La classe dirigente italiana a Mr Chamber appare sempre più come il generale romano Quinto Fabio Massimo, detto Cunctator, il temporeggiatore. Fabio non ebbe la forza e il coraggio (dote rara ma necessaria) per fermare la calata di Annibale in Italia. Il condottiero cartaginese attraversò le Alpi con i suoi elefanti in inverno, non trovò mai un'efficace opposizione da parte delle armate di Roma, e nella sua discesa divenne una forza impetuosa, descritta da Robert Hughes come "una palla di neve che cresceva rotolando a valle". Annibale nel suo percorso travolse un esercito che si credeva invincibile. Dopo aver perso legioni di uomini sul Ticino, sul Trebbia e sul Trasimeno, i romani provarono a fermarlo quando ormai era arrivato in Puglia, a Canne, il 2 agosto del 216 Avanti Cristo. Era una calda e solare giornata, perfetta per la guerra. Annibale aveva davanti un'armata di ottantamila uomini pronti a morire per Roma. E morirono, in cinquantamila. Il genio militare di Annibale prevalse sulla superiorità numerica dei romani. Il più grande massacro in un giorno della storia fu compiuto in sole nove ore. Fu la più grande sconfitta militare di Roma, frutto di una serie di errori consumati prima e durante la battaglia. Come i romani con Annibale, così si comportano oggi i politici italiani e gran parte della classe dirigente del Paese, conservatrice fino al suicidio di massa. Rinviano la soluzione dei problemi, non affrontano con coraggio la disoccupazione e il taglio del debito pubblico, vanno avanti per aggiustamenti, temporeggiano, in attesa del Settimo Cavalleggeri. Alla fine, come i romani, saranno travolti. I problemi vengono da lontano, ma gli ultimi due anni sono stati gettati alle ortiche. Il governo tecnico di Mario Monti e le larghe intese di Enrico Letta dovevano essere le occasioni per recuperare il tempo perduto e respingere la crisi e invece sono stati fagocitati dalla logica di fazione, dall'impossibilità tutta italiana di uscire dalla battaglia fra bianchi e neri, dei nemici per sempre. Monti nel 2012 provò a fare le riforme necessarie (pensioni, taglio della spesa pubblica, lavoro e fisco), ma arrivato in autunno, iniziato un percorso, mangiato il panettone e passata la Befana, il beffardo carnevale s'impossessò della "strana maggioranza" (Monti dixit) e l'impolitico duro esecutivo tecnico già pensava a farsi mollemente politico. Dopo aver intuito l'esistenza di un problema nel blocco del centro-destra (il declino di Berlusconi, ma non del berlusconismo), Monti sbagliò a non allargare il suo progetto, alzò il sopraciglio e il ponte levatoio a destra del suo castello e si barricò al centro con Casini e soci. Prese comunque oltre tre milioni di voti, poi cominciò a pensare al suo futuro istituzionale, tentò la scalata alla presidenza del Senato (e fallì), poi lasciò che le correnti apocalittiche del suo movimento - cattolici integrali e laicisti disintegrati - si scontrassero, pensando di poter osservare la battaglia e uscire dal gran polverone con il loden immacolato, solo vincitore e dominatore. Pochi mesi dopo il voto del febbraio 2013, il Monti è giunto al traguardo: si è dimesso da Scelta Civica. Amen. Sepolta la via tecnocratica, la "strana maggioranza" è tornata qualche mese dopo sul palcoscenico con il governo di "larghe intese" di Enrico Letta. Un'altra formula uscita dall'alambicco del Presidente Giorgio Napolitano, impossibilitato a sciogliere di nuovo le Camere di fronte a un futuro risultato elettorale fotocopia, certo ieri, oggi e anche domani. Il giudizio su questo esecutivo non può essere definitivo per ovvie ragioni temporali - il primo consiglio dei ministri è del 28 aprile - ma la strategia finora scelta da Letta e dai suoi collaboratori è chiara: prendere tempo e vedere che succede giorno dopo giorno. È una strategia neodemocristiana che ha ragioni culturali (Letta e il vicepremier Angelino Alfano sono figli di una Balena che era già spiaggiata, ma pur sempre bianca) e condizioni oggettive di difficile soluzione. Prima fra tutte, la rissosa coabitazione tra Pd e Pdl e il loro travaglio interno. Il Partito democratico è alle prese con un difficile congresso che segnerà il trapasso (politico, of course) dei ragazzi di Berlinguer e l'arrivo della nouvelle vaguerenziana, mentre il movimento di Berlusconi ha un leader azzoppato dalla magistratura, incerto se rifarsi o disfarsi, e di fatto è scisso in almeno due tronconi - falchi e colombe - che non si sopportano e non fanno niente per nasconderlo. La legge di stabilità è la cartina di tornasole di questa situazione surreale del sistema politico italiano: un provvedimento meramente contabile, frutto di mediazioni infinite al ribasso, senza tagli seri alla spesa pubblica, nessuna riforma del costo della Sanità, pieno di gabelle e dazi, prigioniero della Ragioneria Generale, ingabbiato dalle regole europee e sommerso dalla montagna del debito pubblico. S'è visto di peggio - e Berlusconi fa male a pensare di usare come casus belli per altri fini questa materia - ma è un compito sufficiente giusto per tirare a campare, privo di energia e forza propulsiva per entrare nel futuro. Dire che la legge di stabilità va migliorata in Parlamento è insufficiente: va riscritta, a cominciare dall'italiano. La qualità del draft legislativo è opprimente, è un testo burocraticamente opaco. La storia, per Mr Chamber, resta maestra di vita. Annibale lasciò l'Italia solo quando Scipione, nel 202 Avanti Cristo, disobbedendo al Senato, mosse guerra direttamente contro Cartagine. La paura arriva quando il nemico bussa alla porta di casa. Così Annibale tornò in Africa, dopo 34 anni. L'Italia entrerà nel futuro - sempre che non sia troppo tardi - solo quando deciderà di affrontare i problemi sul loro terreno, senza tattiche dilatorie. Le guerre si fanno, non si dichiarano con leggi di instabilità.