di ‘imitare a Gaza le operazioni dei russi in Cecenia’. Il leader del partito ‘russo’ di estrema destra ha poi precisato in tv: ‘Voglio dire che non bisogna abbattere il governo di Hamas, fino a quando non sappiamo con chi sostituirlo. In Cecenia i russi hanno individuato subito forze locali che potessero controllare la situazione’”. (red)
19. Orenove/19. Usa, la campagna si chiude con una gaffe di Kerry
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Roma - All’ultimo giorno di campagna elettorale per le elezioni di mid-term arriva la gaffe del senatore democratico John Kerry: “La polemica adesso – scrive IL GIORNALE - è di quelle che possono cambiare le carte della partita elettorale del 7 novembre. L’ex sfidante alla Casa Bianca è entrato nella campagna di metà mandato per smontare il presidente. Ha parlato dalla California: ‘Ragazzi, parlo a voi giovani. Dovete studiare e fare il vostro dovere, perché chi non studia finisce incastrato in Irak’. I repubblicani non aspettavano che un passo falso dei democratici per rimettersi in carreggiata. Questo potrebbe esserlo, perché quella frase è rimbalzata su tutte le tv ed è tornata indietro più pesante. In un Paese che quotidianamente aggiorna il numero dei militari caduti è suonata come un insulto, un cattivo esempio di un senatore che non appoggia i patrioti. Il presidente Bush ha ribaltato l’ex sfidante: ‘Si deve vergognare. Deve chiedere scusa alle famiglie dei soldati che combattono per la nostra libertà’. Kerry ha tentato la contro-replica: ‘Frase distorta, volevo dire che questa amministrazione non riesce a difendere neppure i suoi marines’. Ha provato anche un altro colpo a effetto. L’aveva già tentato due anni fa: ‘Certe cose non le capiscono solo Bush e Cheney che guarda caso non sono mai stati al fronte. Sono degli imboscati’. Troppo tardi. Prima che l’ex candidato alla Casa Bianca cercasse di spiegarsi, i repubblicani erano già partiti all’assalto e molti democratici avevano preso le distanze dalle sue frasi. Harold Ford Jr, in corsa per il seggio senatoriale in Tennessee, gli ha chiesto di scusarsi. Bob Casey Jr, futuro senatore della Pennsylvania ha fatto di più: non farà il comizio a due con lui. Kerry aveva già perso la presidenza così: non aveva un’idea di politica estera, non sapeva che cosa fare in Irak. I repubblicani l’hanno massacrato. Adesso che deve fare campagna per gli altri e non per se stesso, ha provato a rimettere in pista la questione irachena. Così Bagdad nel caos è tornata il tema del dibattito, però è tornato male: con pochi contenuti e molta foga. Allora ecco servita la zuffa politica: i liberal duri e puri accusano i repubblicani di un ‘complotto di destra’ per far cadere nel tranello Kerry, i conservatori si presentano con il volto accigliato del capogruppo al Senato Jim Bohener: ‘Picchieremo Kerry a morte, fino a quando non si scuserà’.
Senza arrivare a tanto, si è innervosito anche John McCain, senatore come il nuovo Jfk, veterano del Vietnam e spesso critico con Bush: ‘Ha sbagliato, deve rimediare’. E Kerry alla fine l’ha fatto: ‘È stata una battuta scherzosa. Una battuta della quale naturalmente mi scuso. Le mie parole non erano certo rivolte ai soldati, tanto meno ai loro familiari o ad altri cittadini americani. La mia critica era rivolta unicamente a Bush’. Anche in questo caso troppo tardi. Perché la gaffe c’è e rimane. Come quella di Charles Ranger, deputato democratico, con il vicepresidente Cheney. Stavola niente Irak, ma le tasse. Cheney aveva detto: ‘Se vincono i democratici aumenteranno la pressione fiscale sui cittadini perché Charlie non capisce niente di economia’. Rangel ha visto rosso: ‘Cheney è un figlio di puttana. Deve andare in riabilitazione per deficit di personalità’. Il deputato democratico si è scusato: ‘Avrei potuto usare parole diverse’. Niente da fare: la Casa Bianca aveva già parlato attraverso il portavoce Tony Snow: ‘I democratici, a quanto pare, hanno un problema di gestione della rabbia’. Qualcuno ne hanno anche i repubblicani, se è vero che in Virginia la rissa è diventata fisica. Gli uomini dello staff del senatore George Allen hanno picchiato un intervistatore troppo insolente: ‘Scusi senatore, ha mai sputato in faccia a sua moglie?’. Neppure il tempo di finire la frase che era già con la faccia contro un vetro, scaraventato di peso fuori dal cordone di giornalisti che seguivano il candidato. Nel gioco delle risse c’è anche Barbra Streisand. La cantante ha voluto far capire a Bush che lei sta sempre dalla stessa parte. Cioè da quella democratica. Per la terza volta, la Streisand si è esibita su un palco prendendo in giro l’inquilino della Casa Bianca. Stavolta, in Florida, il mini-show era un duetto con un imitatore del presidente. Per cinque minuti sono andati avanti a sbeffeggiare Bush, fino a quando uno spettatore non si è innervosito: ha lanciato addosso alla star un bicchiere di carta pieno. Ha mancato il bersaglio. Ma la parodia è finita”. (red)
