Cosa sta succedendo? È in corso il congresso kazako del Pd, quello che potrebbe costare la poltrona al presidente del Consiglio Enrico Letta che del Pd è autorevole esponente. Il fuoco non è contro il ministro dell'Interno Angelino Alfano, quello che non sapeva cosa accadeva tra Roma e Astana, ma diretto, preciso e senza pietà contro il governo guidato da un esponente democratico. Tecnicamente non è neppure "fuoco amico", perché i cecchini piazzati sugli spalti del congresso kazako del Pd mirano proprio a Letta sapendo di ferirlo e, forse, di finirlo. Stamattina la riunione del gruppo Pd al Senato è slittata. Dicono di voler approfondire la situazione e di doversi coordinare con i colleghi della Camera. In realtà il segretario Epifani non sa che pesci pigliare e va in giro cambiando il copione della sua rappresentazione di ora in ora. D'altronde, nei suoi panni è davvero difficile tenere insieme i cocci del Pd: c'è il partito delle larghe intese che dice "è da pazzi far cadere il nostro premier"; c'è il partito dei renziani in via di allargamento che sostiene la strategia della crisi "tutta, maledetta e subito" per andare al voto e conquistare la vittoria; c'è il grande partito degli ignavi che stanno alla finestra, guardano cosa accade, in attesa di schierarsi con quelli che vinceranno la partita e sussurrare "te l'avevo detto". Questa è la schematica situazione delle forze in campo democratico. Il grande disegno strategico è di quelli da guinnes dei fiaschi militari, ma nel Pd a questo tipo di risultato sono abituati tanto da non farci neppure più caso. Sono arrivati a vagheggiare di nuovo un'alleanza con i grillini, segno che sono arrivati alla frutta congelata. E allora avanti tutta a farsi del male, a mostrare al mondo che un partito fondato da Gramsci, allevato da Togliatti, cresciuto nel mito di Berlinguer, da quando ha perso la bussola di Mosca non sa più cosa sia la realpolitik e la ragion di Stato. Lo scalpitante Renzi approfitta della situazione caotica per sfondare la linea di resistenza, tentare la scalata ostile al partito mascherandola con la necessità di abbattere le nocive larghe intese. Mirare su Alfano per far secco Letta. Questa è la traiettoria del fuoco progressista. Tutto il resto è un penoso minuetto che i giornaloni registrano per riempire le pagine, tralasciando pezzi importanti della storia, dipingendo il marito della Shalabayeva (il bancarottiere-latitante Mukhtar Kabulovich Ablyazov, epicentro del terremoto kazako) come un paladino della resistenza democratica contro il presidente Nazarbayev, illusi di mettere il the end sulla storia di Berlusconi e far evaporare il governo di larghe intese. È tutto molto italiano, cioè ipocrita e autolesionista. La difesa di Alfano ieri è stata quella di un ministro che cerca di tappare i buchi aperti da una gestione caotica del caso Shalabayeva. Scoprire che una bocciofila ha regole del gioco più serie del dipartimento di sicurezza non è una bella cosa, ma un ministro fa esattamente le mosse di Alfano: chiede una ricostruzione dei fatti, taglia teste, riorganizza la catena di comando e si assicura che il link tra alta burocrazia e potere politico non si interrompa per un capriccio o eccessi d'autonomia.  Al Pd questo interessa? È pura gestione dello Stato e a un partito che vuol guidare il Paese oggi e anche domani il tema dovrebbe interessare. In realtà è in corso il regolamento dei conti tra la vecchia e nuova guardia del partito e il caso Shalabayeva è servito ad aprire il congresso kazako in assenza di quello vero. Questa faida sta producendo una crisi drammatica dentro il partito e l'onda d'urto rischia di schiantare anche il governo. Cosa succederà venerdì al momento della discussione della mozione di sfiducia contro il ministro Alfano? Fino a questo momento il Pd non ha una linea, un'opinione compiuta, un minimo di strategia d'aula. E anche in presenza di un accordo, il segretario Epifani è davvero in grado di garantire la compatezza dei gruppi parlamentari? O finisce come accadde qualche mese con l'elezione virtuale di Prodi alla presidenza della Repubblica e la sua bocciatura reale in aula da parte della carica dei 101 democratici? Nessuno là dentro sembra preoccuparsi della stabilità del Paese e della necessità di onorare l'impegno preso con il presidente Giorgio Napolitano, uno che al Pd non dovrebbe apparire come un estraneo ma come l'unico elemento di stabilità e uscita dalla crisi. Sarebbe facile, basterebbe seguire quella linea di saggezza e pragmatismo. Ma il vecchio Pci era un partito. E il giovane Pd è partito e basta.