E ora? Girano lacrimando e strillando le vedove nere della crisi. Il partito dei falchi e falchetti, dei rapaci e incapaci, di quelli che “mo' Renzi ve la fa vede' a tutti”, di quelli che intonano il pirlesque “Silvio ora rompe tutto”,  quelli altolocati dello scalfarismo che tutto prevede e mai nulla azzecca, il movimento del tanto peggio tanto meglio. Enrico Letta ha tenuto un Consiglio dei ministri da manuale, machiavellico, e nel sacco ci sono finiti tutti quelli che sulle elezioni anticipate avevano fatto i propri conti personali da scaricare sulla pelle degli italiani. Via l'Imu nel 2013, arriva la Service Tax nel 2014. Piaccia o meno, il presidente del Consiglio ha dato una lezione di tattica democristiana ai tanti soloni che predicavano la fine del governo e delle larghe intese. Un pezzo del Pdl è con il morale sotto i tacchi (a spillo), una parte del Pd si gratta la testa sotto il Ponte Vecchio (“bischeri, dove abbiamo sbagliato?”) ma il Paese reale ringrazia e ben poco conta la marmaglia che sui social network si indigna per lo scambio politico, “il ricatto” e baggianate varie. Se tutti quelli che oggi si indignano per la cancellazione dell'Imu fossero sinceri, allora il partito di Monti avrebbe stravinto le elezioni. Ma così non è stato e non è. La realtà è diversa, signori e signore. La realtà è che quello raggiunto è un buon compromesso politico (e proprio perché politico, Mario Monti non lo capisce) e soprattutto è una buona polizza d'assicurazione sulla vita dell'esecutivo. Fare una crisi ora è praticamente impossibile. Finché si trattava di rompere sull'Imu, il semaforo verde si poteva accendere. Argomento caldo, ottimo per una campagna elettorale a quattro ruote motrici. Puf, tutto svanito. Ve lo immaginate Berlusconi - uno che sulla comunicazione ci campa da vent'anni - che fa saltare il governo sul suo seggio a Palazzo Madama, sui processi inghedinati, sulla Cassazione, sulle pulsioni di una parte del suo “inner circle”? Irreale e surreale. Il Cavaliere incassa il giusto (la battaglia elettorale sull'Imu) e ora deve pensare a dispiegare una strategia intelligente e paziente sulla giustizia, il suo caso - abnorme - il suo futuro politico (che esiste, ancora) e quello del blocco sociale dei moderati che deve avere il tempo di organizzarsi per il domani e non può essere messo all'indice per l'ieri dai tribunali. La storia, con buona pace del partito dei mozzaorecchi, non si fa con i verdetti, ma con la politica. E in questo campo il centrodestra ha ancora molto da dire. E così pure il centrosinistra, quando passerà dalla stagione dell'infantilismo renziano alla maturità, quando manderà l'ectoplasma Epifani a riposo e l'equivoco di Bersani in pensione. Brutta o bella che sia, c'è una nuova generazione che ha il diritto di governare quel partito. E D'Alema? È il più intelligente di tutti, quello più raffinato e affilato, è un fuori dal Parlamento dentro tutte le questioni del partito, ma da questa storia dell'Imu il velista democratico esce - peccato - con le vele sbrindellate e il timone rotto. È finito sugli scogli. Dopo vent'anni, ancora non ha capito di che pasta è fatto il Cavaliere. Il suo vero volto non è quello di Brunetta - peraltro efficacissimo nel suo ruolo - e della Santanché e neppure quello del sempre officiante Gianni Letta. Berlusconi è Berlusconi, non affitta il cervello ad altri. E dunque quando sbaglia, lo fa da solo. E se vince, sempre un uomo solo al comando resta. Che cosa succede adesso? La prossima boa della regata di Berlusconi (e del governo) si chiama Giunta per le immunità. Si riunisce il 9 settembre e deve decidere se rinviare o affrontare subito il tema della decadenza di Silvio. Qui si accettano scommesse sul fatto che il Senato rinvierà la discussione. I ricorsi in punta di diritto presentati da Berlusconi sono fondatissimi, il dibattito sulla retroattività della legge Severino ben piantato in terra, il tema della rappresentanza e della volontà popolare aperto, ce n'è quanto basta per aggiornare la faccenda e cominciare un serio approfondimento. Il Pd non ha la forza per far cadere se stesso (Enrico Letta) e intraprendere un viaggio verso l'ignoto con una leadership evanescente e un partito che ha problemi a riconoscere se stesso allo specchio. Potrebbero ascoltare le sagge parole di Luciano Violante, uno che pure di conflitto se ne intende, ma non sono così acuti. E purtroppo non c'è più Francesco Cossiga a dare la sveglia mattutina (ore sei, per l'esattezza) al leader di turno senza bussola. Meglio rinviare, senza pensarci troppo. Per fare crac, tutti insieme, appassionatamente, c'è ancora tempo. Sarebbe questo il momento giusto, la buona occasione - finalmente - per aprire un serio dibattito sul Ventennio, sull'era berlusconiana e anti-berlusconiana, sulla follia di un Paese ripiegato sulla sua strisciante guerra incivile, sull'uso della baionetta giudiziaria a tutto campo e sulla risposta ad personam necessaria ma del tutto inadeguata, sull'ascesa (e caduta) degli avvocati e magistrati in politica, sul declino dei partiti e il decollo stratosferico dei partitanti, sui tecnici senza politica e la politica senza null'altro che il talk show. Un vero dibattito sulla fiction di un Paese - un grande Paese - che però non vuole crescere, si rifiuta di essere ordinato e finisce per essere vittima del disordine che autoalimenta. Sarebbe, appunto. Non si farà niente di tutto questo. L'Italia non farà i conti con la sua cattiva coscienza, con la sua assenza di un regolamento definitivo e salutare per tutti, con il suo modo noncurante, sbadigliante, di affrontare la contemporaneità. Nonostante l'eccezionale opera di Napolitano, la tenacia di Enrico Letta che si alimenta ancora della scuola della Balena Bianca - un reloaded scudocrociato che tiene a galla i resti della Seconda Repubblica - nonostante il realismo di Berlusconi e la pazienza, grande, degli elettori, non ci sarà alcun bagno collettivo rigenerante. Resta il Cavaliere, ci sono intorno una serie di personaggi minori, ma nulla che sappia inaugurare un'altra stagione. Alla fine, mentre sul sole d'agosto s'allunga l'ombra dei titoli di coda, Letta s'è dimostrato migliore di tutti i suoi nemici parlanti. E Berlusconi, ancora una volta, più saggio dei suoi consiglieri sparlanti. È tutta una follia? Forse, ma c'è del metodo. E funziona.