20. Orenove/20. Il Papa va in Turchia, Erdogan va in Lettonia
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Roma - Il Papa in Turchia non incontrerà il premier Recep Tayyip Erdogan, che proprio negli stessi giorni sarà impegnato in un summit della Nato in Lettonia. “Sull’incontro con il premier c’era incertezza — si apprende ora — già da un paio di settimane – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Il programma provvisorio del viaggio l’aveva ipotizzato per le 17,30 del giorno 28, nella Nunziatura di Ankara. Ma il Vaticano era avvertito della difficoltà e attendeva una comunicazione definitiva in vista della pubblicazione dell’agenda del viaggio, prevista a giorni. Del mancato appuntamento si è saputo da una comunicazione sugli incontri ufficiali da parte del governo turco, che li ha inviati alle diverse ambasciate perché venissero trasmessi ai media in vista degli accrediti”. Il Papa dunque non incontrerà Erdogan: “vedrà il presidente della Repubblica e altri esponenti del governo, ma non il primo ministro, che nei due giorni in cui Benedetto XVI sarà ad Ankara, il 28 e il 29 novembre (il 30 e il 1˚dicembre li passerà tra Efeso e Istanbul), sarà impegnato in un summit della Nato a Riga, in Lettonia – continua il quotidiano di via Solferino -. Sia l’ambasciata turca a Roma sia il Vaticano minimizzano la questione. L’ambasciata conferma che l’incontro non vi sarà, ma ricorda che Benedetto XVI vedrà sia il presidente della Repubblica, Ahmet Necdet Sezer, dal quale il febbraio scorso era partito l’invito al Papa, sia il Gran Muftì Alì Bardakoglu, presidente del Dipartimento Affari religiosi. Diplomatica la reazione vaticana, affidata al direttore della Sala Stampa, Lombardi: ‘Anche se non vedrà il premier, Benedetto XVI incontrerà altre personalità rappresentative del Paese’”. (red)
21. Orenove/21. Catalogna, la destra vince e cerca alleati
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Roma - In Catalogna vincono – pur con maggioranza relativa – i nazionalisti moderati di Convergenza e Unione (CiU), guidati da Artur Mas. Ma “il prossimo governo della Catalogna – scrive IL CORRIERE DELLA SERA - non sarà formato da un solo partito. I nazionalisti moderati di Convergenza e Unione (CiU) hanno vinto le elezioni regionali con una maggioranza relativa dei seggi (48 su 135) ma saranno necessari patti post-elettorali per stabilire chi sarà al timone della regione più prospera della Spagna, una regione di sette milioni di abitanti che ha visto la propria autonomia rafforzarsi grazie al nuovo Statuto: il governo catalano gestirà un budget di trenta miliardi di euro per il 2007, un budget superiore a quello di Paesi come Cile, Ucraina, Croazia, e ben undici miliardi in più rispetto al 2003. Il partito socialista catalano, condotto dall’ex-ministro dell’industria José Montilla, grigio e serio, ha perduto 5 seggi scendendo da 42 a 37, ma non si può escludere una riedizione del tripartito di sinistra che ha governato dal 2003, dato che alla flessione socialista si è accompagnato il buon risultato dei comunisti-Verdi Icv e la tenuta dei repubblicani di sinistra Esquerra (Erc). Il presidente della Generalitat, il governo regionale, sarà Montilla in caso di ripetizione del tripartito o Mas nel caso di una ‘grande alleanza’ fra convergenti e socialisti. Il primo ministro Zapatero si è impegnato moltissimo nella campagna elettorale al fianco di Montilla, presentato come il ‘Lula catalano’ a causa delle sue origini umili. Anche Montilla è un outsider: nato in Andalusia, è arrivato in Catalogna a 15 anni ed è il primo serio candidato alla presidenza che non è nato nella regione. L’impegno di Zapatero non è casuale. Il premier sa che il voto catalano è importante perché arriva a sette mesi dalle elezioni municipali e regionali, test decisivo prima delle elezioni generali del 2008. E sa pure che l’esito di ieri può avere ripercussioni politiche sul piano nazionale. Un’alleanza del Psoe con CiU rafforzerebbe nel parlamento di Madrid la maggioranza relativa di cui dispone il governo socialista che dipende dai partiti regionalisti per approvare la Finanziaria e altre leggi”. (red)
22. Orenove/22. Microsoft minaccia lasciare Cina: censura eccesiva
