Telecom agli spagnoli di Telefonica. Alitalia, con ogni probabilità, ai franco-olandesi di Air France-Klm. Alla lista si potrebbero aggiungere anche l'Ilva di Taranto e l'intera siderurgia (non Ilva) della famiglia Riva, le cui attività finanziarie sono state poste sotto sequestro dalla magistratura tarantina. Non intendiamo entrare nel merito delle decisioni del gip e nelle richieste dei pm; registriamo però che c'è quanto meno un cortocircuito politico-giudiziario-produttivo, a tutto danno della nostra filiera dell'acciaio, all'avanguardia nel mondo, e di chi ci lavora. Tutto questo avviene, ironia della sorte, mentre il premier Enrico Letta inizia la sua tournee nel Nord America per cercare capitali e investimenti da portare in Italia: ma quelli che stanno arrivando più che investimenti sono conquiste. Nel frattempo la maggioranza di governo è indaffarata su tutt'altro: l'Iva, l'Imu, le solite cabine di regia.

Avevamo già dei problemi con l'Europa, problemi che non scompariranno miracolosamente come molti avevano (incautamente) previsto dopo le elezioni tedesche. Ora cominciamo a perdere pezzi della nostra industria strategica. Intendiamoci: non è colpa del governo se una parte del nostro sistema imprenditoriale ha preferito per anni occuparsi di finanza, anziché investire nella produzione. Al punto che quando qualcuno ha invertito la rotta, Sergio Marchionne, è stato giudicato alla stregua di un marziano. Quanto all'Alitalia, si può dire a distanza di cinque anni che la scommessa si è rivelata sbagliata. Lo era già in partenza? Probabile. Però non è che Air France, così come Telefonica, abbia bilanci smaglianti. La differenza resta una, e solo una: in Spagna, in Francia, il sistema politico tutela i suoi campioni nazionali. In Italia no. Le privatizzazioni avviate da Romano Prodi, e che giusto nella Telecom hanno il loro esempio e simbolo, si sono rivelate sbagliate. Quelle fatte da Silvio Berlusconi con Alitalia, sbagliate egualmente. Adesso si fa un gran discutere di dismissioni, vendita di immobili pubblici (quali?), cessioni di quote azionarie (dove?). Il tutto è però finalizzato più a fare cassa per coprire qualche buco che non a trasformare il Paese in un moderno e competitivo attore industriale sulla scena internazionale. Per questo non bastano ipotesi di vendite più o meno credibili: servono urgentemente la liberalizzazione della concorrenza, specie nei servizi; e servono riforme del lavoro. Si sta andando nella direzione opposta.