Sulla maglia dei calciatori dello West Ham United è cucito uno stemma con un castello e due martelli incrociati. Piacerebbe molto a un intenditore di calcio come Silvio Berlusconi. Perché il Cavaliere difende la sua fortezza con i martelli e quella squadra di calcio è l'essenza di una storia che qui a Londra è leggenda pop e rock, narrazione proletaria ed elitaria. Un po' come l'italiano Silvio, imprendibile fusione di Tv Sorrisi e Canzoni, veline, la banca intorno a te e tutto il resto che ruota intorno a lui. Oggi i quotidiani tornano a dedicare i titoli d'apertura alle sue condanne mai definitive. Ne riportano la pena, il dispositivo, il guaio espositivo e il corredo d'ordinanza con tanto di ira funesta esposta e deposta in "retroscena" che nessuno può provare e Berlusconi non vuole smentire. La giornata di ieri è trascorsa con l'ormai classico tam tam dei penultimatum: se Nitto Palma non diventa presidente della Commissione cade il governo! se viene condannato a Milano si va al voto! Se... se... se... Troppi se finiscono per costituire una certezza perfino in un mondo instabile come quello della politica: non succede niente. E infatti il governo è ancora in piedi, Berlusconi è nella sua fortezza, i martelli sono ben esposti e Silvio ha più di un motivo per essere perfino soddisfatto dell'ieri e ancor più del domani. Perché il futuro non è ipotecabile, ma il dritto e il rovescio si vedono bene mentre si tesse la tela.

E se il mercato ha ancora fiuto - e ce l'ha - allora è bene dare il giusto peso alle ultime tre righe dell'articolo del Financial Times: "Mediaset has risen 32 per cent since Mr Berlusconi’s party did unexpectedly well in the February elections, while the Milan index has risen 8 per cent". Trentadue per cento. "Politics changes have skyrocketed prices" commenta un amico della City che si diverte a osservare la soap opera di Silvio e comprare debito pubblico perché conviene e l'Italia è "too big to fail". Lui conosce ogni angolo di Bond Street ma non sa niente di Nitto Palma, un gentiluomo che ha il gusto della battuta, conosce il diritto e sa cosa siano lealtà politica e garantismo giudiziario. E' diventato presidente della Commissione Giustizia, com'era logico e perfino giusto in un gioco di ripartizione delle cariche e di distribuzione di pesi politici in cui il Pd si comporta come se avesse vinto (e non ha vinto) e non avesse preso niente (e invece ha preso quasi tutto). Dunque Palma starà dove doveva stare fin dall'inizio di questa storia. A dirigere il traffico impazzito dei draft legislativi sullo smaltimento del materiale radioattivo del Palazzo. Ed è un bene per tutti che ci sia lui.

E poi c'è la presidenza della Corte di Cassazione. Anche là è andata come doveva andare. Se l'è aggiudicata il migliore in gara, Giorgio Santacroce, da cinque anni alla guida della Corte d'appello di Roma, in uno scontro aperto con il candidato della sinistra, il presidente della Seconda sezione civile della Cassazione Luigi Rovelli (capo dell'ufficio legislativo quando in via Arenula governava Giovanni Maria Flick) che ha spaccato il Consiglio superiore della magistratura e certificato che la vera battaglia di potere si continua a combattere là dove in Italia si fanno e disfano le carriere e i destini: nelle aule di giustizia. Santacroce ha vinto, per lui hanno votato tutti i togati delle correnti moderate e i laici del centrodestra: 13 a 9 e astensioni strategiche a Palazzo de' Marescialli per evitare la certificazione della spaccatura politica. In ogni caso, per il diritto è un buon affare perché il neo presidente è uomo equilibrato che conosce i codici e non si fa abbagliare dal pregiudizio. E' un buon segno anche per il Cavaliere che ripete: "Il mio giudice a Berlino è la Corte di Cassazione". Ah, certo, c'è pur sempre la procura di Milano a vigilare "sull'emergenza democratica". Il ventennale ricostituente per il consenso di Berlusconi.

La realtà è che le brume giudiziarie non riescono a coprire il campo di una partita fin troppo facile. Dopo il Quirinale di Re Giorgio (che oggi striglia l'Europa sulla disoccupazione) quello del Cavaliere è l'unico palazzo rimasto in piedi. Il Pd è alle prese con la sua disgregazione giunta in stazione con vent'anni di ritardo, vissuta in una seduta di autocoscienza collettiva percorsa da isterismi, gag, lotte fratricide. Viene in mente il Cossiga che evocava gli zombie nel vedere un ex potere forte trasformarsi in vittima del suo pensiero debole. Avranno il coraggio di rinviare tutto o troveranno un segretario da bruciare? Non importa, perché comanderà un partito che volendo farsi liquido (Veltroni) divenne gassoso (Bersani) e al tavolo con Berlusconi alla fine dovrà starci Enrico Letta. Uno che sta dimostrando pazienza di Giobbe e tenacia da ritiro spirituale. Così il premier alimenta la speranza del suo governo mentre il suo partito - o quel che ne resta - vorrebbe aggrapparsi a Speranza, un giovane in gamba fatto capogruppo da Bersani per far dispetto ai suoi avversari e ora tra i papabili al sacrificio. Prima che impari a leggere la segnaletica d'emergenza del Pd, Berlusconi avrà fatto sue le elezioni. Lo stanno condannando a vincere. Di Mr Chamber.