Dal Consiglio europeo di Bruxelles Enrico Letta è tornato a Roma con un risultato sull'immigrazione; ma con poche rassicurazioni sulle vere intenzioni della Germania in fatto di integrazione economica e, soprattutto, con l'ennesimo rischio di una crisi di governo. Tutto questo mentre arriva il primo, timido, segnale positivo dal fronte dei consumi (più 0,2 per cento ad agosto le vendite al dettaglio), ma anche con lo spread che torna a salire, sensibile all'instabilità politica. In compenso Silvio Berlusconi accelera nuovamente sul lancio di Forza Italia, iniziativa che determinerebbe la spaccatura tra "lealisti" (fedeli al Cavaliere fino all'ultimo) e "ministeriali", decisi a tenere in piedi il governo. E' evidente che tutto ruota intorno alle scelte di Angelino Alfano, vicepremier, per il quale nella Forza Italia 2.0 ci sarebbe un ruolo solo marginale, e sempre che non si assista a una nuova marcia indietro. Insomma, lo strappo all'interno del centrodestra che non si consumò fino in fondo il 2 ottobre ripropone adesso una sorta di secondo tempo.La spaccatura tra berlusconiani doc e diversamente berlusconiani (copyright by Alfano) potrebbe anche introdurre un elemento di chiarezza e di novità, se si concretizzasse il progetto di restaurare in Italia la succursale del Partito polare europeo, assieme ad ex montiani e centristi di varia natura: se essa però non facesse pendant con le grandi manovre nel Pd. Che, come quelle della rediviva Forza Italia, mirano a liquidare al più presto le larghe intese e tornare alle urne. Con una differenza, non da poco. Nel Pd il futuro vincitore del congresso, Matteo Renzi, ha ottime probabilità di presentarsi candidato premier e conquistare anche palazzo Chigi. Invece Forza Italia pare avere il destino di una trincea di opposizione e resistenza, magari assieme alla Lega ed altri pezzi del centrodestra (Fratelli d'Italia, altra versione di An), in attesa che Berlusconi per un verso o per l'altro decada da senatore. Poiché i sondaggi sono ampiamente noti a tutti, in apparenza la strategia di Berlusconi di bruciare i ponti e condannarsi all'opposizione è suicida. Anche sotto il profilo aziendale: l'iniziativa è stata salutata da un netto ribasso di Mediaset e di voci su una cessione parziale dell'impero del Cavaliere. Ma evidentemente da quella parte si giudica ormai inutile e controproducente stare al governo, e si accetterebbe questa traversata del deserto. Così come nel Pd sono in molti, e non solo i renziani, a prendere le distanze da un esecutivo che rischia di diventare figlio di nessuno. Dunque, destino segnato? Non proprio, o non ancora. Letta e le (ex) larghe intese hanno lo sponsor Giorgio Napolitano, il quale non intende sciogliere le Camere se non sarà stata modificata la legge elettorale. Anche perché all'inizio di dicembre la Corte costituzionale dichiarerà con ogni probabilità illegittimo il Porcellum, e dunque votare sarebbe impossibile. Questa è la vera trincea del governo, un passaggio strettissimo perché anche la buona volontà di Letta e del Quirinale hanno un limite. Ma questo sentiero potrebbe allargarsi ad alcune condizioni. La prima: un miglioramento non di facciata della Legge di stabilità. La seconda: un segnale inequivocabile dai mercati e dall'Europa contro nuove avventure politiche italiane. La terza: l'emergere dai sondaggi di un successo di Beppe Grillo, e soprattutto di una massiccia astensione. E' evidente come tra i punti due e tre elencati qui sopra ci sia una stretta connessione. Un'Italia politicamente allo sbando produrrebbe una reazione che è già per molti nell'ordine delle cose: il commissariamento (stavolta in piena regola) della nostra economia. Siamo del resto l'unico tra i paesi del Sud Europa che, pur con il secondo debito dopo la Grecia, è riuscito ad evitare gli aiuti comunitari, ed i relativi vincoli. Fatto che a Berlino, a Bruxelles, ma anche al Fondo monetario, è apparsa un'anomalia.