Il profumo di nuove imposte, e in particolare di una imposta straordinario sul patrimonio, è echeggiato il 23 aprile nella Sala Azzurra del ministero dell’Economia e delle Finanze (quella vicina agli uffici del ministro) nel corso di uno degli stimolanti Brown Bag Lunch (BBL) organizzati dal direttore generale e responsabile dell’analisi economica, Lorenzo Codogno (il quale - occorre precisarlo - non si è mostrato affatto d’accordo con la proposta). In effetti, il suggerimento è arrivato proprio da un esponente del mondo della finanza (Pietro Modiano) in un momento in cui le trattative per la formazione del governo riguardano come ridurre la pressione tributaria-contributiva (non come aumentarla); occorre però dire che il seminario era stato inizialmente programmato per il 9 aprile (quando il Pd corteggiava, senza successo, il M5S) e precisare che già nel 2011 Modiano è stato tra i proponenti di una ‘patrimoniale straordinaria’. Ora ha precisato che l’imposta dovrebbe riguardare la ‘ricchezza finanziaria’, non quella immobiliare (su cui già grava l’Imu), e il 10 per cento tra i maggiori detentori di tale ‘ricchezza finanziaria’ tra cui lui e la sua famiglia indubbiamente rientrerebbero. Non si è giunti a parlare di aliquote e di potenziale gettito né di un’eventuale compensazione tra imposta sul patrimonio e riduzione del cuneo fiscale- contributivo sul lavoro.

Il ragionamento di Modiano è lineare: ha esposto una serie di diapositive in cui si quantizza come in Italia (più che in altri Paesi dell’eurozona, anche se meno che in Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, nonché a Cipro) la fase di contrazione del Pil iniziata nel 2008 sia stata accompagnata sia da un aumento delle divergenze di reddito e di consumi per fasce di famiglie sia da una riduzione dell’ascensione sociale (da una fascia all’altra). Al problema si porrebbe rimedio con l’imposta che togliendo a chi ha (troppo) permetterebbe di dare a chi ha troppo poco. Le obiezioni a tale metodo tax and spend sono molteplici. In primo luogo, l’esigenza principale dell’Italia è nel riprendere a crescere: lo sviluppo, già soffocato da un’eccessiva pressione fiscale-contributiva, verrebbe ulteriormente penalizzato dal solo profumo di una patrimoniale straordinaria che innescherebbe una fuga di capitali. Inoltre Modiano, che ha studiato alla Bocconi negli Anni Settanta, ha certamente letto il saggio di Arthur Okun su Efficienza ed Equità in cui si dimostra come per trasferire dall’erario a chi è in stato di bisogno si utilizzi sempre ‘un secchio bucato’, che perde risorse in mille rivoli di inefficienze.

In terzo luogo, proprio negli Anni Ottanta quando Modiano ascendeva nei vari scalini del Credito Italiano, un vasto studio dell’Istituto Universitario Europeo - il volume sull’Italia venne scritto dall’allora giovane Maurizio Ferrera - documentava come in ultima istanza il ceto medio (non le fasce più povere) erano i maggiori beneficiari del welfare; allora un gruppo di economisti, sociologi e politologi (numerosi raggruppati nel centro studi MondOperaio ) proposero che si passasse da una concezione welfaristica dello stato sociale a una rawlsiana, applicando, in effetti, un ‘maximin’ per dirigere le risorse verso le fasce più basse di reddito e consumi e gli incapienti. Un invito analogo veniva dalla Fondazione Europea per le Condizioni di Vita. Allora ci fu una levata di scudi proprio dalla parte politica in cui si riconosce Modiano: cosa avverrebbe oggi, dato che la proposta di ristrutturazione della spesa sociale e di politiche di sviluppo (le uniche che facciano uscire dalla povertà) è più viva che mai? Un suggerimento. Nella sua villa in Riviera, Modiano ama leggere: prenda il libro recente di Jagdish Bhagwati e Arvind Panagariya (distinti e distanti dalle nostre beghe ma considerati economisti ‘di sinistra’) Why Growth Matters: How Economic Growth in India Reduced Poverty and the Lessons for Other Developing Countries, Public Affairs, pp. 290  $ 28.99.