Gli spiriti semplici diranno che dopo vent'anni si è tornati all'inizio di "una storia italiana"; i maligni aggiungeranno che no, questo è il racconto della "decadenza"; gli intelligenti a prescindere spiegheranno che "è tutto mezzo e niente messaggio", gli arcinemici grideranno "finalmente è finita", i fedelissimi ribatteranno che "è invincibile" e i realisti - gli unici ai quali guarda con un certo interesse Mr Chamber - chioseranno con un "è in difficoltà, ma si difende come un leone e sta pensando a come fare politica fuori dal Parlamento". A Mr Chamber piace anche aggiungere che nella sceneggiatura del Cavaliere c'è ancora spazio per il colpo di scena, quel che non ti aspetti, la zampata del Gattopardo di lampedusiana memoria. Proviamo a mettere insieme tutte queste considerazioni di varia umanità. Shakerate e ben dosate, sono un cocktail interessante di politica, costume e sociologia del Paese.Berlusconi ieri ha compiuto l'ennesimo rilancio mediatico e il risultato, paradossalmente, è a suo favore. Nonostante sia stata la giornata in cui la Giunta delle immunità del Senato ha di fatto votato la decadenza di Silvio dal seggio parlamentare (perché questa è la sintesi politica del voto contro la relazione di Augello), Berlusconi è riuscito a far passare la sua più grande sconfitta in secondo piano rispetto alla "seconda cassetta" della sua vita. Si tratta di una prova di abilità di Berlusconi (ma questo, francamente, si sapeva) e di ormai cronica sprovvedutezza della sinistra e dei suoi corifei tipografici e televisivi. Il segretario del Pd ha abboccato come un ingenuo pesciolino rosso all'amo lanciato dal Cavaliere. E così a un discorso che in realtà non strappava un bel niente nel governo, ma serviva a Berlusconi per dire "farò politica anche da decaduto" e rimettere in pista la sua macchina elettorale (con calma), Epifani ha replicato con una rispolverata della "Guerra Fredda" e nel Pd si è usata a sproposito la parola "eversione". Berlusconi non aveva nessuna intenzione di staccare la spina al governo, si vedeva benissimo. Nel suo videomessaggio c'era un menù di altro tipo: un pizzico di orgoglio e amarezza (misurati), una consapevolezza del suo ruolo ieri, oggi e domani (sempre smisurata), un appuntamento promesso ai suoi elettori, con quelli che con il sole o con la pioggia alla fine l'hanno sempre votato. Tutto qui. Era semplice da intuire, soprattutto dopo vent'anni di guerra permanente, ma il Pd è specializzato nel complicarsi la vita, pur avendo la soluzione - almeno quella elettorale- a portata di mano: Matteo Renzi. Berlusconi non poteva mandare gambe all'aria il governo di Enrico Letta perché non ha ancora costruito le due cose necessarie per farlo: 1. un candidato che corra a Palazzo Chigi contro la sinistra; 2. il suo nuovo ruolo di king maker del centrodestra. Dal 1994 a oggi Berlusconi aveva recitato il ruolo di one man show. Da ieri s'è capito benissimo che quella fase è passata come 'a nuttata di Eduardo. Solo il Pd ha continuato a pensare alla vecchia storia del Caimano, del Signor B. di Sua Emittenza e via con gli epiteti più vari che sono stati costruiti intorno alla figura di Berlusconi, uno che di professione ha sempre fatto - tanto per restare nel registro avversario, ma deformandolo un po' - lo "spiazzista". Gli unici due che hanno letto bene la situazione sono stati i due ragazzi del Pd: Enrico Letta e Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio ha capito che il suo governo balla la rumba ma non cade se non concede a Berlusconi e ai suoi falchi spazi di manovra imprevisti, uscite senza senso (il ministro Saccomanni dovrebbe prendere umilmente lezioni di tattica), pretesti bellici da usare per scatenare l'incidente di Sarajevo e aprire la guerra. Ieri Letta ha detto "non sono Jo Condor", rispolverando un personaggio di Carosello che finiva per prenderle sempre dal Gigante, pennuto che alla fine urlava: "Mi lasci, non c'ho il paracadute e non c'ho la mutua". Insomma, Enrico non vuole sembrare quello che prende schiaffi tutti i giorni. E cerca almeno di schivarli. Quelli del Cav. e dei suoi amici del Pd. Cioè quelli di Matteo Renzi che si sta concentrando sul congresso del Pd per lanciare poi la corsa verso il governo che verrà. I percorsi di Letta e Renzi sono destinati probabilmente ad incrociarsi (e non sempre amichevolmente, come abbiamo visto), ma non ci sono dubbi che dal pentolone dove bolle il minestrone del Pd stanno venendo fuori due politici che guideranno il Paese in un futuro ormai prossimo. Il problema, semmai, è che a destra non si vede neppure l'ombra di un candidato. Berlusconi ha rilanciato il suo gioco, ma ancora non ha le carte giuste in mano. Procede, come spesso gli è capitato in questi vent'anni, affidandosi al suo intuito e alla sua fantasia. Ma rispetto al passato c'è una condizione inedita: il Cavaliere ieri dava le carte a se stesso, ma domani dovrà darle a qualche altro personaggio politico e sperare che le giochi bene. Il tema centrale è questo, tutto il resto è un corollario, una digressione che poi, per forza della narrazione, deve tornare alla domanda che oggi costituisce il tema del romanzo berlusconiano: cosa succede nel centrodestra "con Silvio ma dopo Silvio". Non è un trapasso, ma un altro passo in una condizione del tutto straordinaria della politica. D'altronde, per la nascente Forza Italia del 1994, le condizioni era anch'esse fuori dal comune: i partiti della Prima Repubblica erano andati in frantumi con Mani Pulite, il vecchio Pci aveva i buchi nelle bandiere dopo il crollo del Muro di Berlino, i referendari e Mario Segni non avevano colto la novità e forza dell'uomo di Arcore, l'establishment pensava di aver regolato i conti con il Caf e di giungere a patti con i postcomunisti per continuare il tran tran dello spolpamento del Belpaese. Berlusconi fu l'imprevisto. E senza un partito - ma con il carisma - avviò il suo Ventennio. E oggi? Si ricomincia da capo e, in fondo, ancora una volta con uno scenario inedito. Berlusconi diventa un soggetto extraparlamentare, prigioniero ma liberissimo di scriversi il finale che gli detta il suo istinto, il suo movimento ritorna alle origini, il suo gruppo dirigente continua a non esprimere una leadership, l'ipotesi di una successione familiare (Marina) resta un'opzione, un candidato può sempre spuntare dal cilindro del Belpaese e guidare un non-partito, gli avversari continuano a sottovalutarlo. Finchè le cose stanno così e il Pd non trova una strada credibile per il suo futuro e quello degli italiani, Silvio Berlusconi è un caso politico che Mr Chamber riassume così: impossibile da archiviare, sempre difficile da battere. E' il decaduto in piedi.