Dopo la chiusura per legge dei manicomi criminali e degli ospedali psichiatrici arriva ora la chiusura degli O.P.G. (Ospedali Psichiatrici Giudiziari). Il Parlamento ha approvato recentemente la legge che fissa al 1 aprile 2014 la chiusura degli Opg, dove sono ancora internate più di mille persone. Di queste, centinaia sono rinchiuse "in proroga" e attendono finalmente di essere dimesse. Una questione di livello nazionale, perché verranno messi in libertà molti malati di mente che hanno anche commesso reati, alcuni dei quali non hanno più famiglia e non sapranno dove andare a vivere. E al momento non ci sono soluzioni alternative di reinserimento sociale. Napoli si pone in prima linea ed apre serie riflessioni sul problema attraverso il film “Le stanze aperte” realizzato dalle associazioni culturali “V.e.d.” e “Baruffa film” di Maurizio e Francesco Giordano, con la sceneggiatura di Giuliana Del Pozzo. Basandosi sulla vita degli internati dell’attuale manicomio criminale napoletano, i due registi, hanno provato a raccontare, oltre alla vita vissuta dietro le sbarre, il cammino del ritorno a casa dopo una lunga detenzione. Il film è interpretato da veri internati, che hanno fatto quadrato intorno all’attore professionista Vincenzo Merolla.

L’opera è innovativa anche perché ha visto cimentarsi dietro la macchina da presa, oltre alle maestranze tradizionali, anche i malati dell’ospedale psichiatrico, attualmente diretto dal dott. Stefano Martone. La pellicola è stata presentata e proiettata presso la struttura OPG di Secondigliano, con la partecipazione, tra gli altri, del Console francese a Napoli Christian Thimonier, Maurizio Gemma direttore della Film Commission, l’ingegner Salvatore De Lucia, presidente della Superiore Arciconfraternita Ss Ecce Homo al Cerriglio, il cappellano dell’OPG, fra’ Sereno de La Salle, le operatrici Marisa Savaglia, coordinatrice di progetto, e Gabriella Di Stefano, nonché il dott. De Martino, rappresentante per conto del dott. Contestabile, provveditore regionale del Ministero della Giustizia, che ha patrocinato la pellicola.

La produzione cinematografica pone numerose domande e stimola dibattiti sulla questione, ma nel contempo intende suggerire un percorso terapeutico attraverso la macchina da presa e il cinema. Maurizio e Francesco Giordano, fratelli napoletani, si stanno attivando per proporlo, dopo la proiezione nell’Istituto detentivo, in numerosi circoli e cineclub, in attesa di una distribuzione vera e propria nel circuito di sale organizzato. IL film nasce dall’idea di trasporre in immagini alcune storie, a testimonianza di esistenze ignorate o anonime, eppure straordinariamente vive e capaci di vivere ancora, magari in modo diverso. Come in un film. Il protagonista è Vincenzo Arte,un personaggio volutamente contraddittorio nel quale convivono faticosamente sogno, realtà e follia: egli vive in modo personale il legame tra la precedente struttura di S.Eframo e quella attuale di Secondigliano, dove una documentarista ha chiesto di entrare per realizzare un servizio .

Di qui la storia e la testimonianza che ella raccoglie da Vincenzo Arte si snodano intorno all’ altro livello narrativo, quello del documentario, che ritrae le vicende che i veri reclusi – internati e detenuti – vivono quotidianamente e che ci hanno consentito di filmare e raccontare. L’opera costituisce un film di finzione girato con tecnica documentaristica: i personaggi del film, reali o costruiti, non possiedono una fisionomia psicologica e relazionale propria, ma sono identica espressione e manifestazione di più personalità, segno tangibile dell’anonimato a cui la loro condizione li “condanna” realmente. Il taglio documentaristico è poi avvalorato dal fatto che l’azione si svolge quasi tutta all’interno del carcere e che le linee guida del film, anche se lateralmente, suggeriscono agli spettatori interrogativi a cui la coscienza civile non può sottrarsi.

Gli autori non lo hanno fatto. I registi sono stati in stretto contatto con le persone detenute per circa sei mesi. Hanno creato un laboratorio ed hanno formato ed individuato chi potesse lavorare per le riprese, le luci, l'audio e per la produzione del film. Un vero attore ha preparato gli altri attori. La sceneggiatura del film è stata elaborata anche da alcune storie raccontate da detenuti ed internati e da fatti di cronaca. Gli attori, ad esclusione dell'attore protagonista e di quelli scelti per le scene esterne al carcere, sono detenuti ed internati, infermieri, educatori, agenti di polizia penitenziaria e il frate cappellano. La troupe tecnica ad esclusione del direttore della fotografia, sono detenuti ed internati. I truccatori, gli assistenti di regia, i fotografi sono stati scelti dal personale interno dell'O.P.G.