In Re Lear c'è una scena in cui Edgardo dice: "Finché possiamo dire: "quest'è il peggio", vuol dir che il peggio ancora può venire". È la sintesi perfetta della politica italiana. Ogni giorno si può dire che è arrivato il peggio, ma in realtà può peggiorare. I lettori perdoneranno il divertissement semantico di Mr Chamber sulla scia di Shakespeare, ma il dibattito sulla crisi di governo che c'è e non c'è, l'ormai stucchevole e surreale lancio di ultimatum da parte del Pdl, le risposte da operetta del Pd, sono il peggio di un meriggio per niente pallido e assorto, ma smorto e distratto rispetto a quello che accade nel mondo.  

Ho visto in questi giorni fieri dibattiti parlamentari a Londra e a Washington in cui si discuteva su come affrontare la crisi siriana. Ho visto la Camera dei Comuni dire al primo ministro David Cameron che il Regno Unito non appoggerà (per ora) l'operazione americana in Siria. Ho visto Barack Obama e il suo governo tessere la tela con il Congresso per superare il blocco psicologico di un nuovo Iraq. Sì, ho visto. E l'impressione finale è sempre la stessa: l'Italia è una democrazia incompiuta. E non solo nelle istituzioni. Vale anche per il dibattito pubblico, il confronto nei media e nei think tank (quasi inesistenti, tra l'altro). Sempre a Londra ieri Mr Chamber ha seguito un dibattito alla Chatam House sulla crisi siriana: pro, contro, interventi del pubblico, sorpresa per il no inglese agli americani, fine della "relazione speciale" e, sublime conclusione orchestrata dal moderatore Philippe Sands, il voto dello stesso pubblico sull'intervento in Siria. "Se voi foste in Parlamento, come avreste votato?" ha chiesto. L'esito è stato una lieve supremazia per il sì all'operazione. Tutto questo in Italia non è e non sarà possibile fino a quando la politica non sarà arrivata a ground zero, al punto di fusione totale. Qualche lettore di Mr Chamber esclamerà: "Allora ci siamo!". Non ancora, ma con fantasia e rapidità l'Italia ci sta arrivando.

La velina del Quirinale di ieri sera è un segnale sul punto di cottura al quale si sta arrivando. Giorgio Napolitano di fronte alle quotidiane esternazioni degli esponenti del Pdl  - pedanti come mosche affollate sull'anguria -  sulla crisi imminente ha ricordato a Silvio Berlusconi quel che ha dichiarato  in ormai svariate occasioni, cioè che il sostegno al governo Letta non mancherà. Quello di Napolitano non è un semplice "caro Silvio, ricordi quando...", è un preciso avvertimento e richiamo alla responsabilità di un leader che è libero di decidere ma restando nel campo della verità, delle cose dette e fatte negli ultimi mesi, dell'impegno messo e tolto nelle larghe intese, uno stop and go che ricorda molto da vicino quanto fatto con il governo Monti, di cui si votavano tutti i provvedimenti, salvo poi raccontare che si aveva la pistola puntata alla tempia. Ecco, tutto questo in futuro non si ripeterà. Le condizioni sono completamente cambiate e per questo una crisi - chiunque decida di aprirla - sembra una scelta matta, con un inizio ma senza una fine certa. Chi pensa alle urne come risultato automatico si sbaglia. E anche se si arrivasse al voto, il risultato garantito non esiste. Il partito delle elezioni anticipate è trasversale. C'è nel Pdl, nei desideri dei falchi e nelle intermittenti pulsioni di Berlusconi; ma c'è anche nel Pd, si legge nei tormenti del giovane Renzi, nei titoli di Repubblica, nelle encicliche scalfariane, nelle voci scomposte dei cespuglianti. Il premier Letta prova a cucire, ricucire, rammendare, l'ultimo consiglio dei ministri sull'Imu è stato un capolavoro neodemocristiano, ma è una situazione catastrofica sul piano della comprensione del momento, la classe politica non è sintonizzata con il Paese reale, e sembra non sia servita a niente la lezione del "grillismo" che in caso di caduta del governo tornerà forte come prima, perché i partiti certificheranno la loro incapacità di fare il bene comune. La sola via d'uscita è che non c'è una via d'uscita. Aperta la crisi, si spiana davanti ai partitanti il baratro, non una terra promessa. Berlusconi conta se ha in mano le leve del governo, non se si confina all'opposizione e manda all'aria un governo mettendo sul tavolo il casus belli del suo seggio parlamentare. Il Cavaliere rappresenta un pezzo importante del Paese, è stato oggetto di una campagna giudiziaria senza precedenti, ha fondati motivi per essere amareggiato da questa ingiusta parabola per lui e il suo movimento, ma deve anche fare i conti con la realtà di un Paese stanco, di un blocco sociale che paga il ritardo italiano rispetto al mondo che corre. E' un ritardo di cui anche lui è responsabile. Ha governato per molti anni senza risolvere le contraddizioni delle sue coalizioni, cercando di smussare e accomodare, mai di modellare, e alla fine non ha fatto il Berlusconi dove serviva Berlusconi. Il replay dell'ultima campagna elettorale non ci sarà. Napolitano non lo consentirà. È un presidente forte come nessun altro nella storia della nostra Repubblica. Il suo secondo mandato è anche quello che serve per completare la transizione italiana e aprire una fase nuova della politica. Berlusconi può decidere se partecipare in maniera costruttiva a questo momento o tentare l'avventura al buio. Poi c'è il Pd, un partito che è rimasto una speranza, senza leader, in preda a uno stato pre-congressuale permanente di cui Renzi ha approfittato per stabilire un primato basato sulla retorica e non su un programma, sugli slogan e non sulle cose fatte. Il Pd avrebbe dovuto sostenere il pragmatismo di Enrico Letta, ma è ancora invischiato nella sua fase (anti)berlusconiana e non a caso sta procedendo a incoronare un leader che nel suo curriculum vanta anche "La ruota della fortuna". Umberto Eco scrisse  in Diario Minimo una "Fenomenologia di Mike Bongiorno" che funziona ancora: "Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti". In fondo, la fotografia di un Paese sta sempre nei fatti, negli eventi che il destino si diverte a incrociare: il 9 settembre il Senato discute la decadenza dal seggio di Silvio Berlusconi; lo stesso giorno il Congresso americano decide se intervenire in Siria. Il primo è un destino individuale che si fa collettivo per assenza di istituzioni che funzionano, il secondo è una grande democrazia che si preoccupa del destino di un popolo che muore. Di Mr Chamber