Questa colonna è un punto d'osservazione sulle cose del mondo che cambiano il mondo, non sulle cose piccole che non cambiano niente. Il direttore de Il Velino mi ha dato questo privilegio e nonostante accadano fatti notevoli che avranno conseguenze reali - cari lettori, guardate alla Turchia - stamattina sono stato attratto dalle vicende di due "ragazzi" dai destini incrociati: Enrico Letta e Angelino Alfano. Li chiamo "ragazzi" perché in Italia tali sono considerati, due "giovani" che studiano da grandi. Parlo in senso anagrafico, perché politicamente per essere grandi occorre fare cose grandi e l'Italia è un Paese grande ostinatamente piccolo, piccolo. Come il borghese impersonato da Alberto Sordi (eccolo, un vero grande) in un mai troppo celebrato capolavoro di Mario Monicelli (altro gigante). Tornando a Liliput, non vedendo neppure l'ombra di un Gulliver, la mia attenzione randomizzata si è posata su di loro, Enrico e Angelino. Possono fare cose grandi? Per ora corrono nello stesso Gran Premio e hanno avversari simili: i loro partiti. Enrico Letta. S'è messo in testa (e lo capisco) di cambiare la natura del Partito democratico spingendo l'acceleratore sul suo ruolo di presidente del Consiglio. E' una mossa rischiosa, ma anche l'unica possibile. Chi ha lo scettro (e lui ce l'ha, quello del premier) deve esercitare il potere, altrimenti diventa una parodia del potere in breve tempo. E allora il buon Enrico ha compiuto l'azzardo, ha detto che all'Italia farebbe bene eleggere un capo dello Stato in maniera diretta, darebbe un tocco di modernità al Paese, il presidenzialismo. Perbacco. Di colpo la retorica della Costituzione più bella del mondo s'è afflosciata. Stracciata la Bersaneide nella sua versione istituzionale. Signora mia, che shock. Il partito di Letta entra in modalità "relazione complicata" con il suo miglior rampollo.

Il giovane Matteo Orfini, corifeo dell'ex segretario, scrive su Twitter che, insomma, Enrico ha fatto il passo più lungo della gamba ("A @EnricoLetta dico: non si può sostenere per anni che abbiamo la costituzione più bella del mondo e poi proporre di stravolgerla"). Quello di Orfini è un altolà da compagno: cortese, fermo e denso di nuvoloni. E infatti il partito si ritrova nel gioco in cui si esprime al meglio: quello delle spaccature, delle differenze, dei rimandi, delle stilettate. La Bisanzio democratica all'ennesima potenza. Eppure Letta qualche ragione l'avrebbe, basta uscire dal cortiletto postbersaniano e guardare la realtà. Cosa è il presidente Giorgio Napolitano? Il notaio previsto dalla Costituzione più bella del mondo o un Re Giorgio (che Dio ce lo conservi) che sta tappando da solo tutte le falle del sistema dei partiti? Il ruolo del Quirinale è quello di un radar o non è forse anche l'abile pilota di un aereo che grazie a lui sta ancora in quota nonostante il poco carburante? Il sistema istituzionale italiano ha già un robusto presidenzialismo materiale che attende di diventare formale. Per il bene di tutti e del Pd in particolare. Quel partito ha espresso Napolitano, un grande presidente. Certo, un uomo con una storia gigantesca rispetto alla nanificazione del partito odierno, ma pur sempre un figlio di quella tradizione. Niente, nel Pd questo particolare non viene colto. E dunque Letta, il modernizzatore, avrà vita durissima, a tratti impossibile.

Paradossalmente, al premier ha dato una mano ieri proprio Napolitano quando ha spiegato ai cronisti che "il tempo di 18 mesi è un tempo più che appropriato per le riforme, il processo è complesso, si tratta di tenere il ritmo" e soprattutto che il governo "è senza dubbio a termine". Il Quirinale non ha affatto accorciato la vita di Letta, ma gli ha dato le vitamine necessarie per fare le cose per cui è stato chiamato a Palazzo Chigi: le riforme. Legge elettorale e, si spera, un riassetto istituzionale decente e al passo con i tempi in cui viviamo. Angelino Alfano. Il delfino è rimasto, ancora una volta, impigliato nella rete del partito. Presunto partito, visto che tutto ruota intorno a Berlusconi ma, in ogni caso, organizzazione politica carica di umori instabili e aspirazioni di grandeur personale stabili. La riunione di Berlusconi in Sardegna con i falchi non è stata presa bene dagli altri spezzoni del partito, in particolare dai "lealisti alfaniani" i quali vedono profilarsi l'iceberg della separazione dei ruoli di governo con quelli di partito.

Traduzione: la segreteria di Alfano è meno salda di quanto si immagini. E' sempre stata per definizione "contendibile" per la natura della sua espressione (la designazione da parte di Berlusconi) ma da qualche settimana lo è ancor di più. Anche i muri della cittadella politica romana sanno che Alfano tentò sul finire del 2012 di emanciparsi dal padre, Silvio. L'operazione non riuscì per mancanza di progetto e soprattutto di coraggio. Il Cavaliere aveva l'arma nucleare, il deterrente più forte: i voti. E con quello ha fermato l'esodo (non biblico) di una parte dei dirigenti del partito. La cronaca s'è incaricata di ricordare quell'episodio attraverso le memorie di Luigi Bisignani e dunque la "dialettica interna" (leggere, le trame) sono ripartite alla grande. Niente di strano, tutto molto comprensibile in un movimento dove i fedelissimi di Berlusconi sono rimasti fuori dai ruoli di governo, ma c'è da chiedersi quale esito avrebbe un addio di Alfano alla segreteria del Pdl. Conviene a qualcuno? Non a Berlusconi, di certo. Oggi il Cavaliere ha in mano il telecomando e sa esattamente quali pulsanti deve pigiare per cambiare programma. Lo fa comodamente, senza doversi lambiccare troppo sul cosa pensa Tizio o Caio. E' irrilevante. Con un nuovo segretario (o segretaria) dovrebbe sintonizzare di nuovo tutti i canali e non è detto che la ricezione sia migliore. Letta e Alfano si ritrovano sullo stesso sentiero. E devono prendersi per mano. Il destino ha deciso che saranno una coppia di fatto. Devono solo esser capaci di scriversi i loro diritti. E darsi un futuro.