Sappiamo per certo che il capo dello Stato non scioglierà le camere senza l'approvazione della Legge di stabilità (ex Finanziaria) e della riforma elettorale. Il sistema in vigore, il Porcellum, è tra l'altro a fortissimo rischio di incostituzionalità, e se la Consulta si pronunciasse prima delle elezioni le bloccherebbe; se lo facesse dopo ne renderebbe di fatto illegittimo l'esito con risultati ancora più destabilizzanti, tra i quali un nuovo ricorso alle urne. Anche per questo nel Pdl sono in corso manovre per attenuare l'effetto pratico delle dimissioni di massa annunciate da quasi tutti, ma non tutti, i deputati e senatori. Il partito di Silvio Berlusconi rischia l'effetto boomerang: potrebbe non ottenere le elezioni, e se anche le ottenesse avrebbe scarse chance di vittoria, e in qualsiasi caso sarebbe una vittoria di Pirro. E questo perché come abbiamo detto quella di Napolitano non è una mera insistenza fine a se stessa.
Tuttavia in questo groviglio politico-istituzionale c'è un elemento che non può sfuggire. Si invoca la stabilità e la continuità del governo Letta, e così la pensa la maggioranza dell'opinione pubblica, che mostra di apprezzare in particolare la figura del presidente del Consiglio. È un atteggiamento comprensibile e giusto nell'immediato: l'Italia non può permettersi un vuoto di potere politico ed economico con la ripresa alle porte e l'Europa post elezioni tedesche che non concederà sconti. Ma al tempo stesso c'è un fortissimo bisogno di discontinuità. A destra, dove non si è materializzata una nuova classe dirigente. Ma anche a sinistra, dove Letta fa quel che può con il suo governo e la sua traballante maggioranza, ma non è certo un elemento di rinnovamento per il Pd e per l'Italia. Lo dimostrano le stesse modalità con le quali l'esecutivo insegue affannosamente in queste ore vicende come Telecom, Alitalia ed Ilva, contro ogni logica di mercato e mentre il premier sollecita gli stranieri a investire in Italia.
Servono dunque, per quando si tornerà a votare - presumibilmente l'anno prossimo - una nuova offerta di centrodestra (che ancora non si vede) ed una nuova offerta di centrosinistra. In questo caso, è sperabile che Matteo Renzi si riproponga con il programma riformista dall'anno scorso, non con i toni da sinistra radicale con i quali è costretto a giocarsi la leadership del partito. A dire la verità è piuttosto singolare che Renzi e Letta non si propongano di modernizzare assieme la sinistra: entrambi hanno mostrato di volerlo fare, e magari anche di saperlo fare.