Fonti autorevoli confermano quanto Il Velino aveva scritto con largo anticipo: la Legge di stabilità, che ad usare un eufemismo è definibile minimalista, è stata approvata dal governo sotto il timore di un nuovo, imminente declassamento delle agenzie di rating, e quello ancora maggiore di un conseguente commissariamento ad opera non della troika europea, ma del Fondo monetario internazionale. E questo spiega perché la ex-Finanziaria si sia ridotta ad un esercizio prevalentemente contabile, che è riuscita a scontentare tutti senza lanciare nessuna vera riforma.

Se Enrico Letta, che fa quello che può con la maggioranza ampia ma instabile che si ritrova, è riuscito per ora a scongiurare il peggio a livello europeo, l'operazione rischia invece di rivelarsi controproducente sul piano della tenuta politica. L'insoddisfazione crescente sui provvedimenti governativi sia nel Pd, sia nel Pdl, sia infine tra le parti sociali, può portare dritta alle elezioni, per le quali esisterebbe una "finestra" a marzo 2014, due mesi prima delle Europee. Ovviamente Giorgio Napolitano farà il possibile per impedire il ritorno alle urne a poco più di un anno; ma anche allo spirito di servizio del presidente c'è un limite.

Nel Pd siamo ormai alla vigilia del congresso, dal quale Matteo Renzi uscirà segretario con una netta maggioranza. Ed in queste ore i renziani non fanno nulla per nascondere l'insoddisfazione verso palazzo Chigi, dopo un periodo di appeasement. Yoram Gutgeld, consigliere economico del sindaco di Firenze, dice semplicemente che la Legge di stabilità "non esiste", riprendendo gli argomenti che in oggi accomunano sindacati e Confindustria. La Cgil, per ora allineata con Renzi, è pronta allo sciopero. Dall'altra parte, nel Pdl, i malumori sulla manovra fanno da alibi alle spaccature interne, che i continui colloqui tra Silvio Berlusconi e Angelino Alfano non riescono più a sanare. Ora la formula in voga è lo "spacchettamento", con il Pdl che resterebbe ai "ministeriali", con segretario Alfano, e Forza Italia ai lealisti al Cavaliere, con quest'ultimo leader carismatico; ed i due partiti federati. Ma l'operazione non è semplice: ci sono in ballo molti aspetti pratici, dai rimborsi elettorali alla permanenza nel Partito popolare europeo, che resterebbero entrambi al Pdl. Ed anche la federazione non si capisce a che cosa potrebbe portare, visto che il giudizio sul governo è così diviso.

Di fatto si è capovolta la situazione che ha segnato gli anni passati, quando il centrodestra, pur dividendosi ogni tanto su singoli aspetti di programma, manteneva però una compattezza di fondo sulle alleanze, sull'identità e sul potere interno. Mentre la sinistra, pur mettendo in piedi grandi cartelli elettorali (l'Ulivo, l'Unione), si spaccava immancabilmente tra i suoi vari tribalismi identitari. Oggi i coltelli volano dall'altra parte. Certo, non è che nel Pd si stia scherzando. Ma il tutto passa per un meccanismo congressuale alla luce del sole: dopodiché sarà difficile che un segretario come Renzi, se avrà davvero una maggioranza schiacciante, affianchi più di tanto il governo Letta, che ha un'altra storia, un'altro Dna, e che soprattutto per un po' ha fatto coabitare la sinistra con Berlusconi.

A questo punto c'è chi prevede che solo se Alfano andrà fino in fondo nella rottura con il suo ex mentore, potrà salvare il governo, affrancandolo dall'accusa di "intelligenza col nemico", il nemico di sempre. Diversamente tutto potrà portare verso un ennesimo passaggio elettorale. Con i rischi evidenti del caso, anche guardando ai mercati e all'Europa. Con lo strascico prevedibile dell'elezione di un nuovo capo dello Stato. Ma questa volta, forse, con la possibilità di avere un esito politico più chiaro, e una maggioranza certa. Il che potrebbe trasformare l'instabilità in stabilità.