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Roma - “Forse dobbiamo riconsiderare la nostra presenza in Cina”: una dichiarazione molto pesante se si considera che viene dal responsabile della strategia internazionale di Microsoft, e che la Cina è il secondo mercato per il colosso informatico. Scrive il CORREIRE DELLA SERA: “Fred Tipson (Microsoft) e Art Reilly (Cisco) ieri erano gli unici rappresentanti dei giganti dell’informatica sul palco dell’Internet Governance Forum di Atene, davanti a una platea di esperti e di attivisti dei diritti umani furiosi per l’acquiescenza — in qualche caso l’attiva complicità — delle aziende occidentali nei confronti della censura in Cina. Difficile sostenere la solita tesi — ‘meglio un’informazione controllata che nessuna informazione’ — quando gli interlocutori sono agguerriti e ricordano alla Microsoft il caso di Zhao Jing (noto anche come Michael Anti), il blogger rimosso dai server di Msn Spaces il 30 dicembre scorso (aveva sostenuto lo sciopero dei giornalisti del Beijing News). Così Tipson, messo alle corde, ha cominciato a fare concessioni: ‘Dobbiamo decidere se la persecuzione dei blogger raggiunge un punto inaccettabile e incompatibile con il business’. Poi: ‘La situazione in effetti sta peggiorando’. E finalmente: ‘Forse dobbiamo riconsiderare la nostra presenza in Cina’. La sola ipotesi che la Microsoft possa lasciare il secondo mercato più importante al mondo (120 milioni di utenti Internet) dopo quello americano è un trionfo per i militanti che si battono per la libertà di espressione in Cina, e un colpo per il regime di Pechino. La mossa dell’azienda di Redmond è sorprendente perché contraddice una politica di collaborazione praticata da anni e consolidata dal brindisi al Cabernet dell’aprile scorso a casa di Bill Gates a Seattle, dove il presidente cinese Hu Jintao iniziò significativamente la sua prima visita ufficiale negli Stati Uniti.
Alla conferenza di Atene la Microsoft non ha certo inviato un rappresentante di scarso peso: Fred Tipson è direttore della politica di sviluppo internazionale dell’azienda, ha alle spalle studi di perfezionamento a Yale e Stanford e una lunga partecipazione al Council on Foreign Relations, il centro studi di politica internazionale più celebre del mondo. Difficile pensare che le sue frasi siano frutto di inesperienza, avventatezza o imbarazzo di fronte alle proteste. Però, solo un mese fa un altro pezzo grosso della Microsoft, il vicepresidente Tim Chen responsabile degli affari nella Greater China Region, aveva annunciato che l’azienda americana investirà in Cina 100 milioni di dollari nei prossimi cinque anni, dopo avere già speso nel 2006 65 milioni di dollari nelle tre compagnie di software cinesi Powerise Group, Neusoft Group e Inspur Group. Inoltre, gli sforzi anti-pirateria del governo di Pechino hanno talmente soddisfatto la Microsoft che sempre nel 2006 è stato stipulato un contratto da due miliardi di dollari con la Lenovo (l’azienda cinese che nel dicembre 2004 ha comprato l’intera divisione personal computer dell’Ibm): il 70% di tutti i pc Lenovo sarà venduto con il sistema operativo Microsoft già pre-installato. Nel corso di quest’anno Microsoft, Google e Yahoo! hanno accumulato pesanti critiche dal Congresso americano (febbraio), Amnesty International (luglio) e dal Parlamento britannico (agosto) per la loro compiacenza con la censura cinese: l’annuncio di Tipson fa sicuramente bene all’immagine dell’azienda. Resta da vedere se i contratti verranno strappati, o se dopo lo scalpore di Atene la Cina tornerà a essere soprattutto il ‘grande agente di cambiamento’ elogiato da Bill Gates”. (red)
23. Orenove/23. La giornata di oggi
Roma - NAPOLI - Visita del presidente del Consiglio Romano Prodi.
ROMA - Commissione Bilancio della Camera: legge Finanziaria.
ROMA - Commissione Bilancio del Senato: decreto fiscale.
ROMA - Inizia la missione del Fmi in Italia.
ROMA - Commemorazione dei Militari caduti nell’adempimento del proprio dovere, presente il ministro dell’Interno Arturo Parisi.
ROMA - Conferenza stampa dei ministri Giuseppe Fioroni, Fabio Mussi e Luigi Nicolais.
ROMA - Prosegue la XIV assemblea della Federazione evangelica.
ROMA - Incontro Fnsi dal titolo: “Per un nuovo servizio pubblico radiotelevisivo nell’era digitale”, con il ministro Paolo Gentiloni e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Levi.
FRANCOFORTE - Riunione del consiglio della Bce.
WASHINGTON - Reuters e Zogby international presentano i risultati di un sondaggio fatto in dieci distretti senatoriali per le elezioni del 7 novembre. (red)