Sullo schermo Bloomberg di Mr Chamber lampeggiano in verde le quotazioni del titolo Royal Mail. Le Poste di Sua Maestà britannica, 500 anni di storia, nel primo minuto di contrattazione hanno realizzato un rally del 36 per cento rispetto al prezzo di collocamento. Le richieste d’acquisto sul mercato istituzionale sono state venti volte superiori all’offerta, sette volte sul retail. Un successo che a Londra ha perfino alimentato la polemica su un prezzo di collocamento forse troppo basso (330 pence contro i 450 finora trattati sul mercato) per un’azienda che a questo punto ha un valore di quasi 7 miliardi e mezzo di dollari. Sullo stesso schermo fino al gennaio del 2009 scorrevano anche le quotazioni sulla Borsa di Milano del titolo Alitalia, fino al delisting e alla liquidazione della compagnia aerea che venne smembrata attraverso la creazione di una “bad company” e ceduta al controllo di soci privati che dovevano inaugurare un’era di stabilità e serietà al comando. Quattro anni dopo, la “good company” è diventata anch’essa una “bad company” e Mr Chamber non è affatto sorpreso dei risultati di una compagnia che nei primi sei mesi di quest’anno ha perso 1,6 milioni di euro al giorno. Molta sorpresa desta invece nell’autore di questa colonna la decisione di Poste Italiane di staccare un assegno da 75 milioni di euro per entrare nel capitale di Alitalia. Nella storia industriale italiana s’è visto di tutto, ma questa vicenda rischia di superare la fantasia del più creativo tra i commercialisti d’affari. Poste Italiane non è un’azienda qualsiasi che sta sul mercato. Non è quotata, ha 144 mila dipendenti, 13.676 uffici sparsi nel territorio, 24 miliardi di euro di ricavi (di cui due terzi derivanti da attività finanziaria), un utile netto di un miliardo di euro e soprattutto è un’azienda interamente controllata dal ministero dell’Economia. Le Poste sono lo Stato.

E perché mai lo Stato dovrebbe entrare nel capitale di un’azienda che era stata ceduta a privati a condizioni estremamente vantaggiose? Questa è la prima domanda a cui dovrebbe rispondere il governo. Se quello italiano fosse un capitalismo serio e maturo, lo stesso quesito oggi sarebbe sul tavolo degli amministratori di Poste, i quali dovrebbero rendere conto del loro operato alla Borsa. Ma così non è. Poste è saldamente in mano allo Stato e ha eseguito gli ordini della politica: salvare con soldi pubblici un’azienda privata, Alitalia. Non è così? Leggiamo qualche dichiarazione illuminante sul caso. Raffaele Bonanni (segretario della Cisl): “È una buona cosa: Alitalia ha bisogno di un po’ di giorni per prendere fiato e vedere un po’ cosa costruire per utilizzare pienamente una energia davvero potentissima”. Luigi Angeletti (segretario della Uil): “Alitalia non è una società qualsiasi, il suo fallimento avrebbe comportato una piccola catastrofe che non potevamo permetterci, l’intervento del governo era necessario, non è stata una scelta politica”. Guglielmo Epifani (segretario del Pd, ex numero uno della Cgil): “Dobbiamo evitare il commissariamento di Alitalia, troviamo una soluzione ponte e negoziamo meglio questa alleanza con Air France difendendo gli interessi del Paese”. Giorgio Squinzi (presidente di Confindustria): “Sono sempre molto perplesso di fronte agli interventi della mano pubblica in una società privata. Se è un cerotto per tamponare una situazione di emergenza passi, ma servirà a fare una volta per tutte una riflessione seria per avere un piano di medio-lungo termine”.

Un “cerotto”, questa è la pura verità detta da Squinzi. Il problema è sempre il solito: chi lo paga, il cerotto? Finora il conto in gran parte è sempre stato pagato dai contribuenti. Sotto varie forme, il capitalismo italiano si segnala per socializzare le perdite e privatizzare gli utili. Corrado Passera, uno dei registi dell’operazione “nuova Alitalia” quando era il numero di Banca Intesa, ha sostenuto che “non erano prevedibili cinque anni di recessione così forti che hanno toccato fortemente i ricavi dell’azienda”, ma la realtà è che durante la crisi il management Alitalia e i suoi azionisti hanno continuato a seguire un piano che non aveva alcun senso industriale perché l’obiettivo è sempre stato solo e soltanto finanziario: uscire al momento opportuno dal capitale realizzando una plusvalenza. È una strategia da raider su cui Mr Chamber non fa alcun moralismo, ma dal punto di vista del fare impresa, è sotto gli occhi di tutti che quel piano è finito in un vicolo cieco. Salvare le aziende con denaro pubblico non è uno scandalo se però c’è un’idea sul cosa fare dopo. Ma della seconda mossa non vi sono tracce e questo è un ulteriore problema. Quando gli Stati Uniti decisero di intervenire massicciamente per tenere in piedi l’industria automobilistica durante la crisi finanziaria del 2008, lo fecero mettendo in piedi un sistema di aiuti che dava ai capitalisti coraggiosi la possibilità di fare shopping finanziario e costruire nuova impresa. Un esempio lampante - che dovrebbe far riflettere il governo e Alitalia - è proprio quello di Fiat che con l’amministrazione Obama è riuscita a conquistare il controllo di Chrysler, internazionalizzarsi, diventare un player globale del settore automobilistico, generare cassa e ripagare totalmente il prestito. Oggi Chrysler realizza record di vendite, la Fiat non è fallita (cosa che sembrava prossima fino a quando non è arrivato Sergio Marchionne) e gli stabilimenti italiani sono aperti grazie alla lungimirante diversificazione del rischio geoeconomico.

Qual è la strategia per Alitalia? Buio fitto. Così Poste italiane stacca un assegno da 75 milioni di euro (soldi pubblici) ma quel che sarà dell’azienda i contribuenti-elettori non lo sanno. La democrazia si misura anche e soprattutto in queste vicende. Con lo stesso schema si è arrivati all’epilogo della vicenda Telecom. Sommersa dai debiti, con una strategia di espansione limitata e con azionisti desiderosi di uscire dal capitale per non ritrovarsi i bilanci a pezzi, l’azienda di telecomunicazioni è finita sotto il controllo degli spagnoli di Telefonica con un esborso finanziario modesto e prospettive interessanti se supportate da un buon piano industriale. Era una storia già scritta quando si decise di chiudere l’era di Tronchetti Provera e sbarrare la strada agli americani di AT&T. Il gioco del cerino è durato qualche anno, poi per non bruciarsi le dita gli azionisti hanno soffiato sul fiammifero, spento la fiamma e passato tutto il pacchetto di zolfanelli ad altri. A Mr Chamber non resta che leggere sul terminale le quotazioni di Royal Mail, mentre le Poste italiane fanno il check-in su un volo che non ha una destinazione. Buon viaggio.