Telecom non è solo la tua voce, ma è quella di un Paese. Sulla colonna di Mr Chamber non troverete mai un elogio del monopolio, dell'oligopolio e del cash for power tipico dello statalismo in rosso; neppure leggerete una riga retorica sull'italianità, la bandiera e i patriottismi economici che non hanno nulla a che fare con un mercato aperto e un capitalismo virtuoso che si realizza con i capitali e non con le partite a carte truccate. La vendita di Telecom Italia agli spagnoli di Telefonica però è la red line sulla quale un Paese avrebbe potuto - e dovuto - interrogarsi perché non è una semplice compravendita di pacchetti azionari, ma è il cuore di una politica industriale e non si può glissare la faccenda affermando che "l'azienda è privata" (Massimo D'Alema) "i capitali non hanno passaporto" (Enrico Letta) o dire che la vendita è "un vero disastro per il sistema industriale italiano" (Fabrizio Cicchitto) dimenticandosi della vacanza parlamentare e governativa sul tema.
Lo scenario l'ha riassunto il numero uno di Telecom, Franco Bernabè, durante la sua audizione in Senato: "Per arrivare a scelte differenti bisognava tutti pensarci prima". Perché si è giunti a questo punto? Perché Telecom è un colosso fragile. L'ultima relazione finanziaria semestrale (30 giugno 2013) presenta un indebitamento netto di 28.8 miliardi di euro, ricavi pari a 13,7 miliardi e un risultato operativo in calo del 13% rispetto al 2012, una generazione di cassa in rallentamento, una perdita del periodo attribuibile ai soci della controllante pari a 1,4 miliardi di euro. La scadenza media del debito è di 7,03 anni, il costo medio del debito di gruppo è pari al 5,4%, la liquidità disponibile copre tutte le scadenze oltre i prossimi 24 mesi. Bene. E poi? Interrogarsi sul futuro di Telecom era un'operazione che la classe dirigente del Paese avrebbe dovuto fare non oggi, ma vent'anni fa, quando si era ancora in tempo a prendere il treno della tecnologia, il settore a crescita esponenziale. Oggi è troppo tardi. E i numeri sono numeri, perché al netto della recessione, della pressione sui prezzi, delle incertezze strategiche, è chiaro che Telecom è un titano dai piedi d'argilla. E' un'azienda che deve competere sul mercato globale delle tlc e questo viene continuamente ignorato dalla politica che ora si straccia le vesti per la cessione graduale agli spagnoli di Telefonica. Eppure i dati e gli scenari di mercato sono là, disponibili per chiunque abbia voglia (e capacità) di leggerli.
L'Italia per Telecom rappresenta il 58.9%, mentre il resto del fatturato è generato dal Brasile (26,3%), dall'Argentina (13,7%) e altre attività (1,5%). In tutto il conto dei primi sei mesi è pari a 13,8 miliardi di euro, oltre un miliardo di euro in meno (1,033 miliardi) rispetto al 2012. A chi poteva interessare un player forte in Italia - ma con crescenti difficoltà di mercato e regolatorie - e ben piazzato in Sudamerica? Agli spagnoli di Telefonica che mentre chiudevano l'accordo (845 milioni di euro in cash e azioni) con le banche-azioniste a Milano  per controllare il 66% di Telco, stavano già guardando al Brasile, cioè al futuro acquisto della  business unit di Telecom Italia che ha generato 3,6 miliardi di euro di ricavi nel primo semestre 2013. Vedremo presto se il futuro di una delle più grandi aziende italiane si chiamerà "spezzatino".  È quella la polpa che vuole addentare Telefonica che, tra l'altro, è un altro gigante da 60 miliardi di euro di ricavi con un debito di 50 miliardi di euro.
