L'elezione di Rosy Bindi alla presidenza della Commissione bicamerale antimafia è un evidente e nuovo colpo alla maggioranza delle larghe intese e alla tenuta del governo. Tutti si affannano a spiegare che non è in discussione il profilo personale della "pasionaria" del Pd; invece al di là dell'ipocrisia di routine è proprio l'identità coerentemente (e dal suo punto di vista, legittimamente) antiberlusconiana della Bindi ad avere indotto il suo partito a forzare per l'elezione, anziché scegliere un candidato condiviso, ed il Pdl ad annunciare una sorta di mini-Aventino. È insomma un altro colpo all'esecutivo, che va a sommarsi con quelli che vengono dal centrodestra, dai falchi pidiellini. Di fatto la maggioranza è divisa tra i filogovernativi, la cui parola d'ordine è "stabilità", e coloro che vorrebbero risolvere la partita con le elezioni, magari a marzo prossimo. Tutte e tre le forze politiche che appoggiano Enrico Letta sono attraversate da questa frattura: il Pd, il Pdl e la ex Scelta Civica. Nel primo sono i renziani (nonostante le critiche al voto per l'Antimafia, critiche originate da vecchi rancori tra la Bindi ed il sindaco di Firenze) a puntare sulle elezioni per capitalizzare al massimo l'imminente vittoria per la leadership nel partito e trasformarla in premiership del Paese. Nel Pdl i governativi stanno venendo allo scoperto, in nome di un Alfano sempre più in imbarazzo, e contrapponendosi ai lealisti stretti intorno alla declinante stella del Cavaliere. Quanto ai centristi, siamo alla scissione dell'atomo. Mario Monti è rimasto un uomo solo, ed è bizzarro che sia proprio lui, che ha beneficiato della stessa maggioranza, ad attaccare Letta. Per il Paese questa situazione appare comunque ad alto rischio. Da una parte c'è un governo che non può fare molto altro che barcamenarsi con una legge finanziaria (detta ora di stabilità, tanto per cambiare) priva di ogni vera iniziativa riformista, ma che ci tiene comunque sui binari europei, dall'altra la promessa di novità e cambiamento "a tutti i livelli", il cui solo volto noto è quello di Matteo Renzi. Semplificando, il blocco che si stringe intorno alla continuità di governo ha i connotati della Dc vecchia e nuova e del Partito popolare europeo, con tutte le sue certezze ma anche il suo scarso appeal. Il fronte trasversale delle elezioni punta a rompere questi rituali, sia in Italia sia in Europa. Renzi non appare soggiogato dal potere di Angela Merkel e dai dogmi europei come Letta (a cominciare da quello del deficit entro il 3 per cento); mentre i berlusconiani duri e puri sono pronti a fare dell'uscita dall'euro la prossima parola d'ordine, quando il Cavaliere sarà definitivamente fuori dal Parlamento. Di fatto, se l'operazione riesce sulla scena resteranno solo Renzi ed i populisti alla Beppe Grillo. In questa situazione il governo ha dalla sua il tradizionale spirito di conservazione dell'elettorato ed il moderatismo della maggioranza degli italiani; ma ha contro l'impossibilità di porsi traguardi economici con un minimo di ambizione, non avendo fondi, e soprattutto la circostanza che quella stessa Europa nella quale Letta intende tenere l'Italia fa di tutto per frustrare e smentire chi crede ancora nel progetto europeo e nelle regole di Bruxelles. Ultimo esempio, la questione immigrazione, dove rischiamo il paradosso di una procedura d'infrazione per il sovraffollamento dei centri di accoglienza. Una stabilità che non attrae nessuno e che sembra ormai un limone spremuto, ed una promessa di novità e di rottura al momento priva di contenuti e densa di incognite. Questa è l'alternativa che si prospetta al Paese nell'immediato futuro. Sono due scenari tipici di un'Italia in crisi profonda, economica e politica, ma anche sociale. Anche perché su entrambi potrebbero prevalere, più ancora che a febbraio scorso il grillismo e il populismo, cioè un vero salto nel buio.