La Giunta per le immunità del Senato è impegnata in queste ore in un'altra discussione sulla decadenza di Berlusconi. Quelli che danno la cosa come un fatto burocratico esclamano: ancora!? In realtà è bene che in quella sede non ci siano guerre lampo, ma sedute meditate e pure sofferte, affinché si giunga a un esito scontato (la decadenza del Cavaliere dal Parlamento) ma con un minimo di dibattito parlamentare e un lavoro preparatorio che dia all'aula la possibilità di trarre conclusioni politiche su un caso che, ovviamente, non è un semplice fatto giudiziario. Il destino di Berlusconi non è quello di un senatore qualsiasi. Va trattato come quello di chiunque altro, nel rispetto della legge e dei poteri del Parlamento, ben sapendo però che gli effetti della decisione - qualunque essa sia - non sono quelli di una decisione sul signor Rossi. Berlusconi è l'uomo del Ventennio, il leader che ha caricato sulla sua persona la storia collettiva degli italiani, gli amici e i nemici, e dato una narrazione a un tempo lungo che non ne avrebbe avuto altrimenti una capace di rappresentare in pieno le luci e le ombre degli italiani. Perché Mr Chamber non pensa che il popolo sia migliore dei suoi eletti. Ne è esattamente lo specchio. In Parlamento ci sono le anime di un Paese che continua a non voler crescere, eternamente in bilico tra infanzia e maturità, responsabilità e disordine morale, eroismo e egoismo. Interessarsi del destino di Berlusconi significa cercare di disegnare la parabola italiana nei prossimi mesi e anni. Il Pd non voterà mai contro la decadenza di Silvio, il suo destino sotto questo aspetto è segnato. Ma la vicenda personale e politica del Cavaliere non si ferma, finché ci sarà continuerà ad alimentare un immaginario forte, capace di mobilitare i consensi e i dissensi. Rinviare è servito in questi giorni a darsi tutta una schiarita alle idee: il Pd ne ha tratto l'insegnamento che senza le dritte di Napolitano per ora non va da nessuna parte, mentre il Pdl ora ha davanti a sé il dilemma di come organizzarsi in vista delle elezioni, anticipate o meno. E' chiaro che il Berlusconi-decaduto comunque sarà ancora in campo nel ruolo di king maker di quell'area, ma è altrettanto certo che, quando si voterà, il candidato a Palazzo Chigi sarà un altro. Crisi o no, al governo prima o poi dovrà essere indicato un altro nome. La discussione sul punto nel Pdl non si è nemmeno aperta. Eppure un partito dovrebbe cominciare a mettere sul tavolo tutte le opzioni, anche per dare dei segnali concreti al Presidente della Repubblica che deve tenere insieme i cocci della maggioranza. Mentre il Pd al suo interno ha un dibattito a dir poco effervescente e una road map per arrivare alla scelta di un nuovo leader, nel Pdl la situazione è di stallo, con un partito diviso in famiglie ornitologiche: falchi e colombe. Per il resto, buio fitto. Agitare lo spettro della crisi e delle elezioni anticipate non cambia di un millimetro l'agenda. La posizione processuale di Berlusconi resta la stessa, l'assenza di un ricambio al vertice concretissima, il peggioramento delle condizioni istituzionali certo. Per questo andare al voto non risolve ma addirittura peggiora le condizioni del Cavaliere. Uscire dalla stanza dei bottoni (il governo Letta) per ritrovarsi senza lo scettro e con la prospettiva di perdere le elezioni o, comunque, di dover subire la costituzione di una nuova maggioranza, non è una mossa particolarmente brillante, anzi è una enorme sciocchezza. Berlusconi deve immaginare il suo ruolo fuori dal Parlamento e tutelare nel miglior modo possibile il suo già esiguo spazio di manovra. Serve a ben poco dire che la sentenza della Cassazione è ingiusta, serve invece a molto riaffermare che la decadenza dal seggio non certifica la fine politica di Berlusconi e soprattutto del berlusconismo. I partiti politici sono destinati a restare piccoli e vincolati a scelte di coalizione. Ma il leader che presenteranno candidato alle prossime elezioni avrà un ruolo decisivo. Il Pd ne ha uno entrante (Renzi) il Pdl uno uscente (Berlusconi). In mezzo a questi due opposti, c'è un elettorato che nel 2008 aveva scelto di votare i due partiti in massa, ma che oggi non rifarebbe quella scelta e ha disperso i consensi polverizzando il quadro politico. Il messaggio è chiaro: fermatevi. Le larghe intese servono a questo, non sono il naturale confronto della politica, l'alternarsi tra chi vince e perde, tra maggioranza e opposizione, sono un momento eccezionale e non ripetibile all'infinito, servono a far decantare la crisi e a preparare una nuova fase della nostra storia. Pdl e Pd sembrano "I due nemici", i protagonisti del film con Alberto Sordi e David Niven. Incapaci di rispettarsi, pronti a detestarsi anche sulle piccole cose, per niente disposti a concedersi l'onore delle armi e infantilmente aggrappati allo stereotipo imposto dal momento drammatico. La pellicola del 1961, diretta da Guy Hamilton, è un'ottima guida per trarre alcuni insegnamenti sullo scontro in atto. Durante la campagna d'Africa Orientale gli italiani sono braccati dagli inglesi, le truppe sono sfinite, in condizioni pietose. Riescono però a catturare il maggiore inglese Richardson (David Niven), schiantatosi con il suo aereo durante un volo di ricognizione. Gli inglesi intensificano il loro inseguimento. A quel punto il capitano Blasi (Alberto Sordi) libera il maggiore Richardson organizzando una finta fuga. Lo scopo è quello di usare il maggiore come staffetta per far sapere agli inglesi che inseguire quell'armata Brancaleone ha poco senso. Richardson scappa con due muli. E viene inviato dal comando inglese a caccia di Blasi e dei suoi uomini. Li raggiunge, chiede la resa ma non vuol concedere "l'onore delle armi". Blasi si offende e scappa con i suoi colleghi. L'inseguimento prosegue. Ma inglesi e italiani cascano entrambi nel tranello del capo degli indigeni, comandate dal Ras Degeda. Uniti dal destino che travolge gli uomini in arme, gli inglesi e gli italiani si ritrovano a fronteggiare insieme un altro nemico. A quel punto, con il sapore della commedia che racconta la tragedia, arriva l'Epifania, la rivelazione: quella guerra è inutile, tutti sperano che finisca. L'epilogo è da antologia: gli italiani e gli inglesi sono scalzi, costretti a marciare verso Addis Abeba. Arrivano nella città etiope che nel frattempo è finita nelle mani degli alleati. Gli italiani sono sconfitti dalla storia che si fa e disfa sotto i loro occhi ignari. E proprio in quel momento il maggiore Richardson, mentre il capitano Blasi e i suoi uomini stanno per salire sul treno destinato alla deportazione dei prigionieri di guerra, concede l'onore delle armi agli italiani. E' un finale commovente che ripara i torti di entrambe le parti e restituisce dignità agli uomini. Nello scontro del Ventennio in questi giorni vediamo il tragico e il comico. Ma manca l'onore delle armi al nemico, la saggezza politica per capire che un'uscita di scena come quella di Berlusconi non è un fatto qualsiasi, anche il voto sulla decadenza del Cavaliere va accompagnato da un minimo di savoir faire istituzionale perché in fondo, quella guerra, oggi appare tutta nella sua inutilità, uno smarrimento collettivo che ha due strade: quella del nuovo inizio o quella della prosecuzione del conflitto, fino alla mutua distruzione della politica.