Agenda Berlusconi: levare l'Imu, prendere la Convenzione per le riforme, andare al voto al momento propizio ma in fretta. A vedere il dibattito parlamentare sembra che lo spazio di manovra del governo di Enrico Letta sia limitato nei fatti dai conti e nelle persone dal Cavaliere. Ma è davvero così? A Berlusconi conviene andare a votare oppure rafforzare la sua golden share sull'esecutivo? Tra i visitors di Palazzo Grazioli prevale il sentiment del voto subito, ma nella testa del Cav i ragionamenti sono diversi. Sì, certo, i sondaggi dicono che si vince facile e forse stavolta si governa anche il Senato, si vede che Grillo non nuota più a bracciate larghe, Monti è più "negligeable" di prima, ma la strada del voto resta comunque piena di incognite (anche extraparlamentari, vedi alla voce giustizia) e le cose con il governo appena nato in realtà finora sono andate piuttosto bene. I ministeri di prima fascia sono finiti in mano agli uomini del Pdl, Alfano presidia Letta a Palazzo Chigi, Quagliariello fa da ponte tra il partito e il Quirinale, Saccomanni è persona seria e il buon Casero è il radar perfetto per monitorare il traffico aereo in via XX Settembre, la Bonino alla Farnesina è una vecchia amica con la quale si discute senza problemi, la Cancellieri è una garanzia di cose fatte con la bilancia della Giustizia e non con quella dei pm, Mario Mauro alla Difesa è una vecchia conoscenza nel partito, Zanonato allo Sviluppo è ben bilanciato dal sottosegretario Catricalà, Lupi, Lorenzin e De Girolamo sono la guardia repubblicana schierata alle porte di Infrastrutture, Salute e Agricoltura. E' un esecutivo che Berlusconi non aveva in tasca neppure quando vinse nel 2008 con una maggioranza schiacciante ma pronta a sfasciarsi sull'onda del capriccio finiano. E il Pd? Ah, certo, c'è il Pd. Là per ora non comanda nessuno, cercasi segretario disperatamente. "Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente", avrebbe detto Mao. Berlusconi potrebbe andare a votare, nonostante tutto. Certo, ci mancherebbe. La zampata è sempre in agguato. Ma si troverebbe poi di fronte all'incognita del Pd costretto a riorganizzarsi in fretta e furia sotto il nome obbligato di Renzi, pena la cancellazione dall'emisfero dei partiti viventi. Il sindaco di Firenze ha fiutato l'aria e cerca di anticipare le mosse assestando un colpo alla candidatura del Cavaliere alla presidenza della Convenzione: "Un conto è un governo col Pdl perché non ci sono alternative, altro è dare la Convenzione a Berlusconi". Così Renzi si è ritrovato al fianco di Fassina, neo viceministro dell'Economia, a combattere una battaglia donchisciottesca perché l'obiettivo di Berlusconi non è quella poltrona, ma un ferreo riequilibrio delle cariche per non restare incastrato nel gioco del cerino in corso nella sinistra. Il Cavaliere ha argomenti solidissimi a suo favore. Il Pd non ha vinto le elezioni eppure ha incassato le presidenze di Camera e Senato, il presidente del Consiglio e anche il Presidente della Repubblica che resta pur sempre un uomo espresso dalla storia della sinistra. Come dargli torto? Letta non si può bruciare per capriccio o per sondaggio. E' un uomo del dialogo, una spina nella sinistra con l'elmetto, un elemento di moderazione in un campo minato, ha un ottimo indice di gradimento - un sondaggio di Swg oggi lo dà al 62 per cento e sta sopra Renzi (60) e lo stesso Napolitano (59) - il viaggio in Europa è stato positivo, lo spread sta calando, sull'Imu un accordo si trova e sul campo delle riforme la "strana maggioranza" di impronta lettiana potrebbe riservare molte sorprese e felici aperture culturali. La prova? Una nota congiunta di Letta e Alfano in sostegno del ministro per l'integrazione: "Cecile Kyenge è fiera di essere nera e noi siamo fieri di averla nel nostro governo". E poi Ezio Mauro nella messa cantata di Repubblica si concentra sulla Convenzione e i ragionamenti di Rodotà e Renzi, le interviste alla Boldrini (giustamente elogiata per il coraggio nel denunciare il linciaggio online della sua persona), e dice che corriamo il rischio di "votare con questa legge elettorale e ha perfettamente ragione D'Alema, bisogna cambiarla". Ecco, se per il bravo e svelto direttore Repubblica ha ragione Max, allora al Gruppo Espresso è finita la lunga stagione del "Dalemoni" e a Berlusconi conviene tenersi stretto il governo guidato da un Pd che su Wikipedia un giorno per beffa divinatoria divenne "un partito di centrosinistra" e "anche di centrodestra". Involontariamente socialdemocratico, cioè dalemianamente "normale".