Tra gli effetti collaterali della spallata di Silvio Berlusconi al governo Letta c'è un evidente favore fatto al Pd, a Matteo Renzi in particolare. La ratifica, involontaria, è venuta ieri sera da Guglielmo Epifani, segretario-traghettatore dei Democratici: il quale ha calcato la mano sugli errori fatti a suo tempo da Pier Luigi Bersani "ma anche da Enrico Letta". Uno smarcamento variamente interpretato, ma che di fatto lascia il capo del governo un po' più solo anche ad opera del suo partito. E siccome l'alternativa a Letta si chiama solo Renzi... Al di là di questi dettagli sono evidenti due ipotesi. Dando ormai per quasi scontato che è impensabile che l'attuale maggioranza vada avanti con le ex larghe intese, la prima ipotesi è che Letta eviti di farsi sfiduciare e che Giorgio Napolitano gli affidi un reincarico cercando di mettere assieme una maggioranza provvisoria per un esecutivo altrettanto provvisorio, con due soli punti di programma: legge di stabilità e riforma elettorale. Non sarebbe un gran governo ma consentirebbe di evitare le elezioni subito - ipotesi alla quale Napolitano non intende cedere - per andare alle urne non prima della prossima primavera. Una subordinata è un governo egualmente di scopo affidato a una personalita terza, ma sempre di area Pd: Piero Grasso, Giuliano Amato. In questo caso il Pd potrebbe celebrare il suo congresso, che verrebbe facilmente vinto da Renzi, con conseguente ritorno mediatico e soprattutto rilanciandosi come partito della responsabilità. Il sindaco di Firenze, conquistato il partito, avrebbe anche modo di darsi quel programma aperto ai moderati che si è un po' smarrito per strada. La seconda ipotesi prevede egualmente un Renzi leader del Pd e Letta candidato premier per una maggioranza simile a quella immaginata da Bersani nel febbraio scorso; solo con i transfughi del Pdl - la sezione italiana del Partito popolare europeo - ad affiancarsi ai montiani, per una formula di centrosinistra che negli auspici dovrebbe avere miglior sorte di allora. Ma anche in questa prospettiva, Renzi non avrebbe che da attendere per veder cadere nelle sue mani, dopo il partito, anche palazzo Chigi. In tutti i casi la rottura dell'ex Popolo della Libertà, le fratture interne, lo sbandamento del centrodestra, lasciano un grande vuoto nella parte moderata dell'elettorato, che non sarà facile colmare a breve. Anche se la pattuglia degli ex ministri, e dei parlamentari che li seguiranno, consumasse fino in fondo lo strappo, in nome appunto del Ppe e di un moderatismo post-democristiano, la loro sarà una sorta di traversata nel deserto. A meno che non si affacci da quella parte un volto nuovo, che però non si vede (se si esclude l'appello ai moderati di Luca di Montezemolo). Se si pensa che fino alla settimana scorsa nell'occhio del ciclone c'era il Pd, con le sue faide pre-congressuali, le accuse di Renzi al vecchio stato maggiore, le divisioni con l'estrema sinistra, la guerra incessante con i grillini, tutto ciò appare come un regalo insperato.