Che differenza c'è tra un clown e un Comico? Il clown vince le elezioni e imprime un'accelerazione nel dibattito pubblico sul destino del suo Paese dentro o fuori dall'Europa. Il comico vince le elezioni e poi perde tempo a discutere di scontrini e rimborsi dei suoi parlamentari. Il clown è Nigel Farage, leader del Ukip, il movimento indipendentista inglese; il comico è Beppe Grillo, deus ex machina del Movimento 5Stelle. Alcuni analisti vedono la stessa "onda" di euroscetticismo in questi movimenti. E' un'interpretazione insufficiente. Le storie sono molto diverse. Da una parte c'è l'Ukip che si ispira God save the Queen (non sempre) and the Pound (per sempre) e dall'altra c'è un gruppo parlamentare che non ha mantenuto le promesse e le premesse per cui era stato scelto dagli elettori. Ecco perché l'unico circo barnum di questa storia non è nel Regno Unito ma in Italia. Lo shock a Londra sta orientando realmente le scelte di Tory e Labour, a Roma invece assistiamo a un tragico(mico) declino della metafora del cambiamento. La parabola dei grillini è molto importante perché è speculare a quella di tutti gli altri partiti che finora hanno governato l'Italia. E il Movimento 5Stelle, ultimo arrivato sulla scena, non sfugge a questa regola italiana.

L'ultima settimana di campagna elettorale per le elezioni amministrative è il sismografo di questa situazione surreale. A quasi tre mesi dal voto politico, i partiti sono ancora in panne, un solo leader sembra in sella (Berlusconi, magistratura permettendo), mentre il governo di Enrico Letta cerca di trovare un equilibrio varando una serie di provvedimenti per tenere la maggioranza (a)variabile il più possibile unita. La sospensione della rata dell'Imu risponde a questa esigenza, i fondi per la cassa integrazione invece sono un atto necessario per evitare un conflitto sociale che cova sempre più sotto la cenere. Parlano i numeri.

Oggi l'Istat ha certificato che a marzo il prodotto industriale del nostro Paese è crollato al -7,9 per cento su base annua. Il peggior dato dal 2009. E poco consolante appare la microscopica ripresa degli ordinativi.

La situazione italiana è frutto del disastro europeo sul fronte della crescita, ma cercare alibi oltre confine non aiuta a comprendere i problemi. La cancellazione dell'Imu sulla prima casa non serve al bilancio dello Stato e non è neppure un buon principio da seguire sul piano economico, ma ha un effetto psicologico enorme e non parliamo solo di quello elettorale. Il contribuente italiano che paga le tasse in questo provvedimento vede comunque un segnale positivo, mentre sul piano politico si leva dal campo della disputa dei partiti un'arma nucleare nelle mani di Berlusconi. Per far ripartire l'Italia serve altro, ma quello dell'Imu è un totem che in questo momento Letta fa bene ad abbattere. Grillo e i suoi parlamentari sono stati del tutto marginali anche in questo dibattito. Avrebbero potuto farne una loro bandiera, ma essendo privi di cultura politica, si sono avvitati in un dibattito interno che i loro strumenti di "democrazia diretta" hanno trasformato in un caotico spettacolo da quattro soldi.

La difficoltà del M5S di darsi un programma parlamentare credibile, è la cartina di tornasole degli errori commessi dal Partito democratico nell'era Bersani. Errori che Epifani rischia di ripetere, al contrario. L'ex segretario aveva impiegato il suo tempo a "smacchiare giaguari" (operazione fallita) e cercare subito dopo il voto una sponda con i grillini (operazione fallita) e infine un governo di minoranza con navigazione a vista (operazione fallita). Il segretario transeunte venuto dalla Cgil finora ha provato a mettere sul tavolo della politica un discorso identitario sulla sinistra che non trova agganci nella realtà di un partito balcanizzato. Le dichiarazioni di oggi di Matteo Renzi sull'Imu lo dimostrano. Quando il sindaco di Firenze dice a Radio24 che "l'imu è una cambiale che si paga all'accordo con Berlusconi. Io credo che sia giusto abbassare le tasse, ma mi piacerebbe capire da dove partire. Noi a Firenze abbiamo abbassato l'irpef", non fa l'interesse del partito, ma quello della sua fazione, pronta a schierarsi contro il premier Enrico Letta, suo vero avversario nel prossimo congresso del Pd e nella lotta alla futura premiership democratica.

A questo punto la domanda è una sola: che mestiere fa Epifani? Deve tenere insieme il partito e le sue rissose famigliole? Deve rinnovare un soggetto politico in agonia sul piano delle idee e delle proposte? Se è un traghettatore, il primo punto è quello che vale. Se è un liquidatore di un'esperienza consumata, il secondo punto è la base di partenza per fare un'altra cosa. Ecco, ma cosa? Ripartiamo dal Clown e dal Comico.

Il Clown nel Regno Unito (Farage e il suo Ukip) cresce nei sondaggi e nei Council si registrano le dimissioni di esponenti dei Tories che abbracciano la causa dell'Ukip. Il Comico in Italia ha le piazze mezzo vuote e le elezioni amministrative annunciano un ridimensionamento del fenomeno grillino. Sono milioni di voti di nuovo in libera uscita. Chi li prende? Se la teoria di Bersani fosse quella giusta (e non lo è) quei consensi tornerebbero a casa del Pd. In realtà quello del M5S è un voto arrabbiato, fluttuante, pronto ad andare dove le suggestioni sono maggiori e la capacità di narrazione si incontra con qualche fatto concreto. Nel Pd il fatto concreto esiste, ma Epifani e i mezzi leader che si agitano nel partito non lo vedono: hanno il presidente del Consiglio, governano. L'unico esponente politico che fa sua - con efficacia elettorale di cui vedremo presto gli effetti - la bandiera del governo è Berlusconi. In Italia, non c'è spazio né per un clown né per un comico. E non ci sono mai stati i conservatori alla Thatcher. E neppure i laburisti alla Blair. Da noi va sempre in scena l'opera lirica del Leoncavallo, i Pagliacci. Con una sola variante nella storia: che la commedia non è mai finita.