Unione bancaria. Due parole, un soldo. Quello dell'Italia. Avevamo scritto in un nostro precedente dispaccio diplomatico (“Il primo viaggio di Letta”, 30 aprile) che l'unica vera moneta di scambio del governo Letta con l'Europa (leggere la Germania) sarebbe stato un ruolo propulsivo del nostro Paese nel progetto di unione bancaria. Il governo sembra intenzionato a giocare questa carta fino in fondo. E le parole di Fabrizio Saccomanni confermano la regola dei cronisti d'inchiesta: "Follow the money". Cosa dice il ministro dell'Economia? Alla riunione dell'Ecofin ha detto che è "urgente" e "dopo il meccanismo unico di vigilanza, occorre mettere a posto gli altri tasselli". Quali? Il meccanismo di risoluzione, cioè regole certe quando si è in presenza di una crisi che ha urgente bisogno di liquidità. "L'Italia preferisce un modello con regole prevedibili" perché l'incertezza impedisce di valutare i rischi per la liquidità in modo corretto".
La mossa di Saccomanni sposta l'Italia dall'influenza (ora inutile e dannosa) della Francia e rimette il nostro Paese al centro di una trattativa dalla quale bisogna uscire con due obiettivi: 1. non farsi imporre l'agenda dall'asse sempre più innaturale tra Parigi e Berlino; 2. tenere i saldi invariati per il bilancio italiano del 2013 e puntare nel 2014 a uno "sconto" che vale circa dieci miliardi di euro, soldi da mettere sul piatto dello sviluppo, più che mai necessari per un'economia che ha numeri da brivido: mentre produzione industriale in Europa ha un segno positivo (+1%) l'Italia continua a imbarcare acqua (-0,8%). L'impresa di Saccomanni non è facile, perché mentre in Europa si comincia a scalfire (sarebbe bello usare la parola "smontare" ma sarà impossibile fino alle elezioni di settembre in Germania) il dogma dell'austerità a tutti i costi, in Italia succedono cose bizantine. Il ministro dell'Economia ha pregato i ministri di fare "richieste responsabili", cioè di non provare a far allargare i cordoni di una borsa già vuota, ma alcuni colleghi sembrano calati da un altro mondo. Pensano alle prossime elezioni e c'è perfino da comprenderli. I tre azionisti del governo infatti hanno problemi interni enormi. Vediamoli.
Pdl. In quanto partito, non esiste, ma è l'unico che ha un leader riconosciuto e forte sul piano elettorale,  Silvio Berlusconi. Il problema è che il one man show dipende da due fattori: le procure della Repubblica e l'umore del Cavaliere. La situazione è sempre sul punto della rottura e nel Pdl c'è chi punta ad andare all'incasso elettorale in autunno. Berlusconi finora ha mostrato di saper stare al tavolo da poker meglio degli altri, ma la storia insegna che, a un certo punto, smette di dare le carte e rovescia il tavolo verde per andare a prendersi tutto il casinò.

Pd. Siamo in pieno psicodramma. Ha eletto un segretario balneare (Epifani) ma tutti temono che poi ci prenda gusto e voglia restare. L'ex segretario della Cgil è un uomo navigato, non si sopravvive alle trattative sindacali se non si ha tempra e pazienza infinita. Nel partito abbondano le mezze figure, la vecchia guardia continua a giostrare con i numeri, i giovani dell'ala bersaniana si sono dimostrati inadeguati e l'unico disegno che unisce l'apparato e quello di sbarrare la strada a Renzi usando il paravento dell'antiberlusconismo. In queste condizioni, la vera opzione per il Pd è quella di dare via libera alla fusione della premiership e leadership di Enrico Letta. La sua opa democratica, di fatto, è lanciata.
Scelta Civica. E' un mistero e, come per tutti i misteri, ci vorrebbe fede. Ma se neanche il suo fondatore, Mario Monti, sembra averne molta nei confronti della creatura, che si fa? Il movimento è spezzato in tre tronconi: i montezemoliani, i montiani e i riccardiani. I primi guardano a sinistra, i secondi a se stessi, i terzi pregano e comandano più di tutti. Senza un segretario - il coordinatore Olivero non è certo un decisionista - si vive alla giornata.
Con questi partiti in cerca d'autore (e un copione decente da rappresentare in futuro), Letta e Saccomanni, si ritrovano nel bel mezzo di una partita europea dal clima arroventato. Il ministro dell'Economia fa bene a mettersi sulla scia di Berlino e, in particolare di Angela Merkel. La cancelliera sta tenendo abilmente in piedi un sistema di relazioni per cui la Germania guida la danza europea, mentre in patria affila le lame per una campagna elettorale giocata sull'autonomia di Berlino e il suo sviluppo con o senza l'Europa. Una cosa è certa: l'Ue così come la vediamo oggi è destinata a cambiare. Non sta in piedi. E gli inglesi si stanno occupando della sua scomposizione e ricomposizione su altre basi. Il governo di David Cameron dopo i risultati delle elezioni locali e l'affermazione dell'Ukip è in difficoltà. Il primo ministro fatica a tenere la briglia ai ministri che apertamente dicono che a queste condizioni Londra esce dall'Unione. D'altronde, parliamo di un Paese dove il Times titolava: "Tempesta nella manica, continente isolato". Ecco perché Saccomanni fa bene a dare un'accelerazione al progetto di Unione bancaria. Come farla? Si vedrà. I tedeschi propongono un meccanismo in due tempi e nel frattempo bombardano la Bce di Mario Draghi, accusata di essere la "Bad Bank del Sud Europa". In ogni caso, l'Italia sta provando a giocare una partita più aggressiva. Cerca di levarsi dall'ombra sgangherata della Tour Eiffel e s'affaccia alla porta di Brandeburgo con le carte (quasi) a posto. E toglie qualsiasi scusa al falco dei falchi, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgan Schauble, per dare un'artigliata al Belpaese che, piaccia o meno, con quei conti pubblici, continua a far parte dell'allegra compagnia del Club Med. Al fresco. Al sole. Al debito. Troppo, se i conti del club rischiano poi di pagarli quelli dell'anello del nibelungo. di Mr Chamber