Beppe Grillo ha scoperto che la democrazia non funziona come un "mi piace" su Facebook. E la sua reazione al tonfo delle elezioni amministrative dimostra la strana idea che hanno del voto i cinquestellati. Se non vincono, fanno roteare gli occhi e dicono che gli "italiani sono ingrati". Lo stratega elettorale di Bill Clinton nel 1992 riassunse uno dei punti chiave del programma con questa semplice frase: "It's the economy, stupid". Clinton vinse le elezioni contro Bush e quella frase divenne uno snowclone, una frase multi-uso, adattabile, trasformabile, decapottabile e leggibile per tutti. Nel caso del Movimento 5 Stelle potremmo usare anche questa variante: "It's the voters, stupid". Sono gli elettori ad aver respinto a larghe bracciate la nuotata senza meta di Grillo e della sua compagnia di attori improvvisati. Essere esordienti è un conto, ma mostrarsi grottescamente inadeguati è un'altra faccenda. Occupandosi di diarie, scontrini e presenze tv i grillini hanno certificato il loro status: hanno una "relazione complicata" con la realtà. La settimana scorsa siamo stati facili profeti della parabola grillina (In Italia non c'è spazio né per un clown né per un comico, Il Velino del 20 maggio 2013) da cui eravamo partiti per fare un'analisi più ampia sullo stato di salute del Palazzo. Continuiamo a usare questo metodo per disegnare lo scenario politico. Governo. L'esito più importante del voto è il rafforzamento di Enrico Letta a Palazzo Chigi. Con questi chiari di luna (leggasi astensione) nessun partito ha il risultato in tasca e le elezioni anticipate sono un rischio. Letta ha la strada spianata per governare. Non ha davanti a sé altre boe elettorali fino alle elezioni europee del 2014 (che in Italia servono a scaricare su una poltrona i perdenti o gli esordienti in politica) e può concentrare i suoi sforzi nella realizzazione del programma. I prossimi quattro mesi sono fondamentali. In attesa delle elezioni tedesche di settembre, Letta deve mettere al sicuro un paio di provvedimenti urgenti per l'economia e studiare insieme al ministro Saccomanni un piano più aggressivo per il 2014. Domani l'Unione Europea dovrebbe chiudere la procedura di deficit eccessivo per l'Italia e dare ossigeno (almeno una decina di miliardi) sul fronte della spesa nel prossimo bilancio. Letta guida e  Saccomanni corre a far benzina. Partito democratico. Se Letta sorride, Guglielmo Epifani si frega le mani. Il traghettatore del Pd esce dal voto rafforzato. Tra le macerie di un partito litigioso e senza linea, ma ancora in piedi e con la prospettiva concretissima di riprendersi la guida della Capitale. Ignazio Marino, un outsider che non ha avuto l'aiuto di tutto il partito, è un medico-guaritore. Durerà poco, ma gli effetti immediati si vedono: Epifani manovra, Letta è lanciato verso un'Opa congressuale, mentre Matteo Renzi è rimasto appeso al chiodo di Fonzie, le spara grosse in inglese e sembra essersi smarrito tra le pagine di Chi e gli acuti di Amici. Apparire qualche volta inganna. Pdl. Berlusconi sperava in un risultato migliore e il partito sembra aver esaurito "la spinta propulsiva dell'Imu". Il monolitico argomento della campagna elettorale nazionale non è inossidabile di fronte a una crisi economica che sta mostrando il suo volto feroce ai cittadini. In molti hanno cominciato a fare i conti e hanno scoperto che risparmiare qualche centinaio di euro sulla casa alla fine non risolve il problema dei figli trentenni che sono senza lavoro. Altri i conti non li hanno fatti perché l'Imu già non la pagano. E i ricchi - parliamo di quelli che non vivono di rendita ma fanno impresa -  guardano con preoccupazione la produzione industriale che sprofonda. È vero che la locomotrice del Cavaliere sulle tratte locali non è mai stata un portento di velocità, ma il risultato è pessimo proprio alla luce del crollo grillino. Tutti i temi della crisi politica che portarono al passo indietro di Berlusconi restano aperti. Il partito resta un one man show e la brunettizzazione della linea politica al primo test ha fatto crac. I falchi diranno a Silvio che sono le larghe intese a nuocere al partito. Ma Berlusconi sa bene che non ci sono alternative a Letta. Rovesciare il tavolo è sempre possibile, ma il prezzo da pagare stavolta è incognito, nonostante i sondaggi che dicano il Pdl come prima forza del Paese. Berlusconi continua ad avere la golden share del governo. E la userà quando serve. Scelta Civica. Il movimento di Mario Monti ora ha un organigramma, ma il casino resta. La burrasca con i montezemoliani esiste, la governance di Sant'Egidio è curiale, il programma è sconosciuto, l'appoggio dato a Marchini, "l'Arfio" della campagna elettorale per il Campidoglio, non è stata una buona idea visti i voti presi. Monti poteva valorizzare in ben altra maniera il risultato dell'uscita dell'Italia dalla procedura europea di deficit eccessivo, ma dove non c'è linea, alla fine nessuno chiama e nessuno risponde. Lega. Bobo Maroni ha scelto l'opposizione, il risultato è un ritorno dell'inverno elettorale per il partito nordista. Vale per tutti il risultato di Treviso. Lo sceriffo Gentilini ha dimezzato i voti e messo in mostra i vuoti di un partito che non ha una linea. Non vuole stare a pieno titolo con il Cav, ma non ha un approdo credibile a sinistra. La politica isolazionista di Maroni è un investimento ad alto rischio. La Lega appare come l'Islanda: un Paese di pescatori che si mise in testa di fare come a Wall Street. È andata come sappiamo (ha fatto crac) e la lezione è che senza l'asse del Nord con Berlusconi, il Carroccio si ferma nelle sabbie mobili. Un solo potere forte. Il flop del Movimento 5 Stelle ha mostrato tutte le fratture del sistema politico italiano. Una rivoluzione incompiuta (quella di Grillo) lascia un esercito di reduci a confrontarsi con la realtà della crisi più dura dal dopoguerra a oggi. Così, in un tourbillon di dichiarazioni che non hanno senso reale ma fanno rumore, sono costretti a stare tutti insieme sotto la bandiera che sventola al Palazzo del Quirinale, quella di Re Giorgio. Napolitano è l'unico potere forte in un Paese di poteri deboli.