La guerra per il congresso del Pd, che aveva già fatto danni nella vicenda Quirinale, rischia di riprodursi tale e quale sul terreno delle tasse. A cominciare da quella politicamente più sensibile, anche se magari non la più importante: l'Imu. Sullo stesso fronte si vedono gli strascichi della spaccatura nel Pdl. Peccato che nel mezzo ci siano gli italiani - cittadini e imprese - e quel treno della ripresa che potrà essere preso ora, e dal vagone di coda, oppure perso forse per sempre. Enrico Letta non ha ancora finito di rallegrarsi per la ritrovata stabilità del suo governo che dalla sinistra del Pd e dalla destra del Pdl si sta facendo il possibile per mettere a repentaglio le mini-larghe intese. Questo significa due cose. La prima è che si continuano ad anteporre gli interessi di partito a quelli generali. La seconda è che il nostro sistema politico è ancora infinitamente distante dalla maturità indispensabile a formule di coalizione. Non chiamiamola neppure pacificazione, termine eccessivo. In questi giorni due paesi molto più importanti dell'Italia sono alle prese con lo stesso problema: come conciliare le istanze di partiti avversari in politica e nella società. Stiamo parlando degli Usa e della Germania. Il rischio di shutdown, o peggio di default del debito americano, mentre a Berlino si stende la bozza di accordo tra Angela Merkel ed i socialdemocratici, farebbero pensare a due storie molto diverse. In realtà non è così perché in entrambi i casi è scontato che si arriverà ad un compromesso, e soprattutto che questo compromesso avverrà sulla base di accordi codificati alla luce del sole. E questo vale negli Usa, dove la coalizione è di per sé impensabile, ed in Germania, dove invece è una formula politica già collaudata. Ma, nonostante queste differenze di fondo, sia gli americani sia i tedeschi sono pronti ad accettare il memorandum d'intesa. Perché da noi no? Perché ogni giorno i partiti - che ad aprile hanno solennemente firmato un accordo di maggioranza, ripetuto con il voto di fiducia di appena sei giorni fa - rimettono tutto in discussione? La posta in gioco non è l'Imu, cavallo di battaglia del centrodestra ma a nostro giudizio caricato di significati eccessivi, e neppure il modesto taglio del cuneo fiscale esibito dal governo come mossa decisiva per il rilancio. Chiunque abbia una minima conoscenza dello stato della nostra economia sa che siamo ben distanti da quanto occorrerebbe. La posta in gioco è il fare o non fare, senza diversivi come quelli attuali, riforme scomode per tutti, come quella del lavoro, quella della giustizia civile, quella del ridimensionamento (e dove occorre, dei tagli) dell'apparato e della spesa pubblica. E, oltre a questo, di quegli altri tagli, alla politica, finora rimasti solo chiacchiere. Province, enti carrozzone, spese e finanziamento dei partiti: che fine hanno fatto? Qui a quanto pare le larghe intese resistono. È un gioco molto pericoloso perché il malcontento ed il populismo emersi alle ultime elezioni rischiano di riproporsi in dosi più massicce alle prossime. E perché se l'Italia perde questa occasione subirà un'altra riduzione del rating, e a quel punto finirà dritta sotto commissariamento europeo, o peggio (o meglio, a seconda dei punti di vista) del Fondo monetario.