La domanda che in molti si pongono è questa: due Debitosaurus Rex faranno un Tirannosaurus Rex in grado di dominare il mondo delle telecomunicazioni? La risposta è che il mercato tende a favorire le aggregazioni e lo shopping nei Paesi dove il traffico voce e dati ha ancora un futuro in crescita in termini assoluti e in particolare nel campo smartphone. L'operazione di acquisto di Microsoft su Nokia e la cessione di Verizon da parte di Vodafone in America per svilupparsi in India segnalano questa accelerazione. E' la stessa tendenza che coinvolge altri settori, come quello dell'aviazione (e il destino di Alitalia infatti è parallelo): pochi operatori mondiali, il resto polverizzato. Dal punto di vista industriale, soprattutto per l'Italia, sarebbe stato molto più interessante l'ingresso in Telecom di un player della Silicon Valley e non di Telefonica che, prima o poi, sarà costretta a tagliare da qualche parte per recuperare efficienza, ridurre i costi, abbattere il debito, fare utili e distribuire dividendi agli azionisti. Ecco, il punto debole di tutta l'operazione è quello degli azionisti. Generali, Mediobanca e Intesa San Paolo, non vedevano l'ora di alleggerire il proprio portafoglio azionario sforacchiato da svalutazioni e minusvalenze. Ora si stanno leccando le ferite, ma per loro è sempre un male minore, visto che con Telecom rischiavano troppo. Escono da un buco nero della strategia industriale, ma per una volta ha ragione Corrado Passera quando scrive su Twitter che "i grandi soci italiani hanno preso una decisione pessima".
La cosa surreale in questa storia - oltre al "buco nero" nel flusso di informazione che ha escluso dall'operazione perfino Franco Bernabè - è che Telefonica entrò nel 2007 nel capitale di Telco per difendere Telecom Italia dalle mire degli americani di AT&T e America Movil.  Quando il 4 maggio del 2007 si concluse l'era Tronchetti in Telecom e nella sede di Mediobanca in piazzetta Cuccia fu comunicato l'accordo per il passaggio del cento per cento (valore 4,1 miliardi di euro) delle quote di Olimpia a Generali, Intesa San Paolo, Sintonia e Telefonica, tutti dissero che si apriva una nuova era e l'italianità era salva. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Le reazioni vanno dal tentativo in extremis di scorporare la rete (senza indennizzo è un esproprio che mal si concilia con il mercato) all'allarme del Copasir che dice che "è in pericolo la sicurezza nazionale".  Mr Chamber osserva questi contorcimenti della politica con una certa preoccupazione. Separare la rete è possibile? Certo, ma a questo punto della storia, diventa un problema di affidabilità internazionale del Paese. Cambiare le regole in corsa, è rischioso. E Mr Chamber ricorda che nell'ottobre del 2007 Santiago Fernàndez Valbuena, chief financial officer di Telefonica, disse al Corriere della Sera: "Siamo assolutamente contrari a qualunque forma di separazione della rete". Clic. Separare la rete... nessuno cita un altro problema. Agli oltre 53mila dipendenti in Italia (in tutto il mondo sono poco più di 82mila) ci pensa questo Parlamento in stato confusionale? 
La realtà è che il governo e le Camere ora possono intervenire solo in una cornice che dia agli investitori esteri la fiducia che serve per fare business nel nostro Paese. Lo Stato deve tutelare l'interesse nazionale - investimenti adeguati nell'infrastruttura, concorrenza piena, servizio accurato, politiche di prezzo virtuose, sicurezza dello spettro elettromagnetico, trasferimento di tecnologia, collaborazione con il sistema di difesa - ma senza dare colpi mortali alla credibilità un Paese che ha un disperato bisogno di capitali per il suo sviluppo industriale. E' troppo tardi per impedire il passaggio di mano di Telecom Italia senza creare danni irreparabili, ma forse non è troppo tardi per diventare un Paese serio. In ogni caso, la realtà è arrivata  a velocità supersonica e la politica, ancora una volta, la insegue come un catorcio, affannando. Ladies and Gentlemen, good morning and welcome on board.