Il Letta-bis avrà una connotazione politica molto diversa rispetto alle larghe intese. E questo perché da una parte, per la prima volta da 20 anni, Silvio Berlusconi non è più determinante né stando al governo né all'opposizione: gli sono subentrati quelli che Angelino Alfano ha definito, con una formula indubbiamente ad effetto, "diversamente berlusconiani". Tradotto, significa che questo Pdl 2.0 si è messo in cammino verso un centrodestra che aspira ad essere europeo-popolare (non è un mistero che a Bruxelles lo aspettano a braccia aperte, così come sono ansiosi di archiviare il Cavaliere), e che ricorda sotto molti aspetti la Democrazia cristiana. Non è stato consumato il parricidio, ma secondo le nostre informazioni la resa dei conti, se non con Berlusconi, almeno con falchi e pitonesse avverrà presto. Un problema pratico e non solo politico è capire la sorte di Forza Italia: la nuova creatura berlusconiana non avrebbe diritto di cittadinanza tra i popolari europei, e forse perderebbe anche i rimborsi legati alle ultime elezioni. Per ora resta in stand by, e questo è uno dei motivi per i quali Alfano sta mettendo un freno alla nascita di nuovi gruppi: sarebbe caso mai FI a scindersi dal Popolo della Libertà. Ma anche dall'altra parte l'operazione non sarà senza strascichi. Letta si è ovviamente rafforzato ma il Pd resta un cantiere aperto. E non bisogna dimenticare che tra gli ultimi incontri voluti dal capo del governo prima della fiducia in Parlamento, c'è stato quello con Matteo Renzi. Ciò che ne è uscito è una sorta di divisione dei ruoli, con Enrico Letta destinato a governare con un supporto più convinto del Pd, e magari con una vena più di sinistra, e Renzi in marcia verso la leadership del partito. Oggi nessuno ha interesse ad ostacolare l'altro, entrambi hanno invece la necessità strategica di liberarsi della vecchia classe dirigente. Letta è in una posizione al tempo stesso più scomoda, perché chi sta al governo è esposto agli umori dell'opinione pubblica, ma anche più garantita: dai vincoli economici, dal potere decisionale, dal pilota automatico europeo. Renzi ha le mani più libere, ma è alle prese con un partito diviso sulle poltrone, sulle regole e soprattutto sul programma. Finché il compromesso tra i due dura, non ci sarà scissione nel Pd. Dopo può accadere di tutto. Molto dipenderà dai tempi: Letta ha chiaramente interesse a durare, ma questo potrebbe far recuperare consensi ai nuovi moderati alla Alfano, e logorare Renzi. Quest'ultimo ha altrettanto evidentemente l'interesse opposto, di capitalizzare la sua popolarità non oltre il 2015. Però non potrà presentarsi alle elezioni con le vecchie ricette della sinistra: dovrà recuperare la verve del 2012, e tornare a guardare ai moderati prima che in quel campo si affermi credibilmente qualcosa di nuovo. Al momento - non dimentichiamolo - ci sono voti moderati in libera uscita, ma anche voti berlusconiani in attesa. Se questo scenario è giusto, ci attendono una nuova destra e una nuova sinistra. Sarebbe il miglior risultato possibile. Anche perché l'alternativa è un governo di post comunisti e post democristiani che vivacchia, sempre in bilico tra obblighi europei e riforme non fatte.